di Giuseppe Raspanti
Chiunque cerchi la trasposizione cinematografica e spettacolare di quell’Odissea di Omero che ha studiato e forse anche amato, rimarrà deluso. Non vada a vedere il film di Nolan, ne uscirà indignato, perfino offeso. Chi invece è curioso di vedere come l’opera più classica e più antica della letteratura di ogni epoca, ma antica come possono esserlo solo le fondamenta dell’umanità stessa, possa essere utilizzata oggi per guardare da vicino che fine stia facendo quella stessa umanità, allora dedichi tre ore della propria vita per farlo, in una sala scura e davanti a uno schermo animato da passione.
Dopo aver già tracciato a grandi linee ciò che mi hanno suscitato Nolan, le sue scene, le sue libertà di utilizzo del testo e i suoi attori, in questa sezione tratterò delle figure femminili di questa vicenda. Anche in questo caso riferirò di quelle del film, somiglianti o no a quelle del poema.
Cinque sono le donne che gravitano intorno all’Ulisse di Nolan, al Matt che si sfoglia la vita sferzato dal vento che ne aiuta il ritorno con inganni continui. Dita di un palmo aperto, come fosse una resa, un saluto lontano, un coacervo di direzioni possibili di cui una sola è deputata, mentre le altre potrebbero essere propaggini di fallacia o di desideri non consoni. Cinque figure femminili, quattro immagini dell’ombra, una dell’assenza, in un ventaglio di direzioni che il fato non ha preso. Perché solo il fato, si sa, corre sui binari, mentre tutte le altre sue varianti non sono altro che possibilità che corrono annaspando nella sabbia, nel mare, nell’oblio. E se fosse proprio quella dell’assenza la direzione deputata?
Penelope è la sposa che lo ama e che vuole salvarlo sottraendolo già subito al compito, allo sguardo divino che lui teme ma al quale non sa sottrarsi. Gli indica la via della fuga, della diserzione in cambio di una conoscenza altra, di un ignoto da scoprire o in cui perdersi per sempre. ‘Io, tu e i tuoi uomini migliori’, tanto per non farsi mancare nulla in caso di estrema necessità… Sembra un incitamento pacifista ed esistenziale, abbracciando una visione del mondo epicurea e disarmata, soprattutto laica. Alla fine della fola, salpano sul serio verso il luogo ‘dove il sole va a dormire’ (cit. M-B…), e la circostanza curiosa è che è la nave in direzione di Gibilterra e del nulla ha una ricca ciurma anche se Odisseo ha perso già i suoi uomini, sia i migliori che tutti gli altri. Ma Penelope rimane l’emblema della moglie fedele, anzi proprio inavvicinabile, intoccabile, dedicata ad altro e devota alla promessa fatta a lui. Penelope attende Ulisse o la notizia della sua morte per poter amare di nuovo nel paradigmatico percorso cui deve sottostare: sposa, vedova, sposa di nuovo. E se tralasciamo il trucco della sfida di arco e asce incrociate e il finale che conosciamo, avrebbe dovuto essere lei e scegliere il nuovo sposo tra i pretendenti, il nuovo amore che le sarà finalmente dovuto. In sostanza, che cosa muove veramente Penelope? Non c’è risposta possibile, come non c’è alla questione riguardante la sua libertà. Di essere e di agire. Il dito della mano non può essere l’indice per lei, impigliata com’è in una tela di ragno da sempre e senza modo alcuno di disfarla.
Cassandra, l’ho già dichiarato nella sezione precedente, è l’amore vero di Ulisse. È la figura che lo sconvolge, ma che lo guarisce, lo trafigge di dolorosa consapevolezza, ma è l’unica, sia pure nel ricordo o nell’immaginazione, che riesce a regalargli un sorriso, a dedicargli la voglia di un contatto. Cassandra vive un istante, il tempo di essere decapitata dagli Achei ingannatori e bestemmiatori verso l’ospitalità e la correttezza e, mitizzata in un’Athena che tutto conosce e nulla sa, è la bambina nell’automobile di Gaza, è la fanciulla pellerossa cui il nonno dice che è solo un sogno, è quella con il cappottino rosso che si aggira sul cumulo di vittime nel ghetto di Cracovia nel quadro indimenticabile di Spielberg. È la vittima della nostra colpa e che ci perseguita per indurci a santificarla, a vivere tutta la vita nella speranza di toccarla solo un attimo. Attimo che diventa l’unico in cui si è veramente al mondo. Ulisse, come già sappiamo, sta svelandosi a Penelope e sta bevendo le parole commosse della moglie quando ciò accade ed è in quel momento di estrema distonia esistenziale che lui accetta il tocco dell’amore e della morte cui sorride compiaciuto e appagato.
