A lungo una pietra miliare dell’economia a basso salario di Israele, i palestinesi di Cisgior-

dania e Gaza sono stati tagliati fuori dal 7 ottobre – rimpiazzati da un afflusso di lavoratori

migranti in condizioni di estrema precarietà.

Di Charlotte Ritz-Jack e Dana Mills, 6 maggio 2026

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Il portellone posteriore di un camion della nettezza urbana si apre lentamente. Dentro circa

70 uomini palestinesi sono stipati gli uni contro gli altri, i loro occhi faticano ad abituarsi

alla luce dopo quello che sembra essere stato un viaggio soffocante. Schermano i loro oc-

chi quando le torce illuminano i loro volti. Gli agenti della polizia israeliana puntano i fucili

su di loro a distanza ravvicinata e gridano ordini, facendo istintivamente alzare le mani ad

alcuni di loro. Ad uno ad uno sono fatti scendere dal camion, con un braccio costretto die-

tro la schiena, e portati via in stato di fermo.

Il video (1) di circa 10 minuti diffuso il 13 aprile dalla polizia israeliana, poco tempo dopo

che il veicolo fosse stato intercettato sull’autostrada che unisce l’area metropolitana di Tel

Aviv e la Cisgiordania occupata, cattura gli strascichi di un tentativo di ingresso in Israele

di lavoratori palestinesi senza permesso. Trattati come se fossero pericolosi terroristi, que-

sti uomini volevano solamente guadagnarsi da vivere in modo da poter provvedere alle

loro famiglie.

Per decenni il lavoro in settori a basso salario (2) in Israele – particolarmente nelle costru-

zioni, nell’agricoltura e in altri tipi di lavoro manuale – è stato una fonte fondamentale di so-

stentamento per i palestinesi nei territori occupati, dove il soffocamento dell’economia (3)

da parte di Israele, mantiene i salari bassi e la disoccupazione alta. Prima del 7 ottobre

2023 questi lavoratori immettevano nei mercati locali una cifra stimata di 380 milioni di

USD al mese. In diverse città della Cisgiordania, più del 90% degli uomini dipendeva da

lavori (4) all’interno di Israele.

Oggi queste opportunità sono praticamente scomparse (5). Dopo il 7 ottobre, a oltre

200.000 palestinesi della Cisgiordania. e di Gaza – compresi 150.000 possessori di per-

messo dalla Cisgiordania, circa 50.000 che lavorano senza permesso, e 18.500 da Gaza –

veniva vietato (6) l’ingresso in Israele, apparentemente per “ragioni di sicurezza”.

In effetti, la guerra di Gaza ha fornito allo stato di Israele la spinta necessaria per ridurre

significativamente la propria storica dipendenza dalla manodopera palestinese, segnando

un decisivo cambiamento nel decennale vecchio equilibrio (7) tra l’imperativo ideologico di

escludere i lavoratori palestinesi e il loro ruolo essenziale nello sviluppo economico di

Israele.

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1Un equilibrio precario

“Prima della guerra, l’inserimenti dei lavoratori palestinesi nel mercato del lavoro era un in-

teresse economico di Israele” ha detto a +972 Maayan Niezna, esperta giuridica che ana-

lizza l’uso da parte di Israele della manodopera migrante. “Ma era anche parte del proget-

to politico dell’occupazione, creando dipendenza e, al tempo stesso, ‘contenendo’ il rischio

di resistenza fornendo un certo livello di stabilità economica”.

Per questo scopo, quando Israele cominciò l’occupazione militare della Cisgiordania e di

Gaza nel 1967, iniziò subito a concedere permessi ai palestinesi che volevano lavorare

all’interno di Israele – avviando una politica che è stata definita (8) “inclusione controllata”.

Tra il 1968 e il 1973 il numero dei palestinesi che lavoravano all’interno di Israele è cre-

sciuto (9) più del 38% all’anno. In risposta alla Prima Intifada che cominciò alla fine degli

anni ’80, tuttavia, Israele impose un regime restrittivo di permessi che limitava l’accesso

dei palestinesi al proprio mercato del lavoro, e cominciò a sostituire quei lavoratori con una

forza lavoro migrante.

