di Marco Veruggio (da “Gli stati generali”)

Futuro Nazionale è il frutto naturale di una politica “estremista” in campagna elettorale e opportunista al governo e conviene a tutti: alla Meloni per riportare i delusi all’ovile, all’opposizione come ultima incarnazione del “fascismo alle porte”.

18 Luglio 2026

L’ultimo fenomeno della politica italiana sembra avere le physique du rôle per incarnare i peggiori incubi del ceto medio intellettuale, della “società civile”, e spingerli nelle braccia salvifiche del Campo largo pur di evitare, per carità, che il fascismo, alle porte da ormai trent’anni, arrivi finalmente al governo e si manifesti nella sua forma più virulenta, così da far sembrare perfino la Meloni e la sua variopinta ciurma più desiderabili. Nel circo Barnum della politica italiana ci mancava solo il Generale. Che del resto non è uno scherzo di natura ma il prodotto fisiologico di un sistema. 

Le radici del “futurismo nazionale” affondano in un fenomeno caratteristico della politica odierna: leader, partiti e coalizioni si presentano agli elettori con programmi roboanti, rivendicazioni destinate a strappare like ed entusiasmi, soluzioni immediate ai problemi, veri o presunti, degli elettori a prescindere dalla loro estrazione sociale – a destra si va dal blocco navale all’abrogazione della Fornero e delle accise; a “sinistra” dal salario minimo alla transizione energetica. Ma una volta al governo la metamorfosi da visionari a ragionieri è immediata: questo non si può fare, quello ce lo vieta l’Europa. “Vorremmo farlo, certo, ma lo spread, il rapporto debito/PIL, la sicurezza nazionale…”

I voti, insomma, si prendono pescando a sinistra o a destra, ma per governare ci si sposta al centro, sulla rotta tracciata dal pilota automatico di Draghi, e così facendo si crea disaffezione, soprattutto in quei settori di elettorato che esprimono posizioni più radicali, in un senso o nell’altro: un segmento di mercato che resta scoperto, un vuoto che prima o poi, sotto la spinta compulsiva dell’horror vacui, qualcuno tenterà di riempire. Prodi imbarcò la Rifondazione dell’ “anche i ricchi piangano”, le fece votare Pacchetto Treu, finanziarie lacrime e sangue e missioni militari all’estero e poi pianse lui; Berlusconi portò a bordo nordisti e sudisti, tangentisti e fan di Di Pietro, fece il pieno di voti a Mirafiori presentandosi come il presidente operaio, ma dopo sette mesi cadde sulle pensioni, contestato dalla CGIL e pugnalato alle spalle da Bossi; i Cinque Stelle presero il 32% denunciando le malefatte della destra e della “sinistra” e dopo aver governato con la destra e la “sinistra” scesero al 15%. Ognuno, insomma, ha prodotto sacche di dissenso, aprendo spazi politici che qualcun altro poi ha occupato.

Giorgia Meloni non fa eccezione. È arrivata al potere promettendo blocchi navali e mai più accise; ha festeggiato il successo elettorale dicendo a Bruxelles che la pacchia era finita; ha annunciato le grandi riforme da sempre sognate dalla destra, dalla giustizia al presidenzialismo; ha stuzzicato i nostalgici di un nuovo protagonismo internazionale dell’Italia inventandosi il piano Mattei e cavalcando l’onda internazionale del sovranismo. Ma è finita a governare con la benedizione (e il lasciapassare per Bruxelles) di Draghi, a baciare le terga a von der Leyen e a Trump, a inchinarsi a Netanyahu e a Zelenski, a regolarizzare mezzo milione di immigrati, a lasciar andare aziende strategiche come Alitalia, IP, Comau, Iveco Group, Piaggio Aero in mani straniere (alla faccia del Ministero del Made in Italy). Gli unici a poter dire di non essere stati traditi dalla Meloni, per ora, sono i balneari. Sabato a Roma persino militari e forze dell’ordine manifesteranno contro il governo, contro una proposta di rinnovo del contratto nazionale delle forze armate respinta da nove sigle sindacali su 14 e contro un ddl che per i sindacati militari mette in discussione Legge 104, ricongiungiumenti familiari e altre tutele. Una bella campagna promozionale per la “leva volontaria” di Crosetto.

