di Piero Nobili (da “Controvento)
A 53 anni dal golpe di Pinochet.
L’11 settembre 1973 un colpo di stato militare rovescia il presidente Salvador Allende, ponendo così fine al governo di Unidad Popular. Il brutale atto di forza è guidato dal generale Augusto Pinochet, che solo tre settimane prima era stato nominato da Allende capo delle forze armate. Quello che viene deposto è un governo legittimo che nelle elezioni del marzo precedente aveva conquistato il 44 per cento dei consensi. Il golpe è appoggiato e voluto dal mondo economico e imprenditoriale del paese latinoamericano, ma determinate è l’input che proviene dagli Stati uniti d’America, che fin dal 1970 aveva puntano a sovvertire il governo di Allende. Tale sostegno Nordamericano, non è una congettura escogitata da qualche inguaribile dietrologo, ma è comprovato chiaramente dalla mole impressionante di documenti declassificati durante l’amministrazione Clinton. Nei file rimangono scolpite le parole dell’ex segretario di Stato statunitense Henri Kissinger: “Non vedo perché dovremmo restare con le mani in mano a guardare mentre un Paese diventa comunista a causa dell’irresponsabilità del suo popolo. La questione è troppo importante perché gli elettori cileni possano essere lasciati a decidere da soli“. Importante fu anche il ruolo giocato dalle compagnie multinazionali americane, in particolare dalla Itt, la grande corporation telefonica che temendo di venir penalizzata dalla nazionalizzazione dell’industria del rame, con l’aiuto della Cia, già da alcuni anni aveva predisposto un piano teso a destabilizzare il paese e a favorire l’intervento diretto dei militari.
L’imperialismo Nordamericano preoccupato dall’ascesa delle lotte e dalla combattività operaia temeva che in Cile si sviluppasse una dinamica rivoluzionaria in grado di trascendere lo stesso programma, riformista, del governo di Unidad Popular. Inoltre, nel quadro della guerra fredda, Nixon e i suoi sodali temevano che, la diffusione emulativa in altri paesi di fenomeni simili a quello che si stava materializzando in Cile, potesse a sua volta colpire in modo significativo l’equilibrio mondiale e la stessa sfera di influenza statunitense. Dall’11 settembre in poi le esecuzioni sommarie, l’uso sistematico della tortura e l’internamento degli arrestati scandiranno drammaticamente la vita del paese andino. In pochi giorni il Cile è trasfigurato: il parlamento viene chiuso, le libertà civili conculcate e l’opposizione politica è messa al bando; nel paese sorgono decine di campi di concentramento, a partire dallo stadio nazionale di Santiago dove verranno reclusi decine di migliaia di persone. La repressione sarà una costante imprescindibile del direttorio militare capeggiato da Pinochet: oltre quarantamila saranno le vittime del terrore statale durante i 17 anni della dittatura. Una dittatura militare feroce, sostenuta dalla borghesia locale ed eterodiretta dal Dipartimento di Stato americano attraverso gli ufficiali della Cia e gli istruttori militari del Pentagono. In questo contesto, Il movimento operaio viene sradicato e la sua avanguardia annichilita, mentre ogni espressione di sinistra è cancellata e duramente repressa.
Il Cile come un laboratorio.
La dittatura militare, distruggendo il tessuto politico ed organizzativo delle sinistre, aprirà la strada ad un altro modello sociale, ed il Cile diventerà un paese chiuso alle libertà ma aperto ai capitali stranieri.
Garantito dal terrore di Pinochet, il Cile diventerà così il primo laboratorio delle idee della scuola neoliberista dei Chicago Boys. Abolizione di ogni forma di diritto sindacale, smantellamento delle garanzie di previdenza sociale, messa al bando del codice di regolamentazione del lavoro saranno le cifre distintive dell’operato degli allievi di Milton Friedman. In questo quadro, gran parte delle imprese verranno privatizzate mentre le terre distribuite ai contadini dalla riforma agraria saranno requisite e messe sul mercato. Il nuovo dogma diventerà, dunque, il riequilibrio del bilancio statale, mentre la liberalizzazione dei tassi d’interesse e l’apertura delle frontiere favoriranno l’afflusso dei capitali e dei prestiti finanziari degli organismi internazionali. Il costo sociale di questa politica sarà enormemente doloroso per le classi popolari del paese: milioni di cileni si ritroveranno impoveriti, supersfruttati, privati dei servizi pubblici, nonché di ogni forma di espressione democratica. I militari cileni attuarono così, un profondo rivolgimento economico, sociale e politico a totale beneficio dei ceti possidenti.