Braccianti tailandesi ricoprivano lavori agricoli, mentre lavoratori cinesi e indiani venivano

ingaggiati per l’edilizia e i filippini per l’assistenza. Nel 2000, quando la Seconda Intifada

esplose, approssimativamente 240.000 lavoratori migranti, sia regolari, sia irregolari, costi-

tuivano circa il 10 per cento della forza lavoro di Israele.

Ma l’economia andava a rilento: nel 2002 ebbe il peggior risultato annuale dal 1953. Con il

suprematismo e il razzismo ebraici che divengono sempre più manifesti nella politica

israeliana, il governo cominciò a usare i lavoratori immigrati come capri espiatori (11) per

la recessione, accusandoli quali colpevoli dell’aumento della disoccupazione e “di minare

la natura ebraica dello stato con i matrimoni misti”.

Nel 2002, l’allora primo ministro Ariel Sharon lanciò (12) una campagna di deportazione di

massa contro i lavoratori migranti. Le autorità hanno addestrato informatori (13) che hanno

lasciato segnali visibili sulle porte dei lavoratori stranieri nel tentativo di frammentare inten-

zionalmente le comunità di migranti. Circa 40.000 persone furono deportate (14), e quasi il

doppio è stato costretto, con intimidazioni, ad andarsene (15) di propria volontà.

Gli anni 2010 e i primi anni 2020 hanno visto Israele progressivamente riaprire nuovamen-

te i propri confini ai (16) lavoratori stranieri – particolarmente nei settori dell’agricoltura, del-

le costruzioni e dell’assistenza domestica. Nei primi due settori, i lavoratori stranieri hanno

attivamente rimpiazzato i lavoratori palestinesi, mentre nell’ultimo si è creata una nuova

nicchia (le quote governative hanno fissato il numero dei lavoratori stranieri nell’agricoltura

e nelle costruzioni a circa 30.000 per settore, mentre per l’assistenza domestica non è sta-

to fissato un limite).

Sebbene l’occupazione dei palestinesi in Israele abbia continuato ad aumentare negli anni

precedenti al 7 ottobre — con oltre il 20% dei palestinesi nei territori occupati impiegati in

Israele nel 2022, rispetto al 13% del 2020 — il loro impiego è rimasto fortemente controlla-

to: concentrato in settori di basso livello, dipendente da sistemi di permessi incerti e dalla

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2garanzia dei datori di lavoro, e spesso informale o non regolamentato, con scarse possibi-

lità di tutela contro lo sfruttamento.

E poi è arrivato il 7 ottobre. Quasi dall’oggi al domani, centinaia di migliaia di lavoratori pa-

lestinesi hanno perso il lavoro a causa della revoca (19) dei loro permessi di ingresso. Mi-

gliaia di abitanti di Gaza, un tempo colonna portante di questa forza lavoro, sono stati arre-

stati o sono rimasti bloccati (20) in Cisgiordania. Nei mesi successivi, l’edilizia residenziale

in Israele ha subito un calo (21) del 95 per cento, mentre la produzione agricola è diminui-

ta (22) dell’80 per cento.

Le “preoccupazioni in materia di sicurezza” avanzate da Israele per giustificare questa mi-

sura — secondo cui i lavoratori potrebbero approfittare del loro accesso per aiutare Ha-

mas nel conflitto — non reggono a un esame approfondito. Ricerche condotte da istituzioni

legate agli stessi apparati di sicurezza israeliani, come l’Istituto per gli studi sulla sicurezza

nazionale (INSS), indicano (23) che i lavoratori palestinesi in possesso di permesso non

sono quasi mai coinvolti in attività militanti, nemmeno il 7 ottobre.

“È una forma di punizione collettiva”, ha affermato Niezna. “Vietare l’accesso ai lavoratori

palestinesi non ha alcun senso dal punto di vista della sicurezza; ha senso solo nell’ambito

di un progetto politico di occupazione e annessione”. Sullo sfondo delle violenze dei coloni

in Cisgiordania e del genocidio a Gaza, ha spiegato Niezna, l’indebolimento dell’economia

palestinese mira a soffocare gli ultimi barlumi di autosufficienza e autonomia politica dei

palestinesi.

