Visto che quest’anno molti compagni, piuttosto che ricordare la rivoluzione e riflettere su quello che è vivo e su quello che è morto di quell’anno “che ha cambiato il mondo”, preferiscono approfondire il discorso sulla degenerazione burocratica successiva e sulla controrivoluzione staliniana (o forse per alcuni non solo staliniana), mi permetto di “fare l’avvocato del diavolo”, pubblicando un mini-dossier uscito sul blog di Antonio Moscato, “Movimento Operaio”. Non condivido molte delle cose che scrisse il compagno Trotskij 80 anni fa, ma, da buon avvocato (seppur del diavolo), credo sia diritto dell’imputato potersi difendere. E, così, per una volta tanto, butterò benzina sul fuoco (invece dell’acqua, mio elemento naturale).

Flavio

La questione di Kronštadt

Lev Trotskij

UN NUOVO «FRONTE POPOLARE»

La campagna sulla questione di Kronštadt si sviluppa con vigore in certi ambienti, al punto da far credere che la rivolta di Kronštadt non si sia verificata diciassette anni fa, ma appena ieri. Partecipano alla campagna, con egual zelo e con lo stesso slogan, anarchici, menscevichi russi, socialdemocratici di sinistra del Bureau di Londra, singoli confusionari, il giornale di Miljukov e, per l’occasione, la stampa del grande capitale. Un fronte popolare di nuovo tipo!

Ieri mi è capitato di leggere quanto segue in un settimanale messicano dall’orientamento ad un tempo cattolico, reazionario e «democratico»: «Trotskij ordinò la fucilazione di 1.500 [?] marinai di Kronštadt, il fior fiore della flotta. La sua politica, quando era al potere, non si differenziava dall’attuale politica di Stalin». È noto che gli anarchici di sinistra giungono alle stesse conclusioni. Quando per la prima volta nella stampa ho risposto brevemente alle domande di Wendelin Thomas 1, membro della Commissione d’inchiesta di New York, il giornale dei menscevichi russi è immediatamente sceso in campo in difesa dei marinai di Kronštadt e… di Wendelin Thomas.1

Con lo stesso spirito si è unito alla campagna il giornale di Miljukov, mentre gli anarchici mi attaccano con crescente vigore. Tutti questi proclamano ad alta voce che la mia risposta era assolutamente inadeguata e questa unanimità è tanto più notevole in quanto gli anarchici difendono, nel simbolo di Kronštadt, un vero comunismo anti-Stato, mentre i menscevichi, al tempo della sollevazione di Kronštadt, erano apertamente per la restaurazione del capitalismo, e Miljukov ancor oggi è un sostenitore del capitalismo.

Come è possibile che la sollevazione di Kronštadt possa provocare una tale ondata di rancore spasmodico fra anarchici, menscevichi e controrivoluzionari «liberali» ad un tempo? La risposta è semplice: tutti questi raggruppamenti hanno interesse a compromettere la sola corrente veramente rivoluzionaria che non ha mai ripudiato la propria bandiera, non è mai scesa a compromessi con il nemico ed è la sola a rappresentare il futuro. Proprio per questo tra i tardivi denunciatori del mio «crimine» di Kronštadt ci sono tanti ex rivoluzionari o mezzi rivoluzionari, gente che ha perso programma e principi e che ritiene necessario stornare l’attenzione dalla degradazione della Seconda Internazionale o dalla perfidia degli anarchici spagnoli. Gli stalinisti invece non possono partecipare apertamente alla campagna su Kronštadt, ma ovviamente si fregano le mani con piacere, oiché i colpi sono diretti contro il «trotskismo», contro il marxismo rivoluzionario, contro la Quarta Internazionale!

Perché questa variegata fraternità si è buttata proprio sulla questione di Kronštadt? Durante gli anni della rivoluzione non poche volte ci siamo scontrati con i cosacchi, con i contadini e anche con certi settori di operai (certi gruppi di operai degli Urali avevano organizzato un reggimento di volontari che faceva parte dell’esercito di Kolčak). Alla radice di questi conflitti in sostanza c’era l’antagonismo fra gli operai, considerati in quanto consumatori, e i contadini, presi come produttori e venditori di prodotti alimentari. Sotto la pressione del bisogno e delle privazioni, gli stessi operai di volta in volta erano divisi in campi ostili, a seconda della forza o della debolezza dei legami che conservavano con le campagne.

L’Armata rossa si è trovata anch’essa sotto l’influenza delle campagne. Durante gli anni della guerra civile più d’una volta è stato necessario disarmare reggimenti in cui serpeggiava il malcontento. L’introduzione della NEP (nuova politica economica) attenuò le frizioni ma era ben lungi dall’eliminarle. Al contrario, questa politica spianò la strada alla rinascita dei contadini ricchi e condusse, all’inizio del decennio, alla ripresa della guerra civile nelle campagne. La sollevazione di Kronštadt non è stato che un episodio della storia dei rapporti fra proletariato urbano e piccola borghesia delle campagne. È possibile comprendere questo episodio solo se lo si inquadra nella linea generale di sviluppo della lotta di classe nel corso della rivoluzione.

Kronštadt differiva da tutta una serie di movimenti e di sollevazioni piccolo borghesi solo per il fatto che ebbe grande risonanza all’esterno. In questo caso era in ballo una fortezza della marina sotto la stessa Pietrogrado. Durante la sollevazione furono diramati proclami e furono fatte trasmissioni radio. I socialrivoluzionari e gli anarchici, accorrendo da Pietrogrado, abbellivano l’episodio con frasi e gesti «nobili». Tutto ciò lasciava tracce profonde. Con l’aiuto di questo materiale «documentario» (vale a dire false etichette) non è difficile costruire una leggenda a proposito di Kronštadt, tanto più esaltante in quanto nel 1917 il nome di Kronštadt era circondato da un alone rivoluzionario. Non a sproposito il settimanale messicano di cui ho parlato chiama ironicamente i marinai di Kronštadt «il fior fiore della flotta».

