di G. Giusti (da “Il Pungolo Rosso”)
Questa è la quinta puntata della ricostruzione storico-politica – a cura di Graziano Giusti – di un periodo di grande importanza per il movimento proletario, ma nel complesso poco conosciuto, quale è stato l’arco di tempo 1936-1939 in Spagna, tempo di guerra civile e di rivoluzione.
La dittatura militare di Primo de Rivera cerca di puntellare un regno sempre più traballante
in un primo dopoguerra che è praticamente la pausa per un nuovo regolamento di conti tra
imperialismi.
Si cerca, con un goffo corporativismo e col rilancio di una politica di lavori pubblici, di
allargare il consenso di massa verso le istituzioni; confidando su una “ripresa economica” la
quale però non fa altro che preludere allo scoppio della “grande crisi” del 1929.
In questo periodo emerge smaccatamente la collusione tra PSOE e borghesia.
La crisi economica, le lotte proletarie che riprendono con vigore, il risorgere degli
autonomismi regionali gettano a gambe all’aria il governo insieme alla monarchia.
Nel 1931 nasce così la seconda repubblica spagnola, diretta da governi radical-repubblicano-
socialisti.
I grandi entusiasmi popolari dei primi mesi vengono subito demoliti da una politica
governativa fatta di timide riforme – che scontentano tutti – accompagnate dalla tradizionale
dura repressione statale contro ogni lotta proletaria che esiga di fare sul serio, cambiando
radicalmente condizioni di vita e di lavoro tra le più basse in Europa.
La questione delle questioni, e cioè la riforma agraria, rimane sostanzialmente sul tavolo,
“delegando” indirettamente alla rivoluzione proletaria la soluzione di tutti i problemi di una
mai affrontata rivoluzione borghese.
Non sono le “esagerate” rivendicazioni delle masse proletarie a spingere verso lo scontro
decisivo, ma l’inesorabile logica dello scontro insanabile tra le classi. Quando le tensione tra di
esse sale, le “riforme” di una vigliacca borghesia, invece di acquietare gli animi, li tendono al
massimo grado.
E’ a quel punto che in Spagna, anche la “mediazione” tra il repubblicano Azaňa e il socialista
Caballero diventa incompatibile con ciò che matura nella società.
Nel frattempo, all’interno del più numeroso e combattivo sindacato operaio, l’anarchica CNT,
l’unica grande organizzazione proletaria in grado di opporsi coi fatti al governo repubblicano
“verde-rosa”, va maturando un regolamento di conti tra la componente sindacal-
insurrezionalista” della maggioranza, e una minoranza di “sindacalisti puri” non scevra da
una certa forma di “ministerialismo” all’interno di una formazione anti-statale per
antonomasia. Avverrà su questo una formale scissione nella CNT; la quale però non sanerà
affatto la questione. Con degli strascichi molto importanti da lì a pochi anni.
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Non dobbiamo immaginare lo scoppio di una rivoluzione come un moto improvviso che erompe dal
sottosuolo sociale e politico, né come un qualcosa di programmato a tavolino in tutti i suoi
particolari. Stando alla terminologia leninista, l’immagine più appropriata potrebbe essere quella di
un periodo – più o meno lungo – di “accumulazione di sostanze infiammabili” le quali, giunte a un
certo livello di combustione, esplodono in maniera dirompente, trascinando nel vortice (che lo si
voglia o no) tutte le classi sociali e le istituzioni. Se osserviamo con attenzione le vicende legate alla
rivoluzione e alla guerra civile spagnola 1936-’39 possiamo trovare la conferma di una simile
dinamica.
La dittatura di Primo de Rivera
In realtà rivoluzione e guerra civile iniziano qualche anno prima, dopo la “tregua” (si fa per dire)
della dittatura del generale Primo de Rivera, inaugurata il 13 settembre del 1923 e durata fino al
gennaio del 1929. Abbiamo visto come tale soluzione debba essere ricondotta alla necessità per la
monarchia di puntellare un regno sempre più traballante, a fronte di un movimento proletario in
netta ascesa (gli scioperi insurrezionali del 1917 e del 1919) e alla disfatta marocchina del 1921.
Primo de Rivera inaugura a dire il vero, probabilmente ispirato al corporativismo fascista, un
sistema di relazioni sindacali fondato su dei “Comitati Paritetici”, mediati dal governo. In essi, si
riconoscono solo i sindacati “responsabili”, escludendo d’ufficio i cosiddetti “irriducibili”.
Fatto è che il segretario della socialista UGT, Largo Caballero, accettando questo sporco amo della
classe dominante, non solo vede riconosciuto il suo sindacato, ma viene ricompensato con la carica
di Consigliere di Stato al Lavoro !!! Il tutto naturalmente a scapito della concorrente anarchica
CNT, la quale non viene solo esclusa da ogni trattativa ma addirittura messa fuorilegge! La manovra
è evidente: fuori i “banditi” dal consesso della società civile, via libera agli opportunisti. Come si
vede, cambiano i tempi ma le vecchie, sporche pratiche collaborazioniste hanno la vita lunga…
Nei confronti del Marocco De Rivera ritira parte delle truppe interne collocandole sulle coste,
cercando in qualche maniera di “pacificare” la situazione.
Sciolte le Cortes, cioè il parlamento, si installa un Direttorio militare che proclama lo stato di
guerra, promuovendo al contempo un largo programma di lavori pubblici nelle infrastrutture, nel
turismo, nel commercio (“galere piene e lavori pubblici”; così sintetizza il regime Hugh Thomas).