I migranti vengono accolti come lavoratori, non come esseri umani

Sebbene gli sforzi volti a porre fine alla dipendenza dalla manodopera palestinese risalga-

no a ben prima dell’attuale governo israeliano, il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich è

emerso come figura centrale nell’accelerazione di questo processo. Con il pretesto della

guerra, il suo ministero ha accelerato l’attuazione di riforme neoliberiste del lavoro, indebo-

lendo le normative e scaricando i costi più gravosi sui lavoratori migranti e sui pochi lavo-

ratori palestinesi rimasti, che hanno minore accesso alle tutele legali e sociali contro gli

abusi.

“Abbiamo ridotto la burocrazia”” si è vantato Smotrich in un annuncio (24) del 2024 volto a

promuovere politiche volte ad ampliare il reclutamento di manodopera straniera. “[Abbia-

mo] fatto entrare nel Paese oltre 20.000 lavoratori stranieri dall’inizio della guerra di Gaza”.

Lo stesso annuncio illustrava i piani per l’assunzione di circa 65.000 lavoratori provenienti

dall’India, dallo Sri Lanka e dall’Uzbekistan attraverso nuovi centri di reclutamento nelle

principali città, con trattative in corso per portare tale cifra fino a 80.000. Secondo l’orga-

nizzazione per i diritti dei lavoratori Kav LaOved, attualmente in Israele sono impiegati cir-

ca 270.000 lavoratori migranti.

Le conseguenze di questo cambiamento sono state devastanti (25) per i lavoratori palesti-

nesi. Gli 8.000 permessi rilasciati nel 2025 per lavorare all’interno di Israele rappresentano

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3solo una minima parte di quanto occorra per mantenere a galla l’economia della Cisgiorda-

nia, nonostante oltre 10.000 palestinesi continuino a lavorare negli insediamenti. Senza

poter contare sui salari israeliani, intere famiglie hanno perso la loro unica fonte di reddito

e si trovano ormai sull’orlo del baratro.

“I lavoratori palestinesi si trovano ad affrontare una vera e propria indigenza”, ha affermato

Yael Berda, sociologa dell’Università Ebraica di Gerusalemme che ha scritto molto sul la-

voro palestinese nel quadro del regime dei permessi israeliano. (26) “Non hanno nemme-

no cibo a sufficienza sulla tavola: è una situazione davvero estrema”.

In questa situazione di vuoto normativo, molti lavoratori palestinesi corrono gravi rischi per

provvedere alle proprie famiglie. Si stima che circa 10.000 palestinesi (27) lavorino in

Israele senza permesso, una cifra che sarebbe probabilmente più alta se non fosse per

l’effetto deterrente rappresentato dai diffusi abusi all’interno delle carceri israeliane (28).

I lavoratori palestinesi, pur essendo senza dubbio i più colpiti, non sono gli unici a vedere

compromessa la propria sopravvivenza economica negli ultimi anni. Lo stato di guerra per-

manente in cui versa Israele ha fatto salire (29) la disoccupazione tra la propria popolazio-

ne a quasi il 10%. Nel contempo, i sistemi di indennizzo previsti dal governo si sono spo-

stati dalla tutela salariale verso i congedi non retribuiti (30), compromettendo l’accumulo

dei contributi pensionistici e lasciando molti senza un reddito stabile.

Questi cambiamenti sono stati accompagnati da bilanci improntati all’austerità e da un cre-

scente scontro con i sindacati, compresi i tentativi di impedire (31) le azioni di sciopero. I

tribunali israeliani si sono schierati (32) sempre più spesso dalla parte del governo, ordi-

nando talvolta ai lavoratori di tornare al lavoro anche mentre erano in corso attacchi missi-

listici. Di conseguenza, i lavoratori a basso reddito di ogni settore fanno fatica ad arrivare a

fine mese, con scarso potere contrattuale.

