Continuiamo con la 4a parte del contributo di G. Giusti (da Il Pungolo Rosso)
Nei decenni precedenti la guerra civile emergono in Spagna una lotta di classe e una lotta politica ad alta intensità; in cui il movimento operaio, pur tra insufficienze e confusione, svolge un ruolo assai attivo, diventando componente decisiva della vita sociale e politica.
Tanto che, per reprimerlo, la classe dominante impiega, spesso in contemporanea, la forza pubblica, l’esercito e persino squadre private di assassini.
Tra il XIX° e il XX° secolo prende forma in Spagna una crescita del capitalismo fondata sul compromesso tra frazioni borghesi, unite nell’accrescimento dei profitti a un basso tasso di investimento e un alto tasso di sfruttamento di operai e contadini poveri. Ne scaturisce una classe dominante tanto avida quanto parassitaria, anche politicamente; pure scollata al suo interno dalle mai sopite aspirazioni autonomistiche catalane, basche, galiziane…
Le campagne sono in perenne rivolta già dall’800, seppur in maniera estremamente frazionata. In tale contesto si radicano le correnti anarchiche; le quali estendono la loro presa sul giovane proletariato in formazione, soprattutto in Catalogna, a seguito del forte inurbamento di quegli anni da parte delle masse contadine.
Il socialismo, pur diffuso in maniera più uniforme, cresce molto più lentamente attraverso il suo sindacato UGT. Il partito è appesantito, svilito e alla fine corrotto dalle dominanti componenti riformiste.
La crisi di fine secolo esplode per la Spagna con la perdita delle ultime vestigia imperiali (Cuba e Filippine) e a seguito delle poderose rivolte nella colonia marocchina.
Già in tali frangenti il proletariato si mostra estremamente combattivo e anti-nazionalista.
Nel 1909 scoppia un grandioso sciopero insurrezionale che passerà alla storia come la “Semaňa Tragica”.
Da lì nascerà il sindacato anarchico CNT, caratterizzato da una visione nettamente volontaristica della lotta di classe e dal tabù libertario sulla politica e sullo Stato; ma allo stesso tempo caratterizzato da un notevole radicamento sociale; da una persistente propaganda anti-parlamentare; dalla pratica dell’azione diretta; dalla messa sul terreno di lotte rivoluzionarie come quella della liberazione della donna; da un capillare quanto meritorio lavoro di educazione e di attività solidaristica verso masse analfabete o semi-analfabete.
Finito il periodo della neutralità spagnola durante la prima guerra mondiale imperialista, periodo di affari d’oro per la borghesia, riprendono con vigore le lotte proletarie, subito represse nel sangue (scioperi del 1917 e del 1919).
La Catalogna è l’epicentro dello scontro sociale. E qui, in un clima di guerra di classe senza esclusione di colpi, la CNT assume il ruolo di avanguardia della classe operaia più combattiva. Non riuscendo a gestire la situazione con le mediazioni parlamentari, la borghesia apre la porta alla dittatura del generale Miguel Primo de Rivera.
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Il succedersi degli avvenimenti che andremo a esaminare dimostrano in maniera inequivocabile come la lotta di classe – e quindi la lotta politica – nella Spagna dei primi quattro decenni del secolo scorso assuma rapidamente una virulenza e un tasso di violenza difficilmente riscontrabili, in Europa, nel periodo considerato. Fatta eccezione naturalmente per gli anni della prima guerra imperialista (1914-’18), la quale però non può essere assimilabile al conflitto di classe interno a uno Stato. E fatta eccezione per la guerra civile in Russia del 1918-1921 a seguito della vittoria bolscevica nella rivoluzione d’Ottobre (dai 2 ai 2 milioni e mezzo di morti in combattimento).
Guerra civile che può essere considerata sì una guerra di classe, coinvolgente però non solo la borghesia e l’aristocrazia russa, ma anche (e diremmo soprattutto) l’intera borghesia internazionale,
Tanto per fare un paragone che renda meglio l’idea, le pur terribili controrivoluzioni fascista e nazista in Italia e in Germania degli anni ’20 -‘30, effettuate a dire il vero su un corpo proletario già prostrato dall’opportunismo socialdemocratico, non raggiunsero mai il livello di ferocia attuato dalla borghesia spagnola in quel periodo.