Lo sfruttamento dell’autorità rivoluzionaria di Kronštadt costituisce una delle caratteristiche di questa campagna da ciarlatani. Anarchici, menscevichi, liberali, reazionari cercano di presentare la questione come se all’inizio del 1921 i bolscevichi avessero volto le armi su quegli stessi marinai di Kronštadt che avevano garantito la vittoria dell’insurrezione di ottobre. È questo il punto di partenza per tutte le successive falsificazioni. Chiunque desideri mettere a nudo queste menzogne deve innanzi tutto leggere l’articolo del compagno J. G. Wright pubblicato da «The New International» del febbraio 1938. In questa sede voglio limitarmi a descrivere la fisionomia della sollevazione di Kronštadt da un punto di vista più generale.

RAGGRUPPAMENTI SOCIALI E POLITICI A KRONŠTADT

La rivoluzione viene «fatta» direttamente da una minoranza. Il successo della rivoluzione è però possibile solo se questa minoranza ottiene l’appoggio, o almeno la neutralità amichevole, della maggioranza. Il passaggio della rivoluzione per varie fasi, come la transizione dalla rivoluzione alla controrivoluzione, viene determinato direttamente dai mutamenti nei rapporti politici fra minoranza e maggioranza, fra avanguardia e classe. Fra i marinai di Kronštadt si potevano individuare tre settori politici: i rivoluzionari proletari, alcuni dei quali con un passato e una seria preparazione; la maggioranza intermedia, in gran parte di origine contadina; infine i reazionari, i figli dei kulak, dei negozianti e dei preti. Ai tempi dello zar, si poteva mantenere l’ordine sulle corazzate e nelle fortezze solo finché gli ufficiali, che agivano tramite i settori reazionari dei sottufficiali e dei marinai, riuscivano a sottomettere il vasto strato intermedio alla loro influenza o al loro terrore, isolando cosi i rivoluzionari, che in gran parte erano composti di macchinisti, cannonieri e elettricisti, cioè di operai delle città.

Lo sviluppo dell’ammutinamento della corazzata «Potemkin» nel 1905 si basava unicamente sui rapporti fra questi tre settori, cioè sulla lotta fra l’ala proletaria e l’ala borghese reazionaria per l’influenza sul settore più numeroso dei contadini medi. Chi non ha compreso questo problema, che è presente in tutto il movimento rivoluzionario della flotta, farebbe meglio a tacere sui problemi della rivoluzione russa in generale. Questo problema consisteva essenzialmente – e in larga misura ancora consiste – nella lotta fra il proletariato e la borghesia per conquistare i contadini. Durante il periodo sovietico la borghesia si è presentata principalmente sotto le vesti di kulak (cioè in quanto strato superiore della piccola borghesia contadina), di strato intellettuale «socialista »; ora si presenta con le vesti della burocrazia «comunista». È questo il meccanismo fondamentale della rivoluzione in tutte le sue fasi. Nella flotta esso ebbe una espressione più centralizzata, e quindi più drammatica.

La composizione politica del Soviet di Kronštadt rifletteva quella della guarnigione e degli equipaggi. La direzione dei Soviet, già nell’estate del 1917, apparteneva al Partito bolscevico, che poggiava sui settori migliori dei marinai e che comprendeva fra le sue file molti rivoluzionari del movimento clandestino che erano stati liberati dalle prigioni. Tuttavia mi sembra di ricordare che anche nei giorni dell’insurrezione di ottobre i bolscevichi costituissero meno di metà del Soviet di Kronštadt e che la maggioranza era composta di socialrivoluzionari e di anarchici. Non c’erano affatto menscevichi a Kronštadt, in quanto il Partito menscevico odiava questo punto di forza della rivoluzione. Detto fra parentesi, l’atteggiamento del Partito socialrivoluzionario ufficiale non era migliore di quello dei menscevichi verso Kronštadt. I socialrivoluzionari della fortezza ben presto passarono nelle file dell’opposizione a Kerenskij e formarono una delle brigate d’urto dei cosiddetti socialrivoluzionari «di sinistra». Essi reclutavano i propri aderenti nella parte contadina della flotta e nella guarnigione a terra. Per ciò che riguarda gli anarchici, essi erano il gruppo più variopinto. Fra di essi c’erano veri rivoluzionari come Žuk e Železnjakov, ma si trattava degli elementi più intimamente legati ai bolscevichi. La gran parte degli «anarchici» di Kronštadt rappresentavano la piccola borghesia urbana e si trovavano a un livello rivoluzionario più basso di quello dei socialrivoluzionari. Il presidente del Soviet era un uomo senza partito, «ben disposto verso gli anarchici» e essenzialmente un pacifico piccolo funzionario che era stato in precedenza ossequiente verso le autorità zariste e era ora ossequiente… verso la rivoluzione. La assenza completa di menscevichi, il carattere «di sinistra» dei socialrivoluzionari e la varietà anarchica della piccola borghesia erano dovuti alla acutezza della lotta rivoluzionaria nella flotta e all’influenza dominante nei settori proletari dei marinai.

I MUTAMENTI DURANTE GLI ANNI DELLA GUERRA CIVILE

Questa caratterizzazione sociale e politica di Kronštadt, che può essere sostanziata e illustrata da molti fatti e documenti, è già di per sé sufficiente a illuminare il carattere dei rivolgimenti che si verificarono a Kronštadt durante gli anni della guerra civile; in conseguenza di questi la fisionomia della fortezza mutò al punto da diventare irriconoscibile. Proprio su questo aspetto importante della questione i tardivi accusatori non dicono una sola parola, in parte per ignoranza, in parte per scarsa volontà.