Per i lavoratori migranti e i palestinesi, i rischi sono ancora maggiori: la minaccia di espul-

sione o di revoca del permesso offre ai datori di lavoro un notevole potere di leva per sfrut-

tare la manodopera. “Questi lavoratori possono sindacalizzarsi”, ha affermato Yaniv Bar

Ilan, portavoce del sindacato israeliano Koach LaOvdim. “Ma poiché si trovano in una po-

sizione molto precaria — non possono lamentarsi per paura di ritorsioni e spesso non co-

noscono i propri diritti — i tentativi in tal senso rimangono limitati”.

Sebbene sulla carta i diritti dei lavoratori siano gli stessi sia per i lavoratori israeliani che

per quelli migranti, “si notano evidenti differenze nel modo in cui vengono applicate le nor-

me di sicurezza e le misure di tutela”, ha spiegato Yahel Kurlander, sociologa che studia il

lavoro agricolo migrante in Israele. In media, i lavoratori migranti nel settore agricolo israe-

liano ricevono (33) solo circa il 70% della retribuzione loro spettante per legge.

Queste disuguaglianze sono ulteriormente aggravate in tempo di guerra. L’accesso ai rifu-

gi antiaerei e ad altre misure di sicurezza è spesso lasciato alla discrezione dei datori di la-

voro, nonostante i rischi accresciuti — in particolare nel settore agricolo, dove il lavoro si

svolge spesso in zone di confine instabili. Lo Stato ha in gran parte omesso di fornire una

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4formazione o indicazioni di base in materia di sicurezza, lasciando i lavoratori privi anche

della minima conoscenza dei protocolli di emergenza.

Le conseguenze sono state catastrofiche. Durante gli attacchi del 7 ottobre, 22 lavoratori

thailandesi sono stati presi in ostaggio (34) e 32 sono stati uccisi. Dall’inizio della guerra

tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran, alla fine di febbraio, almeno tre lavoratori migranti

sono stati uccisi in attacchi missilistici. Eppure la difficile situazione di questi lavoratori ha

ricevuto scarsa attenzione da parte dell’opinione pubblica, il che riflette il loro status nella

società israeliana: indispensabili per l’economia, ma resi invisibili.

A due anni e mezzo dall’inizio della guerra a Gaza, “non ci sono ancora istruzioni per gli

operatori dell’assistenza domiciliare su come comportarsi in caso di allarme”, ha affermato

Kurlander. “I migranti vengono ammessi in Israele solo come lavoratori, non come esseri

umani”.

La situazione potrebbe ribaltarsi

In Israele, proprio come nel sistema della kafala (35) in vigore nei Paesi del Golfo, i visti

(per i migranti) e i permessi (per i palestinesi) sono generalmente legati al datore di lavoro.

Ai lavoratori migranti vengono solitamente rilasciati visti quinquennali garantiti dai datori di

lavoro, i quali sono tenuti per legge (36) a fornire un alloggio, agevolare l’apertura di conti

bancari e garantire un numero sufficiente di ore di riposo settimanali. Inoltre, spesso con-

traggono prestiti (37) per finanziare il loro viaggio, rimanendo vincolati a debiti di migliaia di

dollari che richiedono mesi o anni di stipendio per essere ripagati.

In pratica, questa dipendenza rende i lavoratori estremamente vulnerabili e, anche quando

i loro diritti sono formalmente uguali a quelli dei cittadini israeliani, l’applicazione delle nor-

me risulta disomogenea. Un rapporto del 2014 redatto da Kav LaOved ha rilevato (38) che

i lavoratori agricoli denunciavano regolarmente di essere esposti ai pesticidi senza ade-

guate protezioni o formazione, di subire trattenute salariali, di soffrire la fame e di vivere in

alloggi inadatti all’abitazione umana. Inoltre, i datori di lavoro spesso non aprivano conti

bancari per i lavoratori, come previsto dalla legge.

