di Gippò Mukendi Ngandu
Alla vigilia del vertice NATO diverse città della Turchia, tra cui Istanbul e Ankara, sono state attraversate da una serie di mobilitazioni contro uno dei principali organi di quella mondializzazione armata che sta prendendo forma al posto della mondializzazione dei mercati declamati dai cantori della fine della storia.
Le mobilitazioni, che hanno visto in campo le principali forze della sinistra rivoluzionaria e socialista turca, sono state fortemente represse. Il governo turco ha fatto ricorso ha quelle misure che tanto piacciono al nostro governo Meloni, ossia la carcerazione preventiva. In particolare, la procura di Ankara aveva già emesso più di una settimana fa 241 ordini di fermo (Murat Cinar, Il manifesto).
La repressione ha tentato di colpire anche l’Iniziativa No to NATO (No alla NATO) che ha dato vita sabato 4 luglio alla conferenza anti-imperialista per la pace, promossa dal Tip, (partito dei lavoratori di Turchia), formazione della sinistra rivoluzionaria che ha una presenza parlamentare e che si pone l’obiettivo di costruire un fronte antimperialista e antifascista sulla scia della conferenza di Porto Alegre di aprile.
Cinque degli ospiti internazionali invitati sono stati espulsi, perché segnalati dai loro governi. Si tratta di Alessio Arena, rappresentante italiano dell’organizzazione Fronte popolare, di Chiara Stenger, rappresentante della Germania – SOL, di Stella Marie Tielker e Jan Runge della Die Linke- Germania. Alcuni degli altri rappresentanti sono stati sottoposti a lunghi interrogatori prima di avere il visto di ingresso.
In quest’occasione è risultata evidente la stretta collaborazione tra gli organi di polizia dei diversi paesi e tra i governi dei rispettivi paesi. L’obiettivo comune è quello di ostacolare e silenziare una lotta comune e internazionalista che sta, seppur a fatica, crescendo contro le guerre imperialiste e il genocidio a Gaza. Nonostante ciò, la conferenza è riuscita ed ha posto al centro la necessità di costruire sul terreno internazionale un’alleanza larga contro l’imperialismo e le guerre nell’ottica di porre al centro un’alternativa di società.
Nel frattempo, la notte tra il 4 e del 5 luglio, un’altra ondata repressiva ha colpito più di 200 persone, in particolare i principali militanti e rappresentanti delle organizzazioni della sinistra di classe e rivoluzionaria, ma anche alcuni giornalisti, mentre i media e i social sono stati oscurati. Ciò non ha impedito la riuscita delle manifestazioni, molto politicizzate e con una presenza giovanile significativa.
Nei prossimi giorni discuteremo sulla reale portata del vertice Nato, ma è fondamentale sottolineare l’importanza delle crescenti mobilitazioni contro le guerre e l’imperialismo. Esso non può essere appiattito all’imperialismo dominante statunitense, ma deve essere analizzato come una fase caratterizzata da una nuova concorrenza tra vecchie potenze in declino e nuove potenze che sono disposte a tutto pur di non perdere la loro supremazia. Tuttavia, non vi è alcun dubbio che attraverso la Nato passa il processo di militarizzazione in corso e che i suoi paesi membri si riconoscono, in misura maggiore o in misura minore, nella necessità di inasprire le proprie le leggi in senso più autoritario. In questo senso il governo Erdogan non costituisce affatto un’anomalia, bensì un esempio per gli stessi Stati Uniti di Trump, per il nostro governo Meloni, ma anche per i sedicenti governi liberali il cui asse è sempre più spostato a destra.
È indubbio che la repressione continuerà nei giorni e nei mesi successivi al vertice, in un paese che è colpito da una forte crisi economica e da un altissimo tasso di inflazione. Proprio per queste ragioni, sarà più che mai necessario rilanciare una prospettiva di solidarietà internazionale nei confronti dell’opposizione di sinistra turca, consapevoli che le guerre e la militarizzazione in corso costituiscono un attacco frontale alla classe lavoratrice e ai settori popolari nel suo complesso.
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