Di Niccolò Barca

Gli interventi minimi di sostegno alle persone rivelano la paura che si possa dare quattrini a chi non lo «merita». Ma per i fondi alle imprese il governo non mostra preoccupazioni analoghe 

Il ritardo nell’attuazione di un programma di sostegno per le milioni di persone non protette dal primo decreto «Cura Italia» non è una casualità. Alla sua base c’è un assunto morale che colloca diverse categorie sociali in una gerarchia fondata sul merito. La paura, mai palesata ma presente nel retroscena delle considerazioni attuali, è che il sussidio possa andare a chi non se lo merita: il rischio di abusare del sistema è ritenuto talmente alto da non giustificare il costo dell’intervento. Il paradosso è che gli stessi ragionamenti non trovano posto nelle discussioni riguardo il sostegno di liquidità alle imprese, per le quali nessun parametro di merito è richiesto. Non solo, ma a livello europeo l’Italia si trova a essere vittima della stessa valutazione morale: l’opposizione ai Coronabond da parte di Olanda e Germania ne sono la testimonianza. 

Nel suo influente libro del 2013 Il Capitale nel XXI Secolo,  Thomas Piketty scriveva che per il corretto funzionamento delle nostre società democratiche «è indispensabile far sì che le disuguaglianze sociali scaturiscano da principi razionali e universali, e non da contingenze arbitrarie». Quello che Piketty stava esprimendo è uno dei concetti fondanti della società moderna: la disuguaglianza non è più espressione della volontà di dio ma frutto di differenze di merito e di lavoro. Il successo e il fallimento, valutato a oggi in termini quasi esclusivamente economici, diventa quindi una questione di responsabilità individuale.

Una conseguenza di questa visione è che l’insuccesso diventa un’onta da portarsi addosso a ogni nuova richiesta di assistenza. Chiedere aiuto risulta infatti essere un’ammissione di colpa: se la povertà è una questione di responsabilità individuale allora chi è povero deve essere pigro, irresponsabile e di dubbia moralità. La componente morale non deve essere sottovalutata. L’assistenza statale, dalla sua nascita con le Poor Laws inglesi quasi 200 anni fa fino a oggi, è sempre stata valutata tenendo conto del «rischio morale» (moral hazard) che comportava per chi la elargiva. Troppa indulgenza significava ricompensare gli immeritevoli, un atto che avrebbe minato le fondamenta stesse del nostro contratto sociale. 

Le stesse considerazioni sono presenti nel dibattito odierno riguardo le conseguenze economiche della crisi scaturita dalla pandemia, influenzando profondamente la natura del sostegno economico necessario. Il caso italiano è esemplare. Al momento in cui scrivo, sono passati 38 giorni dall’inizio dalla quarantena imposta dal governo al paese intero. Sono 38 giorni in cui milioni di persone sono rimaste prive di qualsiasi forma di sostegno economico, chiuse in casa a intaccare i propri risparmi, il futuro avvolto nell’incertezza. Soprattutto al Sud, ma non solo, questo significa soffrire la fame. Le immagini riportate dai volontari alle centraline della Croce Rossa sono quelle di un paese sull’orlo del collasso. 

Dei 21 milioni di lavoratori privati in Italia, 13-14 milioni di persone hanno diritto al sostegno economico indirizzato ai contratti a tempo indeterminato e agli autonomi. Senza alcun sostegno restano quindi circa 6 milioni tra irregolari e lavoratori a contratto determinato, cui vanno aggiunti un numero imprecisato di disoccupati con il sussidio scaduto. Sono categorie sociali vittime della precarizzazione sistematica del lavoro, ora cittadini di seconda classe costretti a soffrire la fame nella terza economia europea. La colpa degli irregolari, circa 3,3 milioni di persone, è quella di aver contribuito a un’economia sommersa e sostanzialmente illegale; elargire sostegni per loro significa non solo legittimare questa irregolarità ma affrontarne l’esistenza. Per quanto riguarda i 2,3 milioni di contratti determinati, i nuovi precari del lavoro «flessibile», la cospicua assenza dal dibattito presente getta una cattiva luce sulla reale considerazione che si ha di loro. Per queste categorie, implicitamente considerate colpevoli della loro sfortuna, la concessione di un sostegno economico rappresenta un rischio morale che solo il rischio sociale di vere e proprie rivolte sembra essere riuscito a scalfire. 