Sì, Kronštadt aveva scritto una pagina eroica della storia della rivoluzione, ma la guerra civile aveva iniziato lo spopolamento sistematico di Kronštadt e di tutta la flotta del Baltico. Già nei giorni della sollevazione di ottobre, distaccamenti di marinai di Kronštadt venivano mandati in aiuto di Mosca. Altri distaccamenti furono poi mandati nel Don, in Ucraina, a requisire il pane e a organizzare il potere locale. Dapprima sembrava come se Kronštadt fosse inesauribile. Da fronti diversi mandai dozzine di telegrammi per mobilitare nuovi distaccamenti «fidati» da formare fra gli operai di Pietrogrado e i marinai del Baltico. Tuttavia, già nel 1918, e in ogni caso non oltre il 1919, il fronte cominciò a lamentare che i nuovi contingenti di Kronštadt erano insoddisfacenti, esigenti, indisciplinati, formati di gente su cui scarsamente si poteva fare affidamento in battaglia e che faceva più male che bene. Dopo la liquidazione di Judenič (inverno del 1919), la flotta del Baltico e la guarnigione di Kronštadt erano state private di tutte le forze rivoluzionarie. Tutti gli elementi che erano di una qualche utilità erano stati portati via e gettati contro Denikin nel sud.

Se è vero che nel 1917-18 i marinai di Kronštadt erano ad un livello estremamente più alto della media dell’Armata rossa e formavano la spina dorsale dei primi distaccamenti e del regime sovietico in molte zone, è anche vero che i marinai che erano rimasti nella «pacifica» Kronštadt fino all’inizio del 1921, senza andare a far parte di uno dei fronti della guerra civile, si trovavano ad un livello considerevolmente più basso, in generale, di quello dell’Armata rossa e comprendevano una larga percentuale di elementi completamente demoralizzati, di marinai che indossavano appariscenti pantaloni a campana e facevano mostra di capelli dal taglio sportivo.

La demoralizzazione provocata dalla fame e dalla speculazione aveva in generale enormemente aumentato la sua presa verso la fine della guerra civile. I cosiddetti «portatori di sacchi» (i piccoli speculatori) erano diventati una peste sociale e minacciavano di soffocare la rivoluzione. Proprio a Kronštadt, dove la guarnigione non aveva fatto nulla e aveva tutto quello di cui abbisognava, la demoralizzazione aveva assunto dimensioni particolarmente ampie. Quando la situazione divenne assai critica nella Pietrogrado affamata, l’Ufficio politico più di una volta discusse la possibilità di un «prestito interno» da Kronštadt, dove c’era una quantità di vecchi rifornimenti, ma i delegati degli operai di Pietrogrado risposero: «Non otterrete nulla da loro con le buone. Essi fanno speculazioni con il carbone, con i tessuti e con il pane. Al momento ogni specie di canaglia ha sollevato la testa a Kronštadt». Ecco quale era la situazione reale. Essa non aveva nulla a che fare con le dolci idealizzazioni che sono state fatte dopo il verificarsi degli avvenimenti.

Si deve aggiungere che ex marinai lettoni ed estoni, che temevano di essere mandati al fronte e che si stavano preparando a tornare nella loro patria borghese, la Lettonia e l’Estonia, si erano uniti alla flotta del Baltico come «volontari». Questi elementi erano essenzialmente ostili al potere sovietico e misero in evidenza questa loro ostilità nei giorni della rivolta di Kronštadt… Ma c’erano molte migliaia di operai lettoni, in genere ex contadini, che mostrarono un eroismo esemplare su tutti i fronti della guerra civile. Non dobbiamo quindi misurare gli operai lettoni e i marinai di Kronštadt con lo stesso metro. Dobbiamo riconoscere l’esistenza di differenze di ordine sociale e politico.

LE RADICI SOCIALI DELLA RIVOLTA

Per uno studioso serio la questione da risolvere è la definizione del carattere sociale e politico, sulla base di circostanze obbiettive, dell’ammutinamento di Kronštadt e della sua collocazione nello sviluppo della rivoluzione. Senza di ciò la «critica» si riduce ad un lamento sentimentale di tipo pacifista nello spirito di Alexander Berkman, Emma Goldman e dei loro imitatori più recenti. Questi signori non hanno la minima comprensione dei criteri e dei metodi della ricerca scientifica. Essi citano i proclami degli insorti come si citano le sacre scritture. Inoltre lamentano il fatto che io non prenda in considerazione i «documenti », cioè il vangelo secondo Machno e altri apostoli. Prendere «in considerazione» i documenti non significa prenderli per buoni. Marx ha detto che è impossibile giudicare partiti o persone per ciò che dicono di se stessi. Le caratteristiche di un partito emergono assai più dalla sua composizione sociale, dal suo passato, dai suoi rapporti con le varie classi e con i vari strati sociali, piuttosto che dalle sue dichiarazioni orali e scritte, specialmente durante un momento critico come una guerra civile. Se ad esempio cominciamo a prendere per oro colato le innumerevoli affermazioni e dichiarazioni di Negrín, di Companys, di García Oliver e compagni, dovremo riconoscere che questi signori sono fervidi amici del socialismo, ma in realtà essi ne sono perfidi nemici. Nel 1917-18 gli operai rivoluzionari guidavano le masse contadine, e non solo nella flotta ma in tutto il paese. I contadini presero e divisero la terra assai spesso sotto la guida dei soldati e dei marinai che erano arrivati nelle loro province. Le requisizioni di pane erano appena cominciate e si indirizzavano principalmente verso i grandi proprietari e i contadini ricchi. I contadini si assoggettarono alle requisizioni, considerandole un male temporaneo, ma la guerra civile si prolungò per tre anni. La città non dava praticamente nulla al villaggio e prendeva quasi tutto, essenzialmente per le necessità belliche. I contadini approvavano i «bolscevichi», ma diventavano sempre più ostili verso i «comunisti». Nel periodo precedente gli operai erano riusciti a spingere avanti i contadini; ora erano i contadini che trattenevano gli operai. Per questo mutamento di umore i Bianchi riuscirono in parte ad attirare i contadini ed anche i mezzi-contadini, i mezzi-operai degli Urali, e li guadagnarono alla loro causa.

