Lunedì 11 maggio, su invito di un gruppo di docenti e amministrativi di Ca’ Foscari, Francesca Albanese è intervenuta in una pubblica assemblea partecipata da centinaia di persone (molti studenti). Verrebbe da dire “è apparsa”, dal tifo caldissimo, un’ovazione da stadio che l’ha accolta come una star. Un tifo su cui lei stessa aveva già ironizzato con gusto – “non sono Taylor Swift” – tirando le orecchie ai suoi “fans” con l’invito a fare anziché a ti-fare.
La donna è autentica. E sa comunicare. Non ha neppure mascherato le sue indecisioni, ammettendo che le è servito del tempo e molte prove incontrovertibili per formulare l’accusa ad Israele di genocidio. E va a suo merito non aver recitato la parte dell’eroina, bensì quella dell’accusatrice che deve dire il vero perché il vero è troppo vero e turpe per poter essere taciuto.
Alle timide, se non timidissime domande che le sono state rivolte, ha dato per lo più risposte chiare, secche. Le più significative sono state quelle relative all’esistenza di una vera e propria “economia del genocidio“: un sistema internazionale, anzitutto occidentale, che coinvolge e integra centinaia di aziende, banche, fondi pensione, nell’industria sionista del genocidio. E – su nostra sollecitazione – ha rivolto un forte attacco alle imprese di stato italiane Leonardo e Eni. Abbiamo alzato la palla sotto rete, e lei non si è tirata indietro da una schiacciata alla Egonu.
Creando più di qualche imbarazzo agli accademici presenti, specie le/gli economisti, ha parlato di necro-capitalismo – una categoria forte perché associa espressamente il capitalismo alla produzione di morte, e nello stesso tempo debole, ambigua, perché può far presumere l’esistenza di un bio-capitalismo, inesistente e inesistibile (sono le tipiche formule alla Varoufakis, maestro di ambiguità e impraticabili riformismi). Tuttavia, sentir parlare di necro-capitalismo nell’aula magna di una facoltà di Economia completamente appiattita sull’apologia del capitalismo come eterno e buono stato di natura, ha fatto un certo effetto, soprattutto alle orecchie degli studenti.
Esplicita, ed efficace, è stata la Albanese nel negare che il problema sia il solo governo Netanyahu, o le sue componenti più estreme (nell’applicare il terrorismo di stato). Non ci sono governi di Israele buoni e altri cattivi; c’è uno stato di apartheid, c’è un’occupazione coloniale “in violazione costante del diritto internazionale”, c’è un genocidio da fermare. E ogni cavillosa distinzione tra questo o quell’esponente della politica israeliana, serve solo a depotenziare l’azione necessaria a mettere fine alla immane tragedia in corso.
Non ha trattato con particolari riguardi neppure l’organizzazione (l’ONU) di cui è “relatrice speciale” per la Palestina. Ha ammesso l’inefficacia delle sue infinite risoluzioni, e mostrato la viltà dei massimi esponenti di essa nel (non) difenderla dalle accuse di anti-semitismo. Sicché l’insieme dei suoi interventi è risultato un invito all’azione diretta, senza deleghe a istituzioni e governi, neppure al mitico (per i ciechi volontari) governo di Pedro Sanchez che l’ha appena insignita dell’Ordine del Merito Civile. E con più di una stoccata al governo italiano, anche per l’allestimento della legge che equipara antisionismo ad antisemitismo. Trascinata dalla sua stessa eloquenza e dal calore del pubblico (dei fans), si è spinta a dire: “non sono tempi normali, questi, sono tempi di rivoluzione”… Ohi!
Aveva promesso di parlare di “genocidi, complicità degli stati e torture” sistematiche ai danni dei prigionieri palestinesi, della “Nakba senza fine”, e l’ha fatto, senza particolare diplomazia nei confronti di chi l’ha invitata. Onore al… Merito Civile.
Eravamo presenti, e – oltre che con un fittissimo volantinaggio per il 16 maggio a Milano, lo sciopero del 29 maggio, e un’iniziativa cittadina a Marghera il 31 maggio – siamo intervenuti nel dibattito. Con un ringraziamento perché ha sdoganato, dal podio di una funzione istituzionale, temi e tesi che, da internazionalisti militanti, sosteniamo da alcuni decenni da posizioni maledettamente minoritarie. Questa amplificazione conta, ci aiuta, meglio: ci può aiutare, a condizione di restare quelle/i che siamo, incuranti delle difficoltà che toccano a chi apre la strada, anticipa i tempi, incita a fare il passo ulteriore, e ad andare fino in fondo.
Lo siamo stati con un paio di domande ultronee : non è forse venuto il momento di mettere in discussione l’esistenza stessa dello stato di Israele, in quanto stato coloniale, e la relativa decisione dell’ONU del 29 novembre 1947 (la risoluzione 181) in quanto decisione colonialista? (*) E il diritto internazionale, che quella decisione ha legittimato, e Lei difende, non è forse il diritto di chi ha più potere, più soldi, più armi, un diritto intrinsecamente storto? non è forse il diritto della disuguaglianza tra stati, nazioni e popoli, il diritto del colonialismo?