Essa non si fece scrupoli nell’uso – anche contestuale – della Forza Pubblica, delle squadre monarchiche o dell’estrema destra, del golpismo latente insito nelle Forze Armate finalizzato allo sterminio sociale di operai e contadini.
Il tutto intramezzato, tanto per completare il quadro, dall’imperversare già dagli anni ‘20 di bande private (i cosiddetti “pistoleros”) assoldate direttamente dal padronato per dare la caccia agli attivisti operai e ai sindacalisti.
Abbiamo già visto come il capitalismo spagnolo tra il XIX° e il XX° secolo cerchi faticosamente di risalire la china e recuperare parzialmente il divario che lo separa dalle principali potenze europee. Questo avviene ad un basso tasso di investimento produttivo in agricoltura, privilegiando la finanza e la speculazione edilizia (1), nonché un’industria autoctona di piccola-media dimensione ed a bassa specializzazione, in maniera tale da aprire al grande capitale estero la profittabilità dei settori considerati strategici (elettricità, telefonia, trasporti, elettromeccanica, gas) con una forza lavoro a bassissimo prezzo.
Le “ricadute” nazionali di tali superprofitti permettono la crescita di una borghesia cittadina tanto avida quanto politicamente parassitaria. Le pruderie autonomistiche delle classi dirigenti locali (baschi e catalani) non fanno altro che complicare il quadro, sommando arretratezze nazionali ad ambizioni particolaristiche.
Il risultato per i proletari di città, ma soprattutto per quelli di campagna, è un condensato di bassi salari, sottoccupazione, disoccupazione, analfabetismo, povertà endemica. Il mezzadro non è messo molto meglio. Il piccolo produttore, a volte, neppure lui.
B. Bennassar (2) segnala “aspre rivolte contadine” già nell’ ‘800, come ad esempio quella a Loja (1861) e un po’ in tutta l’Andalusia (dove imperano il latifondo e la povertà di massa), ma già nei decenni precedenti avvenimenti simili si erano manifestati in rivolte stroncate ferocemente dallo Stato monarchico. Il frazionamento delle terre comunali in Castiglia, Aragona e nella stessa Andalusia scatena ribellioni represse senza lesinare le condanne a morte.
Oltre a questi episodi possiamo aggiungere come in precedenza, nel 1857, un’insurrezione guidata da giovani studenti socialisti di Siviglia si fosse conclusa con la fucilazione di un centinaio di rivoltosi e con l’invio ai bagni penali di molti degli arrestati. (3)
Per contro, nel 1883 è già in azione in Andalusia una organizzazione segreta denominata “Mano Negra”, autrice di numerose uccisioni di agrari. Seguono una serie di esecuzioni capitali contro gli aderenti ad essa, o presunti tali.
L’ AIL (la Prima Internazionale dei Lavoratori) si era schierata decisamente a fianco di queste lotte contadine, ma il pallino l’avevano preso saldamente in mano quasi da subito gli anarchici seguaci di Bakunin. Entreremo meglio nel dettaglio dei perché e dei percome ciò avvenga. Per ora ci basti mettere in risalto la propensione degli anarchici bakuniniani verso le rivolte contadine, ritenute più radicali ed “antisistema” di quelle del proletariato d’industria.
Il contadino povero, la plebe più “infima” avrebbe in sé uno spirito comunitario e una carica eversiva nettamente superiori a quella dell’operaio di fabbrica; essendo quest’ultimo facilmente corruttibile dagli alti salari, dai miraggi riformisti, dall’individualismo, e dunque più sottoposto alla mentalità borghese. Tale questione, tra le altre, porterà alla rottura dell’AIL nel 1872 e alla separazione delle correnti anarchiche da quelle marxiste. Oltre a ciò, va tenuto presente come già quattro anni prima, nel 1868, sia stato l’anarchico italiano Giuseppe Fanelli a iniziare a diffondere, in Andalusia e in Catalogna, il credo libertario.
Dopo la Comune di Parigi, Marx invia in Spagna il fedele Paul Lafargue allo scopo di contrastare l’influenza anarchica. Il PSOE (Partito Socialista Operaio Spagnolo) nasce nel 1879, seguito nove anni dopo dal sindacato ad esso collegato, l’UGT (Unione Generale dei Lavoratori).
