Non mi piace ripubblicare articoli usciti sul nostro sito nazionale, ma visto che, almeno una parte dei nostri lettori non legge il sito nazionale, credo utile rompere la regola. Anche perché l’Ungheria di oggi è anche il frutto della sconfitta proletaria di 60 anni fa. E perché la nostra flebile voce (60 anni fa ancor più controcorrente, visto che borghesia e stalinismo, coi loro potenti mezzi, unanimemente dipingevano la rivoluzione dei Consigli Operai come una rivolta reazionaria antisocialista) è ancor oggi una delle poche testimonianze alternative alla vulgata diffusa dai due poteri controrivoluzionari (uno ancor più potente di allora, mentre l’altro sopravvive a se stesso in pagliacci che sarebbero comici, se non continuassero a fare danni, come il tiranno nordcoreano).

Flavio

“Difendiamo, foss’anche al prezzo della vita, le nostre fabbriche e la nostra patria contro tutti i tentativi di restaurazione capitalista. La classe operaia rivoluzionaria considera le fabbriche e la terra come proprietà del popolo lavoratore. Rivendichiamo la fissazione di libere elezioni a cui possano partecipare soltanto i partiti che abbiano riconosciuto le nostre conquiste sociali, basate sulla proprietà sociale dei mezzi di produzione.“
Risoluzione dei Consigli operai di Budapest

di Franco Turigliatto

Ricorre in questi giorni il sessantesimo anniversario della rivoluzione ungherese del 1956 che, insieme alle lotte operaie di Poznan in Pologna nel giugno dello stesso anno, segnò l’inizio della crisi del sistema staliniano dominante i paesi dell’Est europeo.

L’insurrezione contro il regime burocratico cominciò il 23 ottobre a Budapest sotto l’impatto degli studenti, dei giovani e degli intellettuali, ma coinvolse rapidamente la classe operaia. I lavoratori delle fabbriche d’armi del distretto industriale di Csepel aprirono i magazzini e distribuirono le armi alla popolazione insorta. Nei giorni successivi l’insurrezione si estese rapidamente in tutto il paese a partire dalle città dove esistevano i più forti bastioni della classe operaia.

Dopo aspri combattimenti, le truppe russe, per altro disorientate e forse anche a rischio di contagio di fronte a questa sollevazione popolare, il 30 ottobre dovettero ritirarsi dalla capitale e da altre città. Nel frattempo si era formato un nuovo governo presieduto da Imre Nagy (già primo ministro dal 1953 al 1955, quando fu rimosso dalla frazione del partito più radicalmente stalinista guidata da Rakosi), mentre in tutte le fabbriche si formavano e si sviluppavano i consigli operai.

Dopo qualche giorno di esitazione e di febbrili trattative il 4 novembre un nuovo contingente di truppe russe (del tutto estraneo ed ignaro della realtà ungherese) forte di 16 divisioni e 2000 carri armati ritornò in azione occupando la capitale e schiacciando nel giro di pochi giorni l’insurrezione nonostante l’eroica resistenza dei lavoratori al prezzo di migliaia di morti. Venne installato un nuovo governo presieduto dal segretario del partito, Kadar, che aveva accettato di collaborare coi sovietici e che nei giorni seguenti dovette trattare direttamente con i consigli di fabbrica.

Questi infatti conobbero il massimo sviluppo e diffusione solo nel mese di novembre, quando le truppe russe avevano già ripreso il pieno controllo della situazione. Dopo alcuni tentativi di dialogo finalizzati a addomesticarli ed integrarli, il governo Kadar e i suoi padroni russi decisero di passare direttamente alla repressione imprigionando i principali dirigenti dei consigli ed impendendo la loro grande assemblea nazionale che si doveva svolgere il 21 novembre.

La repressione che seguì alla sconfitta della rivoluzione fu enorme, 20.000 persone furono deportate nei campi di prigionia in Russia; Nagy e i suoi collaboratori più vicini furono uccisi segretamente, duecentomila persone fuggirono dal paese per rifugiarsi nei paesi occidentali.

Sessant’anni fa le forze politiche e i governi capitalistici dell’Occidente presentarono quella rivoluzione come fosse una rivolta per rivendicare il ritorno al vecchio sistema capitalista; a loro volta i partiti comunisti di ideologia e dipendenza staliniana, a partire dal PCI di Togliatti, calunniarono quel grande movimento presentandolo come una congiura guidata dai reazionari e dai fascisti.

Come in tutti i grandi movimenti sociali le forze politiche e sociali presenti erano diversificate comprese quelle che guardavano al passato e al capitalismo, ma esse erano in forte minoranza; la stragrande maggioranza della popolazione, a partire dai lavoratori organizzati nei consigli, non metteva certo in discussione la proprietà pubblica dei mezzi di produzione e la costruzione della società socialista, al contrario voleva darle pieno sviluppo a partire dal ruolo centrale dei consigli di fabbrica, dai pieni diritti democratici e di libertà e da una reale indipendenza nazionale liberandosi dalla tutela oppressiva della burocrazia del Cremlino. La rivoluzione ungherese era una rivoluzione per il socialismo, Una sua vittoria, così come in Polonia, avrebbe cambiato il voto e la storia di tutto il continente.

Oggi l’Ungheria è guidata da un governo liberticida e reazionario capeggiato da Viktor Urban, che cerca di dare un’interpretazione di quella rivoluzione come fosse stato un movimento di destra per il ritorno al capitalismo. E’ un governo che non a caso si distingue per le azioni antidemocratiche messe in atto all’interno del paese e per le sue campagne di odio contro i migranti che fuggono guerre terribili e la fame.

E’ paradossale, ma non insolito nella storia, che un paese che ha visto centinaia di migliaia di propri cittadini diventare profughi negli anni successivi al 56, accolti negli altri paesi dell’Europa occidentale, abbia oggi un governo che si fa paladino, il più violento, della cacciata dei migranti, dell’odio razziale e dell’innalzamento di nuovi muri, dopo che quelli dell’Est europeo sono caduti nel 1989.

Riprendiamo un articolo del 2014 di Tamas Krausz (professore di Storia russa all’Università delle Scienze di Budapest, intellettuale ed attivista politico) che si sofferma soprattutto sullo sviluppo e l’attività dei consigli e sul loro programma politico e sociale. Per una complessiva ricostruzione della crisi del sistema staliniano rinviamo all’articolo di Antonio Moscato “Polonia ed Ungheria  1956”.

I consigli operai ungheresi del 1956

di Tamas Krausz, da L’Anticapitaliste

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Nell’ottobre 1956, l’Ungheria ha visto formarsi nelle località e nelle fabbriche numerosi comitati rivoluzionari e consigli operai. I lavoratori ungheresi si ricollegavano in tal modo alle tendenze alla gestione diretta delle fabbriche e della società che si erano manifestati durante la rivoluzione dei consigli del 1918-1919, poi nel 1944-1945 nel contesto della fine della guerra.

Si può capire lo sviluppo dei consigli operai nel 1956 soltanto se lo si ricolloca nella storia della classe operaia ungherese. La controrivoluzione e il regime cristiano-nazionale di Horthy hanno criminalizzato i consigli dei lavoratori del 1918-1919, vietato il partito comunista e respinto, in nome della proprietà privata, qualsiasi forma di proprietà comuni. L’ideologia ufficiale cristiano-nazionale poneva al centro della politica nazionale le rivendicazioni territoriali [sui territori persi dall’Ungheria alla fine della Prima Guerra Mondiale, NdT]. Su questa base si formò in seguito, l’alleanza con la Germania nazista durante la Seconda Guerra Mondiale.

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