“Ho sognato il cielo coperto da nuvole scure di cavallette sciamanti ovunque. Giravano impazzite sul nostro campo e poi, improvvisamente, cadevano senza vita sulla terra, ai nostri piedi. E il cielo ritornava pulito”.
Toro Seduto sogna e racconta le sue visioni. E’ un’arte che ha appreso da piccolo e, per la precisione e la qualità del racconto, lo distingue da ogni altro Lakota Sioux.
Cavallo Pazzo lo ascolta preoccupato. Gli hanno raccontato che migliaia di soldati blù stanno dirigendosi verso il loro campo. Messo in piedi nei pressi del torrente Little Bighorn, nel cuore delle Black Hills: il centro culturale, spirituale, strategico della nazione Sioux.
Sono arrivati anche gli Cheyenne e gli Arapaho. Quelli, almeno, sopravvissuti alle varie stragi perpetrate dalle forze armate degli Stati Uniti. Come a Sand Creek, con donne e bambini fatti, letteralmente, a pezzi dai volontari di John Chivington. O nei pressi del fiume Washita, dove il 7° cavalleria ha caricato, all’alba, fra le tende delle famiglie che dormivano; mentre i guerrieri erano lontani, a caccia di bisonti. Una carica per massacrare, guidata da Custer e dalla musica della banda reggimentale che suonava “Garry Owen”.
Cavallo Pazzo ascolta preoccupato e allerta tutto il campo. Le donne e gli uomini dormiranno armati e, i più, veglieranno nella tiepida notte di prima estate.

Di nuovo Custer e il suo 7° reggimento di assassini stanno arrivando per distruggerli. Hanno l’ordine di fare piazza pulita di ogni “selvaggio”. Il governo americano vuole l’oro delle Colline Nere. Il capitalismo imperiale ha fame di risorse per incrementare i profitti; di nuove ricchezze da strappare alla terra, a ogni costo. La disciplina del progresso che sta imponendo al mondo, lo pretende senza tregua. Il suo carburante proviene dallo sfruttamento di ogni risorsa e dal controllo totale delle vite. Ridotte alla miserabile condizione di proletari e, quindi, sacrificabili, fino allo spasimo, nelle fabbriche che si ergono da questa parte del progresso umano. Quello della civiltà occidentale e della rivoluzione industriale. Del dominio della borghesia e dei suoi stati nazionali e imperiali.
I rifiuti e le macerie che osserva sbigottito l’ ”ANGELO DELLA STORIA” (l’Angelus Novus) sono cosparsi di mucchi di cadaveri di umanità massacrata nelle ultime disperate resistenze; finita dalla fatica nei cicli produttivi. Morta di miseria brutale nelle crescenti città industriali erette, a misura del profitto, dal Capitalismo imperante.

Dormono e vegliano, le donne e gli uomini Lakota, Cheyenne, Arapaho. Aspettano l’alba e l’arrivo degli sciami di cavallette.
Il sole si alza, finalmente, sul campo a due passi dal torrente che porta acqua fresca. Niente, però, succede e i sorrisi distendono i volti, fra i giochi dei bambini.
Si gioca e si parla e si ama, nel campo delle donne e degli uomini, ma tutti restano vigili e armati.
La prima carica si scatena alle 3 del pomeriggio del 25 giugno 1876 e, subito, si risponde e si contrattacca. Tutti a cavallo, addosso agli assassini venuti per massacrare. Questa volta, però, non ci sono solo vecchi, donne e bambini come a Sand Creek e a Washita; ma i migliori combattenti delle grandi pianure.
Dopo un paio d’ore di scontri cruenti, fino al più selvaggio corpo a corpo, Custer e la maggior parte del suo reggimento giacciano, senza vita, al suolo.

Cavallo Pazzo e Toro Seduto hanno guidato la resistenza e urlato “oggi è un buon giorno per morire”. Sono vivi e le cavallette morte ai loro piedi.
Sanno che non potranno vincere, alla fine; ma, hanno insegnato, per sempre, al loro popolo e a ogni altro essere umano, cosa fare per affermare il diritto di vivere in dignità.

Cavallo Pazzo sarà assassinato, a colpi di baionetta, il 5 settembre 1877 a Fort Robinson (Nebraska – USA).

Toro Seduto cadrà colpito dai poliziotti Lakota, venduti ai padroni Yankees, dopo un’ultima disperata ribellione, a Standing Rock, il 15 settembre 1890.