Come ha scritto il sociologo Tomàs Moulian “il Cile si è trasformato man mano nel laboratorio sterile e nel paradiso del neoliberismo: paradiso per pochi, limbo consumista e indebitatore per altri, e inferno per buona parte della popolazione. Un paradiso guardato da arcangeli ben armati e senza scrupoli morali”. Per questo, nel 1976 il premio Nobel per l’economia assegnato a Friedman rappresenterà un presagio che annuncerà una nuova era. Infatti, di lì a poco tempo, il modello neoliberista portato alle estreme conseguenze nel laboratorio cileno, verrà in forme diverse gradualmente applicato in tutto il mondo.
L’eco del golpe in Italia.
Il golpe di Pinochet ebbe un’influenza politica enorme in tutto il mondo, e l’eco di questo avvenimento si farà sentire con forza nell’Italia negli anni Settanta. Il colpo di stato dell’11 settembre 1973 è quello che più colpisce nel profondo un’intera generazione di militanti della sinistra. Di fronte alla tragedia cilena tutta la sinistra italiana è obbligata a ripensare la propria strategia. Ma la riflessione conduce ad approdi differenti. Il Pci, che attribuisce la sconfitta del governo di Allende ad un insufficiente consenso e a un mancato rapporto unitario tra le forze politiche cilene, vira deciso verso la svolta governativa. Proprio in quel frangente, Berlinguer formula per la prima volta la proposta di un compromesso storico con la Dc, aprendo così la strada al governo di unità nazionale che si realizzerà tre anni dopo. Profonda è la divergenza tra il Pci e le forze si collocano alla sua sinistra. Il Manifesto – allora gruppo politico di una certa consistenza – insiste sul problema della disgregazione dei ceti medi e dell’egemonia su di essi, evidenziando il legame tra la Dc cilena e quella italiana, indicando nel partito di Fanfani il nemico che la sinistra unita deve battere in Italia e attaccando il tatticismo di Berlinguer e la sua strategia compromissoria. Le altre organizzazioni della nuova sinistra, (Avanguardia Operaia e Lotta Continua) pur traendo conclusioni differenti, sono concordi nel sottolineare i limiti e le ambiguità di Unidad Popular e nel criticare con forza quella via pacifica al socialismo che le forze riformiste propugnano. Soprattutto rimarcano l’incapacità del governo di Allende di affrontare il problema dell’inevitabile reazione violenta dello stato e dei suoi apparati militari, allorquando le classi dominanti si sentono minacciate dalla lotta di classe e temono di venire spodestate. Nella sinistra italiana dell’epoca, si traeva dunque, una lezione assai differente sull’esperienza maturata in Cile durante il governo dell’Unidad Popular.
L’Unidad Popular
Il governo Allende nasce a seguito della vittoria di stretta misura riportata nelle elezioni del settembre 1970. La coalizione che lo sostiene propugna la “via pacifica al socialismo” e si rifà al modello del fronte popolare, come unione tra forze del movimento operaio e settori della cosiddetta borghesia progressista. Due sono gli intenti che lo muove: la modernizzazione del paese e l’avvio di significative riforme nel campo socio-economico. In sostanza propone una politica di riformismo radicale: ridurre il potere delle compagnie multinazionali, interrompere il flusso delle ricchezze verso l’esterno, spezzare il monopolio e il latifondo. Da subito deve fare i conti con il fatto che il parlamento, l’apparato giudiziario e buona parte dell’amministrazione dello stato non sono sotto il suo controllo. Ciononostante, una parte di questo programma viene realizzato: istituisce un ampio settore di imprese pubbliche, mentre alcuni importanti comparti (minerario, bancario e telefonico) sono nazionalizzati dietro un congruo indennizzo versato ai proprietari. Nel corso del 1972 i nodi vengono al pettine, si approfondisce l’aggressione imperialista, e nel paese si aggravano le tensioni sociali. Nixon pone fine ad ogni assistenza economica e si attiva per far crollare le quotazioni del prezzo mondiale del rame. “Make the economy scream” è l’obiettivo che si pone l’amministrazione repubblicana. In questo quadro la destra cilena soffia sul fuoco organizzando scioperi e proteste contro il governo socialista. Paradossalmente la borghesia utilizza i metodi della classe operaia. Entra in sciopero trascinando con sé una parte consistente dei ceti medi. È uno sciopero guidato dall’alto e finanziato dai dollari nordamericani. Il paese viene bloccato per intere settimane: prima i camionisti, con una spettacolare serrata, e poi i commercianti, i piloti, gli ingegneri e i