Ma il socialismo spagnolo, pur riuscendo comunque a costruirsi un seguito operaio in alcune zone del paese di certo non disprezzabile, assumerà ben presto, ai vertici, le sembianze del peggior riformismo europeo; calato per di più dentro le corruttele, il carrierismo e il parassitismo tipici del sistema politico spagnolo.
C. Venza (4) sottolinea a riguardo come territorio ed economia spagnoli favoriscano l’insediamento anarchico. In un mondo, quello contadino, secondo l’autore “disprezzato dai marxisti”.
Crediamo che non si tratti affatto di “disprezzo”, ma di individuazione della forza motrice di una rivoluzione: che per i marxisti o è proletaria o non è. (5)
Cosa che del resto verificheranno gli stessi anarchici solo qualche anno dopo questi eventi.
Teniamo anche a precisare come, sempre per i marxisti, il termine “proletario” non sia affatto riferito al solo operaio d’industria, ma riguardi piuttosto l’insieme di una classe sociale salariata che, al di là dei mestieri, crea plusvalore (alla cui formazione concorre la stessa forza lavoro disoccupata nell’abbassare i livelli salariali). Il proletariato è la classe che si colloca oggettivamente in antitesi con le strutture di dominio capitalistiche.
Tornando ai fatti, già nel 1873 si verifica uno sciopero insurrezionale anarchico ad Alcoy, nel Levante, con annessi attentati. Sono ottomila gli operai dell’industria della carta in sciopero che rivendicano le otto ore di lavoro. Avvengono scontri armati con la polizia che durano per circa venti giorni! Si contano decine di morti da ambo le parti.
Alla fine prevalgono gli operai; i quali poi bruciano case e fabbriche dei proprietari, fucilano il sindaco collaboratore del padrone, formando alla fine un corteo cittadino in cui vengono esposte le teste mozzate degli aguzzini. (6)
Al di là degli aspetti macabri della vicenda, cui non si associano gli anarchici, sarà un sistema, quello dell’azione diretta e della eliminazione seduta stante del nemico, che, inaugurato ad abundantiam dallo Stato, segnerà il futuro della lotta di classe in Spagna.
Negli anni ’90 toccherà a Jerez (1892) salire agli onori delle cronache per un episodio simile.
La pressione di una forza lavoro agricola non assorbita dall’urbanizzazione o quella di piccoli proprietari galiziani che non ce la fanno a sopravvivere, si scarica in un altro importante fenomeno: le migrazioni di massa verso l’America Latina; in particolare in Argentina e Uruguay.
Dove, accanto all’insediamento di una nuova borghesia imprenditoriale, avverrà anche quello di numerosi e combattivi esponenti delle correnti sovversive. (7)
Ciò che però scatena definitivamente le tensioni interne alla Spagna è la crisi di fine secolo del colonialismo madrileno. Nel 1898 la sconfitta contro gli USA toglie alla Spagna l’isola di Cuba e le Filippine. Cuba era stata fino allora un mercato protetto per l’economia spagnola, in particolare per la Catalogna. A Barcellona i radicali borghesi autonomisti non disdegnano di accodarsi alle lotte operaie che rivendicano salari più dignitosi e migliori condizioni di lavoro, prendendosela con l’inettitudine di Madrid per la sconfitta…I latifondisti, l’aristocrazia finanziaria e militare, il clero, cercheranno da parte loro di riparare al danno e di “salvare l’onore” concentrandosi sul Marocco.
Nel 1902, con la salita al trono di Alfonso XIII°, l’Africa del nord rappresenta la rivincita e – si auspica a Madrid – la salvezza di un sistema politico che non tiene più.
Alla Conferenza di Algeciras (1906) i paesi europei e gli USA concedono alla Spagna il Marocco settentrionale; cosa che permette a Madrid di mantenere una posizione privilegiata nel Mediterraneo e di usufruire delle miniere poste sulle montagne del Rif.
L’accordo non è ovviamente gradita alle popolazioni autoctone, le quali scatenano una durissima lotta contro l’occupante che porterà a due disastrose sconfitte (per gli spagnoli): nel 1909 e nel 1921.