De Rivera si appoggia sulla ripresa che attraversa nella seconda metà degli anni ’20 l’intero
continente europeo a seguito dei forti investimenti e prestiti statunitensi (1), nonché sulla stanchezza
generale della popolazione dopo sei anni di continue agitazioni. Attirano consenso anche le
esposizioni internazionali (a debito) tenute a Siviglia e Barcellona.
Ministro delle Finanze è il cattolicissimo, monarchico-conservatore Calvo Sotelo (2), che cerca
invano di ancorare la peseta all’oro. Al punto che nel 1928 la moneta nazionale subisce un crollo, e
con essa crollano anche le illusioni della borghesia sulle virtù taumaturgiche del generale. La spesa
pubblica inflazionistica scatena l’opposizione degli industriali catalani; inizialmente riconoscenti a
de Rivera per aver costretto la CNT alla clandestinità, ma ora infuriati per l’andamento degli affari,
penalizzati ancor di più dalla linea anti-autonomista presa dal governo. Anche sul versante agrario
le cose non vanno per il meglio: l’opera di mediazione governativa sui salari e sulle condizioni di
lavoro non aggrada l’importante frazione dei proprietari terrieri che aveva appoggiato l’ascesa del
generale. In una parola: si sfalda il blocco agrario-militar-industriale che aveva permesso a “un
illustre politico da caffè” (G. Brenan) di assumere posture napoleoniche…(3)
Nel gennaio del 1930 de Rivera si dimette, facendo largo a un altro generale, Dámaso Berenguer, un
timido ponte per preparare, senza grossi sommovimenti, l’esilio di re Alfonso XIII°. La monarchia è
un involucro che non da più alcun affidamento alle classi dominanti spagnole, invischiate nella crisi
mondiale capitalistica.
La seconda repubblica
Questione di poco più di un anno e nell’aprile del 1931 viene proclamata la repubblica; la seconda
repubblica spagnola dopo il breve intermezzo (febbraio 1873-dicembre 1874) della prima.
Il trapasso avviene a furor di popolo, senza spargimento di sangue, tanto è marcio l’albero
borbonico.
Del resto, il movimento proletario, dopo la fine di de Rivera, aveva subito ripreso a farsi sentire a
tutti i livelli, rompendo il guscio della dittatura. Scioperi e rivendicazioni di ogni tipo erano rifioriti
come a primavera, dietro la vaga illusione che tutto dipendesse non dai rapporti sociali capitalisti,
ma dalla tirannide del re, dalla protervia dei suoi scherani in divisa, dalle secolari sanguisughe del
clero…Si coglie insomma nell’aria quel falso clima unanimistico che spesso sopravanza nella lotta
politica quando è dietro l’angolo la “sterzata” da parte di quelle classi dominanti che non sono
affatto state spodestate.
Tale “sterzata” è appunto la repubblica borghese uscita dalle urne del 14 aprile, dove nelle elezioni
amministrative i repubblicani escono vincitori in 41 capoluoghi di provincia, contro gli 8 andati ai
monarchici. A Madrid e a Barcellona la repubblica stravince.
Il sindacato libertario, in coerenza coi suoi ideali, dal momento che non aveva mai sospeso la lotta
contro Stato e padronato, addita giustamente nella repubblica una nuova forma di dominio borghese
sul proletariato, smussandone però le angolature polemiche e senza trarne delle conseguenti
conclusioni politiche in ordine agli obiettivi di fase e nei confronti della “sinistra” catalana.
Quest’ultima, raggruppata nella “Estat Català”, precorritrice della “Esquerra”, aveva cercato
volentieri (e ottenuto) un rapprochement con la clandestina CNT già nel periodo della dittatura del
generale de Rivera, quando – oltre all’incessante azione tra le masse operaie – Durruti e & dalla
Francia avevano organizzato guerriglia e attentati insieme ai catalanisti di Francesc Macìa (4),
attirando a loro anche piccoli nuclei di ufficiali ribelli al dittatore.
Sarà uno dei molteplici episodi di un rapporto a dir poco equivoco tra il movimento anarchico e
l’autonomismo catalano, foriero di brutte notizie sul versante della rivoluzione.
Con l’avvento della repubblica scoppia all’interno della CNT anche il “caso Pestaňa”, quando questi,
che è il segretario generale, dichiaratosi addirittura favorevole all’accettazione della “legalità” sotto
Primo de Rivera, comincia ad attaccare i metodi insurrezionalisti della FAI dentro il sindacato.
Torneremo più oltre sulla questione, perché crediamo risulti ormai chiaro come le vicende del
proletariato più combattivo in terra di Spagna, fatta qualche debita eccezione, siano legate a quelle
dell’anarco-sindacalismo. Prima di ciò però crediamo valga la pena di dare uno sguardo d’insieme
alla fisionomia e alla natura delle forze politiche che si fronteggiano sotto la seconda repubblica.
Il nuovo governo che si insedia è presieduto dal cattolico tradizionalista Alcalá Zamora,
repubblicano, avvocato andaluso, già ministro del re durante la dittatura de Rivera.
Agli Interni un altro cattolico repubblicano, Miguel Maura. Agli Esteri troviamo il radicale
anticlericale Alejandro Lerroux, accompagnato da un suo collega di partito, il massone Diego
Martínez Barrio, ministro delle Comunicazioni. Alla Guerra un personaggio che diventerà centrale
neo decorso della lotta politica: Manuel Azaňa, repubblicano di sinistra, avvocato, benestante,
massone pure lui.
