Un aspetto generalmente occultato delle catastrofi ecologiche in corso, e di quelle in cammino (abbiamo parlato di recente del collasso del sistema di circolazione oceanica), è che stanno producendo movimenti migratori di enorme portata, sia all’interno dei singoli paesi, che a livello internazionale. E tanto più li produrranno, crescendo in intensità e frequenza, in futuro,
Si tratta del fenomeno degli eco-profughi, o profughi climatici, o rifugiati ambientali, che sono in irrefrenabile aumento. A noi non piace sparare numeri a vuoto. Per cui non seguiremo Robert Hunziker che il 7 agosto, su “Counterpunch”, sostiene che “la più grande tempesta migratoria di sempre“, provocata dal “climate change”, potrà coinvolgere tra i 500 milioni e i 2 miliardi di persone.
Pur riconoscendo con Hunziker e molti altri che la progressione dei cosiddetti cambiamenti climatici non è lineare, bensì esponenziale, ci pare sufficiente avere come riferimento le previsioni delle agenzie specializzate dell’ONU che stimano in 200-250 milioni – al 2050 – le persone costrette a lasciare le proprie terre e case a causa dei disastri ambientali. In soli venticinque anni la massa degli eco-profughi più che raddoppierà rispetto ad oggi – se non verranno prese quelle contromisure urgenti, organiche, universali di cui non c’è traccia. Basti ricordare che il 7 gennaio scorso Trump ha firmato l’ordine esecutivo con cui gli Stati Uniti, il paese massimo inquinatore del mondo, si ritirano dal già vacuo “accordo di Parigi”.
Il nesso tra riscaldamento globale e crescita del fenomeno è diretto: il 2024 è stato ad un tempo l’anno più caldo dal 1850 (secondo l’International Displacement Monitoring Center) e quello con il massimo numero di eco-profughi in fuga dai disastri climatici. Disastri che, si sta vedendo in questi mesi, non sono più limitati ai paesi del “Sud” e dell’Est del mondo, e risalgono prepotentemente verso Nord-Ovest (colpendo Canada, Stati Uniti, Spagna, Francia in modo particolarmente acuto). Nel suo articolo su Marx21 “L’Europe du Sud en feu: un capitalism pyromane”, J. Batou ricorda che l’Europa è il continente “che si riscalda due volte più velocemente rispetto al resto delle terre emerse”, e riporta questo grafico che si riferisce alle superfici di territorio distrutte dal fuoco in Francia, Grecia, Italia, Spagna e Portogallo (tra il 2009 e il 2024) e parla da solo (si noti l’accelerazione del processo nell’ultimo quinquennio):

Nessun dubbio, però: le catastrofi climatiche colpiscono con violenza moltiplicata i paesi più poveri, sotto il dominio o il controllo dei paesi imperialisti, per la combinazione drammatica tra il lento, progressivo degrado dell’ecosistema globale e gli eventi climatici estremi in via di intensificazione per effetto (anche) dell’acuto dissesto degli ecosistemi locali.
Il riscaldamento globale in atto produce, o aggrava, la desertificazione dei suoli e la siccità, che colpisce anzitutto l’agricoltura di sussistenza del Sud del mondo, alimentando l’insicurezza e la dipendenza alimentare dei paesi dominati, mentre la scarsità di acqua genera a sua volta conflitti bellici. Il riscaldamento degli oceani e la loro acidificazione, insieme alle attività minerarie, alla cementificazione dei litorali e all’inquinamento di aria e acqua, impoveriscono drasticamente la fauna marina (dimezzata in 40 anni) con pesanti conseguenze per le popolazioni del Sud del mondo che vivono tuttora di pesca. Per contro l’arrembante avanzata dell’agribusiness in Asia, Africa, America del Sud scandita dalla deforestazione senza limiti, dalle monoculture, dall’uso intensivo di prodotti chimici, dalla esiziale perdita della biodiversità, sta “minando a lungo termine la produttività agricola delle aree più povere”, con la previsione, fatta dalla FAO, di una riduzione della produzione agricola in Africa del 30% e in Asia del 21% entro il 2050.
A loro volta, gli eventi climatici estremi (trombe d’aria, tempeste, uragani, cicloni, inondazioni, alluvioni, frane, ondate di calore estreme), se non risparmiano neppure gli Stati Uniti, colpiscono tuttavia con speciale violenza proprio le aree tropicali, sicché – guardando l’impatto complessivo del degrado dell’ecosistema globale e di quelli locali – risulta evidente che la distribuzione dei suoi costi tra paesi ricchi e paesi poveri (impoveriti dalla rapina coloniale e neo-coloniale) è “iniqua”. E che, specie se si tengono in conto pure il land grabbing e il water grabbing, esiste un altrettanto evidente “debito ecologico” del Nord del mondo nei confronti dei paesi del Sud, e – non lo ripeteremo mai troppo – soprattutto, se non esclusivamente, nei confronti delle classi sfruttate di questi paesi.
A fronte di processi di simile portata epocale, quant’è comico nella sua meschinità un Piantedosi che gonfia il petto perché la polizia italiana è riuscita ad arrestare – ammesso che sia vero – ben tre (3!) emigranti “clandestini” provenienti da Ceuta…
Monique Barbut, direttrice esecutiva della Convenzione ONU contro la desertificazione, faceva dieci anni fa questo quadro della situazione del continente africano:
«in Africa nel 2016, a causa di El Niño, più di 30 milioni di persone hanno sofferto di insicurezza alimentare. Due terzi delle terre in Africa sono già degradate. Ciò ha conseguenze sul sostentamento di 485 milioni di Africani, poiché la sopravvivenza della maggior parte delle persone nel continente dipende dalla produttività della terra. Non sorprende allora che più di 100.000 persone provenienti dall’Africa occidentale attraversino ogni anno città come Agadez, in Niger, per raggiungere l’Europa e cercare una vita migliore. Pochi di loro, però, ce la fanno, la maggior parte ritorna con speranze e vite infrante». (G. Mastrojeni – A. Pasini, Effetto serra effetto guerra. Clima, conflitti migrazioni: l’Italia in prima linea, Chiarelettere, 2017, pp. 30, 62).
Ma se è vero che gli apparati polizieschi e le difficoltà materiali fanno sì che il 75% degli eco-profughi rimangano nei loro stessi paesi di nascita, questo non è rassicurante per le cancellerie europee, perché getta le premesse per rivolte e insurrezioni popolari nei paesi terzi che esse vorrebbero poter continuare a saccheggiare senza rischi… il cane si morde la coda. Da qualsiasi lato la si guardi, la crisi storica del modo di produzione capitalistico, di cui la catastrofe climatica è una componente di primo piano, ha riaperto le porte della storia alla rivoluzione sociale anti-capitalista.
Qualche anno fa abbiamo redatto un numero della rivista “Il Cuneo rosso” interamente dedicato al tema “Neo-colonialismo e guerra agli immigrati” , e ci sembra utile (essendo la rivista esaurita, anche nella sua ristampa) mettere a disposizione di chi ci legge l’articolo nel quale affrontavamo la questione degli eco-profughi.
Gli eco-profughi crescono a vista d’occhio.
Nessuna fatalità naturale: bisogna dare battaglia, ora!
di Sergio Fedele
Definizioni
Profughi ambientali, rifugiati ambientali, rifugiati climatici, Enviromental Refugees, Enviromental Desplach Persons, Internal Displaced Persons (riferite ai profughi interni), ecoprofughi: per i soggetti; migrazioni ambientalmente indotte, migrazioni climatiche: per il fenomeno. Sono le espressioni recentemente usate per indicare l’emigrazione forzata di piccole o grandi comunità in fuga da un ambiente diventato inabitabile.
Le definizioni sono ambigue, o meglio, adombrano una sorta di fatalità naturale. È vero che la causa può essere naturale, di origine non antropica – anche se, come vedremo, è sempre più difficile stabilirlo – ma il più delle volte tali esodi sono determinati da cause innescate direttamente o indirettamente dall’uomo. Ma le definizioni correnti sono anche parziali o fuorvianti: l’ambiente da cui si fugge è stato rovinato o sottratto sia nel caso del mutamento climatico, sia nel caso di un suo sfruttamento intensivo, oppure è stato semplicemente rubato. È per questo che vanno inclusi tra i profughi tutti coloro che sono stati costretti ad allontanarsi da un territorio non più vivibile. La confusione definitoria è spesso amplificata ad arte, così che non si sia costretti a dare una qualche sorta di protezione giuridica a costoro (1).
Non ci interessa, d’altronde, una discussione accademica sulla definizione di profugo: in fuga da un’inondazione, dalla rapina della terra e dei mezzi di sussistenza o dalla siccità provocata dal surriscaldamento globale, si tratta quasi sempre, di una delle infinite vittime di un sistema sociale che ha un nome preciso: capitalismo, e la cui fame infinita di profitto non si ferma dinnanzi a nulla. Ci interessa, però, cercare di indagare le cause prossime e remote di tale fenomeno globale.