medici fanno precipitare il paese nel caos. Mentre Unidad Popular cerca invano di stabilire un accordo con l’opposizione conservatrice, sono i lavoratori a reagire. Costituiscono strutture di potere popolare – i cordones industriali – che occupano le fabbriche, fanno ripartire la produzione, assicurano i rifornimenti. Questi organismi, basati sulla forza e sull’autorganizzazione dei lavoratori, sono fondamentali nel contenere il moto reazionario che la serrata padronale aveva innescato. Nati come espressione della volontà della base operaia di contrastare l’attacco reazionario, questi organismi unitari rappresentano il nucleo costitutivo di una nuova istituzione: quella dei consigli dei lavoratori, che esercitando la democrazia diretta iniziano a costruire una nuova organizzazione del potere politico, alternativo e contrapposto a quello borghese. Il governo di Allende tenta in ogni modo di frenare e controllare il movimento delle masse che si è messo in moto, e in alcuni casi lo reprime. Di fronte alla polarizzazione sociale provocata dallo scontro tra borghesia e proletariato, Unidad Popular tenta di salvare capra e cavoli. Non rompe con la propria base sociale ma ricerca con forza un accordo con le classi dominanti. Invece di trarre forza dalla mobilitazione e dalla partecipazione attiva delle masse, si affida a un quadro costituzionale che ritiene inscalfibile. Confidando nella neutralità dell’esercito cileno (un esercito addestrato e armato dagli Stati Uniti), consegna ai militari tre importanti ministeri del proprio governo, mentre il segretario del Partito Comunista Cileno, Luis Corvalan fino allo stremo ricerca pervicacemente un accordo con la Dc, il partito che sostiene la sedizione dei camioneros e che tenta con ogni mezzo di destituire il governo di Allende.
Agli inizi dell’estate del 1973 è già chiaro l’epilogo. Mentre si rinnovano le manovre reazionarie, segnate dal sabotaggio economico, da nuove serrate corporative e dal sempre più evidente lavorio golpista dei generali, il governo di sinistra si dimostra titubante, incerto e arrendevole. Malgrado le minacce sempre più pressanti di un colpo di stato, il governo di Allende si attesta pervicacemente su una linea legalitaria, rinunciando a tentare di “golpear el golpe”, opponendosi all’ipotesi di armare il popolo, come chiedeva il MIR, il Movimento della Sinistra Rivoluzionaria. Il 4 settembre a Santiago, mentre la situazione politica diventa sempre più incandescente, più di mezzo milione di lavoratori manifestano a sostegno di Allende, e sfilano davanti al palazzo presidenziale della Moneda, ma le parole d’ordine scritte sul palco (“Unità e combattimento contro il golpismo, la patria vincerà”) rimangono solo delle evocazioni retoriche che non troveranno alcuna traduzione pratica. La resistenza al golpe non verrà preparata in alcun modo, e una settimana dopo, quando l’aviazione bombarderà la Moneda i focolai di resistenza che si accendono, spontanei e frammentati, saranno presto spenti dai reparti militari di Pinochet, che faranno strame anche di quelle norme costituzionali su cui facevano affidamento i riformisti. In questo quadro, l’eroica e generosa resistenza di alcuni settori della classe operaia sarà resa vana dalla sproporzione delle forze in campo.
Un anniversario segnato dal presente
A cinquantatré anni dal golpe dell’11 settembre 1973, la memoria di quegli avvenimenti continua a dividere profondamente la società cilena. Alla destra che non ha mai definitivamente reciso i propri legami politici e culturali con la dittatura si contrappone la memoria delle migliaia di uomini e donne che subirono carcere, torture, assassinii, sparizioni ed esilio. Il trascorrere del tempo e la distanza generazionale rendono oggi ancora più importante la battaglia contro la rimozione e la riscrittura di quella storia.
Nel 2026 questa battaglia assume un significato ancora più concreto. Per la prima volta dal ritorno alla democrazia, l’11 settembre non viene commemorato attraverso un atto ufficiale della Presidenza della Repubblica. Alla Moneda siede oggi José Antonio Kast, esponente di una destra radicale che non ha mai operato una netta cesura con l’eredità politica e culturale del pinochettismo. Nel 2017 Kast arrivò ad affermare che, se Pinochet fosse stato ancora vivo, avrebbe votato per lui e visitò Punta Peuco, il carcere dove sono detenuti numerosi ex militari e agenti dello Stato condannati per crimini contro l’umanità, sostenendo che in molti casi nei loro confronti prevalesse la “vendetta” sulla giustizia.