In questi giorni, a Standing Rock, malgrado la repressione crescente, i Lakota Soux stanno, ancora, resistendo per impedire la costruzione, deturpante e inquinante i corsi d’acqua, dell’oleodotto della compagnia Energy Transfer Partners; il cui tracciato prevede l’attraversamento dei fiumi Missouri e Mississippi, così come parte del Lago Oahe, vicino alla Riserva dei Sioux.
La protesta è stata lanciata, nella primavera dello scorso anno, da un’anziana Sioux di Standing Rock e dai suoi nipotini; decisi a bivaccare nel percorso dell’oleodotto a difesa della terra e del loro popolo. Durante l’estate, il movimento è cresciuto sino a contare migliaia di persone proveniente da ogni dove degli Stati Uniti.

La repressione è stata, fin da subito, durissima, con botte e arresti indiscriminati (oltre 300).
Distruzione degli accampamenti dei e delle resistenti decisi dal nuovo Capo Bianco, Trump. Dopo le aperture di Obama che aveva fermato i lavori.
Con l’accampamento invernale dato alle fiamme, la lotta è entrata dentro le aule dei tribunali, per quello che è possibile.

Gli attivisti si sono spostati nelle diverse comunità dei nativi americani a raccontare la storia e le esperienze della resistenza.
«La protesta di Standing Rock ha fatto il giro del mondo e tutti hanno potuto constatare il suo impatto», dice Lewis Grass-rope, della tribù dei Sioux di Lower Brule. «Ora, gran parte di coloro che sono stati in questo accampamento devono tornare nelle loro riserve per rendere partecipe la gente di ciò che abbiamo imparato, perché questa battaglia toccherà ogni nazione [indigena americana]. Ognuna delle 500 nazioni intervenute sarà coinvolta nella lotta»
La lotta per il diritto alla vita e la liberazione della Terra continua.

Fra il 10 e l’11 marzo di quest’anno, intanto, hanno viaggiato per 2500 KM, dalle loro terre stuprate, alla capitale del nuovo capo bianco.
Quel Trump che alza i muri, aumenta le spese militari e ordina di bruciare gli accampamenti di coloro che si oppongono al passaggio della Pipeline sulle terre dei popoli indigeni Nordamericani.
Per due giorni , i Lakota Sioux, gli Cheyenne, gli Arapaho, i Corvi hanno spostato i loro accampamenti a Washington; intorno alla Casa Bianca e a uno degli Hotel Trump.
Insieme a loro, altre e altri ribelli arrivati da tutti gli Stati Uniti.
A cantare, a urlare, a camminare in corteo per dichiarare la loro invincibile volontà di battersi, una volta ancora, contro la violenza dell’uomo bianco.
Contro l’arroganza schifosa e razzista del nuovo capo: Trump IL MILIARDARIO, imperatore d’Occidente.
La nuova, gigantesca Dakota Access Pipeline distruggerà le fonti di acqua pura; ucciderà la fauna.
Scaccerà le donne e gli uomini del posto.
Hanno camminato e ballato e urlato per due giorni nei colori vistosi delle loro culture; a dare luce e arcobaleni al grigio improvviso della capitale.
I giganteschi bulldozer, intanto, là, sulle loro terre, scavano e deturpano.
Portano i semi mortiferi del progresso occidentale; per i 1500 chilometri dell’ enorme serpente d’acciaio, la Pipeline. Dai giacimenti di Bakken ai dintorni di Chicago
Ritmano il canto lugubre delle esigenze del profitto e delle produzioni senza fine e dei consumi illimitati e dell’ambiente da sacrificare.
Con le vite e il nostro futuro.

Per Trump e i suoi complici capitalisti, i 3,78 miliardi di dollari investiti dalle società petrolifere, valgono di più, di qualsiasi vita e massacro ambientale.
Miliardi arrivati, con compiacenza, dalle grandi banche mondiali: Citi, Paribas, Wells Fargo, Société Général.
I potenti della terra si fanno favori tra loro. Al resto dell’umanità, disciplina e ordine.
Lo fanno protetti da migliaia di soldati della Guardia Nazionale, di sbirri e di sceriffi.
Si sentono sicuri e vincenti.
Il nuovo padrone occidentale ghigna e straparla e non vede ostacoli.
I e le ribelli sono venuti sotto le sue finestre non per dichiarare la resa, ma per affermare, senza ombra di dubbio, che è solo l’inizio:
LA LOTTA CONTINUA.

(Wounded Knee 1973)

Il suo profumo comincia a diffondersi nelle pianure dei territori lakota, riscaldate dal sole e dall’indignazione e dalla resistenza.
Ne va della salute, della salvezza della nostra “madre terra”.
“HOKA KEY” compagne e compagni!
E’ sempre un buon giorno per battersi conto il Capitale e ogni suo Stato.

Il nostro cuore batte al loro fianco.
(Claudio Taccioli)

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