Questo umore, che consisteva in un atteggiamento ostile verso la città, aveva nutrito il movimento di Machno, che fermava e saccheggiava i treni diretti alle fabbriche e all’Armata rossa, depredava gli automezzi, uccideva i comunisti, ecc.. Naturalmente Machno chiamava tutto ciò lotta anarchica contro lo «Stato», ma in realtà non si trattava che della lotta del piccolo proprietario infuriato contro la dittatura del proletariato. Movimenti del genere sorsero in tutta una serie di altre province, specialmente in quella di Tambov, sotto la bandiera dei «socialrivoluzionari», mentre i cosiddetti distaccamenti di contadini «Verdi» compivano azioni in varie parti del paese. Questi ultimi non volevano riconoscere né i Rossi né i Bianchi e si mostravano diffidenti verso i partiti delle città. I «Verdi» a volte si scontravano con i Bianchi e da questi ricevevano duri colpi, ma non ebbero ovviamente quartiere dai Rossi. Proprio come la piccola borghesia dal punto di vista economico è schiacciata da un lato dal grande capitale e dall’altro dal proletariato, così i distaccamenti partigiani contadini furono polverizzati, presi fra l’Armata rossa e i Bianchi.

Solo una persona superficiale può vedere nelle bande di Machno o nella rivolta di Kronštadt una lotta fra i principi astratti dell’anarchismo e il «socialismo di Stato». In realtà questi movimenti rappresentavano convulsioni della piccola borghesia contadina, che desiderava ovviamente di liberarsi dal capitale, ma che nello stesso tempo non intendeva subordinarsi alla dittatura del proletariato. La piccola borghesia non sa che cosa vuole in realtà e non può saperlo proprio per la sua collocazione sociale. Ecco perché è assai pronta a cadere nella confusione delle proprie rivendicazioni e delle proprie speranze, ora sotto la bandiera anarchica, ora sotto quella populista, ora semplicemente con i «Verdi». Contrapponendosi al proletariato essa cercò, levando tutte queste bandiere, di far tornare indietro la ruota della rivoluzione.

IL CARATTERE CONTRO RIVOLUZIONARIO

DELL’AMMUTINAMENTO DI KRONŠTADT

Gli strati sociali e i settori politici di Kronštadt non erano ovviamente separati da compartimenti stagni. C’era ancora un certo numero di operai qualificati e di tecnici, ma anche essi, con il metodo della selezione a negativo, furono qualificati come politicamente infidi e scarsamente utilizzabili per la guerra civile. Alcuni dei «dirigenti» della sollevazione provenivano da questi elementi. Tuttavia, questa circostanza assai naturale e inevitabile a cui fanno cenno trionfalmente alcuni degli accusatori non cambia di una virgola la fisionomia antiproletaria della rivolta. A meno che non vogliamo ingannare noi stessi con parole d’ordine pretenziose, con false etichette, ecc., dobbiamo vedere che la sollevazione di Kronštadt non è stata altro che la reazione armata della piccola borghesia alle asperità della rivoluzione sociale e alla severità della dittatura del proletariato.

Era proprio questo il significato dello slogan di Kronstadt «soviet senza comunisti» di cui immediatamente si impadronirono non solo i socialrivoluzionari ma anche i liberali borghesi. Un rappresentante piuttosto lungimirante del capitale, il prof. Miljukov, comprese che togliere ai Soviet la direzione dei bolscevichi avrebbe significato in breve tempo demolire gli stessi Soviet. L’esperienza dei Soviet russi durante il dominio menscevico e socialrivoluzionario e ancor più l’esperienza dei Soviet tedeschi e austriaci sotto il dominio dei socialdemocratici, rappresentavano una prova assai evidente di questa previsione. Le direzioni mensceviche, socialrivoluzionarie e socialdemocratiche non avrebbero potuto giocare nessun ruolo a prescindere dalle «idee» dei loro partecipanti. La sollevazione di Kronštadt aveva così assunto un carattere controrivoluzionario.

Da un punto di vista classista che – senza offesa agli eclettici signori – rimane il criterio base non solo per la politica ma anche per la storia, è estremamente importante paragonare il comportamento di Kronštadt con quello di Pietrogrado in quei giorni critici. Tutto lo strato dirigente operaio era stato portato via da Pietrogrado. Nella capitale deserta regnava la fame e il freddo forse in misura maggiore che a Mosca. Un periodo eroico e tragico! Tutti erano affamati e irritabili. Tutti erano insoddisfatti. Nelle fabbriche serpeggiava il malcontento. Organizzatori clandestini dei socialrivoluzionari e ufficiali Bianchi cercarono di collegare la sollevazione militare con il movimento degli operai malcontenti. Il giornale di Kronštadt parlava di barricate a Pietrogrado, di migliaia di persone uccise. La stampa di tutto il mondo affermava le stesse cose. Ma in realtà ciò che accadeva era esattamente l’opposto. La sollevazione di Kronštadt non attrasse gli operai di Pietrogrado ma li respinse. La stratificazione procedeva lungo linee di classe; gli operai sentirono immediatamente che gli ammutinati di Kronštadt si trovavano sull’altro lato della barricata; gli operai di Pietrogrado appoggiarono quindi il potere sovietico. L’isolamento politico di Kronstadt ha costituito la causa della sua oscillazione interna e della sua sconfitta militare.