Significativa la presenza, oltre a due rappresentati dell’autonomismo catalano e galiziano, di
ministri socialisti del PSOE: il già citato Largo Caballero, che approda al ministero del Lavoro e
della Salute, Fernando de los Rios alla Giustizia, l’alto borghese Indalecio Prieto alle Finanze.
Fatte poche variazioni, sarà attorno a questa classe politica che ruoteranno le vicende dei governi
repubblicano-socialisti prima e del Fronte Popolare poi.
Sulla sponda repubblicana, lasciando perdere schegge varie, emergono dunque i Liberal-
Repubblicani di Zamora, Azione Repubblicana di Azaňa e il Partito Repubblicano Radicale di
Lerroux.
Le differenze fra i tre consistono in sostanza nel diverso approccio verso la questione agraria
(Azaňa è un timido riformista, Zamora un moderato ancor più timido, Lerroux è un reazionario),
verso la chiesa cattolica (Azaňa è un anticlericale, Lerroux anche, Zamora un pio devoto), e verso
le Forze Armate (Azaňa e Lerroux sono per riformarle riducendo l’onere di esse sulle finanze
pubbliche, Zamora ha una linea di marcata compromissione con esse).
Un tratto però li unisce: l’avversione al movimento operaio e alle sue espressioni politico-sindacali.
Da buoni borghesi hanno compreso perfettamente come quel proletariato sia inconciliabile con il
benessere delle classi dominanti da loro tenacemente difeso.
Sono partiti, questi dell’area repubblicano-radicale, che sostengono un “progresso senza avventure”,
tanto per riprendere uno slogan che andava di moda qui in Italia negli anni ’60. Dove però le classi
subalterne secondo loro devono “rimanere al loro posto” e “non disturbare il manovratore”, cioè il
capitale. Quando ciò non avviene, quando cioè gli sfruttati non si limitano a votare ogni qualche
anno e a confidare nelle Cortes, quando le lotte tracimano dalla legalità, ecco la mano inesorabile
dello Stato (“riformista”) che colpisce. (5)
Il PSOE complice della borghesia
Finito il ballo coi generali, si riprende la stessa solfa repressiva con la repubblica. Il 4 luglio del
1931, uno sciopero alla Società dei telefoni di Siviglia indetto dalla CNT diventa sciopero generale.
Interviene l’esercito, che prende a cannonate i lavoratori: 30 morti e 200 feriti. Sempre nel corso di
questo mese, scioperano i minatori delle Asturie, replicati dai braceros andalusi in agosto.
Si contano altre vittime, seguite da arresti e condanne a morte dei “facinorosi”. Crolla nel breve
volgere di qualche mese l’illusione che la repubblica sia portatrice della soluzione ai problemi che
assillano le masse proletarie.
La presenza dei socialisti in un simile governo di democratici tagliagole è emblematica.
Il PSOE è già un partito perso per la rivoluzione. Ciò non significa che non esistano contraddizioni
al suo interno, che non esista una dialettica anche conflittuale tra partito e UGT, organizzazione
sindacale reale e non farlocca. Oppure – e lo vedremo – tra una Direzione imborghesita e una
gioventù socialista attivata dall’innalzamento dello scontro di classe. Fatto è che il partito nel suo
complesso è già strutturalmente e programmaticamente fuori da ogni opzione di ribaltamento dei
rapporti sociali, nonostante i soliti bolsi discorsi sull’“avanzamento verso la società socialista”.
Il problema di fondo non sta, come sostengono gli anarchici, nel marxismo in quanto teoria
“autoritaria” e “burocratica”, staccata dalle masse e anelante al dominio su di esse, ma nella
degenerazione del marxismo stesso prodotta dalle correnti riformiste. Fenomeno che ha investito
non di meno – proprio in Spagna – anche le correnti “anti-autoritarie”…
G. Munis (6) descrive in maniera appropriata il socialismo spagnolo come un socialismo “di bassa
lega”, “arretrato e ignorante”, composto da “miopi sindacalisti senza visione politica” (Iglesias,
Caballero); da “intellettuali piccolo-borghesi non ambientati nel movimento operaio” (Besteriro, De
los Rios, Araquistain); da “maneggioni mascherati da intellettuali” (Prieto). Un socialismo misero
teoricamente per Munis, che non leva una sola voce contro il tradimento della II° Internazionale nel Una “congrega di moralisti” che si scalda sotto le ali protettive dello Stato borghese, dittatura
militare compresa. Vi è in questo giudizio di Munis una certa sommarietà; che non tiene nel dovuto
conto l’opera di penetrazione capillare tra le masse propria di un riformismo anche scadente come
quello spagnolo, seppur nella prospettiva storica ci sentiamo di sottoscrivere l’affermazione. (7)
Dando una rapida occhiata ai rapporti tra le classi, A. Paz (8) riporta come in quella situazione vi
fossero in Spagna 1 milione di proprietari agiati (tra agricoltura, industria e finanza) a fronte di
2milioni e 300mila braceros, altrettanti operai e minatori e 2 milioni circa di piccoli produttori o
mezzadri, i quali -come abbiamo visto – sono permanentemente tra Scilla e Cariddi.
F. Morrow (9), scrive che su 24 milioni di abitanti, tra gli operai e i contadini si conta un milione di
capofamiglia disoccupati, i quali prima della fine del 1933 aumenteranno ancora di mezzo milione.
