Ripubblichiamo questo articolo di Valerio De Stefano perché fa il punto su un progetto molto grave approvato in forma di legge delega dal governo Lega / M5S. Un progetto di deregolamentazione estrema del mercato del lavoro in grado di ridurre ulteriormente e  ancor più drasticamente diritti e salari di lavoratori e lavoratrici, con forti implicazioni antisindacali, relative cioè alle possibilità di organizzarsi collettivamente per difendere e migliorare le proprie condizioni di lavoro.

Una misura su cui occorre puntare i riflettori e contro la quale costruire un fronte quanto più ampio possibile per impedire che passi. 

Il “governo del cambiamento” si conferma ogni giorno di più per ciò che è realmente: un altro governo padronale che punta da un lato a gestire paternalisticamente povertà ed esclusione sociale, e dall’altro ad alimentare accanitamente le condizioni che le generano. 


di Valerio De Stefano (*)

Il governo M5S-Lega il 28 febbraio ha pubblicato un comunicato stampa in cui in sordina annuncia di aver approvato un “disegno di legge delega” (su cui quindi sarà direttamente il Governo e non il Parlamento ad esercitare la funzione “legislativa”) per riformare il mercato del lavoro.

Il governo gialloverde prepara la più grande deregolamentazione del diritto del lavoro dell’epoca repubblicana.

E, soprattutto, lo fa in silenzio.

Nel turbinio di notizie e polemiche che maggioranza e governo generano ogni giorno, è passata del tutto inosservata una decisione del Consiglio dei ministri del 28 febbraio scorso. Il governo, si legge nel comunicato stampa, ha approvato un disegno di legge delega che autorizzerebbe a riformare il mercato del lavoro con il fine di “creare un sistema organico di disposizioni in materia e di rendere più chiari i principi regolatori delle disposizioni già vigenti” e introdurre “un complesso armonico di previsioni di semplice applicazione, a tutela dei diritti dei lavoratori e dei datori di lavoro”.

Chi si chiedesse come pensa, il governo, di mettere in pratica questa impresa titanica troverebbe risposta nello stesso comunicato stampa: “si eliminano i livelli di regolazione superiori a quelli minimi richiesti per l’adeguamento alla normativa europea”.

Una frase messa alla fine di una lista di provvedimenti sul mercato del lavoro scritti in “burocratese”, per nascondere la portata enorme di una misura che ridurrebbe le protezioni legali dei lavoratori italiani a quelli dei Paesi in via di sviluppo.

Eliminare ogni disposizione che superi il minimo imposto dal diritto Ue significherebbe infatti regredire al diritto del lavoro degli anni Cinquanta, se non prima.

Il diritto del lavoro Ue si limita a fissare minimi di trattamento che poi gli Stati più avanzati spesso modificano, aumentandoli.

Ad esempio, la direttiva Ue sulla protezione delle lavoratrici madri prevede un congedo di maternità minimo di 3 mesi e un congedo obbligatorio di 2 settimane.

La legislazione italiana prevede che il congedo obbligatorio sia di 5 mesi.

Se il governo decidesse di “pareggiare” il diritto italiano con quello Ue, le lavoratrici italiane si vedrebbero ridotte le tutele in caso di maternità in maniera drastica.

Il diritto Ue, inoltre, non riguarda tutto il diritto del lavoro ma solo una sua parte.

Questo significa che, nelle materie non regolate dall’Unione europea, il governo avrebbe mano libera nell’azzerare i livelli di tutela.

Tanto per fare degli esempi, il governo potrebbe ridurre al minimo la tutela contro i licenziamenti individuali, le disposizioni sul demansionamento o la disciplina del Tfr, sulle quali la Ue non interviene se non in minima parte.

E non sarebbe solo il diritto individuale del lavoro ad essere colpito, ma anche il diritto sindacale, posto che l’Ue molto raramente si occupa dei diritti collettivi dei lavoratori.

Una legislazione del lavoro che si limiti ai minimi Ue non esiste da nessuna parte in Europa, se non, forse, nei Paesi del Centro-Est europeo.

Questa “deriva ungherese” del diritto del lavoro avrebbe effetti disastrosi non solo per i lavoratori ma anche per la società in generale.

Metterebbe le nostre imprese in condizione di competere con l’estero non in funzione della maggiore produttività e dell’innovazione, ma semplicemente tramite l’abbattimento artificiale delle condizioni di lavoro e dei salari, che verrebbero colpiti dall’abbattimento delle tutele sindacali sui luoghi di lavoro e dal conseguente “azzoppamento” della contrattazione collettiva.