LA NEP E LA SOLLEVAZIONE DI KRONŠTADT

Victor Serge, che sembra stia cercando di produrre una specie di sintesi dell’anarchismo, del POUMismo e del marxismo, ha fatto un intervento assai infelice nel corso della polemica su Kronštadt. Secondo lui l’introduzione della NEP un anno prima avrebbe potuto impedire la sollevazione di Kronštadt. Ammettiamolo, ma si tratta sempre di un consiglio dato sulla base del senno del poi. È vero, come ricorda Victor Serge, che fin dal 1920 avevo già proposto la transizione alla NEP, ma non ero affatto sicuro del suo successo. Non nascondevo il fatto che il rimedio avrebbe potuto diventare più pericoloso della stessa malattia e quando mi trovai di fronte alla opposizione dei dirigenti del partito, non mi appellai alla base per evitare di mobilitare la piccola borghesia contro gli operai. L’esperienza dei dodici mesi che seguirono convinse il partito della necessità dell’adozione della nuova linea economica, ma la cosa da notare è che furono proprio gli anarchici di tutto il mondo che guardarono alla NEP come… un tradimento del comunismo. Ma ora gli avvocati degli anarchici ci denunciano per non aver introdotto la NEP un anno prima.

Nel 1921 più di una volta Lenin riconobbe apertamente che la difesa ostinata dei metodi del comunismo militare fatta dal partito era diventata un grave errore. Ma tutto ciò cambia le cose? Qualunque fossero le cause immediate o remote della ribellione di Kronštadt non si può negare che essa costituiva nella sua essenza un pericolo mortale per la dittatura del proletariato. Per il fatto di aver commesso un errore politico la rivoluzione proletaria avrebbe forse dovuto punirsi commettendo un suicidio?

Forse sarebbe stato sufficiente informare i marinai di Kronštadt a proposito dei decreti sulla NEP, per pacificarli? Illusione! Gli insorti non avevano un programma cosciente e non l’avrebbero potuto avere per la natura stessa della loro composizione piccolo borghese. Essi stessi non comprendevano chiaramente che ciò di cui avevano bisogno i loro padri e fratelli era innanzi tutto il libero commercio; erano scontenti e confusi, ma non vedevano nessuna via di uscita. I più coscienti, cioè gli elementi di destra che agivano dietro le quinte, volevano la restaurazione del regime borghese. Tuttavia essi non ne parlavano apertamente. L’ala «sinistra» voleva la liquidazione della disciplina, «liberi Soviet» e migliori razioni. Il regime della NEP avrebbe potuto pacificare gradualmente il contadino e, dopo di lui, i settori scontenti dell’esercito e della flotta, ma occorreva che ci fosse il tempo di farne l’espe­rienza.

L’argomento più puerile è quello che sostiene che non c’era nessuna insurrezione, che i marinai non avevano fatto minacce, che si erano «limitati» ad impadronirsi della fortezza e delle navi da guerra. Secondo questo argomento sembrerebbe che i bolscevichi avessero marciato a petto nudo sul ghiaccio contro la fortezza solo per il loro pessimo carattere e la loro tendenza a provocare artificialmente conflitti, per il loro odio contro i marinai di Kronštadt o contro la dottrina anarchica (di cui nessuno, possiamo dire di passata, si preoccupava in quei giorni). Storie! Privi di collegamento sia col tempo sia con lo spazio, i critici dilettanti cercano (diciassette anni dopo!) di insinuare che tutto sarebbe cessato con la soddisfazione generale se solo la rivoluzione avesse lasciato stare i marinai. Sfortunatamente la con­trorivoluzione mondiale non li avrebbe lasciati stare in nessun caso. La logica della lotta avrebbe dato il predominio nella fortezza agli estremisti, vale a dire agli elementi più controrivoluzionari. La mancanza di rifornimenti avrebbe fatto si che la fortezza sarebbe divenuta dipendente direttamente dalla borghesia straniera e dai suoi agenti, gli emigrati bianchi. A tale fine si stavano già facendo preparativi. In circostanze simili solo gente come gli anarchici o i Poumisti spagnoli avrebbero assunto un atteggiamento di attesa passiva nella speranza di un lieto fine. Fortunatamente i bolscevichi appartenevano a una scuola assai differente; essi considerarono loro dovere estinguere il fuoco non appena era stato appiccato e quindi ridurre al minimo il numero delle. vittime.

I « KRONŠTADTIANI » SENZA LA FORTEZZA

In sostanza i signori critici sono oppositori della dittatura del proletariato e quindi oppositori della rivoluzione, e in ciò sta il segreto. È vero che alcuni di loro, a parole, riconoscono la necessità della rivoluzione e della dittatura, ma ciò non ci aiuta a comprenderli. Essi vogliono una rivoluzione che non porti alla dittatura oppure che comporti una dittatura che se la sbrighi senza far ricorso alla forza. Naturalmente questa sarebbe una dittatura assai «piacevole», ma richiederebbe qualche piccolezza, fra cui uno sviluppo uniforme e per di più estremamente elevato delle masse lavoratrici. Ma in tali condizioni la dittatura in generale non sarebbe più necessaria. Alcuni anarchici, che in realtà sono pedagoghi liberali, sperano che in un centinaio o un migliaio di anni i lavoratori abbiano raggiunto un livello di sviluppo tale da rendere inutile la coercizione. Naturalmente se il capitalismo potesse condurre a tale sviluppo non ci sarebbe ragione di rovesciarlo, non ci sarebbe neanche necessità di una rivoluzione violenta o di una dittatura, che è la conseguenza inevitabile della vittoria rivoluzionaria. Tuttavia il capitalismo decadente dei nostri giorni lascia uno spazio assai limitato alle illusioni pacifiste-umanitarie.