Riforme che scontentano tutti
Per avere un’idea approssimativa di quanto fosse stridente la questione agraria, riprendiamo ancora
A. Paz (9), il quale riporta uno studio di H, Rebasseire (“Espaňa, crisol polĭtico”, 1966) in cui si
valutano in 50mila i latifondisti che possiedono il 50% del suolo, in 700mila i contadini ricchi che ne hanno il 35%.
Poi a seguire: 1M di contadini medi che ne detengono l’11%, 1Me 250mila piccoli contadini il 2%,
mentre ai restanti 2M di lavoratori agricoli nulla…I grandi proprietari monopolizzano anche l’acqua
per irrigare i campi, rivendendola a prezzi inaccessibili. (10)
Da parte loro gli industriali catalani, baschi, asturiani, sivigliani sono costretti ad appoggiarsi sui
proprietari agrari, spingendo per una politica di sovvenzioni atte a rilanciare le esportazioni,
tenendo a freno il costo del lavoro. Ma è una politica sfasata, inficiata dal regionalismo, sempre in
bilico tra riforme e repressione, tra modernità e tradizione, visto che “la borghesia spagnola non
era, al momento della caduta della repubblica, una forza organica e una classe perfettamente
costituita.” (11)
I governi radical-socialisti durano dall’aprile 1931 al settembre 1933. In questo periodo di tempo
vengono approntate delle leggi che non modificano sostanzialmente la condizione delle masse
lavoratrici. Per esigenze di bilancio e per soddisfare la sete di cambiamento in particolare della
piccola borghesia urbana (vera fautrice della repubblica), vengono sì ridimensionati chiesa cattolica
ed esercito, intervenendo però molto parzialmente sulla questione agraria e sulle autonomie
regionali. Facendo rimanere sostanzialmente immutati i nodi di fondo.
Nell’esercito si chiude l’Accademia Militare Generale, si riducono il numero delle Divisioni, si
esigono studi universitari per gli ufficiali, si restringono le distanze professionali tra ufficiali e
sottufficiali, nel mentre vengono fondate le “Guardias de Asalto”, legate al giuramento verso la
repubblica. Sono reparti speciali di polizia, super-armati, i quali, aggiunti alla Guardia Civil, fino al
luglio del 1936 faranno la loro parte nella repressione sistematica di compagni e lavoratori. (12)
Per i vertici militari comunque tale parziale loro razionalizzazione corrisponde alla “demolizione
dell’esercito” (!). Particolarmente invisa alle alte gerarchie gallonate è quella misura che toglie la
giurisdizione dei tribunali militari sui civili accusati di diffamazione nei loro confronti.
Ne conseguirà il tentato golpe del gen. Sanjurjo (agosto ’32); un azzardo che non poi andrà in porto,
ma che significativamente “risparmierà” il taglione della giustizia allo stesso Sanjurjo e a tutti i
caporioni a lui collegati, facendo comprendere loro che “osare si può”…
La chiesa cattolica vede introdurre nei suoi confronti una (pur timida) legge sul divorzio, il
matrimonio civile, una iniziale separazione tra essa e lo Stato, la libertà di culto, una (contrastata)
interdizione degli ordini religiosi dall’insegnamento pubblico. Viene sciolto l’ordine dei Gesuiti,
aboliti i commerci religiosi, e addirittura sottoposte le processioni religiose al benestare dell’autorità
pubblica…Quando le vena anticlericale diffusa nel paese contro questo bastione reazionario arriva a
toccare nel vivo proprietà e sovvenzioni statali (dentro un contesto di incendi di chiese in tutto il
paese, senza che il governo intervenga), avverrà l’aperta rivolta delle gerarchie ecclesiastiche; le
quali, per bocca dell’arcivescovo di Toledo cardinal Pedro Segura, inviteranno i fedeli a imbracciare
le armi contro i nemici della religione. Zamora e Maura consegnano le loro dimissioni, aprendo la
strada ad Azaňa come capo del governo.
Si vara anche uno Statuto delle Autonomie regionali (ad esclusione dei Paesi Baschi), un
miglioramento di stipendio per gli insegnati, e si presenta un piano di incremento della scuola
pubblica sul territorio nazionale.
Ma il vero intoppo, oltre alla condizione operaia, è sempre la questione agraria.
Il governo fa una riforma quadro che introduce certo qualche miglioria (le otto ore di lavoro, il
divieto di sfratto nelle fattorie, collegi arbitrali, l’obbligo per i proprietari di coltivare i terreni
incolti, il vincolo di assumere mano d’opera entro i confini della regione in cui si opera), ma…la
proprietà non si tocca! “Il potere economico e sociale rimane nelle stesse mani” (P. Preston).
Anche lo storico liberale H. Thomas ammette: “La repubblica non affronta la questione agraria”
(13)
Una legge parziale del 1932, tra l’altro, sfiora appena la questione del credito agricolo e
dell’irrigazione (solo il 3% delle terre è irrigato).
Lo Stato intende requisire solo i terreni abbandonati superiori ai 22 ettari, con relativo indennizzo
ai proprietari. Si prospetta la distribuzione delle terre abbandonate a famiglie contadine “scelte”
aderenti a delle cooperative…rimanendo lo Stato il proprietario. Sono escluse da ciò la Galizia e
parti della Castiglia. Insomma, la cosiddetta riforma agraria è in realtà una pietanza che “spaventa i proprietari senza soddisfare i contadini” (14)
In questi casi il pedante riformista pensa comunque di trovarsi davanti a una riforma tutto sommato
buona rispetto alla situazione di partenza; deducendone che le masse diseredate in fondo non sono
mai sazie, grazie anche al soffiare sul fuoco della rivolta da parte dei soliti sobillatori.