Esse sono le più diverse, ma il più delle volte antropiche.
Non è un fenomeno nuovo nella storia dell’umanità; più volte è successo che le trasformazioni climatiche o lo sfruttamento (più o meno sconsiderato) di un territorio (pensiamo alla montagna di argento di Potosì e alle vicende della città di Potosì, di cui parla Eduardo Galeano) (2), oppure le devastazioni provocate da una guerra abbiano reso inospitale una residenza e abbiano costretto alla fuga. Mai come oggi, però, il fenomeno è diventato globale; mai come oggi non è una sola regione, un solo territorio, ma è l’intero pianeta a diventare sempre meno abitabile, sempre più soggetto a eventi catastrofici o a sottrazioni devastanti di risorse.
Qualche cifra
Secondo i dati del Global Estimates 2015: People displaced disasters (3) dal 2008 sono stati in media 26.500.000 all’anno coloro che sono stati costretti a spostarsi a causa di calamità naturali. L’Internal Displacement Monitoring Centre parla di 28 milioni nel 2015. Mentre, secondo l’ONU, sono 5.000.000 coloro che sono vittime di esproprio forzato ogni anno, perdendo la casa, la terra, l’accesso alle risorse e ai servizi.
Il numero dei profughi interni è raddoppiato negli ultimi 15 anni passando dai 20 milioni ai 40,8 del 2015. L’UNHCR parla di 14/15 milioni di rifugiati nel periodo compreso tra il 2014 e il 2015 ospitati in grandissima parte nei paesi extraeuropei (4). Nel 2014 l’Europa ne ha raccolti 3.107.000, di cui l’Italia appena 93.000. L’Italia è agli ultimi posti per incidenza di rifugiati sulla popolazione.
Le previsioni, per quanto riguarda i mutamenti climatici e i profughi interni, e per quanto possano essere attendibili, parlano di 86 milioni nell’Africa subsahariana, 40 milioni in Asia meridionale, 17 milioni in America Latina entro il 2050 (5). Altre cifre sembrano sparate a caso, o quanto meno da prendere con le pinze: un recente rapporto di quest’anno del Lancet Countdown, ad esempio,parla di un miliardo di rifugiati climatici entro il 2050 (6). Come che sia, è comunque assodato per tutti che le migrazioni dovute ai cambiamenti climatici e ai disastri ambientali sono destinate ad aumentare, e di molto.
Le cause
Le cause si lasciano dividere in due grandi ordini: quelle originate dal mutamento climatico globale e quelle generate dallo sfruttamento di terra o acqua di una particolare regione. A volte i due aspetti si sommano rendendo inabitabile un territorio. In ogni caso l’emigrazione che ne deriva non è mai una scelta, bensì una coazione.
La crisi ambientale investe l’intero globo, e aumentano sempre di più le zone dove essa trasforma talmente l’habitat da renderlo momentaneamente o definitivamente inospitale.
Non meno devastanti sono gli espropri della terra per l’insediamento di dighe o infrastrutture o trivellazioni, sia per gli espropriati sia per coloro che vivendo nelle zone limitrofe usufruivano di quell’ambiente per vivere.
Il cambiamento climatico
«Oggi la quantità di gas serra ha superato i livelli dell’intero Quaternario e nessuno sa quali potranno essere le conseguenze. Il cambiamento, oltretutto, è stato decine di volte più rapido dei cambiamenti più bruschi avvenuti negli ultimi 740.000 mila anni. E nel corso di appena due secoli la quantità di anidride carbonica è aumentata del 30%, da 280 a 360 parti per milione in volume, mentre il metano è più che raddoppiato, passando da circa 0,7 a 1,8 ppmv.
«Questi fenomeni sono indubbiamente antropogenici, cioè da attribuire all’attività umana: all’uso di combustibili fossili come carbone, metano e petrolio, e alla combustione delle biomasse, vale a dire foreste, sterpaglia, rifiuti e altri metalli organici. Il primo avviene soprattutto nelle aree urbane e industrializzate, la seconda invece, che inquina altrettanto, soprattutto in quelle rurali dei tropici.
«Sono convinto che il cambiamento in questi parametri essenziali del clima segni l’inizio di una nuova epoca geologica e ho proposto di chiamarla Antropocene (dal greco anthropos, uomo) a differenza del Pleistocene, dell’Olocene e di tutte le epoche precedenti, essa è caratterizzata anzitutto dall’impatto dell’uomo sull’ambiente.» (7)
Al contrario di tutti coloro che insistono ciecamente nel minimizzare ciò che sta accadendo, queste poche righe ci mettono dinnanzi alla catastrofe, non prossima ventura ma già in atto, che investe il pianeta. «Nessuno sa quali potranno essere le conseguenze», dice Crutzen pensando al futuro, ma già ci confrontiamo nel presente, ogni giorno, con gli innumerevoli e sempre più pesanti effetti del dissesto climatico. Se l’entità dei disastri ambientali tocca l’Europa ancora marginalmente (ma non ditelo agli alluvionati sparsi tra il nord e il sud del continente), non è così per l’Asia, per le Americhe, per l’Africa. Sono decine di milioni le persone coinvolte in modo serio e spesso irrimediabile dalla trasformazione del clima e dagli eventi estremi che essa produce. Ogni evento porta con sé altri effetti a catena: la siccità porta la morte dei raccolti e questa crea fame, sete, carestia; alla rovina dei raccolti le alluvioni aggiungono esondazioni, franamenti, dissesto idrogeologico; lo scioglimento dei ghiacci polari crea l’innalzamento dei mari che a sua volta crea la salinizzazione dei fiumi: la morte dei pesci e quindi la rovina del pescato, la distruzione degli argini, l’allagamento (di acque saline) delle colture; la trasformazione e il riscaldamento delle correnti generano poi accentuate perturbazioni che diventano spesso estreme e così via. Molte volte ciò avviene in zone dove nulla si è fatto per arginare i possibili dissesti: si è costruito dove non si doveva costruire e male; non si sono puliti i letti dei fiumi; si è disboscato dove le radici avrebbero potuto trattenere i franamenti. Tutto ciò, lo conosciamo fin troppo bene, appartiene a un sistema sociale (ma sarebbe da definire asociale) che, per il cieco profitto immediato ha negato e nega ogni giorno un futuro alla specie. Ecco perché il nome più adeguato per la nuova era geo-climatica in cui siamo entrati è capitalistocene (8).
I profughi climatici sono tra le vittime di questo dissesto. Citiamo un tentativo di classificazione.
«Sono stati identificati almeno cinque processi prodotti dal cambiamento climatico che possono avere effetti sulla mobilità delle persone. […] Il primo riguarda l’aumento delle temperature dell’aria e della superficie dei mari, in particolare nei tropici. Il secondo è il cambiamento delle precipitazioni, la loro maggiore o minore frequenza, la loro intensità ed erraticità, con conseguenze in termini di inondazioni e siccità, così come su eventi di più lungo termine come la desertificazione. Terzo, l’innalzamento dei mari causato dalla fusione dei ghiacci a causa del riscaldamento climatico. Quarto, le trasformazioni di sistemi climatici regionali evidenti come nel caso del Niño e dei monsoni asiatici, con un aumento di eventi metereologici estremi. A tutto ciò si collega un quinto processo: l’intensificazione della competizione tra popolazioni, Stati e imprese, per il controllo e l’utilizzo delle risorse naturali, che a sua volta potrebbe causare conflitti e quindi migrazioni forzate.» (9)
La maggior parte di questi spostamenti è interna ai singoli paesi, perché emigrare all’estero, comunque lo si faccia, richiede risorse materiali e culturali che la maggior parte dei profughi non possiede. Non solo ‒ come possiamo immaginare conoscendo di quale garbo è dotato il capitalismo locale unito all’imperialismo internazionale ‒ alla maggior parte dei profughi non viene dato un risarcimento adeguato o un risarcimento di qualsiasi tipo, e neppure vengono approntate delle sistemazioni alternative decenti (a volte si tratta di una specie di riserve o di ghetti), vengono scacciati insomma in aree dove non c’è nulla da sfruttare. Spesso i profughi creano alloggi di fortuna o baraccopoli, o si rifugiano nelle periferie o negli slum delle metropoli, andando ad ingrossare lo sterminato esercito di senza riserve di cui oggi dispone il capitalismo globale.