La classe lavoratrice, per non parlare delle masse dei semi-operai, non è omogenea dal punto di vista sia sociale, sia politico. La lotta di classe produce una avanguardia che assorbe gli elementi migliori della classe. La rivoluzione è possibile quando l’avanguardia è capace di dirigere la maggioranza del proletariato, ma ciò non significa affatto che siano scomparse le contraddizioni in seno alle masse dei lavoratori. Al momento della punta più alta della rivoluzione queste contraddizioni sono ovviamente attenuate per apparire più tardi, in una nuova fase, in tutta la loro acutezza. Questo è il corso della rivoluzione nel suo complesso, e questo è stato il corso che ha assunto nel caso di Kronštadt. Quando i politicanti da salotto cercano di tracciare una via diversa per la rivoluzione di ottobre, con il senno del poi, possiamo limitarci a chieder loro rispettosamente di mostrarci dove e quando la pratica ha confermato, almeno parzialmente o tendenzialmente, i loro grandi principi. Dove sono i segni che ci spingono ad aspettare il trionfo di questi principi nel futuro? Ovviamente non avremo mai risposta a questo interrogativo.

La rivoluzione ha le sue leggi. Molto tempo fa abbiamo formulato quelle Lezioni dell’ ottobre2 che non hanno valore solamente per la Russia, ma anche in riferimento alla situazione internazionale. Non si è neanche cercato di proporre altre «lezioni». La rivoluzione spagnola conferma a negativo le Lezioni dell’ottobre, e i critici più severi o tacciono o si esprimono in modo equivoco. Il governo spagnolo del «fronte popolare» soffoca la rivoluzione socialista e fucila i rivoluzionari. Gli anarchici partecipano a questo governo oppure, quando ne sono esclusi, continuano ad appoggiare i fucilatori. Nel frattempo i loro alleati e avvocati all’estero si occupano della difesa… dell’ammutinamento di Kronštadt contro i duri bolscevichi. Che vergognosa commedia!

Le discussioni che si svolgono attualmente a proposito di Kronštadt girano attorno allo stesso asse di classe su cui poggiava la sollevazione di Kronštadt, in cui i settori reazionari dei marinai cercarono di rovesciare la dittatura del proletariato. Coscienti della loro impotenza nell’arena della politica rivoluzionaria di oggi, confusionari ed eclettici piccolo-borghesi cercano di servirsi dell’episodio di Kronštadt per attaccare la Quarta Internazionale, cioè il partito della rivoluzione proletaria. Questi «kronštadtiani» dell’ultim’ora saranno anch’essi schiacciati, e senza far corso alle armi, perché, fortunatamente, non possiedono fortezze.

Coyoacan, 15 gennaio 1938.

Lev Trotskij

Ancora sulla repressione a Kronštadt

Lev Trotskij

Nel mio articolo recente su Kronštadt ho cercato di porre la questione sul piano politico. Vedo ora che molti si interessano al problema della «responsabilità» personale. Souvarine, che da marxista indolente è diventato sicofante esaltato, asserisce nel suo libro su Stalin che nella mia autobiografia ho mantenuto deliberatamente il silenzio sulla ribellione di Kronštadt; si tratta di avvenimenti – dice ironicamente – di cui non ci si vanta. Ciliga, nel suo libro Il paese della menzogna e dell’enigma3, riferisce che nella soppressione di Kronštadt io avrei fucilato «più di diecimila marinai» (dubito che a quei tempi ce ne fossero tanti in tutta la flotta del Baltico). Altri critici si esprimono in questo modo: Sì, obiettivamente la ribellione aveva un carattere controrivoluzionario, ma perché Trotskij ha lanciato una tale spietata repressione nel corso della pacificazione (e – ?) anche dopo?

Non ho mai toccato questa questione e non perché abbia qualche cosa da nascondere ma, al contrario, proprio perché non avevo nulla da dire. La verità è che io personalmente non ho partecipato minimamente alla soppressione della ribellione di Kronštadt, e neanche alla repressione che ha seguito questa soppressione. Ai miei occhi questo fatto non ha nessun significato politico. Facevo parte del governo, e consideravo la soppressione della ribellione come necessaria e quindi ne porto la responsabilità. Solo entro questi limiti ho risposto finora ai miei critici, ma quando i moralisti cominciano ad attaccarmi personalmente, accusandomi di crudeltà esacerbata non richiesta dalle circostanze, penso di avere il diritto di dire: «Signori moralisti, voi state mentendo un po’».

La ribellione scoppiò durante il mio soggiorno negli Urali. Venni direttamente a Mosca per il X Congresso del partito. La decisione di sopprimere la ribellione adoperando la forza – se non si fosse riusciti a indurre la fortezza ad arrendersi prima mediante trattative di pace e poi tramite un ultimatum – questa decisione di carattere generale fu presa senza la mia partecipazione diretta; dopo che fu presa questa decisione continuai a restare a Mosca e non presi parte, sia direttamente sia indirettamente, alle operazioni militari. Per ciò che riguarda le repressioni che hanno seguito queste operazioni, erano una cosa che riguardava direttamente la Čeka.

Come mai non andai di persona a Kronštadt? La ragione era di carattere politico. La ribellione era scoppiata durante la discussione sulla cosiddetta questione «dei sindacati». Il lavoro politico a Kronštadt era interamente nelle mani del Comitato di Pietrogrado, alla testa del quale era Zinov’ev. Lo stesso Zinov’ev era il leader instancabile e appassionato nella lotta che nel corso della discussione si era scatenata contro di me. Prima della mia partenza per gli Urali mi trovai a Pietrogrado e parlai a una riunione di marinai comunisti. Lo spirito in generale di questa riunione mi diede una impressione estremamente sfavorevole. Marinai eleganti e ben nutriti, comunisti solamente di nome, mi diedero l’impressione di parassiti rispetto agli operai e agli uomini dell’ Armata rossa di quel tempo. Da parte del Comitato di Pietrogrado la campagna era condotta in modo estremamente demagogico. Il personale di comando della flotta era isolato e terrorizzato. La risoluzione di Zinov’ev ricevette forse il 90% dei voti. Ricordo di aver detto a Zinov’ev in quell’occasione: «Tutto va bene qui, fino a che non andrà male».