Fatti di lotta anticoloniale che vanno a intrecciarsi con le vicende della lotta di classe nel paese dominante. Non a caso, proprio dal 26 luglio al 2 agosto del 1909 si scatena a Barcellona una storica insurrezione, nota come la “Semaňa Tràgica”. Il motivo è eminentemente politico: opporsi al richiamo obbligatorio dei riservisti da inviare in Marocco. Con una clausola infame posta dal governo guidato dal conservatore Antonio Maura, in base alla quale versando la somma di 6.000 real si può essere esentati dalla coscrizione! Uno schiaffo in pieno viso per un popolo che non può neppure avvicinarsi a tali cifre…Scatta uno sciopero generale e una insurrezione guidate da “Solidaridad Obrera”. (8)
Nell’agitazione, oltre agli anarchici, sono parte in causa pure socialisti, repubblicani e nazionalisti catalani; questi ultimi in funzione “anti-centralistica”, sponda che li accomuna genericamente al “sentire” federalista anarchico.
Avvengono scontri durissimi contro la truppa inviata a reprimere. Barricate e conseguente proclamazione della legge marziale, saccheggi e incendi di chiese e scuole cattoliche. (9)
Bilancio finale: tra le 100 e le 150 vittime, cinque condanne a morte dei presunti “capi” dell’insurrezione (tra cui il libero pensatore anarchico, pedagogista, fondatore della “Escuela Moderna”, Francisco Ferrer), 59 ergastoli. Il governo Maura non sopravviverà alla rivolta.
Questa è Barcellona agli esordi del ‘900, “la città più turbolenta d’Europa” per H. Thomas.(10) Città dove la questione catalana esplode innescandosi con quella sociale. Siamo, come abbiamo ricordato, nel pieno dell’espansione industriale che caratterizza il ventennio 1898-1918 e di fronte alla tumultuosa formazione del nuovo proletariato.
Preston (11) si sofferma sulle misere condizioni non solo del proletariato urbano, ma anche su quelle di insegnanti, impiegati e bottegai. I lavoratori e le lavoratrici dell’industria tessile della capitale catalana vengono sottoposti a orari lunghissimi, al lavoro minorile, al sovraffollamento abitativo, a salari di fame.
Grazie però all’immissione della forza lavoro proveniente dalle campagne ribelli (Andalusia in primis) emerge assai rapidamente, senza bisogno di molta “scuola teorica”, un numeroso proletariato militante. Esso comincia ad imporsi prepotentemente come soggetto sociale non solo a Barcellona, punta di diamante delle lotte, ma pure a Madrid (edili e tipografi), a Bilbao (operai delle acciaierie e dei cantieri navali), nelle Asturie (minatori, considerati una specie di aristocrazia operaia).
Settori proletari, questi ultimi, non influenzati dall’anarchismo come quelli catalani. Proiettati più verso il socialismo; tenendo però sempre ben presente il netto distacco tra il loro vissuto, come i fatti dimostreranno, e quello dei vertici del partito socialista, popolati da burocrati e carrieristi borghesi anche come provenienza sociale (Indalecio Prieto e Juan Negrín ad esempio, tanto per indicare i personaggi più influenti).
Schematizzando si potrebbe così raggruppare il proletariato industriale spagnolo in base alle influenze: in Catalogna, Nuova Castiglia, Levante, Andalusia prevale nettamente l’anarchia. tramite la CNT (Confederazione Nazionale del Lavoro, nata nel 1010); Madrid, Asturie e Paesi Baschi sono invece sotto influenza socialista, tramite l’UGT.
Salta subito agli occhi come il movimento proletario spagnolo abbia per principali riferimenti non i partiti politici ma le organizzazioni sindacali. Aspetto, questo, da tenere bene presente in quanto caratterizzerà tutte le vicende che precedono la rivoluzione del 1936, percorrono le fasi iniziali della stessa e la susseguente guerra civile; fino allo scioglimento delle milizie operaie ad opera del concerto demo-stalinista al governo della repubblica.
Elemento di riflessione, in quanto, proprio per le caratteristiche storiche di quel movimento proletario (non a caso egemonizzato in gran parte politicamente dall’anarchismo), l’elemento spontaneo, quello dell’azione diretta, del protagonismo di massa, dello scontro senza mediazioni (con i pro e i contro del caso) assume comunque un ruolo da primattore, forgiando le stimmate dell’anarco-sindacalismo spagnolo.