E’ ciò che sinteticamente esprime il su citato Preston, studioso anche serio per molti aspetti, quando
in sostanza se la prende con gli “opposti estremismi”. (15)
Le cose stanno in maniera molto diversa. Se si parte dai salotti benpensanti si può discettare
all’infinito sugli “eccessi della plebe”, tipici tra l’altro di ogni movimento rivoluzionario.
Ma se il punto di osservazione è quello interno alle masse proletarie, è evidente e assolutamente
giustificata la ripulsa dei braceros spagnoli verso una “riforma” che lascia i padroni nella loro
posizione di dominio, limitandosi a poche, parziali, concessioni. Se in più aggiungiamo quel clima
di fiducia verso la repubblica che attraversa per un breve periodo il sentire delle masse, fiducia
tramutatasi repentinamente in pesante delusione, possiamo comprendere come non siano i
“sobillatori” a volgere il corso degli eventi, ma il contrasto insanabile tra le classi.
La borghesia spagnola, non trovando un suo baricentro, un esatto punto di mediazione tra le sue
frazioni, dovendo forzatamente intrallazzare con aristocrazia, esercito e clero, non può andare oltre
riformicchie sociali di questo tipo, “delegando” così indirettamente alla rivoluzione proletaria la
soluzione, tra le altre, della questione agraria. Compito che il proletariato spagnolo, pur con mille
problemi, si assumerà di buona lena da lì a qualche anno.
Possiamo dunque sostenere come i primi governi social-repubblicani approntino di certo misure di
razionalizzazione e di presa di distanza da pilastri secolari del potere come esercito e chiesa,
compiendo dei passi in avanti sul terreno di diritti civili (rimasti fino allora allo stadio semi-feudale)
e pure sulla legislazione del lavoro (16), ma come tutto ciò non appaghi, non possa appagare un
proletariato che ha pagato e sta pagando col sudore e col sangue il suo anelito alla liberazione e all’
emancipazione sociale.
Detto in altri termini: la borghesia repubblicana e l’opportunismo socialista credono di acquietare le
masse con queste “riforme” e di aprire così un periodo di pace sociale, ottenendo invece l’effetto
opposto.
Va da sé che emerga uno stridente contrasto tra la repubblica e i pilastri del vecchio ordine usciti
ammaccati dal biennio social-repubblicano; ma la ricomposizione della classi dominanti vecchie e
nuove avviene comunque nell’intensificazione dello sfruttamento di operai e contadini e nell’uso
sistematico del bastone di Stato.
Non solo per motivi “economici” (indisponibilità dei padroni a spostare quote di profitto sui salari e
sulle spese sociali), ma anche per formazione politica, ideologica, culturale delle forze politiche e
degli apparati burocratici. La borghesia spagnola non ha mai avuto il suo 1789. E neppure il suo
1848.
La “grande crisi” e lo Stato colpiscono i proletari
Siamo nel mezzo della “grande crisi”. Il capitale circolante dal 1928 al 1933 scende da 2miliardi a
50 milioni di pesetas. Aumentano il costo della vita e la disoccupazione (a fine ’33 essa è al 12%
come media nazionale, ma al 20% nel sud del paese). Non esiste indennità di disoccupazione.
Passati gli eccidi di Stato estivi, tocca a quelli invernali; in seguito anche – va detto – al vezzo
anarchico di proclamare “insurrezioni” a ogni piè sospinto, esponendo i lavoratori a durissime
rappresaglie.
L’ultimo giorno del 1931, a Castilblanco, in Estremadura, paese di 900 abitanti, la Guardi Civil
spara su uno sciopero indetto dalla FNTT (Federazione Nazionale dei Lavoratori Terrieri, aderente
all’UGT) causando un morto. La reazione degli scioperanti e dell’intero paese procura 4 vittime tra i
militari. La ritorsione della forza pubblica è immediata: 8 contadini vengono uccisi tra Badajoz e
Saragozza, altri 11 operai ad Arnedo (La Rioja, nella Spagna settentrionale).
Sono episodi sintomatici di una corsa alla guerra civile. Nel gennaio del ’32 (insurrezione dell’ Alt
Llobregat, Catalogna, repressa dall’esercito in una settimana), ma soprattutto in quello del ’33, la
CNT proclama scioperi insurrezionali (di non molta sostanza) che hanno come effetto l’ennesima
messa fuorilegge del sindacato , con migliaia di arresti e deportazioni. Le province rurali, dal canto
loro, sono in permanente agitazione.
L’eccidio che colpisce particolarmente la sensibilità popolare, tra i numerosi eccidi del periodo, è
quello del villaggio andaluso di Casas Vejas, nei pressi di Cadice. Qui l’11 gennaio del ’33 una
insurrezione contadina della CNT incendia il municipio, erge le barricate e proclama il comunismo
libertario. Interviene la Guardia Civil: 22 morti tra gli abitanti, tra cui due donne e un bambino.
Alcune delle vittime vengono bruciate nelle loro case, altre fucilate seduta stante, altre ancora
eliminate applicando la famosa “ley de fugas”.
Proprietari terrieri, esercito e clero sono sul piede di guerra. La repubblica “rossa”, pur continuando
a sterminare i proletari, non lascia tranquille le vecchie classi dominanti.
