di Rinaldo Battaglia
“Al momento di marciare
molti non sanno
che alla loro testa marcia il nemico.
La voce che li comanda
è la voce del loro nemico.
E chi parla del nemico
è lui stesso il nemico”.
Bertolt Brecht scrisse questa poesia nel 1933, appena Hitler salì al potere. Di certo non conosceva la vicenda di cui in questi giorni da noi ricorre il triste anniversario, essendo prettamente italiana e peraltro non nota a nessuno, né ora in Italia e tanto meno allora in Germania.
Ed è una ‘storia di basso impero’, di cui vergognarsi di essere italiani, dove la disumanità fatta passare per ordine e disciplina si veste da crimine.
Pensate: della Grande Guerra in Italia si conosce quasi solo la catastrofe di Caporetto del 24 ottobre 1917, arrivata – si dice – all’improvviso, contro ogni aspettativa o segnale. Si racconta così quando si è al torto e l’inefficienza ed inadeguatezza di base non si riescono più a nasconderle.
Eppure Caporetto era ben visibile da tempo, era nell’aria come in quel freddo fine ottobre si aspettava la neve per i prossimi mesi invernali. Era nell’aria, eppure nessun vertice militare o politico lo capì. Anche allora, come ora, la politica viaggiava su binari lontani dalla realtà, dalle esigenze della gente comune. Abbiamo ministri di bassa lega oggi che insistono per il Ponte di Messina, quando solo in Sicilia per arrivare oggi a Palermo da Catania servono oltre 6 ore con una media di 27 km all’ora. Forse abbiamo prima altre priorità.
Come aveva ragione il grande Cetto La Qualunque nel dire che” sono anni che gli italiani si bevono qualsiasi minchiata, e noi siamo la minchiata giusta al momento giusto!”
Anche nel 1917, l’anno di Caporetto e prima di Caporetto, la realtà percepita era diversa da quella reale. L’Italia era al terzo anno di guerra, l’economia distrutta, la fame una costanza, i soldati usati e considerati solo come carme da macello, da mandare all’assalto carichi più di cordiale che di armi.
Eppure la catastrofe che stava arrivando mandava chiari segnali molto eloquenti. Anche 100 giorni prima e a solo 50 chilometri di distanza da Caporetto. Ma non vennero minimamente colti. Anzi.
100 giorni prima e a 50 chilometri di distanza, il 15 luglio 1917 a Santa Maria La Longa, vicino a Palmanova verso Udine, avvenne la ‘non- famosa’ rivolta della brigata Catanzaro. Una specie di ‘ammutinamento del Bounty’ come nel 1789, ma qui non ci furono solo il secondo ufficiale Fletcher Christian e il guardiamarina Peter Heywood contro il comandante William Bligh. Qui non fu un qualcosa di improvviso ed isolato: sarà il più grave episodio di ammutinamento all’interno del Regio Esercito, durante le due guerre mondiali, e l’unico in cui sia avvenuta una vera e propria rivolta organizzata.
Peccato che nessuno ne sappia mai nulla perché, se sapesse, qualche domanda su come si sia arrivati alla guerra, e soprattutto come allora la si stava combattendo, sorge spontanea.
Per prima cosa diamo merito al merito: la brigata Catanzaro durante la Prima guerra mondiale si conquistò ben due medaglie al valor militare. Era una delle 25 brigate di nuova formazione create nel 1915 per la guerra e composta da due reggimenti: dal 141° Reggimento Fanteria e dal 142°. Il 141° era formato prevalentemente da ragazzi nativi della Calabria; da Catanzaro e da Reggio Calabria. Ma massiccia fu pure la presenza di siciliani e pugliesi. Il 141° Reggimento Fanteria, nato nell’imminenza della guerra, fu impegnato per oltre due anni sul fronte più duro, quello del Carso. E qui durante la terza battaglia dell’Isonzo, sul monte San Michele, tra il 17 e il 26 ottobre 1915 perse quasi la metà degli effettivi. Impiegato poi ancora più duramente sul Carso durante la Strafexpedition, il 141º Reggimento subì perdite gravissime. Solo il 3 giugno 1916 perse, in una singola giornata, ben 333 uomini, il 38% degli effettivi. Un vero macello.
Documenti confermano che le perdite umane della Brigata Catanzaro solamente tra il maggio 1915 e la fine del 1916 furono di 1.062 morti, i feriti 10.203 ed i dispersi 2.078. Numeri pesanti, pesantissimi.