Alaska
«È ormai evidente che il sistema di regolazione del clima su scala planetaria, costituito dai ghiacci dell’Artide, dell’Antartide e dal Terzo Polo (che comprende l’Himalaya, il Karakorum, le Alpi, la Patagonia, ecc.) è stato alterato. Il mutamento delle dinamiche climatiche può essere imputato, come ampiamente dimostrato dalla comunità scientifica, alla crescente pressione che le attività antropiche esercitano sul clima e sull’ambiente, inquinando ed alterando il ciclo naturale della Terra.» (10)
In Alaska, tra il 1994 e il 2013 sono stati persi mediamente 75 miliardi di tonnellate di ghiaccio l’anno. Non ci soffermiamo sui danni naturali e sulla catena di effetti che ciò provoca sull’intero globo. Ci restringiamo alle comunità locali e all’esodo forzato provocato da questo sconcertante cambiamento del loro habitat. Gli effetti per le popolazioni locali sono tremendi: tempeste sempre più violente che non trovano più il ghiaccio a contrastarle, causano la scomparsa della terra e il progressivo ritirarsi delle coste. Il permafrost si scioglie con una velocità impressionante e distruggendosi, distrugge le fondamenta delle abitazioni, la caccia diventa sempre più difficile e rischiosa.
Intanto gli avvoltoi calano sul gigante ferito. Mentre lo scioglimento dei ghiacci crea la devastazione dell’ambiente locale, la morte e l’agonia degli animali, la fuga dei residenti, e l’intero globo risente delle conseguenze dei mutamenti climatici indotti dalla devastazione dell’Artico, le compagnie petrolifere trovano nuove opportunità di succhiare petrolio, gas, minerali preziosi prima inaccessibili. In questi luoghi le estrazioni sono pericolosissime. La petroliera Exxon Valdez naufragò nel 1989 nella baia di Prince William, versando in mare 40 milioni di litri di petrolio. A memoria di ciò, nel 2015 la Shell ha ricevuto dal governo degli Stati Uniti la concessione di trivellare nel mar ghiacciato dei Ciukci, tra Alaska e Siberia. (11)
Bangladesh
In Bangladesh la distruzione ambientale è determinata da diversi fattori che ne moltiplicano gli effetti catastrofici. Le trasformazioni climatiche si uniscono alla appropriazione violenta della terra da parte di enti finanziari e società trasnazionali (landgrabbing), alla deforestazione, al banditismo colluso con la polizia e il governo locali. Il quadro complessivo è devastante.
Il Bangladesh è uno tra i paesi più vulnerabili dal punto di vista climatico (basta pensare alla sequenza sempre più serrata degli tsunami e al fatto che circa l’80% del suo territorio è esposto alle inondazioni). Eppure le deforestazioni vanno avanti senza sosta, come del resto in Indonesia, devastata dallo tsunami del 2004. Un esempio degli effetti della deforestazione si può vedere nella regione dell’Haor, costituita da una vasta depressione naturale ricca di corsi d’acqua, che viene completamente sommersa durante il periodo dei monsoni, mentre nel periodo di secca, resta in alcune parti inondata. Durante il periodo di piena la zona viene colpita da onde alte 2-3 metri, e a ciò si aggiunge l’aumento della temperatura delle acque e il conseguente aumento della velocità del vento che intensificano l’azione delle onde. Ebbene, proprio in questa regione la deforestazione su larga scala ha distrutto le barriere naturali che mitigavano l’azione delle onde sulla costa.
A Bongor, nel Delta del Gange, vivono 600 famiglie di pescatori. Bongor è stata inondata cinque volte dal fiume Meghna negli ultimi otto anni e il fiume ha eroso i due terzi della superficie dell’isola negli ultimi cinque anni. Bongor scomparirà completamente e i suoi abitanti saranno costretti a emigrare. A Dhaka, che ha oggi una popolazione di 14 milioni di abitanti, si riversano 300.000 persone all’anno e per la maggior parte sono profughi ambientali, finiscono negli slum. A questo ritmo la città raggiungerebbe i 50.000.000 di abitanti entro il 2050.
La terra coltivabile, sempre più rara, dei piccoli agricoltori e produttori, è assediata e rapinata da bande criminali colluse con il governo e protette dalla polizia. La continua erosione delle terre coltivabili determina spostamenti interni di popolazione. Il 53% degli immigrati poveri vivono in baraccopoli, mentre il 44% occupa terreni pubblici. In alcuni distretti le bande locali, colluse con la polizia, minacciano gli immigrati impedendogli l’accesso alla terra e imponendo loro il pizzo. (12)
Ma è solo di governi e bande locali la rapina e il saccheggio? Evidentemente no, se solo si tiene a mente il massacro di 377 operaie e operai per l’incendio del Rana Plaza del 24 aprile 2013 dove si produceva, a salari infimissimi e ancor più infime condizioni di sicurezza, per Benetton, H&M, Walmart, Mango, Gap, etc. (13) o al successivo eccidio di 13 operai per l’esplosione di una caldaia in uno stabilimento della Multifabs a Gazipur, una delle zone industriali di Dhaka, in cui si produce, in condizioni simili, per la Aldi, la Mitsubushi, la Littlewoods. (14)
C’è forse da meravigliarsi se il Bangadesh è uno dei paesi con il più alto tasso di emigrazione al mondo e che dal suo territorio siano emigrati negli ultimi anni almeno 2 milioni di persone l’anno, nelle più diverse direzioni (India, paesi arabi del Golfo, Regno Unito, Stati Uniti, Malesia, ma anche, e sempre più Italia, dove resiedono attualmente 132.000 bangladeshi)?
Cause non climatiche: landgrabbing e watergrabbing
Il landgrabbing o il watergrabbing (vanno spesso insieme come si può immaginare) possono avvenire in modi diversi e per scopi diversi: si può rapinare alle popolazioni locali terra e acqua per costruire un sistema di dighe e sfruttare l’acqua per centrali idroelettriche o colture intensive agroindustriali, oppure per costruire una rete stradale, o per traforare il suolo in cerca di idrocarburi, o per istallare basi militari. L’effetto della rapina non sarà solo la rovina di quel particolare territorio e della popolazione che vi resiede. Si protrarrà nel tempo e si allargherà nello spazio, creando effetti di trasformazione e degenerazione di tutto l’ambiente limitrofo, della flora, della fauna, del microclima, con conseguenze tanto sull’economia della zona quanto sulla salute delle popolazioni, innescando processi a catena molteplici e quasi mai prevedibili. Vediamo un paio di esempi.
Un esempio di landgrabbing: la Cambogia
Con il termine landgrabbing ci si riferisce all’accaparramento del suolo, alla sua rapina e al suo sfruttamento.
5 milioni di persone all’anno sono vittime di espropri forzati; ciò significa che perdono la casa, l’accesso alle risorse naturali, ai servizi, la libertà di residenza e di movimento.
L’esempio che citeremo è quello della Cambogia, particolarmente indicativo per la sua mostruosa entità e la sua efferatezza. Alla Cambogia banche e multinazionali protette e guidate dagli stati e dall’élite finanziaria che domina il mondo hanno sottratto 2,8 milioni di ettari, un territorio pari all’intera estensione del Belgio!
I contadini cambogiani sono stati espropriati delle loro terre dal governo di Hun Sen, al potere dal 1993. Le beneficiarie, oltre le borghesie locali, sono le multinazionali asiatiche e occidentali. L’esproprio è stato facilitato dall’assenza di titoli di proprietà, aboliti al tempo dei khmer rossi. Sono ad oggi state sottratte più del 70% delle terre arabili. Dal 2000, quasi 800.000 cambogiani hanno dovuto lasciare la propria casa e le fonti del loro sostentamento; mentre i 5 proprietari terrieri più ricchi si sono accaparrati il 20% delle terre espropriate.
Le modalità di questi espropri sono altrettanto spietate. Dagli anni novanta si contano 300 omicidi di matrice politica. Polizia, esercito e forze private assoldate dalle imprese reprimono senza pietà ogni episodio di resistenza.
Quali sono queste imprese? La Thai Khon Kaen Sugar che con le sue piantagioni di zucchero rifornisce le grandi multinazionali del cibo occidentali. O la Socfin-Kcd, partecipata della francese Bolloré, leader della produzione di pneumatici.
L’80% dei terreni espropriati e dati in concessione subisce la sorte comune delle terre rapinate: destinate a monocoltura, in questo caso gomma e zucchero. Almeno 4.000.000 di ettari, 22% della superficie della Cambogia, risultano occupati da piantagioni di gomma e canna da zucchero.
Zucchero per le tavole del ricco Occidente e pneumatici per le sue inquinantissime automobili, mentre i cambogiani hanno perso le loro risaie, soffrono la fame e, tanto per cambiare, sono costretti a emigrare in massa, per esempio nella vicina Thailandia e subire ogni genere di violenza, discriminazione, sopraffazione nello stato che li “accoglie”. (15)
Un esempio di watergrabbing in Etiopia, protagonista la “nostra” Salini-Impregilo
Tra Etiopia e Kenya lungo la valle dell’Omo è stato costruito un complesso sistema di dighe per la produzione di elettricità e l’irrigazione destinata all’agricoltura industriale; a farne le spese l’equilibrio idrogeologico del bacino del fiume Omo e del lago Turkana e di conseguenza le popolazioni che di questo equilibrio vivevano.