La mediazione di Azaňa-Caballero è incompatibile col livello raggiunto dalla lotta di classe. Essa
potrebbe veramente travolgere il governo dalle piazze se solo avesse un minimo di coordinamento
tra città e campagna e un minimo di obiettivi di fase.
Per i vecchi poteri “così non si può andare avanti!”, “basta col caos e con l’imbelle governo
progressista!”. La destra prepara la sua rivincita politica, che avverrà nel novembre del 1933 col
governo Lerroux.
Uno sguardo sul sindacato anarchico CNT
Andiamo ora a dare uno sguardo più ravvicinato alla maggiore organizzazione proletaria spagnola.
La più classista, la più combattiva: il sindacato anarchico CNT (Confederación Nacional
deTrabajo). Nasce a Barcellona nel 1910, contando all’incirca 30mila iscritti, raggruppati in 350
sindacati di categoria e aziendali. Nel 1919 schizza già a 700mila iscritti (di cui ben 500mila nella
sola Catalogna). Nello stesso anno l’UGT ne ha 200mila, seppur più distribuiti sul territorio
nazionale e meglio organizzati nelle “Casas del Pueblo”. Alla vigilia dell’insurrezione del luglio ’36
la CNT giungerà fino a 1milione e mezzo di aderenti, mantenendo il primato su una UGT pur
cresciuta notevolmente (1milone e 250 mila iscritti).
Il potere decisionale CNT parte dalle assemblee di base; le quali nominano i delegati che formano
un Comité Regional, che a sua volta esprime un Comité Nacional, dotato di alcuni (pochi) poteri
decisionali. Fermi restando alcuni principi libertari che si applicano a tutti gli iscritti (rifiuto della
politica e delle correnti politiche nel sindacato, ineleggibilità a cariche politiche dei componenti dei
Comité) è garantita una ampia libertà d’azione alle realtà locali, senza vincoli centralistici.
Gli operai delle città sono organizzati “verticalmente”, quelli delle campagne sulla base
dell’autogoverno dei villaggi. Anche i militanti più noti provengono quasi in toto dal proletariato.
Infatti la CNT non riconosce funzionari a tempo pieno, eccetto il segretario generale, retribuito con
paga da operaio. Essa pratica l’autofinanziamento ed è contraria a fusioni con altri soggetti (vedi
appunto l’UGT).
I contributi di adesione sono irrisori, si punta molto sulle iniziative sociali parallele alla specifica
attività sindacale: scuole, corsi, librerie, iniziative culturali, mense popolari, sostegno alle famiglie
dei compagni colpiti da Stato e padroni…il sindacato è una piccola società libertaria in
divenire… Non il domani che sarà, ma l’oggi che già è…
Questa la concezione di fondo dell’anarco-sindacalismo spagnolo.
Le sue linee-guida sono impostate sull’azione diretta, la coesione popolare, la rivolta anti-statale, la
cultura autogestita, l’anticlericalismo, l’emancipazione femminile. Lo sciopero è “ginnastica
rivoluzionaria”; per cui deve essere duro, violento, colpire rapidamente, improvvisamente ed
estendersi, coadiuvato da azioni (attentati, sabotaggi) propedeutiche all’insurrezione. La cassa di
resistenza? Non serve. Le perdite? Si mettono nel conto di una lotta in cui prevarrà coscienza e
determinazione.
Più radicalizzazione = più innalzamento della coscienza rivoluzionaria. Questa è l’equazione.
Vedi Casas Vejas.
Si rivendicano certo forti aumenti salariali, ma non l’indennità di disoccupazione ad esempio, per
non piegarsi all’elemosina di Stato e rompere la solidarietà operaia…
Non importa tanto cosa e quanto si ottiene con gli scioperi dal punto di vista economico, ma
l’incessante scontro contro padroni e Stato, nell’ottica di insorgere e instaurare il comunismo
libertario. Ondata su ondata, il muro dell’oppressione si sgretolerà e sorgerà una società di liberi e
uguali.
L’anarchico Abel Paz, il quale scrivendo la biografia di Durruti scrive anche una storia
dell’anarchismo spagnolo dagli ultimi decenni dell’800 sino alla fine dei giorni di questo campione
libertario (19 novembre 1936), spiega come Durruti fosse avverso al rivoluzionario di professione.
Secondo Durruti tocca al proletariato e solo ad esso la guida della rivoluzione, no ai politici e ai
partiti che parlano in suo nome. L’influenza anarchica deve caratterizzarsi in radicalismo e
dedizione totale alla causa, no nell’impartire “direttive”. Il proletariato, essendo già ribelle per
istinto e necessità, non ha bisogno di chi lo guidi. Organizzazione sì, ma fondata sulla solidarietà,
non sugli apparati. Federalismo, non centralismo. Tanti piccoli organismi libertari che
“liberamente” si associano al posto del “socialismo di Stato”, fonte di nuova oppressione. (17)
In queste poche proposizioni, senza pretesa alcuna naturalmente che siano esaustive, è racchiuso un
po’ il succo dell’anarchismo e dell’anarco-sindacalismo spagnoli, i quali si salderanno praticamente
nel 1927, all’atto di nascita della FAI (Federación Ararquista Ibérica).