Il tema del rapporto tra soggettività sindacale e soggettività militante anarchica (in poche parole, del rapporto tra la CNT e la FAI), tema divisivo e cruciale su cui ci soffermeremo in altra occasione, non deve però far perdere di vista due aspetti che crediamo già emergano in merito al ruolo dell’anarchismo nelle vicende che stiamo narrando.
La prima: va riconosciuto come tale corrente sia stata in grado non solo di insediarsi ma di diventare un importante punto di riferimento rivoluzionario per l’intero proletariato spagnolo, ben oltre le “arretrate” plebi contadine. E di aver posto, nella pratica, questioni di carattere internazionale tali da interrogare ancora oggi il movimento rivoluzionario.
La seconda: non di meno importante è l’enorme attività di divulgazione e di educazione rivoluzionaria esercitata dagli anarchici tra le larghe masse popolari, investendo frontalmente tematiche considerate a quei tempi tabù da ampi settori della sinistra rivoluzionaria (comunisti compresi): la liberazione della donna e quella sessuale, la vita e il lavoro di comunità, la cura dell’infanzia, la pedagogia, la psicologia, il ruolo dell’autorità e dell’educazione autoritaria, l’arte, la musica, l’espressione del libero pensiero…E non era certo un’epoca in cui tali tematiche potevano essere considerate un “lusso”. O peggio: mode, egocentrismi, oggetti di consumo.
Oltre alla già citata “Escuela Moderna” di Ferrer e la creazione degli “Ateneos” libertari, ambiti di cultura dal basso e di formazione di coscienze emancipate, ricordiamo ad esempio l’opera non solo spagnola ma internazionale della pioniera femminista Belén Sarraga, o quella di scrittori, poeti, divulgatori come José Lopez Montenegro; per non parlare dell’elaborazione teorica libertaria condotta da Riccardo Mella.
La guerra mondiale mette momentaneamente in secondo piano la combattività della CNT: vuoi per la messa fuorilegge dei sindacati (nonostante la Spagna rimanga neutrale), vuoi per le divisioni tra neutralisti-pacifisti e filo-Intesa che attraversano anche l’anarchismo spagnolo. La ripresa delle lotte avviene all’inizio del 1917, quando Salvador Seguĭ e Angel Pestaňa sponsorizzano i sindacati di fabbrica della CNT, dando il via a una corrente “sindacalista pura” dentro l’organizzazione.
Durante lo sciopero generale del 10 agosto 1917 l’esercito spara sulla folla. 70 morti, centinaia di feriti. 2.000 arresti. In tale occasione si sfalda l’autonomista “Lliga” catalana, che non appoggia lo sciopero, gettando le basi per la nascita di un organismo suo simile ma con connotati più a “sinistra”: l’Esquerra. La borghesia regionale cerca sempre un compromesso con Madrid cercando al contempo di non tagliare i ponti col movimento operaio. Sarà la ferrea logica dello scontro sociale a togliere ogni equivoco.
Nel gennaio del 1919 esplode a Barcellona lo sciopero della compagnia elettrica “Canadiense” (12); sciopero che coinvolge, considerando l’indotto, circa 100mila lavoratori. Vista l’importanza del conflitto, che investe la più grande azienda della città, scendono in lotta molte altre fabbriche da varie località.
In tutta la Spagna tira aria di “incasso” proletario dopo i lauti profitti padronali del tempo di guerra (13) Ciò che avviene in Catalogna calamita adesioni tra braccianti e piccoli agricoltori della Spagna orientale e dell’Andalusia. Il padronato reagisce con squadre di crumiri fatti appositamente arrivare dal sud del paese, poi con le serrate e infine coi pistoleros.
Nel maggio del 1919 è proclamata la legge marziale e i sindacati messi nuovamente fuorilegge.
Le carceri di riempiono di attivisti proletari, soprattutto anarchici. Sarà proprio a questa scuola, dove trascorreranno una parte importante della loro vita, che si formeranno leggendari capi anarchici come Buonaventura Durruti e Francisco Ascaso.
