Di Dazibao
La settimana scorsa si è concluso il quinto Plenum del XX Comitato centrale del Partito comunista cinese. Alla riunione hanno partecipato soltanto 279 dei 376 membri effettivi e supplenti eletti nel 2022. Secondo il conteggio di Bloomberg [ https://substack.com/redirect/4b07d815-c656-4ab8-8d30-11547978701e?j=eyJ1IjoiNTlsZnV2In0.3wNpH4upFWdMdp8u3Pt4Nn-lUoYxo4CZDOIymD2Owhk ], è la partecipazione più bassa dagli anni della Rivoluzione culturale, è la prima volta nei quattordici anni di leadership di Xi Jinping che i presenti scendono sotto quota 300. Alla conclusione dei lavori, il Partito ha confermato l’espulsione di 33 alti funzionari, tra cui importanti dirigenti politici, ministri, responsabili di grandi imprese pubbliche e sedici ufficiali delle forze armate.
Sono numeri significativi, soprattutto considerando il livello raggiunto da molti dei funzionari coinvolti. Tra loro figurano l’ex vicepresidente della Commissione militare centrale Zhang Youxia, l’ex membro dell’Ufficio politico Ma Xingrui, l’ex ministro dell’Industria Jin Zhuanglong e l’ex presidente dell’autorità di vigilanza sui mercati finanziari Yi Huiman.
Per questi nomi l’assemblea ha ratificato provvedimenti disciplinari già adottati in precedenza. Ma la concentrazione di tanti nomi importanti in un unico comunicato offre una fotografia eloquente dell’ampiezza delle trasformazioni in corso nella dirigenza cinese.
Eppure, la notizia più importante potrebbe non essere quella delle espulsioni.
Il vero centro della riunione è stato un documento, pubblicato integralmente il 2 novembre, dal titolo Decisione del Comitato centrale del Partito comunista cinese su alcune importanti questioni relative al costante rafforzamento della disciplina e del governo rigoroso del Partito [ https://substack.com/redirect/41bdbd95-67ad-4e93-aad7-12c996951c1a?j=eyJ1IjoiNTlsZnV2In0.3wNpH4upFWdMdp8u3Pt4Nn-lUoYxo4CZDOIymD2Owhk ] [ https://substack.com/redirect/41bdbd95-67ad-4e93-aad7-12c996951c1a?j=eyJ1IjoiNTlsZnV2In0.3wNpH4upFWdMdp8u3Pt4Nn-lUoYxo4CZDOIymD2Owhk ](中共中央关于持之以恒推进全面从严治党若干重大问题的决定).
In sostanza, il Partito comunista cinese ha riunito i propri massimi dirigenti per discutere di un problema fondamentale: come impedire che il Partito, dopo oltre un secolo di esistenza e più di settant’anni al potere, perda progressivamente la propria vitalità politica e la capacità di governare.
È una questione che riguarda direttamente il futuro della Cina, ma che offre anche l’occasione per osservare un modello di organizzazione politica molto diverso da quello al quale siamo abituati in Europa.
Come riesce un partito con oltre cento milioni di iscritti a mantenere una direzione politica unitaria? Come seleziona e forma i suoi dirigenti? Come controlla la corruzione e individua gli errori? E soprattutto, come può un’organizzazione che non deve affrontare l’alternanza elettorale continuare a rinnovarsi?
Sono domande alle quali in Cina si cerca risposta da sempre. Nel luglio del 1945, quando la guerra contro il Giappone non era ancora terminata, l’intellettuale e politico cinese Huang Yanpei ha visitato la base comunista di Yan’an e ha incontrato Mao Zedong.
Durante la conversazione ha sollevato una questione che sarebbe diventata celebre nella storia politica cinese.
Osservando la storia delle dinastie, Huang notava come tanti governi e organizzazioni conoscessero una fase iniziale di grande energia, seguita da un progressivo indebolimento. Con il passare del tempo, i dirigenti tendevano ad adagiarsi sui successi, aumentavano gli interessi personali, si indebolivano i legami con la popolazione e il potere finiva per corrompersi.
