So già che mi attirerò gli strali di gran parte della “compagneria” (compresi i miei compagni più stretti). Ma “amicus Plato, sed magis amica veritas“. Oggi ho visto il film della regista palestinese Annemarie Jurcin, nata a Betlemme, in Cisgiordania, nel 1975, e laureatasi negli USA nel 2002. Non entro nel merito degli aspetti più squisitamente cinematografici del film, ma vorrei fare qualche breve riflessione dal punto di vista storiografico. Ovviamente, essendo un film di fiction (non un documentario storico) non si può pretendere un’approfondita ricostruzione storiografica, articolata e dettagliata. Nonostante questo, insieme ad aspetti, per così dire, “politicamente” positivi (come la denuncia del colonialismo britannico, in Palestina e un po’ ovunque), ho provato un certo fastidio di fronte all’atteggiamento generalmente un po’ troppo manicheo della regista. In genere i film in cui da un lato ci sono solo i “buoni” (tra l’altro identificati in chiave etnica) e dall’altro i “cattivi” mi mettono a disagio, anche quando, diciamo così, sto politicamente dalla parte dei “buoni”. Al di là di qualche cenno al collaborazionismo (sia con i britannici che con i sionisti) di alcuni ricchi e potenti palestinesi, tutt* i/le palestinesi sono descritti in modo totalmente positivo (eroi, vittime, martiri, ecc.). Giusto, mi dirà la stragrande maggioranza dei miei amici e compagni: sono le vittime dell’attuale tentato genocidio, dobbiamo continuare nella campagna contro l’infame governo israeliano, anche a costo di essere ultra-schematici e, appunto, manichei. E va bene, accettiamo questo compromesso con la mia coscienza di “storico” e di militante. Ma, mi chiedo, e vorrei chiederlo alla regista: perché il “terzo incomodo” della Storia, e cioè i sionisti, principali responsabili dell’attuale situazione (e in gran parte anche di quella del 1936) non appare mai nel film (se non sullo sfondo, mentre costruiscono i kibbutz)? Non un solo personaggio, neppure secondario, vi fa capolino. Forse la regista, eliminandone la scomoda presenza (citata solo nei dialoghi dei due protagonisti, gli arabo-palestinesi e i britannici) cerca di esorcizzarne l’ingombrante, attuale presenza? O ripete il cliché dei film western yankee, in cui i “cattivi” indiani si vedevano sempre da lontano, mentre cavalcavano per assalire diligenze e carri dei pionieri, in attesa di toglier loro lo scalpo? Questa assenza mi è sembrata la carenza principale del film, anche se, visto che il film voleva essere, almeno in parte, una ricostruzione storica, mi sarei aspettato almeno di vedere sulla scena il Gran Muftì, Amin-Al-Husayni, il leader del Comitato Arabo che organizzò la rivolta. O per lo meno che lo si nominasse (sia pure stendendo un velo pietoso sulle sue “frequentazioni” imbarazzanti negli anni Trenta). E magari qualche piccolissimo cenno (tanto per non sembrare unidirezionale e manichea e rendere più credibile l’impegno a fianco dei palestinesi) al pogrom antiebraico (non antisionista) dell’aprile 1920 a Gerusalemme (con la polizia coloniale britannica a dare la caccia ai “bolscevichi ebrei”) o al massacro di Hebron dell’agosto 1929. Niente da fare: la lettura, tutta in chiave nazionalistica (per fortuna non panislamista, visto che la regista è una cristiana palestinese), non ha concesso spiragli ad un approccio anche solo parzialmente diverso. E sì che a un certo punto ci avevo sperato, quando gli scaricatori arabi del porto di Giaffa, in seguito alle prevaricazioni padronali e poliziesche, si riuniscono, lamentandosi delle ingiustizie e del fatto che “i lavoratori ebrei sono pagati di più”, grazie al fatto che erano organizzati in un forte sindacato. Sarebbe stata un’ottima occasione per fare almeno balenare l’ombra d’un’altra prospettiva, che provasse ad insistere sulla comune collocazione sociale, piuttosto che sulla contrapposizione nazional-religiosa. Ma quella scena, durata un paio di minuti, è finita nel nulla. La Storia, purtroppo, è andata in un’altra direzione, ricordataci verso la fine del film dalle grandi manifestazioni (che sembravano anche troppo alle nostre, di 90 anni dopo) al grido di “Palestina libera” e pure, in tono un po’ più basso, “la Palestina è nostra” (cioè, par di capire, araba)*. Certo, ha ragione Annemarie, non il sottoscritto, illuso e ingenuo: né gli uni (i palestinesi) né gli altri (i futuri israeliani), salvo poche eccezioni, hanno gridato “Proletari di tutti i paesi, unitevi!” E infatti sono finiti entrambi in questo orribile incubo, in un vicolo cieco di cui non si intravede la fine.

Flavio Guidi

*Devo dire che è stata anche la mia posizione, dalle prime manifestazioni antisioniste a cui ho partecipato (agli inizi degli anni ’70) fino a metà degli anni ’90. Ricordo che ancora nel 1991, in seguito all’aggressione contro l’Irak, gridavo slogan (in un arabo pasticciato) che recitavano “Il Kuwait è irakeno, la Palestina è araba”. Dopo più di trent’anni ho cambiato idea: la Palestina è di tutti coloro che ci vivono: arabi (musulmani o cristiani), ebrei, drusi, armeni, circassi, ecc. ecc. E una Palestina unita, laica e socialista è l’unica per cui vale la pena di battersi


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