È questo uno dei cambiamenti politici più rilevanti rispetto al cinquantesimo anniversario del golpe: tre anni fa l’avanzata dell’estrema destra rappresentava una minaccia crescente; oggi quella minaccia è diventata governo.
La vittoria di Kast alle presidenziali del dicembre 2025, con oltre il 58 per cento dei voti al ballottaggio contro Jeannette Jara, non può tuttavia essere spiegata semplicemente come un’improvvisa svolta conservatrice della società cilena. Va collocata dentro la crisi del ciclo politico apertosi con la gigantesca rivolta sociale dell’ottobre 2019 e, soprattutto, nell’incapacità del governo di Gabriel Boric di dare una risposta alle aspirazioni espresse da quella mobilitazione.
Il movimento del 2019 aveva messo apertamente in discussione alcuni dei pilastri del modello economico e sociale costruito durante la dittatura e successivamente amministrato, senza una reale rottura, dai governi della Concertación. Pensioni, sanità, istruzione, salari, costo della vita, privatizzazioni e disuguaglianze divennero il terreno di una contestazione che, partendo dall’aumento del prezzo del trasporto pubblico, investì rapidamente l’intero assetto sociale e politico del paese.
È su quell’onda che Boric arrivò alla presidenza nel 2022, salutato da una parte consistente della sinistra internazionale come espressione di una nuova stagione progressista latinoamericana. Il suo governo prometteva una riforma fiscale progressiva, il rafforzamento dello Stato sociale e soprattutto il superamento della Costituzione del 1980, uno degli ultimi grandi lasciti istituzionali della dittatura.
Quelle aspettative sono state in larga parte frustrate. Il primo progetto costituzionale fu nettamente respinto nel referendum del settembre 2022; la riforma tributaria incontrò la resistenza parlamentare; mentre il governo, attraverso successivi rimpasti e l’ingresso di esponenti delle precedenti esperienze di centrosinistra, ricercò sempre più apertamente l’accordo con i settori moderati della vecchia Concertación e della borghesia liberale. Parallelamente assunsero crescente centralità i temi della sicurezza e dell’ordine pubblico.
Questi arretramenti non conquistarono stabilmente i settori moderati della società, ma contribuirono a disarmare politicamente una parte delle forze che avevano animato le mobilitazioni del 2019. È dentro questa sconfitta che deve essere letta l’ascesa di Kast.
La destra radicale è riuscita a spostare il terreno del confronto dalle disuguaglianze alla sicurezza, dalla redistribuzione della ricchezza alla repressione, dalla critica del modello neoliberista alla criminalizzazione dell’immigrazione. La crisi sociale non è scomparsa: è cambiato il terreno politico sul quale viene interpretata. Alla domanda di trasformazione sociale Kast ha contrapposto quella di ordine; al conflitto tra capitale e lavoro la costruzione del nemico interno, individuando nell’immigrato, nel criminale e nel manifestante le figure attorno alle quali ricomporre un blocco sociale reazionario.
Una volta arrivato alla Moneda, questo orientamento ha iniziato a tradursi nell’azione di governo: rafforzamento degli apparati di sicurezza, detenzione ed espulsione dei migranti irregolari, controllo tecnologico e militarizzazione delle frontiere, sistemi di sorveglianza e droni, insieme a un’ampia agenda contro il crimine organizzato e il terrorismo.
Altrettanto netto è l’indirizzo economico. Nell’agosto 2026 il governo è riuscito a far approvare una riforma imperniata sulla progressiva riduzione dell’imposta sulle imprese dal 27 al 23 per cento, sugli incentivi agli investimenti privati e sul contenimento della spesa pubblica. Il paradosso è evidente: il ciclo iniziato nel 2019 con una mobilitazione di massa contro le disuguaglianze prodotte dal modello neoliberista approda, almeno temporaneamente, a un governo che tenta di rilanciarne alcuni degli elementi fondamentali.
Ma è sul terreno della memoria storica che il significato dell’ascesa di Kast emerge con maggiore evidenza. Il nuovo governo ha invertito la decisione assunta negli ultimi mesi della presidenza Boric di trasformare Punta Peuco in un carcere comune e ha riaperto la discussione sulla concessione di misure umanitarie o benefici ai detenuti anziani e gravemente malati, che potrebbero interessare anche militari condannati per crimini contro l’umanità. Kast non ha inoltre escluso definitivamente l’utilizzo delle proprie prerogative presidenziali in materia di indulto. Anche il Piano Nazionale di Ricerca, Verità e Giustizia, istituito nel 2023 per chiarire il destino delle vittime di sparizione forzata durante la dittatura, è stato ridimensionato nella sua struttura, pur senza essere formalmente cancellato, mentre ancora oggi centinaia di famiglie non conoscono il destino dei propri parenti sequestrati dagli apparati repressivi.