Come evitare che anche il Partito comunista subisse questo destino?
Mao ha risposto che la soluzione era la democrazia, intesa in particolare come possibilità per il popolo di sorvegliare il governo e impedire ai suoi dirigenti di abbandonarsi all’inerzia. Solo se ognuno si assume la propria responsabilità, il buon governo non scomparirà insieme a chi lo ha guidato.
Ottant’anni dopo, Xi Jinping ha ripreso quella conversazione per proporre una seconda risposta: l’autorivoluzione del Partito, in cinese 自我革命.
L’idea è che un’organizzazione politica possa evitare la decadenza se conserva la volontà e gli strumenti per individuare i propri problemi, correggere gli errori, eliminare i funzionari corrotti e trasformare continuamente le proprie modalità di lavoro.
Ed è proprio su questa idea che insiste il comunicato ufficiale del quinto Plenum [ https://substack.com/redirect/7aece7fc-cfe1-4f00-8d0d-49d6b324ae9a?j=eyJ1IjoiNTlsZnV2In0.3wNpH4upFWdMdp8u3Pt4Nn-lUoYxo4CZDOIymD2Owhk ].
Il testo sostiene che la forza storica del Partito risieda nella capacità di perseguire obiettivi di lungo periodo, mantenere il rapporto con la popolazione e, soprattutto, riconoscere e correggere i propri errori.
Il concetto è importante: la vitalità non sarebbe garantita dall’infallibilità del Partito, ma dalla sua capacità di cambiare senza rinunciare alla propria continuità politica.
Per valutare questa capacità dobbiamo vedere quali istituzioni esistono concretamente e quanto riescano a realizzare gli obiettivi dichiarati.
Una macchina politica da cento milioni di persone
Secondo le statistiche pubblicate dal Dipartimento centrale dell’Organizzazione nel giugno 2026 [ https://substack.com/redirect/f4e1be9c-be15-4d55-9885-8bdb7cb95130?j=eyJ1IjoiNTlsZnV2In0.3wNpH4upFWdMdp8u3Pt4Nn-lUoYxo4CZDOIymD2Owhk ], alla fine del 2025 il PCC contava 101 milioni di iscritti e 5 milioni di organizzazioni di base.
Queste organizzazioni sono presenti nelle istituzioni pubbliche, nelle imprese statali, nelle università, nelle scuole, nei quartieri, nei villaggi e in una parte delle aziende private e delle organizzazioni sociali.
Il Partito non è una formazione politica che partecipa alle elezioni, conquista il governo e poi affida l’amministrazione dello Stato ai ministeri. Possiede una propria struttura organizzativa, capace di attraversare le istituzioni pubbliche e numerosi ambiti della società. Accanto alla gerarchia amministrativa dello Stato esiste una gerarchia politica del Partito.
In ogni provincia, per esempio, troviamo un governatore che dirige l’amministrazione e un segretario del Partito che esercita la principale funzione di leadership politica. Lo stesso schema si ripete, con le opportune differenze, a livello municipale e distrettuale.
Questa struttura permette di collegare le decisioni del centro con una rete capillare di organizzazioni locali.
Quando Pechino decide di perseguire un obiettivo nazionale, non deve limitarsi a emanare una legge o una direttiva amministrativa: può mobilitare anche l’intera struttura del Partito, coinvolgendo i dirigenti locali, gli organismi di coordinamento e le organizzazioni di base.
L’esperienza delle campagne contro la povertà, per esempio, mostra come gli obiettivi decisi a livello centrale possano tradursi in operazioni che mobilitano un numero enorme di funzionari e organizzazioni locali.
Ma una rete così estesa presenta anche problemi altrettanto grandi. Come impedire che gli interessi dei singoli dirigenti prevalgano sugli obiettivi generali? Come evitare che le strutture locali si trasformino in piccoli centri di potere autonomi? Come assicurarsi che le informazioni trasmesse dalla periferia al centro corrispondano alla realtà?
È qui che entra in gioco il principio del centralismo democratico, in cinese 民主集中制, sul quale il quinto Plenum è tornato con particolare insistenza.