Dopo Zinov’ev venne con me negli Urali e qui ricevette un messaggio urgente che lo informava che a Kronštadt le cose «stavano andando assai male». La stragrande maggioranza dei marinai «comunisti» che appoggiarono la risoluzione di Zinov’ev presero parte alla ribellione. Io ritenni – e l’Ufficio politico non fece obiezioni – che le trattative con i marinai e, in caso di necessità, la loro pacificazione, dovessero essere affidate a quei dirigenti che fino a ieri avevano goduto della fiducia politica di questi stessi marinai, altrimenti i kronštadtiani avrebbero preso la questione come se io avessi voluto «vendicarmi» di loro per il voto che avevano dato contro di me durante la discussione di partito.

Giuste o no, in ogni caso erano esattamente queste le considerazioni che determinarono il mio atteggiamento, e quindi mi estraniai completamente e ostentatamente da questa questione. Per ciò che riguarda la repressione, per quanto ricordi era Dzeržinskij che ne era incaricato personalmente e un tipo come lui non poteva tollerare interferenze da chicchessia nelle sue funzioni, « e aveva assolutamente ragione».

Che ci siano o non ci siano state vittime innocenti, questo non lo so. A tale proposito mi fido di Dzeržinskij più di quanto possa fidarmi dei suoi critici tardivi. Per mancanza di dati non posso ora decidere, a posteriori, chi avrebbe dovuto essere punito e come. Le conclusioni di Victor Serge a tale proposito – conclusioni di terza mano – non hanno alcun valore per me. Sono però pronto a riconoscere che la guerra civile non è una scuola di umanesimo. Gli idealisti e i pacifisti hanno sempre accusato di «eccessi», ma il punto principale è che gli «eccessi» scaturiscono dalla natura stessa della rivolu­zione, che in sé non è altro che un «eccesso» della storia. Chi vuole può su questa base rifiutare (scrivendo qualche articolo) la rivoluzione in generale. lo non lo faccio. In questo senso mi assumo piena e completa responsabilità per la soppressione della ribellione di Kronštadt.

Coyoacan, 6 luglio 1938.

L. Trotskij

I due articoli di Lev Trotskij sono stati pubblicati in Italia per la prima volta in appendice al libro di Ida Mett, 1921: la rivolta di Kronštadt, Partisan, Roma, 1970.

Postilla. Una precisazione sull’uso politico del mito di Kronštadt

Nel gennaio 2004, nel suo intervento al convegno di Venezia sulle Foibe, Bertinotti ha parlato abbastanza a lungo di Kronštadt, usando due volte il termine “massacrare”, e mettendo sullo stesso piano due vicende e due momenti tra i quali ha fatto un amalgama che non aiuta a capire cosa era successo. Con lui ho polemizzato subito, e da uno dei testi di quel periodo ho stralciato parte di questa nota.

Distinguiamo dunque le due fasi che Bertinotti confonde.

Fase 1: quando al X Congresso del partito comunista russo, riunito tra l’8 e il 16 marzo 1921 per prendere decisioni importantissime come la NEP (Nuova Politica Economica) arrivò la notizia della rivolta dei marinai di Kronštadt, tutti i dirigenti furono presi dal panico.

Contrariamente alla leggenda anarchica (ma ripresa a man bassa da “nuova sinistra” e nostalgici dello stalinismo) quei marinai non erano gli stessi del 1917, che erano andati a formare il nerbo dell’armata rossa. Erano in maggioranza giovani reclute orgogliose del prestigio del nome delle loro navi, ma che non avevano combattuto la guerra civile, che si combatté lontano da quel forte che controllava l’accesso a Pietrogrado, e non avevano una formazione politica o tradizioni rivoluzionarie.

La molla che fece scattare l’attacco alla fortezza fu la convinzione che la rivolta fosse diretta da ufficiali legati ai bianchi, che dai porti scandinavi dove stavano navi russe sottratte al governo sovietico avevano vantato la loro influenza su quella guarnigione e preannunciato sui loro giornali una prossima insurrezione. Io ho scritto già molti anni fa che fu il panico a far credere a quello che scrivevano i fuorusciti bianchi sui loro giornali: lo stesso Lenin aveva ironizzato pochi mesi prima su di loro, che avevano annunciato decine di volte la sua morte. Fu dunque un errore credere alle millanterie dei controrivoluzionari appena sconfitti nella durissima guerra civile, che era costata milioni di morti al paese, ma se fosse stato vero?

Se veramente i controrivoluzionari avessero costituito una testa di ponte alle porte di Pietrogrado, bisognava lasciarli fare? Così il congresso sospese i suoi lavori per consentire ai delegati di partecipare all’attacco al forte, che era urgente perché il prossimo disgelo avrebbe consentito a navi nemiche di raggiungere Kronštadt.

Non fu comunque un massacro di una forza preponderante contro inermi assediati, ma una durissima battaglia che costò più cara agli assalitori che a chi li colpiva con i cannoni delle navi e di un sistema poderoso di fortezze. Nel corso di essa morirono anche molti delegati al congresso.

Un errore di valutazione dunque impose i tempi. Probabilmente al panico contribuirono anche le notizie su una vasta insurrezione contadina nel governatorato di Tambov, non meno allarmante anche se non si trovava in una posizione strategica simile alla fortezza di Kronštadt.