A questo punto, l’oratrice brillante e sicura di sé si è improvvisamente incartata. Invitandoci ad occuparci del presente (non poteva sapere che lo facciamo 24 ore su 24) più che del passato. Come se il presente genocidio non fosse scritto interamente nel passato: la Nakba senza fine, appunto. La Nakba storica non inizia forse immediatamente dopo l’accettazione da parte dell’ONU della proposta sionista di spartizione della Palestina contrapposta all’idea, bocciata dall’ONU, di stato bi-nazionale? (**)
Preoccupata di essere andata troppo oltre, nelle battute conclusive Francesca Albanese ha presentato la Costituzione italiana come il vero presidio dei diritti umani universali… e qui è il caso di chiudere, perché non poteva esserci una conclusione più infondata e contraddittoria di questa.
Passare dalla denuncia del pieno sostegno all’economia del genocidio da parte delle grandi imprese di stato italiane; passare dalla denuncia delle leggi repressive del governo italiano contro il movimento per la Palestina approvate dal Parlamento italiano e della complicità delle università italiane con il genocidio (“non dovete firmare più nessun accordo di collaborazione con le università israeliane, perché sono tutt’uno con l’industria bellica”); insomma, passare dalla denuncia di tutto il sistema-Italia allo sventolamento di una bandiera del sistema-Italia sempre più consunta qual è la Costituzione italiana, peraltro revisionata (***), ha fatto emergere il limite insuperabile di una critica del genocidio, dello stato di Israele, dell’economia dello sterminio, che resta entro i confini del “diritto internazionale” senza andare alla radice delle cose.
E la radice passata-e-presente della irrisolta “questione palestinese” è il colonialismo occidentale e sionista; non quello di oggi, quello di sempre, il colonialismo capitalistico, imperialista da cui è nato lo stato di Israele. E ad un livello più profondo, è il capitalismo in quanto tale, che del colonialismo e del neo-colonialismo non può fare a meno.
Ideologia? No, una montagna di fatti, una storia infinita. A cui mettere davvero fine, senza fermarsi a metà, e neppure a tre quarti. Ma questo non lo chiederemo alla brava relatrice speciale dell’ONU sulle violazioni dei diritti umani nei territori palestinesi occupati, Francesca Albanese.
============
(*) La domanda, evidentemente, era rivolta – attraverso lei – all’uditorio. Spesso si coglie solo il dato più clamoroso: con la risoluzione 181 del 29 novembre 1947 l’ONU concede a circa 600.000 ebrei oltre il 56% del territorio della Palestina, mentre alla popolazione arabo-palestinese composta di 1.300.000 unità è assegnato il 42% – restando Gerusalemme sotto amministrazione speciale internazionale. Ma questo è solo l’aspetto di superficie: perché è la nascita stessa di uno stato di coloni oppressori della popolazione autoctona che ha l’imprinting inequivocabile del colonialismo, con dentro di sé tutto l’espansionismo tipico dei colonialismi di insediamento. Del resto, il futuro premio Nobel per la pace 1978 Menachem Begin, allora comandante della formazione terroristica Irgun, fu da subito esplicito: “La divisione della Palestina è illegale. Non sarà mai riconosciuta. Gerusalemme fu e sarà sempre la nostra capitale. La Grande Israele sarà ristabilita per il popolo di Israele. Tutta. E per sempre.” La divisione formale della Palestina era soltanto il primo passo, meramente tattico, per la realizzazione della “grande Israele”. Ovvero: Ben Gurion e Begin, due facce della stessa medaglia, come lo sono stati in seguito Shimon Peres e Ariel Sharon.
(**) L’operazione di pulizia etnica su grande scala e di massacri indiscriminati che portò all’espulsione di circa 800.000 palestinesi dalla propria terra inizia, da parte delle forze armate dell’Haganà e delle altre bande sioniste, nel dicembre 1947, e raggiunge il suo apice nel giugno-settembre 1948. Si può dire quel che si vuole, i fatti provano che la risoluzione 181 (di fine novembre 1947) fu il “via libera” dato dai “potenti della terra” di allora (USA, URSS, Regno Unito) all’espulsione in massa dei palestinesi dalla Palestina.
(***) Una giurista competente come l’Albanese dovrebbe sapere che la Costituzione italiana, liberal-democratica nel suo impianto (come la definì Lelio Basso), che nei suoi articoli-cardine 41 e 42 riconosce e tutela “l’iniziativa economica privata” e la proprietà privata dei mezzi di produzione, sebbene prometta di contemperare tutto ciò con la “utilità sociale” e un catalogo dei diritti dei lavoratori, ha subìto almeno due pesanti modifiche in senso schiettamente liberal-liberista: nel 2001 con l’introduzione del principio di sussidiarietà che pone l’intervento pubblico in subordine e a favore dell’iniziativa privata capitalistica; nel 2012 con l’introduzione dell’obbligo del pareggio di bilancio – modifiche che costituiscono, come ha scritto Luigi Ficarra dei Giuristi democratici, delle “barriere di ferro” legali poste in Costituzione alla effettività degli articoli 3 e simili. Verrebbe da chiedere a quali guerre abbia impedito la partecipazione dell’Italia dal 1948 ad oggi l’art. 11 della Costituzione, e quale sia il significato dell’art. 75 che sottrae al referendum popolare le materie tributarie e i trattati internazionali (tipo quello che istituì la NATO)… ma lasciamo stare.
DA: https://pungolorosso.com/2026/05/13/a-confronto-diretto-con-francesca-albanese/
Scopri di più da Brescia Anticapitalista
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.