Il principio combina la discussione e la formazione delle decisioni all’interno degli organismi competenti con l’obbligo, una volta adottata una decisione, di rispettarla e applicarla.
Detto così, rischia di restare un’astrazione. La Decisione del quinto Plenum lo traduce invece in regole molto concrete, e ciascuna risponde a uno dei tre problemi.
Contro gli interessi personali: decidere in modo collegiale. Le questioni importanti devono essere decise dall’organismo collegiale, non dal singolo dirigente. Nessuno può trattare il settore o il territorio che gli è affidato come un “feudo privato”. La Decisione prevede anche il caso opposto, cioè che un organismo usi la decisione collettiva come copertura per violare le regole o per non assumersi responsabilità.
Contro i centri di potere locali: limitare il “numero uno”. In ogni struttura il rischio principale è il 一把手 (yibashou), il “numero uno”, cioè il segretario che la guida. La Decisione stabilisce che le riunioni convocate dal solo segretario non possono sostituire quelle del comitato.
Contro le informazioni false: proteggere chi parla. Qui c’è la regola forse più interessante. Nelle riunioni il numero uno deve esprimersi per ultimo. La ragione è semplice: se il capo parla per primo, nessuno lo contraddice più, e la discussione si trasforma in un coro di consenso. La Decisione chiede inoltre di incoraggiare chi dice la verità e vieta di emarginare o punire chi esprime opinioni diverse. Quando su una questione importante emergono forti divergenze, la decisione non può essere imposta con la forza.
Un secondo elemento fondamentale della struttura politica cinese è il sistema delle Scuole del Partito, 党校 (dangxiao).
La più importante è la Scuola centrale del Partito, che opera insieme all’Accademia nazionale di amministrazione. Ma esiste una rete di scuole e istituti di formazione anche a livello provinciale e locale.
Per comprendere il loro ruolo dobbiamo abbandonare l’idea che un dirigente politico acquisisca una volta per tutte le competenze necessarie a governare.
Nel sistema cinese la formazione dei quadri è concepita come un processo continuo.
Le Scuole del Partito svolgono una funzione ideologica, perché insegnano la storia, i principi e la linea politica del PCC. Ma sono anche centri di formazione amministrativa, ricerca e consulenza, nei quali vengono affrontati problemi di gestione economica, politiche pubbliche, sviluppo, sicurezza e governo delle amministrazioni.
Il regolamento sulle Scuole del Partito [ https://substack.com/redirect/229e3f38-a369-43f6-9a3b-fbb709b7b839?j=eyJ1IjoiNTlsZnV2In0.3wNpH4upFWdMdp8u3Pt4Nn-lUoYxo4CZDOIymD2Owhk ] prevede che, nelle scuole di livello municipale e superiore, almeno il 70% delle ore di insegnamento sia dedicato complessivamente alla teoria politica e alla formazione della coscienza di Partito.
La formazione è fortemente orientata alla costruzione di una comune identità politica, pur comprendendo anche competenze amministrative e professionali.
Questo sistema risponde a una necessità molto concreta. Un’organizzazione di cento milioni di persone, i cui dirigenti operano in territori e settori economici estremamente diversi, ha bisogno di un linguaggio condiviso, di criteri comuni e di strumenti per trasmettere nuove conoscenze.
In questo senso, il PCC cerca di configurarsi come una organizzazione che apprende, capace di aggiornare continuamente le competenze del proprio personale e di trasmettere le esperienze accumulate.
Naturalmente, la formazione non garantisce automaticamente l’apertura intellettuale: se la fedeltà alla linea politica prevalesse sulla possibilità di discutere gli errori, la scuola rischierebbe di diventare soprattutto uno strumento di conformismo.
Il Dipartimento dell’Organizzazione per selezionare i dirigenti
La formazione è soltanto una parte del problema. Bisogna anche decidere quali persone debbano occupare le posizioni di comando.