Il tratto più perverso di questo ragionamento è che il principio meritocratico che giustifica questa asimmetria di sostegno scompare quando a competere non sono più gli individui ma le imprese. Per loro, tutti gli argomenti di rischio morale finiscono in secondo piano. Come evidenziano le parole di Mario Draghi sul Financial Times, il sostegno alle imprese è considerato necessario al di là di qualsiasi considerazione sul merito. Che siano imprese di successo o sull’orlo del fallimento, lo Stato è chiamato a intervenire per proteggerle; per loro la selezione naturale può essere sospesa senza mettere a repentaglio la tenuta del sistema. 

Sia chiaro, questo non è un appello a imporre criteri di selezione sugli aiuti alle imprese. Quest’ultime, piccole, medie o grandi, sono fatte di persone e queste persone in qualche modo vanno tutelate. Ma è evidente che nei dibattiti politici e mediatici, vengono usati due pesi e due misure per quanto riguarda il sostegno economico per diverse categorie sociali. Per i milioni di disoccupati a scadenza di sussidio, lavoratori irregolari e a contratto determinato, considerazioni sul rischio morale di dare a chi non merita hanno ostruito e rallentato un sostegno economico necessario immediatamente. Per le imprese, questo rischio non è preso in considerazione. 

Il paradosso del rischio morale si rivela in tutta la sua ipocrisia e contraddizione nel dibattito dell’Eurogruppo in merito all’uso dei Coronabond. Da un lato i Paesi del Nord Europa, storicamente restii ad accettare qualsiasi forma di mutualizzazione del debito, dall’altro i Paesi del Sud che chiedono una risposta comune a uno shock economico senza precedenti. Il rischio morale viene paventato in quanto la socializzazione delle perdite economiche derivate da Covid-19 equivarrebbe a un’assoluzione dei peccati (debito) pregressi che verrebbero pagati da altri e dunque a una licenza implicita a ricommetterli. 

Ma Covid-19 e i costi derivati dal suo contenimento sono rispettivamente un atto di force majeur e una decisione obbligata. Non sono il frutto dei comportamenti illeciti dei soliti sospetti, ossia i popoli mediterranei incapaci di attenersi alle regole del gioco. In risposta alle posizioni olandesi, dove una sfida elettorale all’orizzonte spinge i due futuri candidati a competere sul piano della rigidità, Giuseppe Conte sosteneva che «in un mercato comune l’Europa deve poter agire in modo solidale ed efficace». La stigmatizzazione delle vittime del contenimento è ritenuta moralmente e politicamente inaccettabile dall’Italia sul versante europeo. 

Le classi dirigenti italiane non sembrano però avere la stessa bussola morale nell’affrontare la crisi interna al Paese. Le condizioni non sono le stesse del 2008. Le diseguaglianze esplose dopo la crisi finanziaria e la successiva crisi economica hanno prodotto la recrudescenza di nazionalismi e fascismi a lungo sopiti. Le minacce di disordini di fronte ai supermercati di Palermo evocano l’inizio di qualcosa che potrebbe essere aizzato dal demagogo di turno. Non ci possiamo permettere una crisi dei sommersi e una dei salvati. La qualità di una società si misura per come tratta i suoi membri più vulnerabili. 

*Niccoló Barca è un giornalista freelance. Studia nel dipartimento di Media e comunicazione dell’Università di Goldsmiths, Londra. Si occupa di movimenti sociali e partecipazione politica

Da Jacobin Italia