La “deriva ungherese”, ovviamente, sarebbe anche incostituzionale. I giudici ordinari e la Corte costituzionale hanno da lungo tempo interpretato la Carta come fonte e garanzia di tutele sui rapporti individuali e collettivi di lavoro che vanno ben al di là del diritto Ue, basti pensare alla giurisprudenza sulla “giusta retribuzione” ai sensi dell’articolo 36 della Costituzione.

La Carta, inoltre, tutela il diritto di sciopero in misura molto maggiore di quanto non faccia il diritto Ue.

Esistono poi obblighi internazionali, che l’Italia ha assunto liberamente, e che vincolano costituzionalmente il nostro legislatore ai sensi dell’articolo 117 della Costituzione. Si tratta di obblighi che vanno ben al di là delle tutele minime Ue.

Basti pensare alle convenzioni dell’Organizzazione internazionale del lavoro ratificate dall’Italia, che impongono, ad esempio, di tutelare la libertà sindacale e il diritto alla contrattazione collettiva, di vietare il lavoro minorile, di prevedere congedi obbligatori di maternità più lunghi di quelli del diritto Ue e di proteggere il lavoro domestico.

Sembra quasi che il governo non sia consapevole che i livelli di protezione che il legislatore italiano deve obbligatoriamente rispettare vadano ben oltre i minimi del diritto europeo.

E, a questo proposito, è bene ricordare che il diritto “europeo” del lavoro non si ferma alla Ue.

Le tutele giuslavoristiche sono garantite anche da strumenti come la Convenzione europea dei diritti dell’uomo e la Carta sociale europea che appartengono al sistema del Consiglio d’Europa, che con la Ue non c’entra.

Proprio di recente, la Corte costituzionale ha dichiarato incostituzionali parte delle disposizioni sul licenziamento introdotte dal Jobs Act anche riferendosi alla Carta sociale europea.

Vista la scarsa consapevolezza che il governo ha dimostrato ignorando i vincoli costituzionali e internazionali minimi a tutela del lavoro, la probabilità che riferendosi alla “normativa europea” abbia considerato gli obblighi derivanti da queste fonti europee estranee al diritto Ue è minima.

Insomma, nel silenzio assoluto dei peraltro loquacissimi esponenti di governo e maggioranza, quella che viene preparata è una vera “stangata” alle persone che lavorano.

Non è facile prevedere se e quando verrà data pubblicità a questa iniziativa del governo: se, ad esempio, la Lega vorrà utilizzare la cosa per riaccreditarsi agli occhi del mondo produttivo o se i 5Stelle premano perché il progetto rimanga nascosto almeno fino alle elezioni europee.

In questo caso, è fondamentale che le parti sociali facciano sentire la propria voce. Non solo, ovviamente, i sindacati ma anche le associazioni imprenditoriali: si vuole scommettere sul futuro investendo e migliorando i processi e i prodotti o abbattendo costi e tutele del lavoro fino al livello delle economie più povere?

E si accetta il tutto senza avere un minimo ruolo di interlocuzione con il governo, aspettando un intervento dall’alto?

È anche importantissimo capire quale sarà la reazione delle forze di opposizione e che posizione assumeranno su quello che potrebbe essere il più vasto programma di deregolamentazione del mercato del lavoro in tutto il mondo occidentale dai tempi di Margaret Thatcher.

Il modo in cui il Partito democratico e gli altri partiti di centrosinistra si porranno sulla questione dirà moltissimo sull’idea di società e di rapporti produttivi che l’opposizione propone per il futuro del Paese.

È un tema che va affrontato urgentemente, anche in vista della campagna elettorale per le elezioni europee.

Dobbiamo capire se l’idea che abbiamo di Italia sia quella di un Paese avanzato che competa internazionalmente anche grazie al rispetto dei diritti economici e sociali dei cittadini o se si voglia, invece, assecondare la “deriva ungherese” del diritto del lavoro.

(*) Articolo originariamente pubblicato sul sito La rivista il Mulino

Valerio De Stefano. Insegna diritto del lavoro all’Università di Lovanio (KU Leuven), in Belgio. In passato ha studiato e insegnato presso l’Università Bocconi di Milano, ha fatto l’avvocato giuslavorista e ha lavorato presso l’organizzazione internazionale del Lavoro, un’agenzia specializzata delle Nazioni Unite con sede a Ginevra. Twitter: @valeriodeste