I pistoleros, pagati dai padroni, guidati dai militari che forniscono loro le liste degli operai da eliminare, usano l’arma delle infiltrazioni e del ricatto nella CNT per compiere le loro azioni criminali, promuovendo allo stesso tempo nei luoghi di lavoro i cosiddetti “Sindicatos Libres”, in pratica dei sindacati gialli. Il clou di un simile stillicidio lo si raggiunge tra il settembre del 1919 e il marzo del 1920, periodo in cui, nota sempre Brenan a mo’ di esempio, in sole 36 ore vengono uccisi ben 21 dirigenti sindacali. Tra il 1917 e il 1923 cadranno sotto i colpi di questi sicari più di 500 compagni.
Scatta la rappresaglia proletaria. Durruti e Ascaso formano un gruppo denominato “Los Justicieros” (dall’ottobre del ’22 “Los Solidarios”) formazione armata che rende pan per focaccia ai Pistoleros e ai loro mandanti. (14)
In sedici mesi si contano 230 delinquenti giustiziati. Tra di essi (maggio 1921) il primo ministro monarchico conservatore Eduardo Dato. Per la cronaca, trattasi del 3° primo ministro spagnolo eliminato dagli anarchici in 20 anni…
Degno di nota è il fatto che tali vicende accelereranno la formazione di reparti di autodifesa della CNT-FAI; i quali costituiranno l’ossatura (decentrata e federata quanto si vuole ma pur sempre un’ossatura) di quelle milizie proletarie che affronteranno e sconfiggeranno i militari golpisti nel luglio del 1936. Oltre al fatto che tale prassi quotidiana di risposta violenta, colpo su colpo, al nemico di classe, proromperà in uno slancio impressionante al momento degli appuntamenti decisivi.
Verranno meno in diversi cruciali frangenti la visione strategica, l’analisi sociale, il pur necessario centralismo politico, il coordinamento organizzativo e la scaltrezza tattica, ma di ciò tratteremo ampiamente al momento opportuno.
La situazione politica marcia intanto verso la soluzione militare della crisi. Le forze in campo in grado di condurre a una svolta sono quattro: i governi di Madrid e Barcellona, il potere dell’emergente borghesia industriale e quello – dirompente – della CNT, la quale è ora in grado, pur nella clandestinità, di muovere masse significative di lavoratori e lavoratrici.
Invano il ministro autonomista delle Finanze Francesc Cambò aveva tentato di appoggiarsi a una fronda militare, e a una protesta fiscale regionalista, per costringere Madrid a cedere pezzi di autonomia alla Catalogna e ai Paesi Baschi. La paura delle barricate operaie (agosto 1917) aveva impedito ai regionalisti di saltare il fosso. A far deflagrare la crisi interviene poi nel luglio del ‘21 una nuova disfatta dell’esercito spagnolo in Marocco (battaglia di Andual), costata ben 12mila soldati, vittime dell’orgoglio berbero. Un compromesso tra la borghesia autonomista catalana e quella centralista castigliana, tutrice dei latifondisti e del clero, porterà alla dittatura del generale Miguel Primo de Rivera (settembre 1923).
Dal versante proletario ci si preparava agli appuntamenti decisivi sgombrando il campo da ogni illusione parlamentare. Un parlamento, le Cortes, staccato irrimediabilmente dalla vita delle masse, anzi decisamente a esse ostile: in preda alla corruzione e al caciquismo (15), sotto ricatto dei pronunciamientos militari, in balìa di sovrani senza reputazione, inutilmente puntellato dai blandi approcci riformisti di radicali e socialisti.
Detto in breve: un ambiente sociale e politico decisamente favorevole al vento degli ideali anarchici: “L’anarchismo si sviluppò su un suolo adatto e fecondo. Le sue idee-forza trovarono un terreno concimato. In un paese in cui tutto sembrava spingere verso il federalismo decentrato e in cui la classe operaia provava disgusto per tutte le manovre parlamentari, la negazione dello Stato venne perfettamente compresa.” (16)
Note
1)”Più terra compravano, più i mercanti dei grandi porti marittimi e i banchieri di Madrid perdevano interesse alla modernizzazione.” P. Preston, La guerra civile spagnola. 1936-‘39, Mondadori, 1999.
2) B. Bennassar, La guerra in Spagna, una tragedia nazionale, Einaudi, 2006.
3) G. Brenan, Storia della Spagna 1874-1936, Einaudi, 1970.
4) C. Venza, Anarchia e potere nella guerra civile spagnola, Elèuthera, 2009.
