di Mario Gangarossa
Questo è il tempo in cui i proletari muoiono, affogati, impiccati, bombardati, gasati.
Il tempo in cui imparano a combattere.
Muoiono gli individui.
La classe è viva.
E’ la vostra classe a agitarsi negli spasmi dell’agonia e gli infami pagliacci che vi guidano non riusciranno a salvarvi la vita e il portafoglio.
È la vostra classe che vive nella paura dei fantasmi che essa stessa ha prodotto.
Nessuna classe dominante è riuscita a sopravvivere a se stessa quando ha ucciso la speranza e condannato alla miseria le sue giovani generazioni.
Rane e topi, sulla superficie della palude appena smossa, si esercitano in finte guerricciole per trovare il re travicello capace di gestire l’esistente.
Ma “lo stato di cose esistente” non si può più gestire.
Il denaro non basta e nemmeno la forza.
Nel profondo della palude si prepara l’onda che spazzerà via tutto.
Rane, topi, re travicelli e buffoni di corte.
È il tempo in cui i proletari muoiono per insegnare agli altri come riuscire a sopravvivere.
Imparano a combattere.
O certo che non sono bravi, non hanno scuole e università e nemmeno un partito.
Seguono l’istinto che li costringe a combattere o perire.
È triste e doloroso, ma non c’è nessuna possibilità di scelta per la nostra classe.
La classe degli ultimi della terra.
In un mondo in cui è il denaro, la ricchezza, il capitale sono “la libertà”, la sua misura e la sua garanzia, chi non ha nulla agisce per necessità.
Ed è la necessità il motore che fa avanzare il corso della storia.
La necessità di liberarsi dalle catene dello sfruttamento e dell’oppressione, il bisogno di emergere dal fondo della palude per “respirare”.
È il mondo reale che prende il sopravvento sul mondo delle idee, dei valori, delle sofisticherie teoriche della falsa coscienza.
Tutti prodotti di una borghesia marcescente e infame in tutte le sue espressioni, di destra e di sinistra. Reazionaria o progressista.
Nel mondo delle necessità è l’istinto di classe a farti decidere da che parte stare e ognuno subisce il richiamo della classe a cui appartiene.
Difende i suoi privilegi e il suo miserabile ruolo sociale.
Il mio istinto mi fa stare dalla parte dei ragazzi di Ceuta, dalla parte degli impiccati di Teheran, degli affamati di Gaza, dei bombardati di Kiev.
Dalla parte delle vittime del capitale.
Dall’altra parte ci sta solo la borghesia.
Quella dalla faccia feroce che non si vergogna dei suoi crimini, e quella che si costruisce alibi e giustificazioni per salvarsi la faccia e garantirsi il ruolo di Don Abbondio.
Scusatemi ma preferisco vedermela con Don Rodrigo.
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