Il fiume Omo è uno dei più importanti dell’Africa del Nord, nasce dalla confluenza dei fiumi Gibe e Gojeb e scorre per 600 chilometri, attraversando il Parco Nazionale della Valle dell’Omo e sfociando nel lago Turkana. Lungo le sue sponde vivono, o meglio, vivevano, una quindicina di comunità tribali. Il lago Turkana ha una superficie di 6.405 km² ed è il più grande lago permanente del mondo in zona desertica. Riceve l’acqua oltre che dall’Omo anche dal Turkwell e dal Kerio.
Dagli anni ’80 lo stato ha implementato l’agricoltura industriale a scapito di quella tradizionale. Mentre nel 2011 il governo ha cominciato ad affittare vasti appezzamenti di terreno a industrie italiane, malesi, indiane e coreane per la coltivazione di palma da olio, jatropha, cotone e mais destinati alla produzione di biocarburanti. Che cosa ha significato ciò? Espropriazione e cacciata delle popolazioni contadine indigene in campi di re-insediamento. Ogni resistenza è stata sedata militarizzando la zona. La popolazione è stata rapinata e gettata in vere e proprie riserve e costretta a campare dell’elemosina governativa. Le dighe di cui parliamo sono, perciò, solo una – anche se particolarmente devastante – delle tante ingiurie che il capitalismo locale e quello imperialista straniero hanno portato a questo territorio e alla sua popolazione.
Gli agenti sono il governo etiope, quello kenyota e i fondi della “cooperazione italiana”; gli appalti sono stati affidati senza gara alla italiana Salini Impregilo. È dunque un caso che interessa da vicino l’Italia e la sua azione neocoloniale e imperialista in Africa – altro che cooperazione, e “aiutiamoli a casa loro”! Le vittime sono le popolazioni rurali che vivono di pesca, allevamento, agricoltura. È facilmente intuibile che la sottrazione delle risorse idriche – in un paese già affetto dall’aumento della siccità dovuta ai cambiamenti climatici – provochi la diminuzione del pesce, la mancanza di irrigazione per i pascoli e per le colture.
Dati ONU dicono che il crollo dell’economia agropastorale ha messo a rischio la sicurezza di più di 10 milioni di persone. L’Etiopia ha uno dei più alti tassi di crescita al mondo ed è un esempio di cosa significa e a spese di chi può lievitare il pil. Contraddizione ben spiegabile in regime capitalistico: la statistica (Trilussa docet) dirà che il pollo è stato diviso tra due persone anche se una se lo è pappato per intero mentre l’altro è rimasto con l’acquolina in bocca e la pancia vuota.
Vediamo la cosa un po’ più nel dettaglio.
«Nel 2004 il Ministero degli affari esteri italiano approva un credito d’aiuto di 220 milioni di euro all’Etiopia, finalizzato alla realizzazione del progetto idroelettrico di Gilgel Gibe. Una somma del genere non aveva precedenti nell’ambito dei finanziamenti alla cooperazione italiana e venne elargita nonostante fosse stato rilevato l’anomalo affidamento dell’appalto alla Salini attraverso trattativa diretta, difformemente da quanto previsto in materia sia dall’Italia che dall’Unione Europea e dalle organizzazioni internazionali. Insomma la cooperazione italiana finanziava la realizzazione di un progetto il cui contratto era già stato firmato attraverso trattativa diretta tra la Salini Costruttori S.p.A. e l’EEPCO – Ethiopian Electric Power Corporation, difformemente da quanto previsto da tutti gli standard nazionali e internazionali sulla trasparenza e concorrenza. […]». Noi non ci scandalizziamo, né ci sembra un comportamento “difforme”, anzi, sappiamo regole e trattati quanto valgano, e per chi, in regime di capitalismo il cui unico standard perseguito è il massimo profitto ad ogni costo. Proseguiamo la citazione: «Proprio l’Italia, al momento della concessione del credito d’aiuto, stava cancellando all’Etiopia circa 300 milioni di debito. L’Etiopia era inserita nei paesi HIPC (Heavily Indebted Poor Country) nel programma di cancellazione di parte dei debiti internazionali. In sostanza, da un lato l’Italia cancellava all’Etiopia 367 milioni di euro di debito, dall’altro, solo tra il 2004 e il 2007, l’EEPCO ha sottoscritto nuovi contratti di prestito per circa un miliardo di dollari nel solo settore energetico, con una ulteriore necessità di liquidità stimata tra i 3 e i 4 miliardi necessari per il completamento delle opere avviate. L’Italia ratificò la cancellazione del debito tre mesi dopo aver concesso al paese un “credito” allo sviluppo che lo re-indebitava per una cifra poco inferiore» sul breve periodo, gravandola sul medio-lungo periodo di un debito assai più pesante di quello condonato. Un esempio interessante di neocolonizzazione economica di una storica ex colonia.
«Il progetto della Gilgel Gibe I risale al 1985 ed è stato realizzato tra il 1999 ed il 2003: un bacino artificiale di 63 km² in grado di generare fino a 184 MW. Costato 280 milioni di euro, è entrato in funzione nel 2004, la realizzazione ha visto l’intervento di finanziamenti della Banca Mondiale (200 milioni di euro), della Banca Europea per gli investimenti (41 milioni di euro) ed il sostegno della cooperazione austriaca. La costruzione della diga ha causato 10.000 sfollati che non hanno beneficiato di accorte politiche di reinsediamento, con l’assegnazione di una zona semipaludosa e caratterizzata da scarsa fertilità. […]
«La diga impedisce il deflusso dell’acqua durante la stagione secca mentre durante quella delle piogge, il bacino viene portato al massimo carico per generare quanta più energia possibile; i rilasci di emergenza comportano però rischi per la popolazione circostante. Nell’estate del 2006, un’alluvione nei distretti di Dashenech e Nyangatom, lungo il fiume Omo, provocò 364 morti e 15.000 profughi. Il ruolo della diga in questo disastro non è stato mai chiarito.»
Alla Gilgel I si sono poi affiancate la Gilgel II e la Gilgel III iniziata nel 2006, che prevede una barriera alta 240 metri. E sempre c’è di mezzo la Salini, che spalanca le sue mascelle in Etiopia da molto prima degli anni 2000: «Nel 1983 l’azienda aveva già ricevuto 450 miliardi di lire per il progetto Tanabeles, poi finito sotto commissariamento; oggi di quel progetto non rimane quasi nessuna struttura funzionante.». Un classico.
Grandi dighe
Dal 1950 alla fine degli anni ’90 le dighe sono passate da 5000 a 45.000. Secondo la Banca Mondiale circa il 40% degli esodi indotti ogni anno ‒ più di 4 milioni di persone ‒ sono dovuti alla costruzione di dighe.
Un report della Banca Mondiale, sempre lei, risalente al 2000 stima che i profughi forzati a causa delle dighe siano, nel periodo compreso dal 1950 al 2000, da 40 a 80 milioni. Soltanto quelli determinati dai progetti finanziati dalla BM nel 1993 erano 1.963.000.
In Cina, dove si calcola un totale di 80 milioni di profughi tra il 1950 e il 2015, dovuti a progetti cosiddetti di sviluppo, la Diga delle Tre Gole, da sola, ha previsto uno spostamento di 1,2 milioni di persone. Quest’ultima è il prosieguo della China’s Danjangkou Dam: 383.000 persone di troppo.
E ora due esempi dal Sud America.
La diga Yacyretà, lungo il fiume Paranà, nasce nel 1973 da un accordo tra Argentina e Paraguay ed è situata ai confine dei due stati. Cominciati i lavori nel ’79, la diga ancora nel ’94 non operava che al 60% della sua potenzialità. Nel 2003 i due governi si accordano per il completamento. Dai 2 miliardi di dollari iniziali la corruzione ha fatto lievitare i costi sino a portarli a 15 miliardi, finanziati dalla Banca Mondiale e dalla Banca Interamericana per lo Sviluppo: «il tutto in assenza di studi di impatto ambientale e consultazioni con le popolazioni locali» (come di norma). «Nel periodo dell’anno in cui la portata del fiume è minore, la diga viene chiusa, sbarrando così le vie migratorie dei pesci: si calcola che solo il 2% dei pesci riesca a passare da un livello all’altro della diga. Le zone umide inondate, poi, marciscono aumentando le emissioni di gas serra. Anche per i porti fluviali commerciali l’abbassamento del livello del fiume ha impatti negativi, soprattutto per quanto riguarda il Paraguay, per il quale la navigabilità fluviale ricopre un ruolo importante. Si calcola che siano sati inondati circa 140.000 ettari in territorio paraguayano e 30.000 in Argentina, forzando 80 mila persone a spostarsi, oltre alle varie centinaia di migliaia che sono state indirettamente vittime dell’impoverimento indotto dalla centrale […]. Molte famiglie non hanno ricevuto alcuna compensazione per le case e i terreni che hanno dovuto lasciare e coloro ai quali sono state assegnate nuove abitazioni, in molti casi non possono contare su servizi igienici, acqua potabile, servizi sanitari, scuole o piccoli appezzamenti di terra da coltivare.»