Senza l’intervento del governo, questi abusi sono diventati il nuovo status quo. Come sot-

tolinea il rapporto, “il settore agricolo israeliano è diventato dipendente da salari illegal-

mente bassi”, avvertendo che “l’applicazione della legge senza una qualche forma di in-

dennizzo per gli agricoltori potrebbe causare gravi danni al settore”. Queste violazioni

comportano perdite annuali pari a 500 milioni di shekel israeliani per i lavoratori.

Le recenti dinamiche belliche hanno messo in evidenza questo cambiamento. L’uccisione

di tre lavoratori migranti in Israele da parte di missili iraniani durante l’ultima escalation si

aggiunge a vittime simili nei paesi del Golfo (39), mettendo in luce i parallelismi tra il mo-

dello occupazionale israeliano e quello delle economie più dipendenti dall’immigrazione

(40).

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5Sebbene i lavoratori migranti rappresentino una quota minima della forza lavoro israeliana

— circa il 7-15 per cento (41), rispetto al 90 per cento degli Emirati Arabi Uniti — il sistema

presenta una caratteristica fondamentale comune: la dipendenza dei lavoratori dalla volon-

tà dei datori di lavoro e dello Stato. Ciò rende i lavoratori facilmente sostituibili, consenten-

do cambiamenti radicali e rapidi nel mercato del lavoro — come si è visto dopo il 7 ottobre,

quando la manodopera palestinese è stata rapidamente ridotta e sostituita con lavoratori

migranti.

Tuttavia, è ancora troppo presto per dire se questa esclusione dei lavoratori palestinesi se-

gni un cambiamento duraturo. Con la stessa rapidità con cui Israele ha sostituito la mano-

dopera palestinese con lavoratori migranti, potrebbe decidere di fare il contrario qualora le

condizioni politiche ed economiche dovessero cambiare. “È come un pendolo”, ha affer-

mato Niezna. “Potrebbe oscillare nella direzione opposta”

L’erosione delle tutele dei lavoratori non si è limitata ai migranti: in tutto il mercato del lavo-

ro, sia i lavoratori israeliani che quelli palestinesi e stranieri a basso salario hanno visto

peggiorare le proprie condizioni a causa della deregolamentazione del lavoro migrante..

Eppure, nonostante i loro destini siano profondamente intrecciati, l’elevata disoccupazione

e le condizioni di precarietà hanno compromesso la possibilità di una solidarietà interetni-

ca. In settori come l’edilizia e l’agricoltura, i lavoratori palestinesi sono stati spesso descritti

come concorrenti della manodopera israeliana, mentre i lavoratori migranti vengono talvol-

ta dipinti come un elemento di destabilizzazione per entrambi.

Dopo la Prima Intifada, ad esempio, il revival delle campagne a favore della “manodopera

ebraica” — rese popolari per la prima volta durante le prime fasi dell’immigrazione sionista

in Palestina — ha spinto le aziende a evitare di assumere lavoratori palestinesi, che consi-

deravano responsabili della riduzione dei salari e della sostituzione dei lavoratori israeliani.

Tali narrazioni oscurano il ruolo delle politiche neoliberiste di Israele nell’abbassamento dei

salari e delle tutele, alimentando al contempo il discorso popolare razzista che addita

come capri espiatori i palestinesi e i lavoratori migranti.

“Ho sentito alcuni riferirsi ai lavoratori migranti come a dei “crumiri””, ha dichiarato a +972

Matan Kaminer, professore di antropologia nel Regno Unito che studia il lavoro migrante in

Israele. Pur essendo stati fatti arrivare per sostituire i palestinesi nei lavori a basso salario,

egli respinge questa interpretazione. “Lo Stato israeliano si basa sull’idea della suprema-

zia ebraica, e queste persone vengono utilizzate per fini politici ed economici che in realtà

non hanno nulla a che vedere con ciò che loro stessi pensano della situazione”.