Eppure solo una settimana prima di quel maledetto 3 giugno 1916, la brigata Catanzaro aveva subito il primo caso di decimazione della storia dell’esercito italiano, quando per punire qualcuno e per insegnare chi comandava si sceglievano dei soldati – uno su dieci, da cui ‘decimazione’ – e li si faceva fucilare dai Carabinieri Reali, già a quel tempo usati ad uso e consumo del potere. Non meravigliamoci: sarà anche dopo. Durante il fascismo in tutti i più grandi crimini dall’Abissinia, alla Grecia e alla Jugoslavia i carabinieri avranno sempre le mani sporche di sangue. […]
Si documenta infatti che il 26 maggio 1916 mentre due battaglioni del 141º reggimento tenevano la prima linea sul Monte Mosciagh sull’altopiano d’Asiago, il terzo più uno del 142º Reggimento erano stati posti nelle immediate retrovie, ai piedi del monte, per essere usati nel caso di un attacco austriaco, che avvenne alle sette di sera. Peraltro, quand’era in corso una fortissima grandinata: anche il tempo ci era contro. Presi di sorpresa, i nostri soldati si ritirarono verso le seconde linee e alcuni sbandarono nei boschi circostanti.
Furono momenti tremendi, senza pause né riposo. Come non bastasse, fermato l’attacco nemico, poche ore dopo (ed eravamo già il 17 maggio) la Brigata Catanzaro, mentre si stava un momento assestando nella zona di Santa Maria La Longa, venne a sapere che sarebbe stata mandata di nuovo e subito in prima linea per contrattaccare. La corda era già molto tesa e si tradusse in una vera e propria rivolta la sera stessa. Partì ancora tutto dagli uomini del 141° e si estese anche a quelli del 142°, con scontri a fuoco con fucili e bombe a mano. A sedare la rivolta fu inviata – come da prassi militare – una compagnia di Carabinieri e si registrarono una decina di morti e una trentina di feriti. Non solo: vennero arrestati 86 soldati della Catanzaro. Due giorni dopo, il 28 maggio, su ordine del comandante del reggimento, il colonnello Attilio Thermes i quattro più alti in grado (un sottotenente e tre sergenti) e otto soldati estratti a sorte, tra gli 86 arrestati, furono fucilati. Gli altri spediti alla corte marziale.
Come segno di disprezzo i 12 giustiziati furono gettati, peggio dell’immondizia, in una foiba sulle pendici del monte Sprunk, dove il reggimento si era ritirato sotto la pressione dell’offensiva austriaca.
Si avete letto bene: su una foiba nelle colline e montagne friulane. Non è che le ‘foibe’ siano nate con Tito e dopo l’8 settembre 1943. Quello è un messaggio storicamente falso e intellettualmente disonesto che soprattutto nel mio Veneto da anni ha preso piede. Pensate che il 23 febbraio 2021 (deliberazione n. 29 del Consiglio regionale veneto) si è deciso di punire tutti coloro “che si macchiano di riduzionismo e/o di negazionismo nei confronti delle foibe e dell’esodo istriano, giuliano e dalmata” quantificando nel limite minimale di 12.000 i morti per foibe sotto il quale scattano le sanzioni. Mi chiedo ora se gli infoibati della brigata Catanzaro – innocenti anche loro, come gli altri – vanno annoverati in quel computo.
A dar valore alla decimazione ordinata dal comandante, intervennero i massimi vertici e il 22 giugno 1916 il colonnello Attilio Thermes ricevette un encomio da parte del ‘numero 1’: il generalissimo Luigi Cadorna. Fu il riconoscimento ufficiale della decimazione quale metodo di guerra, non verso il ‘nemico esterno’ ma verso il ‘nemico interno’ o considerato tale per qualsiasi motivo, anche ‘educativo’. Il 1° novembre 1916 si arrivò persino ad ‘istituzionalizzare’ le decimazioni con una apposita circolare, a firma sempre di Cadorna, ordinandola “per i reati più gravi, qualora non fosse stato possibile identificare i responsabili”.
Le fucilazioni sommarie senza processo, saranno frequentissime da allora nel nostro esercito. Ovviamente non fu brevetto e pratica esclusiva: avvennero anche negli altri, furono numerose anche negli altri eserciti, ma il fenomeno delle ‘decimazioni’ fu una prerogativa quasi solamente italiana. Cambierà qualcosa solo dopo Caporetto e con la sostituzione di Cadorna col generale Armando Diaz.
