Mario Gangarossa
La questione dei coloni israeliani non è un episodio, una contingenza politica dovuta alla aggressività del fascista Netanyahu e ai suoi interessi elettorali.
La sostituzione etnica dei popoli della Palestina è all’origine della costituzione dello Stato di Israele.
Una conseguenza prevedibile e prevista.
Nessuno, con un po’ di senno nella testa, avrebbe potuto pensare che una emigrazione massiccia di un popolo con fortissimi vincoli comunitari e religiosi, motivato da una ideologia suprematista, che usciva fuori da una esperienza devastante, scampato al genocidio, non si sarebbe imposto nella terra, che generosamente gli alleati gli avevano concesso, spazzando via ogni presenza “estranea”.
L’atto di costituzione dello Stato di Israele segnò l’inizio di un processo le cui conseguenze sarebbero state determinate dalla forza che i due popoli, di cui pilatescamente l’Onu aveva dichiarato il diritto di costituirsi in Stato, sarebbero stati capaci di mettere in campo.
Nella lotta fra le nazioni che si contendono lo stesso territorio vince il più forte e il più organizzato, il più motivato, chi gode delle alleanze necessarie e del sostegno delle potenze che dominano l’area.
Chi decise e sostenne la costituzione dello Stato di Israele ragionava allo stesso modo di chi gli ebrei li gasava.
Era alla ricerca della soluzione “finale” della questione ebraica.
Scartata l’unica soluzione praticabile per ogni minoranza, l’integrazione e il superamento della sua “specificità” all’interno della società civile, il diritto di cittadinanza (borghese) all’interno dello Stato in cui è nato, per la lunga storia che ha fatto degli ebrei una “anomalia”, storia di conflitti e di odi che non si possono cancellare con una dichiarazione di principio, le nazioni vincitrici del secondo conflitto mondiale scelsero la strada che avevano seguito da sempre.
Il ghetto.
La costruzione di un grande ghetto mondiale che avrebbe sostituito le centinaia di ghetti che costellavano le città europee.
La “delocalizzazione” del problema fuori dai confini del “mondo civile” scaricandone le conseguenze sugli sfortunati abitanti della Palestina destinati a pagarne il prezzo.
Una grande “deportazione di massa” che il sionista ha scambiato e scambia come obiettivo della sua “liberazione”.
…
Fra le tante motivazioni che giustificarono la Seconda guerra mondiale, la salvezza degli ebrei dal genocidio non appare nella propaganda degli alleati se non a fine guerra.
L’antisemitismo, anche se formalmente rifiutato, traspariva nelle leggi contro l’immigrazione degli Stati Uniti e dell’Inghilterra.
Il caso più famoso è quello della St. Louis, nel 1939.
La nave partì da Amburgo il 13 maggio con 937 passeggeri, quasi tutti ebrei in fuga dal Reich.
Arrivata a Cuba, 908 passeggeri furono respinti.
La nave si avvicinò quindi alla Florida; gli Stati Uniti decisero però di non fare un’eccezione alle norme sull’immigrazione. Anche il Canada non li accolse.
La St. Louis dovette quindi riattraversare l’Atlantico verso l’Europa. Dopo trattative delle organizzazioni ebraiche, Gran Bretagna ne accolse 288, Francia 224, Belgio 214 e Paesi Bassi 181.
Ma Francia, Belgio e Olanda furono successivamente invasi dai tedeschi. Dei passeggeri della St. Louis, 254 finirono uccisi nell’Olocausto.
Nemmeno la Svizzera si comporto con meno infamia.
Dopo l’Anschluss del marzo 1938 migliaia di ebrei austriaci tentarono di entrare nel paese.
Vennero fisicamente respinti verso il territorio controllato dai nazisti.
In quanto alla solidarietà internazionale.
Nel 1938 alla Conferenza di Évian, Roosevelt ci provò a regolare le “quote” di ebrei di cui ciascun paese avrebbe dovuto farsi carico. Nessuno dei 32 paesi presenti accettò di aumentare il numero dei rifugiati in fuga dal nazismo che avanzava in Europa.
La stessa propaganda tedesca li sbeffeggiò.
Coloro che criticavano il trattamento riservato agli ebrei dalla Germania, non volevano aprire loro le proprie frontiere.
Perfino nell’estate del 1944, a guerra quasi finita, quando negli Stati Uniti si discusse concretamente se bombardare Auschwitz o le linee ferroviarie che vi conducevano, le autorità militari americane rifiutarono la richiesta, sostenendo che le risorse aeree dovessero essere utilizzate contro obiettivi militari direttamente legati alla vittoria sulla Germania.