“Un immaginario davvero progressista e decoloniale immagina un futuro in cui tutti coloro

che vivono nel Paese godano di pari diritti”, ha proseguito. “Va oltre il nazionalismo e per-

sino il binazionalismo come unica frontiera possibile”.

originale in inglese su: https://www.972mag.com/israel-palestinians-migrant-workers-labor-

force/

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6Note:

(1) Elisha Ben Kimon, Disturbing footage: More than 60 Palestinians found packed inside

a garbage truck. Ynet global, 14-4-2026, https://www.ynetnews.com/article/skx7aacnzx La

realtà supera sempre la fantasia, la scena è inimmaginabile. (ndt)

(2) Basel Adra, They should have been lawyers. Instead they’re at Israeli construction

sites, +972, 7-11-2021, https://www.972mag.com/palestinian-employment-construction-

israel/

(3) Bethan McKernan, Sufian Taha, ‘No one has any money’: Israel’s restrictions stifle

West Bank economy, The Guardian, 23-8-2024.

economy

(4) Isabelle Mandraud, The tragedy of Palestinian construction workers, banned from

Israel, Le Monde, 24-10-2025.

construction-workers-banned-from-israel_6746729_368.html

(5) Haitham S., In the West Bank, Palestinian unemployment is now Israeli policy, +972,

21-1-2025. https://www.972mag.com/west-bank-unemployment-permits-israel/

(6) Steven Scheer, Ari Rabinovitch, Ali Sawafta, Loss of Palestinian workers at Israeli

building sites leaves hole on both sides, Reuters, 22-3-2024.

leaves-hole-both-sides-2024-03-21/

(7) Jonathan Shamir, Between Exclusion and Exploitation, Jewish Currents, 20-3-2024.

(8) Ihab Maharmeh, Israel’s Exploitation of Palestinian Labor: A Strategy of Erasure, Al-

Shabaka, 5-1-2025. https://al-shabaka.org/briefs/israels-exploitation-of-palestinian-labor-a-

strategy-of-erasure/

(9) Wael Alhersh, Palestinian Labor in Israel, A Fluctuating Market Subject to Israel’s

Interests, Interactive Encyclopedia of the Palestine Question, s.d.

(10) Sarah S. Willen, Perspectives on labour migration in Israel, Revue Européenne des

Migrations Internationales, vol.19, nr. 3, 2003. https://journals.openedition.org/remi/2691

(11) Kav La’Oved, Immigration administration or expulsion unit?, Hotline for Migrant

Workers, Maggio 2023.

_Police_May_2003_Eng.pdf

(12) Ruth Sinai, Police Get Green Light to Deport 50,000 Illegal Foreign Workers, Haaretz,

23-7-2002. https://www.haaretz.com/2002-07-23/ty-article/police-get-green-light-to-

deport-50-000-illegal-foreign-workers/0000017f-db07-dee4-a9ff-ff77e46a0000

(13) Christine Buckley, Anthropologist Chronicles a Nation’s Deportation Campaign,

UConn Today, 26-8-2019. https://today.uconn.edu/2019/08/anthropologist-chronicles-

nations-deportation-campaign/

(14) Martha Kruger, Strangers in a strange land: international migration in Israel, Global

Migration Perspectives, n. 25, gennaio 2025.

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7(15) Ruth Sinai, 100,000 Foreign Workers Have Left Israel in Past Year, Haaretz, 20-4-

2004. https://www.haaretz.com/2004-04-20/ty-article/100-000-foreign-workers-have-left-

israel-in-past-year/0000017f-df16-df7c-a5ff-df7e56300000

(16) Rebeca Raijman, A Warm Welcome for Some: Israel Embraces Immigration of Jewish

Diaspora, Sharply Restricts Labor Migrants and Asylum Seekers, Migration Information

Source, 5-6-2020. https://www.migrationpolicy.org/article/israel-law-of-return-asylum-

labor-migration

(17) Rebeca Raijman, … (cit.)

