Cronaca di tre morti, di un sogno e di una piazza che non si ferma  

di: Majid Daoudagh (1988–2026)

Mi chiamo Majid. Sono arrivato in Italia nel 1988.

Sono venuto dal Marocco con in valigia i libri di Gramsci e tanti sogni. Credevo nell’Italia della Resistenza, nell’Italia che ogni 25 Aprile celebra la Festa della Liberazione, nel paese che aveva sconfitto il fascismo e il razzismo. Pensavo di trovare una società che aveva chiuso quella pagina per sempre.

Ma la realtà era più complessa.

Ho trovato un razzismo che cambia forma, ma non scompare. Rinasce nelle pratiche burocratiche, nel mercato del lavoro, nella casa, negli sguardi di sospetto e a volte per strada. Si ripete ad ogni ritardo nei documenti, ad ogni posto di blocco, ad ogni frase: “torna domani”.

E oggi, mentre sto in piazza al Pilastro, non voglio parlare di me. Voglio parlare di nomi che non devono essere dimenticati. Perché il silenzio uccide le vittime una seconda volta, e perché l’oblio è più pericoloso della morte.

*JERRY MASSLO… L’inizio che tutti credevano sarebbe stato l’ultimo*

Il 26 agosto 1989 fu ucciso Jerry Masslo, rifugiato arrivato dal Sudafrica in fuga dall’apartheid. Aveva trent’anni e viveva con altri lavoratori migranti in una casa colonica a Villa Literno.

Quella notte alcuni uomini armati fecero irruzione per rubare. Spararono e uccisero Jerry per un portafoglio quasi vuoto.

Il delitto scosse la coscienza dell’Italia. Centinaia di migliaia di persone scesero in piazza. Il caso aprì un grande dibattito nazionale su immigrazione e diritti dei lavoratori stranieri, e contribuì alla spinta verso la prima legge moderna sull’immigrazione.

Ma gli anni passarono… lo slancio si affievolì, mentre le stesse domande rimasero.

*BAKARI SAKO… Una giornata di lavoro che non è iniziata*

Il 12 maggio 2026 si svegliò Bakari Sako, lavoratore maliano di trentacinque anni, prima dell’alba. Lavorava con un contratto a tempo determinato in agricoltura e si preparava a una nuova giornata nei campi.

Uscì dal suo alloggio per andare al lavoro, ma non ci arrivò mai.

Il suo viaggio si è concluso sulla strada, in circostanze che hanno sollevato un ampio dibattito. La sua morte è oggetto di indagini, mentre la sua famiglia attende ancora un’unica risposta: perché non è tornato a casa?

*ABDERRAHIM FAKIR… Un padre uscito per lavorare e non è più tornato*

Il 19 luglio 2026, nel quartiere Pilastro di Bologna, è morto Abderrahim Fakir, lavoratore marocchino di quarantadue anni.

Lavorava nella logistica, trascorreva lunghe ore a caricare e scaricare camion durante turni notturni pesanti. Viveva in un piccolo appartamento con dei colleghi, mentre sua moglie e i suoi due figli lo aspettavano a Casablanca.

Ripeteva sempre al telefono: “Sono qui per voi”.

La sua vita si è conclusa durante un intervento della Polizia. Le circostanze della morte sono ancora al vaglio dell’autorità giudiziaria, con fascicoli aperti nei confronti di diverse persone.

La notizia della morte è arrivata a sua moglie nelle prime ore dell’alba, a più di duemila chilometri di distanza. I bambini invece continuano a fare la stessa domanda:

“Quando torna papà?”

*IL FILO CHE UNISCE I NOMI*

Tra il mio arrivo in Italia nel 1988 e l’uccisione di Jerry Masslo è passato un solo anno.  

Tra Jerry e Bakari: trentasette anni.  

Tra Bakari e Abderrahim: pochi mesi.  

Tra Abderrahim e il nome successivo… nessuno lo sa.

E nonostante tutti questi anni, il filo è rimasto lo stesso: un permesso di soggiorno che tarda, una casa negata a causa dell’origine, un lavoro precario, e la paura costante che un momento normale si trasformi in tragedia. Che si muoia lontano dalla propria terra e dai propri cari.

La cosa più crudele non è solo la morte. È che dopo ogni tragedia si ripetono le stesse immagini: le candele, i fiori, i cartelli che chiedono giustizia… e poi tutto torna al silenzio.

*AFFINCHÉ I NOMI NON DIVENTINO NUMERI*

Alla fine delle veglie di solidarietà, le candele si spengono e restano solo le tracce di cera sull’asfalto. La gente torna al lavoro, la vita continua, ma le famiglie restano sole con il dolore.

E resta una domanda sospesa:

_Di quanti altri nomi abbiamo bisogno prima che lo slogan “mai più” diventi realtà e non solo parole?_

La cosa più grave che può accadere a una vittima è trasformarsi in un numero nell’archivio delle notizie.

Per questo ricordare i nomi non è solo fedeltà al passato, è difesa del futuro.

*Non dimentichiamo:*  

_Jerry Masslo._  

_Bakari Sako._  

_Abderrahim fakir


Scopri di più da Brescia Anticapitalista

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.