Se si fosse atteso qualche settimana, la notizia dell’introduzione della NEP decisa dal congresso avrebbe potuto forse disinnescare la protesta che, anche se condita con la richiesta difficilmente accettabile di “soviet senza comunisti”, aveva come contenuto fondamentale la richiesta di una liberalizzazione dei mercati contadini analoga a quella che stava per essere decisa dal congresso indipendentemente dalle loro richieste (anzi Trotskij aveva chiesto analoghe misure fin dal febbraio 1920). Secondo Robert Service c’era “un altro aspetto della rivolta di Kronštadt che Lenin volse a proprio vantaggio. La NEP non era affatto popolare tra i bolscevichi. L’ammutinamento li distolse dal dibattito sulla questione. Sebbene fosse ben determinato a reprimere i rivoltosi, Lenin intendeva introdurre le concessioni in materia di fisco e di libero commercio che aveva fatto approvare a febbraio dal Politbjuro. Il fatto che la guarnigione di Kronštadt si ribellasse proprio in quei giorni consentì a Lenin di perseguire i propri scopi all’interno del partito”. (Voce Kronštadt nel più che discutibile Dizionario del comunismo nel XX secolo, Einaudi, Torino, 2006, pp. 488-489).

Fase 2: Nei mesi successivi, senza che fosse minimamente necessario dato che il pericolo era cessato e il legame con i bianchi era risultato immaginario, e senza nessuna decisione formale del gruppo dirigente, nelle carceri di Pietrogrado ci furono ondate successive di fucilazioni di marinai detenuti. Questi sì che si possono definire “massacri”, ma sono non la conseguenza di una scelta politica, bensì la testimonianza della sempre maggiore autonomizzazione di quegli organi repressivi che avrebbero successivamente spazzato via la grande maggioranza dei dirigenti bolscevichi. Che la repressione successiva alla riconquista della fortezza sia stata sproporzionata, tra l’altro, l’avevo scritto a chiare lettere già nella prima edizione del 1986 del mio libro Intellettuali e potere in URSS (Milella, Lecce, 1986, pp. 162-163). Su questo, Trotskij nelle due lettere si era pronunciato con una formula prudente: “Che ci siano o non ci siano state vittime innocenti, questo non lo so. A tale proposito mi fido di Dzeržinskij più di quanto possa fidarmi dei suoi critici tardivi. Per mancanza di dati non posso ora decidere, a posteriori, chi avrebbe dovuto essere punito e come.” E poco prima aveva detto: “Per ciò che riguarda le repressioni che hanno seguito queste operazioni, erano una cosa che riguardava direttamente la Čeka.” Nel 1938, se si fidava ancora di quel che poteva aver fatto Dzeržinskij (che pure era morto il 20 luglio 1926 pronunciando nel comitato centrale un duro attacco alla nascente Opposizione di Sinistra e schierandosi quindi con Stalin e Bucharin), è evidente che qualche dubbio sulla Čeka del 1921, che sarebbe diventata di lì a poco il KGB, poteva averlo…

Perché si rievoca periodicamente Kronštadt?

Perché si tira in ballo così spesso Kronstadt, senza conoscerne bene la vicenda? Non vorrei che fosse un riflesso della intramontabile leggenda che attribuisce la repressione a Trotskij, una leggenda che viene sempre riproposta perché tende ad avallare la tesi che se Stalin fosse stato rimosso come proponeva il testamento di Lenin ,Trotskij avrebbe fatto lo stesso o peggio. Cioè serve a evitare di confrontarsi con le proposte di quei comunisti che fin dagli anni Venti avevano capito dove andava l’URSS.

Questa calunnia ha continuato a circolare, condita da dettagli completamente inventati che all’organizzatore dell’Armata Rossa attribuiscono particolari efferatezze durante la repressione della rivolta di Kronštadt, continuando a ignorare il piccolo particolare che Trotskij nel marzo 1921 non fu nemmeno presente a Kronštadt: Negli anni Trenta, in due lettere irritate contro il connubio tra stalinisti e anarchici, afferma di aver condiviso allora la scelta del congresso di riconquistare la fortezza, ma spiega che non vi si recò personalmente, dato che un anno prima, durante il dibattito sui sindacati, era andato nella fortezza insieme a Zinov’ev per esporre la sua posizione sui sindacati, ed era stato fortemente contestato. Per questo il coordinamento delle operazioni fu affidato proprio a Zinov’ev, che aveva da tempo una forte influenza su quei marinai e in genere a Pietrogrado.

Ma l’accusa, fatta circolare presto sottobanco anche da Stalin, viene ripresa testardamente dagli anarchici e magari anche da chi ha giustificato ben altre repressioni, dal Grande Terrore degli anni Trenta in URSS a piazza Tien Anmen. Me la sono sentita riproporre in centinaia di dibattiti, a volte dalle stesse persone a cui avevo pazientemente spiegato mesi o anni prima come erano andate le cose. Calunnia, calunnia, qualcosa resterà…

Bibliografia essenziale.

Jean-Jacques Marie, Kronštadt 1921, UTET, Torino, 2007

Israel Getzler, L’epopea di Kronštadt. 1917-1921, Einaudi, Torino, 1982

Paul Avrich, Kronštadt 1921, Oscar Mondadori, Milano, 1971

Ida Mett, 1921: la rivolta di Kronštadt, Partisan, Roma, 1970.

Le Izvestija di Kronštadt, a cura di Attilio Chitarin, Jaca Book, Milano 1970

Henry Arvon, La rivolte de Cronstadt, Complete, Bruxelles, 1980

1 W. THOMAS era un ex deputato comunista al Reichstag tedesco. Mentre faceva parte della Commissione internazionale di inchiesta sui processi di Mosca, rivolse una serie di domande a Trotskij tendenti a dimostrare che l’atteggiamento di Lenin verso i menscevichi, verso gli insorti di Kronštadt e verso le bande di Machno provava una identità di fondo fra bolscevismo e stalinismo. Trotskij rispose il 6 luglio 1937 (Writings of Leon Trotskij, Pathefinder Press, New York, 1970, p. 159).

2 Pubblicato in La rivoluzione permanente e il socialismo in un paese solo, 1924-26, Editori Riuniti, Roma, 1963.

3 A. CILIGA, Il paese della menzogna e dell’enigma, Casini Editore, Roma, 1951.

 

 

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