Vediamo dalla stessa fonte un altro esempio di mirabile sviluppo in Sud America, sempre gentilmente offerto dalla World Bank, dove troviamo lo zampino anche di una “nostra” impresa. Centrale idroelettrica di Chixoy, Guatemala:
«negli anni ’80 gli abitanti di etnia Maya Achì di Rio Negro furono massacrati con l’accusa di essere guerriglieri ed i sopravvissuti reinsediati altrove per poter costruire l’impianto. Ai sopravvissuti non vennero date compensazioni economiche adeguate, i leader indigeni delle proteste vennero uccisi e vennero fatti sparire i titoli di proprietà sulle terre. La popolazione venne trasferita a Pacux, una zona priva di terre coltivabili dove le case costruite per accogliere le persone erano insufficienti e prive di servizi. La diga subì ritardi e problemi, anche a causa del fatto di essere stata costruita in zona sismica [mirabile!] e non è mai stata in grado di fornire tutta l’energia per cui era stata costruita da imprese italiane, tra cui la Salini Impreglio [sempre lei], statunitensi e tedesche. Una relazione della Banca Mondiale (finanziatrice dell’opera insieme alla Banca Interamericana di Sviluppo) ha ammesso il verificarsi dei massacri di civili per costruire la diga ma ha negato ogni responsabilità [ci mancherebbe!], «attribuendola soltanto al conflitto armato interno. Circa 3.500 persone furono costrette a spostarsi e tutt’oggi vivono in condizioni di povertà, migrando stagionalmente nelle piantagioni di caffè e canna da zucchero della costa.».
Molti altri esempi si potrebbero citare, e anche di portata enormemente superiore. In India la sola costruzione di dighe comporterebbe nei prossimi decenni esodi compresi tra i 21 e i 40 milioni di persone. E viene da chiedersi quanti profughi creerà il Progetto Anatolia Sud-Orientale (Güneydoğ Anadolu Projesi): 22 dighe sui fiumi Tigri ed Eufrate che alimenteranno 19 centrali idroelettriche.
Mega-eventi
Non possiamo dimenticare che la nostra, come insegnò Debord, è altresì la Società dello Spettacolo, tra i cui idola ci sono i mega eventi, né devono dimenticarlo i proletari chiamati a versare il loro contributo di sangue al Dio Spettacolo, altra incarnazione del Dio Profitto. Basti un arruffato (e alquanto striminzito) elenco, l’immaginazione potrà colmare i grandi vuoti.
Seoul, Giochi Olimpici del 1988: 720.000 sgomberi forzati. Brisbane, Australia, Expo 1988: tra i 1.400 e i 3.000 sfratti. Santo Domingo 1992, celebrazioni per la “scoperta” dell’America: sfratto a 180.000 persone. Pechino, Giochi Olimpici 2008: più di un milione di sfollati. Expo di Shanghai 2010: esproprio di terre per 18.000 persone, sloggiamento dalle proprie case per altre 400.000. Giochi Olimpici in Brasile, 2016: 77.206 sloggiati dalle loro case. Bangkok, concorso di Miss Universo 2017: 5.000 sfratti.
Il tutto condito dai più elevati ideali umanitari, enti di solidarietà, protezione e promozione dei diritti umani, compresi quelli dei rifugiati! Presenti: UNICEF (United Nations Children Fund), WHO (World Health Organisation), ILO (International Labour Organisation), UNHCR (United Nations High Commisioner for Refugees), UNDP (UN Development Programme), UNEP (UN Environment Programme), SOS Children’s Villages, FARE network (Football Against Racism in Europe).
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RIQUADRO – Due parentesi (non solo) linguistiche
Sviluppo
Ciò che viene chiamato “sviluppo”, “paesi in via di sviluppo”, “diverso” o “nuovo modello di sviluppo” è ciò che in retorica si chiamerebbe un’antifrasi, ossia una parola che si riferisce – nella realtà ‒ al contrario di ciò che esprime.
Smascherando le infamie che si nascondono dietro questa parola, indagheremo i processi reali che vi si nascondono, processi squisitamente capitalistici e imperialistici.
Cominciamo con “paesi in via di sviluppo”. Tali paesi hanno subìto, attraverso la colonizzazione prima, e subiscono attraverso la neocolonizzazione oggi, proprio il contrario dello sviluppo, o almeno di uno sviluppo “un tantino equilibrato” tra i diversi settori delle attività produttive, ed un minimo “completo”. L’imperialismo, in combutta quasi sempre con residui feudali prima, con le vendute borghesie locali poi, ha fatto di tutto per impedire il loro pieno sviluppo (capitalistico, si capisce) di tali paesi. E tuttora continua a farlo con vecchi e nuovi metodi. Questi paesi devono restare dipendenti, indebitarsi con accordi capestro, fornire gli stati imperialisti di materie prime e braccia a basso costo (che abbassano a loro volta il prezzo di quelle nei paesi ricchi). La terra è stuprata da monocolture in completa indifferenza delle tradizioni e dei bisogni locali (si veda, qui sopra, l’esempio della Cambogia, che è solo uno tra migliaia di migliaia), le risorse, l’acqua, gli animali, il patrimonio forestale o boschivo, quello archeologico o culturale tutto è preda e bottino. Questo è lo sviluppo che donano i paesi imperialisti ai paesi in via di sviluppo. E se c’è un’opposizione, e di regola c’è; se, anche in chiave capitalistica, il paese soggetto decide di emanciparsi dalle mascelle imperialiste, allora arrivano gli eserciti. Poiché non è vero che l’imperialismo odierno agisce oggi solo attraverso le banche e la finanza. No, unisce il nuovo al vecchio, e se non bastano banche e imprese, arrivano bombardieri e uranio impoverito.
Quanto allo “sviluppo” della società nei paesi europei in cui il capitalismo è nato, basterà ricordare le prodezze dell’accumulazione primitiva in loco che insieme con quelle realizzate sulla pelle dei popoli “di colore”, hanno creato le basi della catastrofe odierna: il benessere dei pochi è stato pagato con l’assoggettamento e la schiavitù dei molti, la natura è sempre più diventata una preda buona solo al saccheggio, la razionalità è stata piegata al profitto ignorando il futuro della specie.
Concludiamo con “nuovo” o “diverso modello di sviluppo”.
Non esiste altro “sviluppo” per il Capitale oltre quello che il capitalismo reale ci ha fin qui mostrato. Così funziona il capitalismo, continuamente distruggendo uomini e cose per ricreare all’infinito sé stesso ingrandito di un tanto. E più fatica ad ingrandirsi, più forza ogni limite con crescente violenza. Con l’effetto che ogni suo ulteriore sviluppo aggrava l’agonia della natura e la morte delle specie viventi. Ha ben dimostrato di non avere remore in proposito. E tanto meno nel produrre esodi forzati di milioni e milioni di sfruttati e sfruttate.
La società socialista – una società finalmente umana e naturale ‒ dovrà non creare nuovi o diversi modelli di sviluppo, ma smetterla definitivamente con questo “sviluppo”: bisognerà al contrario destrutturare, eliminare le infinite produzioni inutili e dannose di cui è infestato il pianeta, liberare la terra, l’acqua, la specie umana dalle infinite scorie velenose dello “sviluppo” capitalistico. Il che singifica, tra le altre cose, liberarli dal dovere di fuga, dalla coazione ad emigrare.
Resilienza
Si usa oggi il termine resilienza (e se ne abusa). Si tratta di un termine che preferiamo evitare perché non vogliamo subire passivamente il linguaggio di stato, ma che ci interessa perché è una spia linguistica paradossale dell’alienazione reale imposta, nel modo di produzione capitalistico, agli esseri umani, specie se lavoratori. Una definizione: «nel lessico sociale descrive la capacità di reagire a fenomeni esogeni ed endogeni di stress attivando strategie e azioni di risposta e di adattamento funzionali a ripristinare meccanismi di funzionamento in condizioni nuove».
Una società alienata rivela sé stessa anche nelle piccole cose. Il termine resilienza,dal latino resiliens,si riferiva un tempo alla scienza dei materiali ed era usato soprattutto nella metallurgia. In una società alienata gli esseri umani sono spesso parlati più che parlare, e il linguaggio si prende così gioco dei parlanti. Oggi con questo termine ci si riferisce non al ferro o all’acciaio, ma proprio agli esseri umani. A uomini che resistono alla violenza del capitale come possono. In questo modo l’uomo è trattato come una robusta lega non facilmente plasmabile ma che oppone una qualche resistenza. L’essere umano diventa resiliente.Un paradosso terminologico: un termine reificante che traduce la resistenza dei reificati alla reificazione.
Si vede bene, però, da che parte stava chi lo usò in tal senso la prima volta: ciò che viene sottolineato non è la resistenza, come forza attiva vitale opposta a un’azione contraria oppressiva, bensì la capacità di modellarsi sull’evento, di subirlo modificandosi, non modificando o spezzando l’azione che vuole imporre la modifica.