Il capolavoro delle potenze vincitrici la Seconda guerra mondiale fu il far pagare agli arabi della Palestina il prezzo di una infamia che vedeva responsabili i paesi democratici al pari dei paesi fascisti.
Degli ebrei bisognava liberarsene con le cattive o con le buone, e per non dimenticare nulla basterà ricordare che fra le tante ipotesi di cui si discuteva all’inizio del ‘900 ci fu qualcuno che pensò perfino all’Uganda.
…
Lo Stato israeliano basa la sua politica demografica sulla “Legge del Ritorno” del 1950.
Questa legge stabilisce che ogni ebreo, ovunque si trovi nel mondo, ha il diritto di ottenere la cittadinanza israeliana in modo quasi automatico, una volta stabilitosi nel paese.
In teoria tutti gli ebrei del mondo possono stabilirsi sulla “Terra promessa”.
Dati questi presupposti, l’espansionismo diventa una “necessità” se non si vuole che si scateni la guerra interna fra i vecchi e i nuovi arrivati.
È un serbatoio continuo di nuovi arrivi in cui, alle originarie motivazioni ideologiche e messianiche, si saldano le spinte create dalla guerra e dalla crisi economica.
E la ricerca del proprio “posto al sole” tipica di ogni colonizzazione.
L’ebreo integrato e economicamente realizzato in Israele ci va a fare le vacanze.
Non va a rubare la terra agli arabi.
Un serbatoio che cambia continuamente la composizione sociale, perfino la composizione etnica della popolazione israeliana.
Quei coloni non sono altro che i “penultimi” di Israele che fanno la guerra agli “ultimi”.
Ne più nemmeno dei penultimi che in tutto il mondo si contendono con gli ultimi le briciole del banchetto delle loro classi dominanti.
Che siano “quelli che arrivano” a cacciare “quelli che già ci stanno”, e non il contrario come avviene nella stragrande maggioranza degli altri paesi, è l’elemento che rende “specifica” la questione palestinese.
Israele esiste fin quando esisterà la “questione ebraica”.
È la camera di compensazione, la valvola di sfogo, di una questione che la borghesia non ha risolto con la sua rivoluzione e che si porterà dietro fino alla fine dei suoi giorni.
E quei coloni, che sciamano dal grande ghetto, se non fossero lì sciamerebbero dai ghetti in cui sono stati isolati e concentrati da sempre.
Sarebbero un elemento di crisi e di disturbo eversivo che minerebbe la “sicurezza” delle pacifiche e democratiche comunità nazionali.
Per questo nessuno vuole o può fermarli.
Ma ciò che oggi ci appare come una arrogante dimostrazione di forza di uno Stato che applica alla lettera gli insegnamenti della storia e agisce come dovrebbe agire ogni Stato, senza ipocrisie e senza infingimenti, perché lo Stato è violenza pura organizzata a difesa degli interessi della classe che rappresenta, è il motivo che lo porterà alla disgregazione.
Israele non può esistere se non espandendosi continuamente.
E quando gli altri Stati confinanti riusciranno a frenarne la spinta a allargare i suoi confini, per dare terra e case ai coloni che vengono attratti dal desiderio di ottenere tutto e subito, quando i vicini riusciranno a chiudere i confini di quel ghetto, l’unica prospettiva che ha è rinunciare all’illusione di poter diventare la patria di tutti gli ebrei del mondo.
Perché finite le case dei palestinesi ai nuovi arrivati faranno gola le case dei residenti.
Perché le differenze di classe e il conflitto le puoi nascondere fin quando hai un “nemico” esterno su cui scaricare le tensioni che producono.
Quando l’ultimo palestinese verrà cacciato da quella terra, gli ebrei rimarranno da soli a fare i conti con una immigrazione garantita per legge e sollecitata dal dilagante antisemitismo che loro stessi hanno provocato.
E il cannibalismo sociale, la guerra civile, è l’unica prospettiva che gli rimarrà.
Già da alcuni anni assistiamo a un fenomeno nuovo.
Chi nasce in Israele, e può farlo, sempre più spesso espatria.
Fugge dal ghetto.
Ritorna a riconciliarsi col resto dell’umanità di cui gli ebrei sono stati una componente fondamentale e progressista.
I processi storici hanno un inizio e una fine.
Noi guardiamo gli “ingiusti” che avanzano, denunziamo la loro arroganza e la loro demenza, e spesso dimentichiamo che stanno avanzando verso un burrone.
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