In Cina un ruolo centrale è svolto dal Dipartimento dell’Organizzazione del Comitato centrale, 中共中央组织部 (Zhongyang Zuzhibu), insieme agli organismi corrispondenti degli altri livelli.
Il Partito mantiene infatti un ruolo decisivo nella selezione e nella gestione dei principali dirigenti politici e amministrativi.
Le carriere vengono costruite attraverso incarichi successivi, esperienze in amministrazioni differenti, valutazioni del lavoro svolto, formazione e controlli disciplinari.
Il sistema cerca di combinare competenza professionale, risultati amministrativi, capacità di gestione e affidabilità politica.
Ed è proprio la qualità dei quadri uno dei punti centrali delle decisioni adottate al quinto Plenum.
Nella conferenza stampa del 30 ottobre, Huang Jianfa, vicedirettore esecutivo del Dipartimento centrale dell’Organizzazione, ha spiegato che il nuovo documento insiste su sei aspetti: selezione dei dirigenti, corrette procedure di nomina, valutazione dei risultati, formazione professionale, preparazione dei giovani e supervisione continua.
Una delle espressioni più interessanti è quella di zhengque zhengjiguan (正确政绩观), che possiamo tradurre come corretta concezione dei risultati amministrativi.
L’obiettivo dichiarato è evitare che i funzionari perseguano soltanto gli indicatori più convenienti per la propria carriera, magari sacrificando gli interessi della popolazione o la sostenibilità delle politiche.
In passato, per esempio, l’enfasi sulla crescita economica ha contribuito a stimolare l’iniziativa dei governi locali. Ma la competizione per ottenere risultati poteva incentivare anche investimenti poco produttivi, grandi opere inutili o l’accumulazione di debito.
C’è però un altro aspetto della spiegazione di Huang Jianfa che merita attenzione. Durante la conferenza stampa, il funzionario ha ammesso l’esistenza di dirigenti che non prendono iniziative per paura delle conseguenze, che lavorano lentamente o che preferiscono evitare qualsiasi rischio.
Ha precisato che il rigore disciplinare non deve paralizzare i funzionari, ma accompagnarsi a meccanismi di incentivo e protezione per chi svolge responsabilmente il proprio lavoro.
Se il Dipartimento dell’Organizzazione contribuisce a selezionare e gestire i dirigenti, un’altra istituzione è incaricata di controllarne il comportamento. Si tratta della Commissione centrale per l’ispezione disciplinare, 中央纪律检查委员会, generalmente abbreviata in 中纪委 (Zhongjiwei).
È uno degli organismi più importanti del sistema politico cinese. La principale organismo esecutivo della campagna di anti-corruzione.
La Commissione e i suoi corrispondenti locali svolgono funzioni di controllo delle organizzazioni e dei membri del Partito, investigano sulle violazioni disciplinari e partecipano ai procedimenti che possono concludersi con sanzioni, rimozioni dagli incarichi ed espulsioni.
La Commissione centrale opera inoltre con la Commissione nazionale di supervisione, l’organo statale che esercita funzioni di controllo sui pubblici funzionari. Il sistema distingue quindi fra disciplina interna al Partito, supervisione amministrativa e responsabilità penale, pur collegando le rispettive procedure.
Ma il punto più interessante è un altro. Il controllo non riguarda soltanto la corruzione economica. Riguarda anche il modo in cui i dirigenti esercitano il potere, selezionano i propri collaboratori e applicano le decisioni politiche.
Il sistema di controllo comprende anche le ispezioni, 巡视 (xunshi), attraverso le quali organismi superiori esaminano il lavoro delle strutture subordinate.
Il dirigente locale non viene valutato soltanto per i risultati ottenuti, ma può essere sottoposto a verifiche da parte di organismi superiori, anche quando la sua amministrazione sembra funzionare regolarmente.
Il quinto Plenum 2026: istituzionalizzare l’autorivoluzione
È proprio su questi meccanismi che interviene la Decisione approvata dal quinto Plenum.