La Circe di Nolan è una maga misantropa che sottrae, certamente con sortilegi, la propria avvenenza al cospetto di questi achei affamati di cibo e poi di piacere carnale. È, per Ulisse, uno scoglio di enigmi neanche difficili da risolvere, ma cui non sottrae alcun segreto e rimane scoglio da cui può solo allontanarsi. Libera la ciurma da un incantesimo che altro non è che la materializzazione di un comportamento, l’incarnazione plastica dell’indole. Bestiale? No, umana. Ingorda senza limiti in una sorta di orgiastica autofagia, essa anima il desco dell’appetito che da bulimico si fa grufolante. Ma Circe è quindi una femmina di Odisseo? Sì, come lo fosse una vecchia zia capricciosa e un po’ svitata, ma dalla cui logica quasi ferrea e piena di trappole esistenziali si può solo fuggire, appunto. Ulisse Damon la circuisce con un’arringa che la convince a restituirgli la ciurma, senza pagare altro pegno temporale o sessuale in un rapporto che resta di reciproca diffidenza.
Molto più intrigante, lungo e complesso è il rapporto con Calipso, di cui ho già riferito nella prima parte di questa disamina, che è centrale sia nello sviluppo di entrambe le opere (Omero e Nolan), sia nell’indagine dell’animo di Ulisse. Ho definito la bellissima ninfa una psicanalista che permette al suo celeberrimo cliente di far luce nel proprio animo, nella propria memoria e di trovare l’energia di riprendere il viaggio verso Itaca.
Dello strizzacervelli moderno, Calipso ha anche i tempi terapeutici, sette anni, l’andamento sinusoidale dei progressi sulla ‘presa di coscienza’ e la tendenza a cadere perfino nella tipica trappola di questo tipo di percorso. Parlo ovviamente del cosiddetto transfert che, in questo caso, appare evidente essere del curante verso il paziente, al punto che la ninfa da salvifica pare trasformarsi in musa ingannatrice pur di trattenere l’ospite il più a lungo possibile. E infatti, a protagonista di questa vicenda, più che il piacere, la felicità o l’amore e la bellezza, si erge la memoria nella sua duplice conflittuale attività. Quella del ricordo e quella della dimenticanza, in una sorta di partita di alternanza di colpi che rivela e nasconde in una infinita inversione dei ruoli. Inversione e mescolamento, per cui non è neppure detto che la memoria sia illuminante e che l’oblio inganni o nasconda. Calipso ha sguardo e silenzio di chi sa destreggiarsi in tale labirinto psichico e possiede anche il fascino di chi è certa di essere perdonata dalla vittima, molto presunta, per i propri imbrogli semantici e per gli intrugli esistenziali. Molto significativa, per l’occhio di Nolan, è l’ultima somministrazione concessa, anzi propinata, prima di strappare l’ultimo velo. È un apparente atto di pietà prima dell’impatto di lui negli aculei della verità, o forse, meglio, è l’estremo tentativo di trattenere la felicità per lei e la trasognante assenza di angoscia per Odisseo.
Ulisse sceglie la lucidità, o quel che ne resta, e parte. Cerca la morte, ma non subito, e cerca la strada dell’ultimo tratto fino alla meta. Nel suo residuo oblio, in una probabile lunga nostalgia della ricerca del sé tra le braccia e le gambe accoglienti della ninfa, si scorda addirittura di approdare nell’isola dei Feaci e di far innamorare della propria stanchezza e della propria voce Nausicaa, figlia di Alcinoo, ospitale sovrano di quel luogo. È quindi un salto di logica, un vuoto, un buco non so quanto volontario da parte del regista. Dubito sia stata una scelta, ma trovo assurdo sia stata una dimenticanza. Preferisco definirla un’omissione e, in quanto tale, mi piace associarla al dito indice della mano la cui immagine ho evocato all’inizio di questa seconda parte di recensione.
In sostanza, la direzione è il nulla. E Ulisse salperà consapevole, con Penelope e gli uomini migliori, verso di essa.
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COMMEDIE E PROVERBI (4) (Comédies et proverbes) Il quarto è “Le notti della luna piena” (Les nuits de la pleine lune), 1984. IL PROVERBIO: «Qui a deux femmes perd son âme, Qui a deux maisons perd sa raison.» «Chi ha due donne perde l’anima, chi ha due case perde il senno.» La confusione di vivere dei protagonisti, in circolo continuo fra ricerca del meglio e rassegnazione. Fra desiderio e dovere; spinti avanti e indietro dalle parole, come navi sbattute tra le onde e in ansia per l’approdo definitivo perché sicuro. Sempre nel timore di errare e, quindi, propensi al ripensamento. Il muovere le vite proprie e altrui quasi da fermi, mi ha dato più piacere e bellezza del viaggiare mitico, infinito e noioso di Odisseo, così come raccontato dal Nolan. Il “buon” regista dell’onda corrente. – Octave: «Hai mai amato qualcuno che non ti amasse? Sii onesta!» – Louise: «Onestamente, non credo. A differenza della maggior parte delle persone, non riesco a immaginare di amare qualcuno che mi ha disapprovato o mi ha ignorato. Il desiderio dell’altra persona fa emergere il mio».