Nella realtà dei fatti, qualunque sia l’artificio linguistico con cui si cerca di occultarli o di stravolgerli, gli episodi di resistenza, di lotta, di combattimento, di guerra di classe degli sfruttati ci sono stati e ci sono, e sarebbe interessante farne un articolo a parte. Ciò dimostrerebbe che non tutti ci stanno a diventare resilienti. Tanti si ostinano a restare resistenti,e se diverranno, per stato di necessità, resilienti,non sarà senza prima aver venduta cara la resistente pelle.
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Accumulazione originaria e accumulazione perpetua
L’esproprio delle piccole proprietà e della terra o dell’acqua in comune, la rapina e la pauperizzazione di contadini, artigiani, pescatori, allevatori, la loro condanna a una proletarizzazione nel senso originario ed etimologico del termine, di cui abbiamo dato finora alcuni esempi, riconducono il capitalismo alla sua origine. Dal colonialismo al neocolonialismo l’accumulazione perpetua ricalca il modello di quella primitiva:
«il capitale persegue nei confronti dei popoli coloniali (ed è una sua condizione di vita) l’appropriazione violenta dei principali mezzi di produzione […] è un’opera sistematica e pianificata di distruzione e annientamento delle comunità sociali non-capitalistiche, in cui il capitale si imbatte nel corso della sua espansione. Non siamo più, qui, nel raggio dell’accumulazione primitiva: è un processo che dura ancora ai giorni nostri.».
«Ciò che gli economisti chiamano “accumulazione primitiva od originaria” ma che dovrebbe però chiamarsi espropriazione primitiva» e che «non significa altro che una serie di processi storici i quali si conclusero con la dissociazione dell’unità primitiva che esisteva fra il lavoratore e i suoi mezzi di lavoro» ridonda e ribadisce sé stessa ogni giorno nella pratica espropriatrice e rapinatrice dell’accumulazione perpetua del Capitale.
Ogni valore d’uso deve trasformarsi in valore di scambio: tutto deve trasformarsi in merce, a cominciare proprio dalla madre di ogni sussistenza: la terra. E alla rapina della terra si accompagna il rapimento degli uomini forzosamente trasformati, se vogliono sopravvivere, in schiavi salariati.
«Come nell’esempio irlandese presentato da Marx ne Il capitale, i proletari e i contadini espropriati del Sud del mondo vanno a formare un enorme esercito industriale di riserva – il più grande della storia del capitalismo, costituito, a stare ai dati dell’ILO, da un miliardo circa di disoccupati e di sottoccupati – sfruttabile in loco attraverso le delocalizzazioni o attraverso le migrazioni internazionali. Esso garantisce a livello globale un’offerta di manodopera a basso costo e ipersfruttabile che preme sulla popolazione occupata, tanto al Sud quanto al Nord del mondo, e ne contrasta le rivendicazioni, innescando il circolo vizioso di supersfruttamento e disoccupazione descritto ne Il capitale. Le migrazioni costituiscono un vero e proprio “furto di uomini” ai danni dei paesi del Sud del mondo, che, perdendo la forza-lavoro più giovane e forte, sono ulteriormente indeboliti e resi ancora più dipendenti dal “centro”.».
Siamo andati finora lontano nello spazio e nel tempo, ma è qui che vogliamo tornare, a come oggi processi che appaiono, e sono presentati ad arte, come semplicemente naturali, frutti degli abituali “capricci della natura”, tali da sempre e per sempre, siano in realtà il risultato di una catena infinita di manomissioni della natura avvenute all’insegna delle cieche e inesorabili leggi dello sviluppo capitalistico. Uno sviluppo ossessionato dalla quantità, dalla quantità di lavoro gratuito incorporato nel capitale, nel lavoro morto espropriato e accumulato nelle mani del vampiro-Capitale. Si è voluto vedere a tutti i costi nel marxismo, a cui noi ci richiamiamo fermamente, l’elogio acritico dello sviluppo delle forze produttive prodotto dal capitalismo; la versione stalinista e mao-stalinista del marxismo, che è l’equivalente del suo completo stravolgimento per ciò che concerne il rapporto tra capitale e natura e in ogni altro campo, ha fornito ottimi argomenti a una simile contestazione farlocca. Ora, se è evidente che Marx e i marxisti non sognano alcun ritorno indietro ai modi di produzione pre-capitalistici, lo è altrettanto, per chi conosca davvero l’opera di Marx e il marxismo non adulterato, che la dimensione ecologica è intrinseca ad entrambi e, se si vuole, è stata proprio l’incombente catastrofe dell’ecosistema globale e degli ecosistemi locali a portarla in luce. È con questa incombente catastrofe che decine di milioni di sfruttati e sfruttate, in grande maggioranza finora nel Sud del mondo, sono stati e sono già chiamati a scontrarsi, anche per opporsi alla crescita indefinita degli eco-profughi.
1864/2019
Analizzando le cause delle emigrazioni umane si costruisce facilmente una terrificante mappa della catastrofe ambientale prodotta dall’uomo, quasi esclusivamente in regime capitalistico, soprattutto nell’ultimo secolo e con una progressiva e forsennata accelerazione negli ultimi decenni.
Agli inizi del XX secolo si poneva il dilemma: socialismo o barbarie. Oggi, dopo un novecento di infiniti orrori, nella barbarie tardo-capitalistica siamo immersi sino al collo: la crisi estenuante del sistema capitalistico si configura come crisi di civiltà – del concetto stesso di civiltà –: ossia come crisi epocale delle società divisa in classi, in cui i produttori sono separati dalla produzione, la natura è alienata e l’essere umano con essa. Nell’ormai plurisecolare storia del capitalismo abbiamo assistito a migliaia e migliaia di stupri e deturpazioni. Piccoli e grandi, essi hanno inferto colpi sempre più decisi a porzioni sempre più vaste della terra; oggi è l’ecosistema globale ad essere compromesso.
Merita di essere citato qui ciò che scriveva nell’ormai lontano 1864, George Perkins Marsh, colui che può definirsi il padre dell’ecologia:
«Le devastazioni commesse dall’uomo sovvertono le relazioni e distruggono l’equilibrio che la natura aveva posto fra le sue creazioni organiche e le inorganiche; ed essa si vendica dell’invasore scatenando sulle sue regioni oltraggiate, le energie distruggitrici tenute fino allora in freno dalle forze organiche destinate ad essere le migliori alleate dell’uomo, ma che egli ha spensieratamente disperse e cacciate dal terreno di azione […] La terra va rapidamente diventando una dimora disadatta pel suo più nobile abitante, ed un’altra era di simili delitti umani e di simile umana imprevidenza, di durata eguale a quella in cui si estendono le tracce di questi misfatti e di questa imprevidenza, la ridurrà a tale uno stato di produttività impoverita, di superficie sconquassata, di eccessi di climi, da far temere la depravazione, la barbarie, e forse anche la distruzione della specie».
Un secolo e mezzo dopo, questa durissima profezia di Marsh si è avverata: l’homo insipiens proprietarius (come lo definì Bordiga, da marxista autentico) è arrivato ad aver messo in questione la stessa capacità dell’intero pianeta di rigenerarsi.
Miseria della tecnica
Tre anni dopo la comparsa dello scritto di Marsh, Marx pubblicava il Libro primo del Capitale in cui leggiamo la seguente diagnosi:
«Come nell’industria urbana, così nell’agricoltura moderna, l’aumento della forza produttiva e la maggior quantità di lavoro resa liquida vengono pagate con la devastazione e l’ammorbamento della stessa forza lavoro. E ogni progresso dell’agricoltura capitalistica costituisce un progresso non solo nell’arte di rapinare l’operaio, ma anche nell’arte di rapinare il suolo; ogni progresso nell’accrescimento della sua fertilità per un dato periodo di tempo, costituisce insieme un progresso della rovina delle fonti durevoli di questa fertilità. […] La produzione capitalistica sviluppa quindi la tecnica e la combinazione del processo di produzione sociale solo minando al contempo le fonti da cui sgorga ogni ricchezza: la terra e l’operaio».
Già una decina di anni prima, del resto, egli aveva sottolineato con drammatica lapidaria potenza la contraddizione tra lo straordinario progresso della scienza e della tecnica in epoca capitalistica e la loro miserevole inumanità:
«Da un lato sono nate forze industriali e scientifiche di cui nessuna epoca precedente della storia umana ebbe mai presentimento. Dall’altro, esistono sintomi di decadenza che superano di gran lunga gli orrori tramandatici dalla fine dell’impero romano [c. n.]. Ogni cosa sembra portare in sé stessa la sua contraddizione. Macchine, dotate del meraviglioso potere di ridurre e potenziare il lavoro umano, fanno morire l’uomo di fame e lo ammazzano di lavoro. Un misterioso e fatale incantesimo trasforma le nuove sorgenti della ricchezza in fonti di miseria. Le conquiste della tecnica sembrano ottenute a prezzo della loro stessa natura [The victories of art seem lought by the loss of character]. Sembra che l’uomo, nella misura in cui assoggetta la natura, si assoggetti ad altri uomini o alla propria abiezione [c. n.]. Perfino la pura luce della scienza sembra poter risplendere solo sullo sfondo tenebroso dell’ignoranza. Tutte le nostre scoperte e i nostri progressi sembrano infondere una vita spirituale alle forze materiali e al tempo stesso instupidire la vita umana, riducendola ad una forza materiale».