E così è sbucato il Generale, con una propaganda concentrata su un solo tema – la remigrazione – e di contorno un repertorio messo insieme assemblando ciarpame che piaccia al fascistume e alla piccola borghesia più reazionaria: la scuola che dev’essere più dura, il lavoro a 14 anni (invece che a 16, sai che roba…), i problemi della sanità risolti a colpi di mens sana in corpore sano, gli strali contro i gay, fino all’evocazione rituale della X Mas e del taser ai vigili urbani, il tutto immerso un minestrone di citazioni che mescola Marinetti e Charles Bronson. Sulla home page del sito di Futuro Nazionale campeggiano parole che potrebbero esser state ritagliate a caso da un testo di San Tommaso D’Acquino o da una canzone di Toto Cotugno: virtù, identità, tradizioni, amore, libertà, eccellenza, entusiasmo, vitalità. Con questa sbobba il General generico punta a recuperare il dissenso a destra, vedremo se per sviluppare una politica indipendente o per ricondurre quel dissenso all’ovile e giocare un ruolo sfruttando le divisioni a destra. Al momento la seconda ipotesi sembra la più probabile. Lo si è visto nei giorni scorsi, quando i deputati futuristi (o futuribili) prima hanno ostentato il loro voto a favore dell’emendamento Bignami sulle preferenze (affossato da Lega e Forza Italia e altri?), poi hanno messo ai voti un loro emendamento su cui sono confluiti i voti dei meloniani.

L’ascesa del Generale d’altra parte è alimentata anche dai piagnistei dell’opposizione e dei suoi giornali, a cui non sembra vero di avere a disposizione una nuova efficace incarnazione del fascismo alle porte, argomento principe con cui dal 1994 il centrosinistra estorce voti ai suoi elettori non avendo argomenti più concreti su cui contrapporsi alla destra. E così il nostro in ogni piazza trova giornalisti arcigni pronti a tempestarlo di domande con tigna speculare alla ruffianeria con cui quattro anni fa applaudivano l’ingresso di Draghi in sala stampa, il che lo rende più popolare. Opposizione ed “estrema sinistra” fanno appello all’Union Sacrée in difesa della Costituzione e della Democrazia. E qualche “antagonista” va a contestarlo. Insomma l’esatta ripetizione del meccanismo che portò il M5S al 32%, anche se stavolta le cose sono assai diverse.

A parte il navigato Alemanno, infatti, Futuro Nazionale più che una sporca dozzina è un’accozzaglia di parlamentari che alle elezioni rischiavano di essere trombati (lo sparatore di Capodanno espulso da FdI) e capibastone locali alla disperata ricerca di un trampolino di lancio (l’ “europeista critico” oggi responsabile per la remigrazione, il consigliere comunale di Chieti eletto col Partito liberaldemocratico di Marattin), tutti planati come uno sciame di mosche sul miele dei sondaggi, che promettono loro generose percentuali.

I sintomi dell’estrema fragilità della baracca si colgono anche in piena ascesa. La prima assemblea di Futuro Nazionale a Roma, un mese fa, si è conclusa quasi a spintoni. Motivo: la distribuzione degli incarichi di responsabile regionale (pole position per una candidatura in cima alla lista). Soluzione: il leader maximo scarica la questione a un subordinato sgravandosi della responsabilità di eventuali passi falsi. Il primo c’è già stato: in Calabria 600 delle decine di migliaia di tessere distribuite in tutta Italia come le carte punti del Carrefour (iscritto ordinario 10 euro, sostenitore 20, simpatizzante offerta libera) sono già state stracciate dopo le nomine dei responsabili locali fatte dai vertici senza tener conto degli iscritti locali e della “meritocrazia”.

Un’ultima considerazione. Qualche settimana fa un altro astro nascente della politica italiana, la sindaca di Genova Silvia Salis, a capo di una maggioranza che mette insieme l’intero campo largo da AVS a Renzi e finora naviga senza il minimo screzio, interpellata da un giornalista sul tema della sicurezza, ha riposto stigmatizzando l’insufficiente numero di espulsioni di “stranieri irregolari, che in più sono anche trovati a delinquere”. La Salis, che per molti è la miglior candidata possibile contro la Meloni, ha citato i dati Eurostat sui rimpatri nel 2025, “incredibili” li ha definiti: 29 mila in Germania, in Francia 11 mila, “noi, pur essendo porto di approdo, soltanto 4.700” e ha criticato il governo, che “dopo 4 anni ha emesso 21.225 provvedimenti di espulsione, ma ha fatto solo 4.700 rimpatri”, sottolineando che “persino la Svezia espelle più di noi”. La distanza tra la Mamdani italiana che scalda i cuori dei progressisti e il Generale che minaccia Democrazia e Costituzione in fondo rischia di condensarsi in due parole e una congiunzione: rimpatriare o remigrare? Questo è il dilemma. 


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