Fino ad allora naturalmente i militanti anarchici avevano di fatto cresciuta e tenuta in pugno la CNT
con il loro attivismo e la loro dedizione (le carceri erano state per quasi tutti delle vere e proprie
scuole di guerra sociale); ma dal ’27, con l’ingresso dei “faístas” in maniera organizzata, viene a
crearsi nel sindacato una “dualità” meglio delineata, che porterà di lì a poco a una scissione. (18)
Sempre A. Paz ci ricorda come la FAI prenda piede massicciamente nelle vicende CNT, dal
momento che il gruppo dei “Solidarios” (in azione negli anni ’20 contro le squadracce assassine dei
padroni) diventa “Nosotros” (Durruti, Ascaso, Oliver) occupandosi della raccolta di armi, della
propaganda e di interventi vari per conto del sindacato.
Lo scontro tra i rivoluzionari e i “riformisti” (A, Pestaňa, J. Peiró, L. Sanchez)) avviene al III° Congresso CNT del giugno 1931. A fine agosto esce il cosiddetto “Manifesto dei Trenta” siglato da
questi ultimi, dal quale nascerà (Pestaňa, 1932) il “Partido Sindicalista”, sostenitore di una lotta
sindacale scissa dall’avvenirismo anarchico, ancorata alla realtà politica (la repubblica borghese) e
fondata sull’educazionismo attraverso lo sviluppo di cooperative, sindacati, comuni. (19)
Al di là del peso specifico di questi “trientistas”, rimasti sostanzialmente una esigua minoranza, lo
scontro fa emergere una componente “ombra” più marcatamente “sindacalista” dentro la CNT,
intesa se non altro come corrente “pragmatica”, che si approccia alla politica in nome
dell’antipolitica o della semplice razionalità…
Corrente che, non avendo a disposizione strumenti politici ancorati a una strategia e a una prassi
politica di partito, finirà di lì a poco – e in ordine sparso – in quel “governismo anarchico” inglobato,
bon gré mal gré, nei governi borghesi del Fronte Popolare.
Va ricordato che la CNT aveva a più riprese dato segni di abboccamento con gli autonomisti
catalani, ritenuti “progressisti”; forse per il loro federalismo o per le loro malcelate sensibilità
sociali, nonostante essi avessero sempre cercato di utilizzare il proletariato, non disdegnando di
reprimerlo duramente. (20)
Non solo. L’avvento della repubblica aveva portato gli anarchici a smussare la polemica contro lo
Stato, per poi capovolgersi in una tattica suicida in occasione del golpe Sanjurjo. (21)
Un atteggiamento quindi tutt’altro che lineare e conseguentemente antipolitico e antistatale quello
dei libertari; divisi al loro interno.
Il partito rivoluzionario, conviene dirlo a chiare lettere, non avrebbe di per sé garantito nulla.
Siamo abbastanza adulti per non aver bisogno di assicurazioni abborracciate, tanto al chilo, per cui
“il partito avrebbe tutto risolto”. Ma è certo che, senza di esso, anche un movimento coraggioso,
numeroso e determinato, dotato di valori propri come appunto era quello anarchico in Spagna, non
poteva (salvo qualche eccezione che pur si ebbe) che seguire tale deriva.
Lo stesso dicasi, allargando lo spettro del discorso politico, sul rifiuto CNT di imbastire (se si
eccettuano le Asturie nell’ottobre 1934) un fronte unico proletario che non fosse sua emanazione
“sindacale” diretta, ma che mirasse a costituire Comitati di lavoratori e lavoratrici come organi, in
nuce, del potere proletario.
Sarà questa una dura lezione, pagata col sangue anche dei migliori militanti della causa anarchica,
presi in mezzo tra le “esigenze dell’ora” e la difesa dei principi del loro credo.
Note
1- Nel 1924 viene presentato dal finanziere statunitense Charles G. Dawes un piano di
ristrutturazione dei debiti di guerra tedeschi che, facilitando la stabilizzazione del marco e
l’erogazione dei prestiti, permette una breve parentesi di ripresa in Europa prima della “grande crisi”
del 1929.
2- Calvo Sotelo (1863-1936), Professore di Diritto, Ministro delle Finanze sotto il governo di Primo
de Rivera, conservatore, anti-marxista dichiarato, nel ’34 guida il partito monarchico “Rinnovazione
Spagnola”. A seguito di omicidi di esponenti di sinistra da parte dell’estrema destra, nel luglio del
’36 viene prelevato da casa e ucciso. Diventa uno dei pretesti per dare il via al golpe militare e
iniziare la guerra civile.
3 – Andrés Nin, cofondatore del POUM (Partido Obrero de Unificación Marxista) scrive sulla
politica economica del governo di Primo de Rivera: “trattasi di un avvicendarsi di allentamento
delle barriere doganali per favorire la penetrazione dei prodotti stranieri e dare soddisfazione agli agrari; una politica rigidamente protezionista per far piacere alla borghesia industriale e assicurarsi
il suo appoggio, in certi momenti vacillante, e anche una politica di sostegno a certi gruppi
finanziari nazionali legati strutturalmente al capitale internazionale che scontentava altri settori
della borghesia spagnola.” (Guerra e rivoluzione in Spagna. 1931-1937, Feltrinelli, 1974)
4 – Azioni di guerriglia che avvengono a Prats de Mollo (Pirenei occidentali) e a Vera de Bidassoa
(Navarra settentrionale), vedi C. Venza, op. cit.