(18) AA.VV., Impact of the COVID-19 Pandemic on the Labour Market in the Occupied

Palestinian Territory, ILO, settembre 2020. https://www.ilo.org/publications/impact-

covid-19-pandemic-labour-market-occupied-palestinian-territory

(19) Gianluca Pacchiani, West Bank Palestinian laborers in despair after eight months

without jobs in Israel, The Times of Israel, 22-6-2024 https://www.timesofisrael.com/west-

bank-palestinian-laborers-in-despair-after-eight-months-without-jobs-in-israel/

(20) Fatima AbdulKarim, Gazan patients and workers still stranded in West Bank four

months on, +972, 23-2-2024. https://www.972mag.com/gaza-patients-workers-permits-

west-bank/

(21) Reuters, Red. di ToI, Shortage of Palestinian workers at Israeli building sites leaves

hole on both sides, The Times of Israel, 4-4-2024. https://www.timesofisrael.com/shortage-

of-palestinian-workers-at-israeli-building-sites-leaves-hole-on-both-sides/

(22) Veronica Neifakh/The Media Line, Israeli farms face dire straits since Oct. 7, see 80%

drop in produce output, The Jerusalem Post, 20-6-2024. https://www.jpost.com/israel-

news/article-807064

(23) Esteban Klor, Is There a Connection Between Palestinian Workers in Israel and

Terrorist Attacks Within the Green Line?, Institute for National Security Studies, 17-6-2024.

(24) Redazionale, Israel creates plan to bring in more foreign workers in place of

Palestinians, The Jerusalem Post, 11-8-2024. https://www.jpost.com/business-and-

innovation/all-news/article-814302

(25) ILO warns of deepening employment and livelihood crisis in the West Bank due to

two-year war in Gaza, ILO, 27-10-2025. https://www.972mag.com/israel-palestinians-

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(26) Yael Berda, The permit regime is Oslo’s enduring legacy. It must be abolished, +972,

21-9-2023. https://www.972mag.com/permit-regime-oslo-accords-separation/

(27) AP e Redazione, Misery deepens in West Bank amid dearth of permits to work in

Israel, The Times of Israel, 10-2-2026. https://www.timesofisrael.com/misery-deepens-in-

west-bank-amid-dearth-of-permits-to-work-in-israel/

(28) Lee Mordechai, Liat Kozma, ‘I cannot help my clients’: The impossible task of

representing Palestinian detainees, +972, 27-1-2026. https://www.972mag.com/israeli-

prisons-lawyers-palestinian-detainees/

(29) Michael Debowy, Gil Epstein, Avi Weiss, The Labor Market in Israel in 2024 in the

Shadow of War, Taub Center, dicembre 2024.

(30) Adi Marcus, Lion’s Roar compensation framework leaves the most vulnerable at risk,

Histadrut, 23-3-2026. https://global.histadrut.org.il/news/lions-roar-compensation-

framework-leaves-the-most-vulnurable-at-risk/

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8(31) Eliav Breuer, Legal disputes reach courts as Histadrut threatens to extend strike, The

Jerusalem Post, 2-9-2024. https://www.jpost.com/israel-news/article-817364

(32) EPSU, Israel: Histadrut general strike halted by the court, settembre 2024.

no16/israel-histadrut-general-strike

(33) Koach LaOvdim, Migrant Workers in the Agricultural Sector: Noticeable Patterns and

Inadequacies in Their Work Arrangements, gennaio 2014. https://kavlaoved.org.il/en/wp-

content/uploads/sites/3/2014/04/Foreign-Workers-in-the-Agricultural-Sector-Policy-

Paper-10.02.14.pdf

(34) Elaine Pearson, Asian Migrant Workers Victims of Hamas-led Attacks, Human Rights

Watch, 3-11-2023 https://www.hrw.org/news/2023/11/03/asian-migrant-workers-victims-

hamas-led-attacks

(35) Katie McQue, ‘Every day I cry’: 50 women talk about life as a domestic worker under

the Gulf’s kafala system, The Guardian, 25-4-2024. https://www.theguardian.com/global-

development/2024/apr/25/kafala-labour-system-gulf-women-talk-about-life-as-a-domestic-

worker-in-the-gulf

(36) Kav LaOved, Migrant Agricultural Workers’ Rights Handbook, gennaio 2019.

(37) Kav LaOved, Spare Parts. Supply and Exploitation of Migrant Workers in Israel During

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