Scienza e tecnica cos’altro hanno fatto in questi 150 anni? Asservite al capitale, hanno contribuito in tutti i modi a ingigantire il problema dando il loro apporto a generare la catastrofe in cui siamo immersi. Ridicole sono le speranze poste in esse, a meno che non siano spezzate definitivamente le grinfie entro cui il capitale le tiene prigioniere. È forse necessario citare i Congressi sul clima più o meno recenti e vedere cosa hanno concluso governi e istituzione in proposito? Certo, grazie alla scienza siamo in grado di stabilire con una certa approssimazione il grado del disastro in cui siamo immersi. Scienza e tecnica, nelle vesti della “comunità scientifica” e degli “esperti”, si comportano come un incendiario che dopo aver appiccato il fuoco, misuri con esattezza la quantità di gradi fahrenheit nell’atmosfera, censisca per bene tutti i danni e sia in grado di prevedere anche in qualche misura le distruzioni future che il fuoco porterà. Bravi, bis! Quanto agli scienziati in rotta con il capitale, nulla possono da soli perché tagliati fuori e impotenti se non si determineranno anche loro a invocare e praticare una lotta di massa, internazionale, internazionalista, senza quartiere e senza mezze misure, contro le cause profonde, la causa unitaria profonda, di quegli effetti pericolosissimi che ben conoscono.
Imperialismo ed entropia
«Il rapporto tra lo sviluppo della produzione capitalistica e quello dell’inquinamento della natura appare chiaro, e purtroppo negativo, nel confronto che è possibile stabilire tra il momento storico della produzione capitalistica definito dalla legge sociale dell’imperialismo e il limite di tolleranza del mondo naturale, definito dalla legge fisica dell’entropia.
«L’imperialismo è il fenomeno d’estensione dell’area di sfruttamento secondo un sistema di rapporti sociali di produzione di classe. Nei sistemi anteriori – imperialismo schiavista romano (ricerca di mercati di schiavi), imperialismo feudale ai tempi delle crociate (ricerca di terre) – l’area geografica di sfruttamento trovava storicamente il suo limite molto prima che venissero raggiunti i limiti del mondo. Per il capitalismo, invece, ciò che caratterizza la fase imperialistica è il passaggio al limite fisico dell’area di inquinamento e al limite atomico dell’area di distruzione causata dalla guerra.
«Questa transizione dall’uno all’altro (dall’estensione del modo di sfruttamento capitalistico su tutto il globo alla progressiva distruzione delle condizioni naturali di vita su tutta la superficie terrestre) è contrassegnata da quella dalle leggi sociali dell’imperialismo sfruttatore alle leggi fisiche dell’entropia. L’uno, l’imperialismo, è governato dalle leggi della concorrenza, l’altro, l’entropia, da quelle della tendenza alla distribuzione molecolare in un campo considerato quasi uguale. Ciò per esempio, spiega l’impossibilità che l’inquinamento delle acque o quello dell’aria restino localizzati. E il capitalismo, purtroppo, con il suo sistema di produzione è straordinariamente abile a inquinare localmente (così come lo è a distruggere localmente) la natura, e straordinariamente incapace di impiegare la sua scienza per creare barriere efficaci all’entropia, cioè per localizzare e limitare l’area degli squilibri naturali alla loro causa produttiva immediata».
E il proletariato?
Ciò che sta succedendo è epocale per la Terra, è epocale per il capitalismo, e lo è altrettanto per il proletariato. Mai come oggi la forbice tra sfruttati e sfruttatori si è allargata in senso qualitativo (povertà e ricchezza) e quantitativo (sono sempre meno coloro che detengono enormi ricchezze). Mai come oggi il proletariato mondiale è oggettivamente unificato in una stessa sorte, dove in palio non c’è un aumento di salario, non c’è questo o quel diritto, c’è la sopravvivenza stessa della specie. Mai come oggi il proletariato rompe i confini imposti dagli stati nazionali, dilaga – sia pure ad un prezzo di sangue – spezzando le effimere frontiere degli stati, e mescolando religioni, costumi, abitudini, lingue. E in questa formidabile creazione su scala mondiale di quegli “individui empiricamente universali” antivisti da Marx ne L’ideologia tedesca (1846), le emigrazioni-immigrazioni globali in crescita svolgono una parte tutta speciale.
Mai il capitalismo è stato così in crisi. Mai la sua opera si è presentata così radicalmente distruttiva e irrazionale. Nonostante i suoi mostruosi arsenali, nonostante l’elefantiasi con cui si è imbottito di eserciti, polizia, armi di ogni sorta, il capitalismo è in rovina; è uno zombie. Certo, lo percepiamo chiaramente, preferirerebbe inghiottire l’umanità in una catastrofe universale piuttosto che cedere il passo.
Senonché il capitalismo stesso ha involontariamente allargato, con la mondializzazione dello sfruttamento, le sue devastazioni e le sue rapine, il campo del proletariato e – impoverendo le classi medie e proletarizzandone una parte consistente – anche quello dei suoi potenziali compagni di lotta. Il fronte anti-capitalista, dilagante ed enorme, c’è già, nella realtà; attende solo di riconoscersi come tale, e da vittima trasformarsi in combattente.
I segni di questa trasformazione già ci sono, dal momento che le lotte contro la devastazione dell’ambiente naturale sono molteplici e vive, soprattutto nel Sud del mondo e tra le popolazioni indigene. Un test inequivocabile della loro importanza e pericolosità per l’ordine costituito è dato dalla quantità di omicidi di militanti ambientalisti e di dimostranti assassinati nel corso di queste lotte, su mandato diretto o indiretto delle imprese transnazionali del settore minerario, petrolifero, dell’agribusiness: 197 nel 2017, almeno 50 nei primi sei mesi del 2018, con una forte concentrazione in Brasile, Filippine, Colombia, India, Repubblica democratica del Congo. E l’iniziativa del 15 marzo, per quanto molto amplificata da appoggi istituzionali, ha reso evidente che in tanti paesi le giovani generazioni sono disponibili a mobilitarsi su una questione che il capitale non può risolvere, ma solo aggravare. Anche in quest’Italia in cui i conflitti sociali sono scarsi da tanti anni, la lotta contro il TAV e il movimento contro il biocidio in Campania hanno assunto una autentica dimensione di massa, e hanno mostrato di saper durare nel tempo senza delegare nulla ai presunti “governi amici”. Ne è controprova la piena riuscita manifestazione del 23 marzo a Roma. Quello che manca, finora, è una prospettiva di battaglia capace di unificare, sintetizzare e fondere le lotte ambientali in corso con tutte le altre forme di resistenza e di lotta delle classi lavoratrici in un movimento unitario capace di fare i conti una volta per tutte con la dittatura del capitale globale, la sua violenza sugli esseri umani e sulla natura, le sue mistificazioni, i suoi travestimenti da “ecologista”.
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Riquadri
Il capitale non può cambiare strada
«Le nuove rotte aperte dallo scioglimento dei ghiacciai sono la concretizzazione visibile dell’impatto antropico sul clima, l’insana capacità umana di stravolgere l’atmosfera e trasformare l’intero Pianeta in spazio geografico asservito alle proprie esigenze. Una logica in grado di ragionare in termini di vantaggio economico persino sulle fosche prospettive aperte dalla più preoccupante delle crisi moderne, il riscaldamento globale: le nuove “rotte climatiche” consentirebbero alle merci in viaggio dall’Europa all’Estremo Oriente di risparmiare 4000 km. rispetto all’attuale passaggio attraverso il canale di Panama. Anche Russia e America si “avvicinerebbero”.
«Emblematicamente, nella regione Artica, simbolo della catastrofe climatica contemporanea, navi inquinanti e cariche di materiali inquinanti portano il proprio carico di emissioni proprio nel cuore della crisi climatica.
«Non solo attraverso l’Artico viaggiano e sempre di più viaggeranno idrocarburi e merci di ogni tipo, con gli annessi rischi per l’ecosistema, l’impatto delle navi sull’ambiente include emissioni di gas serra pari ad una quota compresa tra il 4 e il 5% a livello globale. […] Dal 2010, più del 40% dell’inquinamento atmosferico sulla terraferma è stato originato dalle navi a causa dell’olio combustibile ad alto contenuto di zolfo utilizzato, un carburante di pessima qualità, perché quello raffinato renderebbe il trasporto marittimo di merci economicamente insostenibile. È come portare il respiro tossico di una centrale a carbone galleggiante a soffiare sul cuore della febbre del Pianeta.».