5 – G. Munis si sofferma sulle qualità politico-morali dei due leader cattolici simbolo della nouvelle
vague repubblicana: “Zamora e Maura sono vecchi arnesi monarchici rappresentanti dell’ibrida
casta politica, tipicamente spagnola, dei caciques [vedi puntata precedente – ndr.] per metà
borghesi e per l’altra metà nobilastri e seňoritos, ottusi e bigotti, che gli errori della monarchia e la
minaccia rivoluzionaria avevano costretto a indossare l’abito repubblicano.” (op. cit.)
6 – G. Munis, op. cit.
7 – G. Brenan è, secondo il mio parere, giustamente contrario a liquidare il problema della
penetrazione dell’anarchismo in Spagna riconducendola puramente all’”arretratezza del paese”.
Versione semplicistica e di comodo, che ha scaldato e scalda i cuori e le menti di troppi “marxisti”
impegnati a giustificare, di converso, la “non penetrazione” del marxismo rivoluzionario.
Argomento che tratteremo diffusamente più oltre.
L’autore precisa inoltre che – da parte loro – i socialisti non fanno analisi dello sviluppo capitalistico
e delle sue incidenze sull’assetto sociale. Quella del PSOE/UGT, per Brenan, è una politica
“genericamente umanitaria” (la Giustizia contro il Moloch capitalista) almeno fino al 1931-’33.
Poi passano sulla sponda frontista popolare di alleanza con gli stalinisti. Quando i socialisti lottano
per le riforme, conclude Brenan, si guardano bene dal toccare la sostanza dei rapporti di proprietà.
8 – A. Paz, op. cit.
9 – F. Morrow, op. cit.
10 – “Primo de Rivera inizia “grandi opere”, ma la distribuzione dell’acqua rimane in mano a società
monopolistiche o ai latifondisti che la vendono a prezzi inaccessibili per i contadini (…). La terra
rimane sterile e arricchisce solo lo speculatore, che affitta i campi senza concedere il diritto di usare
il prezioso elemento. Il contadino si vede costretto a comprare buoni per l’acqua al prezzo che gli
impongono.” (A. Paz, op. cit.)
11 – Valutazione di César Falcón, ripresa da G. Brenan (op. cit.).
12 – Durante la rivoluzione e la guerra civile le Guardias de Asalto si spaccheranno in due: una
parte andrà a combattere con la repubblica, l’altra parteggerà per Franco.
13 – P. Preston e H. Thomas, op. cit.
14 – P. Preston, op. cit.
15 – “Gli opposti estremismi rovinarono la neonata democrazia spagnola, le classi lavoratrici ì,
portate alla esasperazione, persero ogni fiducia nella democrazia parlamentare.” – P. Preston, op. cit.
16 – Con misure nettamente antioperaie come quella degli scioperi con preavviso…
17 – A. Paz, op. cit.
18 – La FAI interviene nella CNT come fattore interno e allo stesso tempo esterno. I suoi militanti,
che sono la “crema” dell’anarchismo iberico, svolgono attività nel sindacato come tutti gli altri, ma
“in più” mettono tutto il peso della loro concezione anarchica sulla organizzazione di piccoli gruppi
cospirativi, sulla insurrezione e sulla implementazione della società libertaria. Coadiuvano a modo
loro gli scioperi dandogli di frequente quel “tocco” di rivolta, a volte guidato dall’impulso, atto a
spostarli sul piano della non-mediazione coi poteri.
C. Venza vede l’operato della FAI, in tale frangente, come la continuazione della famosa “Alleanza”
bakuniniana del secolo precedente. Parla di forte intesa di tipo personale tra i suoi membri, fondata
sulla solidarietà, la militanza, la coesione. Il motto dei gruppi FAI viene così espresso: “Individuo
libero nel gruppo; gruppo libero nella Federazione.”
La FAI è diretta da un Comité Peninsular che ha compiti prevalentemente amministrativi.
I faístas sono nei posti-chiave della CNT e collegati coi Comités de Defensa Confederal del
sindacato “anch’essi formati da “hombres de acción”, fino alla guerra civile. La FAI conta 10.000
membri nel ’34, diventati 30.000 nel ’36.
Terreni fertilissimi per la penetrazione CNT/FAI sono la Catalogna e l’Andalusia (Brenan).
In Catalogna vi sono gli operai meglio pagati di Spagna dopo i Paesi Baschi (“ma provenienti dalla
miseria, stipati in città e repressi”). In Andalusia persistono le condizioni più intollerabili di lavoro,
atte a fornire mano d’opera a basso prezzo alle industrie catalane. A Madrid la CNT/FAI è influente
tra gli edili. Nelle Asturie tra gli operai delle acciaierie. Presenza diffusa in Aragona. In Galizia
grossa influenza tra gli scaricatori di porto:” Nelle zone costiere pescatori, marinai e lavoratori
portuali preferiscono l’anarchia al socialismo.” (Brenan)
19 – Nel ’36 Pestaňa e soci entreranno a far parte dei governi del Fronte Popolare.
20 – Il catalanista Francesc Cambó, nel mentre strizza l’occhiolino alla CNT, raccomanda alle
autorità di Madrid la nomina del poliziotto assassino Martinez Anido, reclutatore di Pistoleros, alla
carica di governatore di Barcellona (1920-’22).
21 – In occasione del tentato golpe Sanjurjo (agosto ’32) la CNT/FAI rifiutano il fronte unico con le
altre formazioni proletarie in quanto il generale avrebbe lavorato per la rivoluzione, assestando un
colpo fatale al governo borghese-repubblicano… (vedi A. Paz, G. Munis, F. Morrow, A. Nin).
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