5) La discussione che ancora divide marxisti rivoluzionari e anarchici sulle soggettività rivoluzionarie è possibile solo schematicamente accennarla in questo lavoro. Diremo solo che per noi il proletariato, insieme ai popoli oppressi dall’imperialismo e dal neocolonialismo, rimane la classe internazionale in grado di inceppare nel profondo i meccanismi di sfruttamento del capitale. Senza con questo precludere la strada al ruolo importante, sempre crescente, dei movimenti femministi, ecologisti, antimilitaristi. I quali, pur non presentando in quanto tali una precisa connotazione di classe, non di meno vanno ricondotti nella più generale battaglia anticapitalista allo scopo di colpire al cuore l’intero sistema di dominio borghese.
6) G. Brenan, op. cit.
7) B. Bennassar, op. cit.
8) “Solidaridad Obrera” è un sindacato fondato nel 1907 in Catalogna, sorto per riallacciare una rete sindacale indebolita dal fallimento dello sciopero del 1902 e per rivendicare la giornata lavorativa delle otto ore a parità di salario, oltre al riconoscimento del diritto di sciopero. Di matrice anarchica, sarà l’antesignana della CNT, nata nel 1910.
9) Gli attacchi alle chiese, ai conventi e alle scuole cattoliche avvengono, oltre che per un radicato anticlericalismo in ampi settori del proletariato, anche perché sono “ritenuti luoghi del potere clericale cui si attribuiscono ingenti interessi minerari in Marocco.” Si contano in quelle giornate 60 incendi di tali edifici. Vedi: C. Venza, op. cit.
10) H. Thomas, Storia della guerra civile spagnola, Einaudi, 1963.
11) P. Preston, op. cit.
12) La “Canadiense” di Toronto, impresa a capitale britannico, è una compagnia elettrica che in quei giorni licenzia 7 lavoratori “rei” di essere iscritti alla CNT e di svolgere attività sindacale in azienda. Proclamato lo sciopero di protesta, l’agitazione si estende alle altre compagnie di elettricità e acqua. Per ritorsione le direzioni licenziano altri 200 lavoratori. La lotta darà il via a Barcellona un contenzioso sociale colossale, condotto senza esclusione di colpi. Prevarranno i lavoratori conquistando le otto ore.
13) “Nel 1919 il debito industriale e nazionale è in massima parte estinto. Le riserve auree della Banca di Spagna sono salite da 23 a 89 milioni di sterline! Ma la Spagna è un paese malato. Il benessere, dove c’è, è accompagnato da feroci lotte intestine. La gente si chiede: ma a che serve il parlamento?” – cfr. G. Brenan, op. cit.
14) La “Ley de fugas”, l’uccisione a freddo dei prigionieri dichiarando che cercavano di fuggire, varata come legge contro il brigantaggio andaluso nell’ ‘800, viene ora sistematicamente applicata contro i militanti operai. “Los Solidarios” (Durruti, Ascaso, G, Oliver, R. Sanz, G. Suberviola) non solo regolano i conti col capo del governo Eduardo Dato, con il cardinale-spia di Saragozza Juan Soldevilla, con il capo della polizia e con diversi industriali, nonché con numerosi sicari assoldati nei pistoleros, ma ampliano il loro raggio d’azione attraverso espropri, rivolte ed evasioni dalle carceri, raccolta di armi, piani insurrezionali a getto continuo. Iniziative spesso velleitarie e pagate ad altissimo prezzo, dalle quali lo sesso Durruti (vedi A. Paz, Op. cit.) prenderà successivamente le distanze in quanto “metodo principe” dell’azione anarchica. Ma esse, in quel momento, hanno il vantaggio di tenere “sempre oliata” la macchina insurrezionale. Una macchina adatta a sferrare quel colpo insurrezionale che per gli anarchici, come vedremo, corrisponde alla rivoluzione.
15) Termine che deriva da “cacicco”, capo delle comunità tribali in America Latina e in Messico. Nella Spagna dell’800 e del ‘900 indicava un capo villaggio, pagato dagli agrari, in grado di controllare e condizionare, con ogni mezzo, la locale vita economica, politica e sociale.
16) Abel Paz, Durruti e la rivoluzione spagnola, BFS Edizioni, Zero in Condotta – La Fiaccola, 2010
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