Difficile trovare esempio più eclatante dell’irrazionalità capitalistica, dell’impossibilità da parte di questo sistema di correggere il suo modus operandi: la valorizzazione del capitale in qualsiasi modo, in qualsiasi circostanza, a qualunque costo.
Un dialogo (sui terremoti) di oscena franchezza
Agosto 2016, ecco un frammento (è bastevole) di conversazione da Porta a porta,sul terremoto aquilano, traBruno Vespa e Graziano del Rio:
B.V.: «Questa sarebbe una bella botta di ripresa per l’economia perché pensi l’edilizia che cosa non potrebbe fare».
G.d.R.: «Adesso l’Aquila è il più grande cantiere d’Europa e anche l’Emilia è un grandissimo cantiere in crescita, farà PIL.»
B.V.: «Darà lavoro a un sacco di gente.»
Ringraziamo Vespa e Del Rio per l’oscena franchezza, e rileggiamo insieme un passo da l’Omicidio dei morti, classico testo sulla voracità da catastrofi del Capitale:
«La fame da sopralavoro (Capitale VIII, 2: il capitale famelico di sopralavoro) non solo conduce ad estorcere ai vivi tanta forza di lavoro da abbreviarne l’esistenza, ma rende un buon affare la distruzione di lavoro morto, al fine di sostituirne i prodotti ancora utili con altro lavoro vivo. Come Maramaldo, il capitalismo, oppressore dei vivi, è omicida anche dei morti […].
«Il capitale moderno, avendo bisogno di consumatori perché ha bisogno di produrre sempre di più, ha tutto l’interesse ad inutilizzare al più presto possibile i prodotti del lavoro morto per imporne la rinnovazione con lavoro vivo, il solo dal quale “succhia” profitti. Ecco perché va a nozze quando la guerra viene, ed ecco perché si è così ben allineato alla prassi della catastrofe».
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Note
(1) Si vedano in proposito le cavillose e ributtanti argomentazioni di Richard Black in Environmental Refugees: Myth or Reality?, working paper n. 34, UNHCR, march 2001.
(2) E. Galeano, Le vene aperte dell’America Latina, Sperling & Kupfer, 1997, pp. 37 ss.
(3) Vedi http://www.internal-displacement.org.
(4) UNHCR, Mid-Year Trends 2015, p. 4. L’ultimo documento disponibile dell’UNHCR fornisce i seguenti dati globali, alla fine del 2017: 68,5 milioni di persone coinvolte in “esodi forzati” a scala mondiale, di cui 19,9 milioni rifugiati sotto il mandato dell’UNHCR, 5,4 milioni di palestinesi sotto il mandato dell’UNRWA, 40 milioni di sfollati interni, 3,1 milioni di richiedenti asilo: UNHCR, Global Trends. Forced Displacement in 2017, Geneva, juin 2018.
(5) «Scientific American», 23 marzo 2018.
(6) «La Stampa», 6 novembre 2017. La sola cosa certa è che nell’ultimo decennio l’allarme per l’ampiezza del fenomeno è diventato sempre più alto, senza nessuna seria conseguenza sulle decisioni dei governi e delle aziende.
(7) P. J. Crutzen, Benvenuti nell’Antropocene! L’uomo ha cambiato il clima. La Terra entra in una nuova era, Milano, Mondadori, 2005, p. 15.
(8) Cfr. D. Lepore, Il nodo ecologico nel marxismo del XXI secolo, settembre 2017 (www.ilpungolorosso).
(9) M. Midulla – A. Stocchiero, Migrazioni e cambiamento climatico in A Sud, Crisi ambientale e migrazioni forzate. L’ondata silenziosa oltre la fortezza Europa (a cura di S. Altiero e M. Marano), Milano, 2016, p. 45.
(10) M. Marano, La regione artica, lo scioglimento dei ghiacciai in Alaska: effetti locali e globali su clima, ambiente e popolazioni, Ivi, pp. 109-110.
(11) Ivi, p.103.
(12) Cfr. S. Feldman – C. Geisler, Land expropriation and displacement in Bangladesh, “The Journal of Peasant Studies”, vol. 39, 2012, nn. 3-4, pp. 971 ss.
(13) La fabbrica del Bangladesh e il terrorismo delle multinazionali,2 maggio 2013, znetitaly.altervista.org/art10683
(14) Bangladesh, un’altra strage operaia per i profitti delle multinazionali, 5 luglio 2017, www. larisscoss.com>internazionali. In tutto il Bangladesh ci sono 6 ispettori per controllare 1.200 caldaie industriali.
(15) In Thailandia ci sono molte centinaia di migliaia di emigrati cambogiani, regolari o senza permesso di soggiorno (il 10-15% dei quali minori, spesso messi forzatamente al lavoro). È frequente che ricevano il salario di un anno intero di lavoro in una somma forfettaria, il che vuol dire che possono sopravvivere durante l’anno solo indebitandosi con il proprio “datore di lavoro”. Nel solo 2015 quasi 70.000 di loro hanno subito l’espulsione dal paese, mentre in 234 sono morti sul lavoro o per malattia. Arresti, deportazioni sono diffusi, così come multe dal peso esorbitante per le violazioni di leggi restrittive e repressive contro gli immigrati: “AsiaNews.it”, 14 luglio 2017; “Asiablog.it”, 1 marzo 2016.
(16) S. Altiero, Lago Turkana e Valle dell’Omo: dalle dighe Made in Italy alle barriere dell’Europa, lo sviluppo che genera migrazioni in A Sud, Crisi ambientale e migrazioni forzate…, cit., pp. 155-156.
(17) Cf. World Bank Resettlement and Development: The Bankwide Review of Project Involving Involuntary Resettlement 1986-1993, 1996, p. 91, vedi: www-wds.worldbank.org; Forced Migration Online. Types of development projects causing displacement, vedi: http://www.forcedmigration.org.
(18) IDMC – Internal Displacement Monitoring Centre (Norwegian Refugee Council), Global report on internal displacement 2016, p. 62, vedi: http://www.internal-displacement.org.
(19) Cfr. I. Romualdi, Ambiente e migrazioni forzate in America Latina, in A Sud, Crisi ambientale e migrazioni forzate…, cit., pp. 181-182; www.internationalrivers.org; www.ipsonoticias.net; www.proteger.org; http://www.gfbv.it.
(20) Cfr. I. Romualdi, Ambiente e migrazioni forzate in America Latina, in A Sud, Crisi ambientale e migrazioni forzate…, cit., p. 183.
(21) Cfr. S. Altiero, Lago Turkana e Valle dell’Omo…, cit., pp. 149-151.
(22) R. Luxemburg, L’accumulazione del capitale. Contributo alla spiegazione economica dell’imperialismo, Einaudi, 1972, p. 365.
(23) K. Marx, Salario, prezzo, profitto,Roma, 1955, p. 57. Sull’accumulazione, vedi la VII sezione del Libro primo de Il capitale, passim.
(24) L. Pradella, L’attualità del Capitale. Accumulazione e impoverimento nel capitalismo globale, Il Poligrafo, 2010, p. 341.
(25) G. Perkins Marsh, L’uomo e la natura. Ossia la superficie terrestre modificata per opera dell’uomo, Angeli, 1988, pp. 49-50.
(26) K. Marx, Il capitale, Libro primo, IV sez., cap. 13, Editori Riuniti, 1964, pp. 552-3
(27) K. Marx, Discorso per l’anniversario del «The People’s Paper»,n. 156, 19 aprile 1856, in K. Marx – F. Engels, Opere, vol. XIV, 1855- 1856, Roma, 1982, pp. 655-656.
(28) J. Fallot, Sfruttamento inquinamento guerra. Scienza di classe, Bertani, 1976, pp. 114-115. Sulla differenza, in termini di entropia, tra le società primitive e quelle civili «che fanno largo uso della macchina a vapore, ma assomigliano nella loro struttura alle macchine a vapore» dove «si realizza uno squilibrio che serve per produrre molto ordine – come avviene nella società delle macchine – ma anche molto disordine ed entropia», cfr. anche C. Lévi-Strauss, Primitivi e civilizzati. Conversazioni con Georges Charbonnier, Rusconi, 1970, p. 26.
(29) S.Altiero – M. Marano, Introduzione al testo A Sud, Crisi ambientale e migrazioni forzate…, cit., pp. 5-6.
(30) A. Bordiga, Omicidio dei morti, «Battaglia comunista», 19-31 dicembre 1951, n. 24, in Drammi gialli e sinistri della moderna decadenza sociale, Iskra, 1978, pp. 37 e 39-40. Per il capitalismo come «modo di distruzione del lavoro» si veda Capitalismo, distruzione di “capitale vivo”, «Il programma comunista», 16, dicembre 1962, n. 23.
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