La Brigata Catanzaro ritornò alla cronaca nell’estate 1917. Già da giugno, tra le file di tutto il nostro Esercito, era sempre più presente il timore ed il disagio per l’esito della guerra. Soprattutto nei reparti di prima linea, dove le forze venivano ammassate su posizioni precarie e senza una seria strategia o almeno una valida organizzazione. Lo stato d’animo della Catanzaro ne era solo un esempio dei tanti.
Ai primi di giugno, mentre il 142º reggimento proprio della Catanzaro si accingeva a ripartire per la prima linea, i soldati si ribellarono urlando e sparando in aria. Intervennero prontamente gli ufficiali che cercarono di riportare la calma, ma il fatto dette motivo ai comandi di inserire all’interno della Brigata – il 21 giugno – alcuni fidati carabinieri in veste di soldati di fanteria, per individuare con certezza gli ‘elementi’ più esagitati e che, influenzandoli, incitavano i commilitoni alla rivolta.
Il 14 luglio 1917 i carabinieri infiltrati nelle compagnie furono individuati nella loro vera identità, provocando ulteriori proteste e nuove rivolte. Il comando di brigata affidò ancora e di nuovo ai carabinieri, con rinforzi di cavalleggeri, il compito di sedare l’ammutinamento ed effettuare 9 arresti fra i soldati, che avvenne già l’indomani mattina. E fu poche ore dopo, nella sera sempre della domenica del 15 luglio 1917, che avvenne la ‘non- famosa’ rivolta della brigata Catanzaro.
I due reggimenti (il 141º e il 142°) erano di nuovo tornati il 24 giugno di stanza a Santa Maria La Longa (diventata da tempo un importante centro logistico della 3a Armata) per un piccolo periodo di riposo, dopo che per oltre 40 giorni erano stati in prima linea sul fronte del Carso, nella terribile zona dell’Hermada.
Ma, come per il 26 maggio 1916, i soldati ricevettero, alla sera, l’ordine che gli annunciava l’immediato ritorno in linea. Entro 2 giornate di marcia dovevano arrivare a Staranzano, a disposizione del XIII Corpo d’Armata, lungo un itinerario che toccava Palmanova, Ajello, Ruda, Villa Vicentina, Pieris. Poche ore, nella tarda sera, – come non bastasse – arrivarono a Santa Maria La Longa alcune centinaia di carabinieri, raccolti nelle zone vicine e la cosa non venne assolutamente bene accolta. Era un messaggio in codice facile da capire.
I soldati, provati dalla durezza degli scontri degli ultimi mesi sul fronte, verso le ore 22.30 si ribellarono armati, sparando contro gli alloggiamenti degli ufficiali, uccidendone alcuni. Persino gli abitanti del paese seguirono terrorizzati quanto stava accadendo dalle finestre delle case, anche se la strada di accesso al paese di S. Maria La Longa era sbarrata dai carabinieri per chi proveniva dall’accampamento militare. I soldati ribelli in breve si impossessarono di tre mitragliatrici.
Dal diario del 142° – come scrive la storica Giulia Sattolo in “La rivolta della Brigata Catanzaro a Santa Maria la Longa. Storia e Memoria” – si apprende che tutti gli ufficiali intervennero subito tra la truppa, ma il movimento di rivolta era molto esteso ed aveva assunto oramai la forma di un vero conflitto a fuoco. Gli ufficiali erano presso i loro reparti ed alcuni riuscirono veramente a trattenere gli uomini nelle loro baracche, impedendo loro di partecipare ai disordini. Altri ufficiali affrontarono i gruppi di ammutinati: il tenente Roberto Puleo del 141° ed il tenente Felice Bottino del 142° negli scontri persero la vita e i maggiori Janni e Betti del 142° ed il tenente Bassi del 141°risultarono feriti. Solo l’intervento di ingenti nuove forze, i carabinieri, gli squadroni di cavalleria e una sezione d’artiglieria mobile, riportarono l’ordine verso le ore 2 di notte e i sette militari che avevano sparato furono arrestati. Successivamente verso le ore 4, una parte del secondo battaglione del 142° si ammutinò di nuovo, asserragliandosi nei propri baraccamenti con mitragliatrici.
Per tale motivo venne richiesto l’invio dell’artiglieria ma alle 6.25 la calma era di nuovo anche qui tornata: vennero recuperate le mitragliatrici, i carabinieri rastrellarono i più violenti e gli istigatori. In queste ultime azioni trovò la morte un altro carabiniere (Francesco Baramasco del 300° Plotone) e ferito, fra gli altri, il sergente Sebastiano Cultrera del 142° mentre cercava di riportare l’ordine. Alla fine, il bilancio della notte di rivolta ammonterà a 3 ufficiali e 4 carabinieri uccisi.