Questi provvedimenti assumono, nel loro insieme, un significato politico preciso. Non siamo di fronte al ritorno della dittatura militare né alla ripetizione del Cile del 1973: le condizioni storiche sono profondamente differenti. La nuova destra cilena non propone il ritorno al regime di Pinochet, ma recupera e rielabora dentro il quadro democratico alcuni elementi della sua eredità ideologica: autoritarismo, nazionalismo, anticomunismo, centralità dell’ordine e degli apparati repressivi, difesa radicale della proprietà privata e del mercato.
In questo quadro acquista un significato particolare la scelta di Kast di non promuovere, nel cinquantatreesimo anniversario del golpe, alcuna commemorazione ufficiale dell’11 settembre da parte della Presidenza della Repubblica. Anche questa assenza è un atto politico. La battaglia sulla memoria non riguarda infatti soltanto il giudizio sul passato, ma anche la legittimazione delle politiche del presente. La rappresentazione del golpe come risposta, per quanto drammatica, a un paese precipitato nel caos, la contrapposizione tra ordine e conflitto sociale, la centralità degli apparati repressivi e la costruzione del nemico interno consentono alla nuova destra, pur in un contesto radicalmente diverso, di recuperare frammenti dell’immaginario politico che accompagnò il pinochettismo.
Si chiude così, almeno per il momento, un intero ciclo politico. Nell’ottobre 2019 milioni di cileni erano scesi nelle strade mettendo sotto accusa l’eredità economica e sociale della dittatura. Sette anni dopo, alla guida del paese troviamo una delle espressioni più radicali della destra cilena contemporanea.
Questo passaggio non dimostra il fallimento delle aspirazioni espresse da quella mobilitazione, ma quello della strategia che ha cercato di ricondurle entro i confini della compatibilità istituzionale e della collaborazione con i settori liberali della borghesia. L’esperienza di Boric mostra ancora una volta come il riformismo, quando rinuncia alla mobilitazione autonoma della classe lavoratrice e ricerca un compromesso permanente con gli interessi capitalistici, non riesca necessariamente a fermare la destra e possa, al contrario, contribuire a preparare il terreno sul quale essa ricostruisce il proprio consenso.
La parabola cilena contiene quindi una lezione che supera i confini del paese. Quando le aspettative di trasformazione vengono frustrate, il riflusso delle mobilitazioni può essere intercettato dalla destra radicale, che tenta di sostituire al conflitto tra capitale e lavoro quello tra cittadini e migranti, tra ordine e protesta, tra nazione e nemico interno.
Ed è proprio qui che l’anniversario dell’11 settembre torna ad assumere una straordinaria attualità.
Nel 1973 il golpe non rappresentò semplicemente la caduta di un presidente. Fu la risposta violenta della borghesia cilena e dell’imperialismo statunitense alla crescita del movimento operaio e popolare e alla possibilità che quella mobilitazione mettesse in discussione i rapporti di proprietà e di potere esistenti. La tragedia dell’Unidad Popular dimostrò quanto fosse illusoria la prospettiva di trasformare radicalmente la società confidando nella neutralità delle istituzioni dello Stato borghese e delle sue forze armate.
Cinquantatré anni dopo, in condizioni storiche completamente differenti, quella lezione conserva la sua forza. L’alternativa alla destra autoritaria non può essere la riproposizione di un centrosinistra che promette trasformazioni sociali per poi arretrare davanti agli interessi del capitale, né può essere costruita affidando le aspirazioni delle masse popolari esclusivamente alle istituzioni dello Stato esistente.
La ricostruzione di una prospettiva di classe, l’organizzazione autonoma dei lavoratori, lo sviluppo delle lotte sociali e la costruzione di un’alternativa anticapitalista rappresentano ancora oggi le condizioni indispensabili affinché le aspirazioni emerse nelle strade cilene non vengano nuovamente disperse.
Per questo ricordare l’11 settembre 1973 non significa soltanto difendere la memoria di Salvador Allende, dei militanti assassinati, dei desaparecidos e delle migliaia di uomini e donne perseguitati dalla dittatura. Significa interrogarsi sulle ragioni della loro sconfitta e sulle lezioni che quella esperienza consegna al movimento operaio internazionale.
Perché le ombre dei carri armati che percorrevano Santiago cinquantatré anni fa appartengono alla storia, ma la lotta tra le classi che attraversava il Cile di allora, sotto forme profondamente diverse, appartiene ancora al nostro presente.
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