Il significato complessivo della Decisione è quindi il tentativo di rendere l’autorivoluzione una pratica istituzionale permanente, che non dipenda soltanto da campagne anticorruzione o interventi straordinari, ma da un sistema continuativo di formazione, selezione, supervisione e correzione dei comportamenti. Il Partito cerca così di rafforzare contemporaneamente la disciplina dei propri membri e la loro capacità di governare, anche se rimane aperta la questione di quanto questi meccanismi riescano a correggere gli errori provenienti dai vertici dell’organizzazione.
La Decisione ha sottolineato anche un nuova problema riguarda la sua composizione: la quota di iscritti e funzionari nati dopo l’avvio delle riforme, alla fine degli anni Settanta, è sempre più ampia. Questo, dice il testo, pone nuove esigenze alla loro formazione e alla loro gestione.
La maggioranza del Partito è considerata sana, ma i problemi di impurità ideologica, organizzativa e di condotta non sono ancora stati risolti alla radice. Come si legge nella Dichiarazione, una minoranza di dirigenti, compresi alcuni di alto livello, avrebbe una debole coscienza di partito e ideali vacillanti, fino a perderli del tutto.
Il punto è generazionale. I fondatori della Repubblica Popolare avevano conosciuto la guerra e la rivoluzione. La generazione successiva aveva vissuto la povertà e l’inizio delle riforme. Una parte crescente dei funzionari di oggi è cresciuta invece in un paese in rapida espansione, senza alcuna memoria diretta delle ragioni per cui il Partito è nato. Per il PCC è esattamente il rischio che ha visto realizzarsi in Unione Sovietica: un partito che conserva le strutture ma perde le convinzioni.
È anche per questo che la Decisione mette al primo posto il rafforzamento del 党性 (dangxing), la coscienza di partito. E qui compare un elemento interessante. Per coltivarla il documento non si limita al marxismo. Chiede di attingere alla cultura tradizionale cinese, citando valori come la lealtà, l’integrità morale, il senso della vergogna, la prudenza e la capacità di esaminare sé stessi. Chiede inoltre un’educazione alla virtù politica, 政德 (zhengde), con una formula che riprende il lessico confuciano: rispettare la grande virtù, la morale pubblica e quella privata.
Non è una novità assoluta. Già nel 1939 Liu Shaoqi, nel suo testo più noto sulla formazione del militante comunista, 论共产党员的修养 (Lun gongchandangyuan de xiuyang), costruiva l’idea di autodisciplina del membro del Partito attingendo esplicitamente alla tradizione confuciana del perfezionamento di sé. Oggi però questa linea è diventata parte della dottrina ufficiale, che parla di unire il marxismo con la cultura tradizionale cinese anche in questo ambito.
Il senso politico è chiaro. A una generazione che non ha vissuto la rivoluzione, il Partito offre una memoria più lunga: non più soltanto i decenni della propria storia, ma i millenni di quella cinese.
Il Partito si prepara al Congresso del 2027, che comporterà una nuova fase di selezione e riorganizzazione della dirigenza. Nel frattempo, la società cinese attraversa importanti trasformazioni. La crescita economica continua, ma non si distribuisce uniformemente fra i diversi settori.
Secondo i dati dell’Ufficio nazionale di statistica [ https://substack.com/redirect/d5861395-afd9-4db2-b718-72fd39fb6a50?j=eyJ1IjoiNTlsZnV2In0.3wNpH4upFWdMdp8u3Pt4Nn-lUoYxo4CZDOIymD2Owhk], nei primi nove mesi del 2026 il PIL cinese è aumentato del 4,6%, mentre gli investimenti nello sviluppo immobiliare sono diminuiti del 20,6% rispetto all’anno precedente.
L’espansione di nuovi settori tecnologici e industriali si accompagna quindi al ridimensionamento di attività economiche che per molti anni hanno sostenuto una parte importante delle entrate e degli investimenti delle amministrazioni locali.
In questo contesto, i dirigenti devono gestire contemporaneamente sviluppo industriale, problemi occupazionali, debito, trasformazioni demografiche e aspettative sociali. Il quinto Plenum può essere letto anche alla luce di queste difficoltà.
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Il PCC: il marxismo, questo sconosciuto!
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