Poche ore dopo, alla mattina presto del 16 luglio, ben 28 soldati – 28 vite – di cui 12 ‘scelti col sorteggio’ all’interno della 6ª compagnia del 142°, furono fucilati per ordine del nuovo comandante della Brigata, il Colonnello Brigadiere Adolfo Danise, contro il muro del cimitero. La responsabilità per la decimazione della 6ª compagnia fu assunta direttamente dal comandante del VII corpo d’armata, il generale Adolfo Tettoni, mentre per quei soldati ribelli colti in flagrante, appartenenti ad entrambi reggimenti, 141° e 142°, l’ordine fu dato dal comandante della 45ª divisione, generale Galgani. I superstiti furono tradotti in prima linea, sotto scorta armata ma, durante il tragitto, alcuni gettarono le munizioni, venendo puniti con altre 10 fucilazioni sommarie. Fra i superstiti, 132 soldati vennero inviati successivamente a corte marziale, che comminò 4 condanne a morte, eseguite nel settembre dello stesso anno.
Le fucilazioni, a detta del Comandante del Corpo d’Armata, il generale Adolfo Tettoni, erano di ‘salutare esempio sugli elementi deboli, inerti e pusillanimi, che con il loro contegno passivo avevano favorito l’opera dei facinorosi’, e ordinate alla luce della circolare del 1°novembre 1916 del Comando Supremo di Cadorna. In alcuni documenti il generale Adolfo Tettoni imputerà la rivolta della Brigata Catanzaro, non allo scontento per il prolungato impiego sul fronte del Carso e per la disparità di trattamento rispetto ad altre brigate che usufruivano di turni al fronte più agevoli (forse anche quale punizione per i fatti del maggio 1916), ma “imputava invece alla propaganda socialista ed ai giornali che riportavano le notizie dalla Russia le principali cause della rivolta”.
Quando non si è in grado di gestire l’ordinarietà del proprio ruolo, scaricare le colpe su altri è sempre comodo e vergognoso. 100 giorno dopo si arrivò alla disfatta di Caporetto in questo scenario, in questo clima e sotto questi comandi militari.
A guerra finita, tutto passò in second’ordine e della rivolta della Catanzaro si perse il ricordo: non era utile al patriottismo nazionale. Solo il 28 luglio 1919 il generale Diaz, il vincitore di Vittorio Veneto, incaricò il generale Donato Antonio Tommasi, capo allora della giustizia militare, di attivare una relazione in merito e di dare un giudizio di legittimità sul caso, elaborando un’analisi generale anche su altre vicende minori ma analoghe. Ma non ricevette la collaborazione da nessun vertice militare, anzi molti reparti non risposero nemmeno alle sue richieste. Ma malgrado questo, il gen. Tommasi arrivò a trattare di ben 43 casi documentati e il suo giudizio sul metodo dell’esercito italiano fu terribilmente duro, in quanto “troppo arretrato nel suo sistema” e “gravato dall’estrema severità imposta da Cadorna”.
Ma quella verità non era ’patriottica’. Venne nominata una ‘Commissione d’inchiesta’ che soprassedette su tutti i punti del gen. Tommasi e alla fine si preferì insistere nella buona novella, dove risultava che l’Esercito italiano era stato sempre governato da ‘spirito paterno’ e se c’erano state delle eccezioni nel regime disciplinare erano solo imputabili al gen. Luigi Cadorna e a qualche suo braccio destro. A questa tesi arrivò in definitiva anche lo stesso Tommasi: pure nella brigata Catanzaro si erano rispettate le direttive di Cadorna, direttive che vennero applicate con “senso lodevole di umanità” perché “‘non venne fatta giustiziare tutta la sesta Compagnia del 142° reggimento fanteria”.
Studiando la rivolta della Brigata Catanzaro veramente si arriva alla conclusione che quel che avvenne a Caporetto, 100 giorni dopo e a 50 km di distanza, fosse solo e soltanto inevitabile, dato lo squallore in cui sguazzavano i nostri vertici militari e politici.
16 luglio 2026 – 109 anni dopo
Un esempio positivo per tutti gli eserciti. Un augurio affinché i soldati russi, ucraini, israeliani, americani, iraniani, ecc. facciano come la Brigata “Catanzaro”. Anzi, facciano meglio, sparando non solo agli alti ufficiali, ma pure ai mandanti del crimine, i leader governativi di tutti i paesi e i loro complici patriottardi (BSA)
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