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Odissea, una stroncatura
Eileen Jones
1 Agosto 2026
IMMAGINARIONolan ha preso l’eroe più astuto e affascinante della letteratura occidentale e lo ha trasformato nell’ennesimo personaggio triste e sfortunato
Dovrei iniziare dicendo quanto odio i film di Christopher Nolan in generale, o quanto odio in particolare Odissea di Christopher Nolan ?
Sono consapevole della mia avversione per i film di Christopher Nolan al punto di aver cercato sinceramente di sospenderla per poter guardare Odissea. In parte perché le anticipazioni erano talmente piene di elogi, persino da parte di alcuni studiosi di Grecia antica che ne attestavano la grandezza, che ho pensato che forse Nolan avesse finalmente trovato il materiale giusto per lui.
In realtà, ho cercato di mettere da parte l’odio per il mio bene: non voglio rischiare un ictus per la rabbia, dopotutto, perché so che tutto ciò che fa Nolan genera cifre folli e vince premi, e tutto ciò che dico su di lui si perde nell’ondata d’amore per il suo maledetto cinema. Ho dovuto reprimere questi pensieri per riuscire a rimanere seduta per tre ore ad assistere alla proiezione della sua ultima opera.
Naturalmente, è stato tutto inutile. Come al solito, Nolan ha deciso di adattare l’epopea fondante di Omero – quella storia selvaggia e travagliata del sensazionale viaggio decennale dell’astuto guerriero Ulisse di ritorno dalla guerra di Troia, densa di sesso, violenza, dei e dee, tracotanza e orrore – nella noiosa e deprimente traversata di un uomo qualunque e sfortunato (Matt Damon) che vaga in un paesaggio quasi completamente privo di divinità, e per di più noioso. L’unica divinità rappresentata è Atena, protettrice di Ulisse, interpretata da Zendaya con tutta la scialba normalità di una bella ragazza vestita in modo bizzarro seduta ad aspettare l’autobus.
Niente Zeus, niente Poseidone, niente Ade. Solo qualche battuta di Atena su come gli dei si manifestino negli elementi come il fuoco, il sangue, le tempeste. Potrebbe funzionare, se Nolan avesse la capacità di catturare l’inquietante espressività e la potenza atavica di questi elementi. Ma non ce l’ha. Mostrate a Nolan un oceano in tempesta e non riuscirà a riprenderne un’immagine decentemente drammatica, così come non riuscirebbe a volare sulla luna.
La regola del cinema di Nolan è il cupo realismo. La cromofobia di Nolan è ormai nota, e il mondo ricco e colorato degli antichi greci è ritratto con desolanti tonalità di blu e marrone. Circa un quarto di Odisseasembra girato sulla piatta, ventosa e sbiancata dal sole spiaggia di Santa Monica, con una pallida Charlize Theron nei panni di Calipso avvolta negli ultimi modelli di abbigliamento da vacanza per donne di una certa età.
In realtà, quelle scene sono state girate a White Dune, spiaggia vicino a Dakhla, nel Sahara Occidentale. Forse saprete che questa terra è stata brutalmente colonizzata dal Marocco negli ultimi cinquant’anni e che, di conseguenza, la sovranità del Marocco su di essa non è riconosciuta dalle Nazioni unite né dalla maggior parte degli altri governi. È stata riconosciuta dal governo statunitense solo nel 2020, quando Donald Trump ha deciso di subordinare tale riconoscimento alla «normalizzazione dei rapporti tra il Marocco e Israele». Odissea di Nolan è la prima produzione hollywoodiana ad essere girata lì, una scelta che ha suscitato proteste in una lettera aperta firmata da personalità di spicco dell’industria cinematografica come Javier Bardem e Pedro Almodóvar.
«Questa forza occupante sta perpetrando un genocidio culturale contro il popolo saharawi, una pulizia etnica – afferma María Carrión , direttrice esecutiva del Western Sahara International Film Festival . Rimanendo in silenzio per un anno e poi utilizzando quelle scene, Nolan è diventato di fatto complice dell’occupazione marocchina del Sahara Occidentale».
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