Guo Wengui, il truffatore dei due mondi: prima truffato in Cina, poi ha truffato l’Occidente.

La scorsa settimana Joseph Weisenthal, di Bloomberg, si è chiesto su Xperché in Occidente sembriamo sapere così poco su come funzioni realmente la Cina.

È incredibile quanto poco il mondo sappia della politica interna cinese. Voglio dire, di tanto in tanto si leggono articoli ben documentati su repressioni, purghe o cose del genere. Ma la concreta politica quotidiana? Qualcuno (all’interno o all’esterno) se ne occupa in modo continuativo?

La domanda è legittima, ma parte da una premessa sbagliata. Il problema non è che in Occidente manchi chi si occupa ogni giorno della politica cinese. Il problema è che troppo spesso abbiamo scelto di ascoltare le persone sbagliate. E il prezzo di questa scelta, a volte, è stato molto alto.

Lo dimostra la vicenda di Miles Guo (Guo Wengui), il più celebre tra i “dissidenti cinesi in esilio negli Stati Uniti”, così come si definiva. Ma questa settimana Guo è stato condannato a 30 anni di carcere da un tribunale federale di New York per aver orchestrato una frode da oltre un miliardo di dollari a danno di migliaia di persone.

Guo era accusato in Cina di corruzione, concussione, frode e del pagamento di tangenti a un ex viceministro della Sicurezza di Stato. Nell’aprile 2017 Pechino ha fatto emettere un mandato di arresto internazionale tramite l’Interpol, un arresto al quale gli Stati Uniti si sono opposti per anni.

Così Miles Guo è diventato in Occidente una delle principali voci che hanno modellato per anni il dibattito sulla Cina, sulla campagna anticorruzione e sulle alte sfere politiche di Pechino.

La frode che ha orchestrato negli Stati Uniti ha avuto come pilastro iniziale due presunte organizzazioni benefiche fondate da Guo, la Rule of Law Foundation e la Rule of Law Society. La missione dichiarata di queste fondazioni era “indagare sui crimini commessi dal Partito Comunista Cinese” e svelare la corruzione della classe dirigente politica di Pechino. Ironico per un uomo come Guo, accusato di corruzione e frode prima in patria, e ora anche negli Stati Uniti.

Perché in realtà quelle fondazioni sono state uno strumento per appropriarsi di centinaia di migliaia di dollari dei donatori che avevano creduto alla narrativa anti-cinese di Guo.

La storia di Guo Wengui non è solo la fotografia di un’opinione pubblica che sulla Cina è disposta ad ascoltare solo ciò che vuole sentirsi dire, ma è anche la storia di come il capitalismo cinese è cambiato nel corso degli ultimi tre decenni.

Questo articolo lo dividiamo in due: prima la vita in Cina di Miles Guo, e poi la vita negli Stati Uniti.

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Chi è stato Guo Wengui?

Il signor Guo in Cina è conosciuto come Guo Wengui, uno dei tanti nomi che ha usato. Nel 2014, l’anno in cui Guo è fuggito negli Stati Uniti, le classifiche lo fotografavano come il 74° uomo più ricco della Cina, con un patrimonio stimato di 2,6 miliardi di dollari.

Guo inizia la sua carriera imprenditoriale alla fine degli anni ‘80 a Zhengzhou, capitale della provincia dello Henan, dove entra non solo nel mondo degli affari ma anche in quello della giustizia.

Nel maggio del 1989, Guo viene coinvolto in una truffa di compravendite fittizie mascherate da commercio di petrolio. Arrestato nell’agosto di quell’anno, viene processato e condannato a 3 anni di prigione. 

È il suo primo reato documentato, ma si inserisce perfettamente nello spirito dell’epoca. Quando Deng Xiaoping avvia le riforme, la Cina è un’economia ancora rigidamente controllata: i prezzi non li fa il mercato, li fissa lo Stato, e sono prezzi “politici”. Le materie prime e i beni industriali costano artificialmente poco perché devono sussidiare l’industria. 

Liberalizzare tutti i prezzi contemporaneamente, come farà poi la Russia di El’cin con la shock therapy, significa far esplodere l’inflazione e distruggere dalla sera alla mattina tutte le imprese di Stato costruite attorno ai vecchi prezzi . La soluzione cinese, formalizzata a metà anni ‘80, è il gradualismo: non si abolisce la pianificazione, le si affianca un mercato.

Ogni impresa di Stato aveva un obbligo: produrre e consegnare una certa quota di acciaio, carbone, petrolio, cemento al prezzo fissato dallo Stato. Ma tutto ciò che produceva oltre la quota poteva venderlo liberamente, al prezzo che il mercato era disposto a pagare. 

Quindi, ad esempio, la stessa identica tonnellata di acciaio poteva esistere simultaneamente a due prezzi, quello pianificato, tenuto basso, e quello di mercato, spesso il doppio o il triplo. 

Ma se la stessa merce ha due prezzi, chiunque riesca a comprarla al prezzo basso e rivenderla al prezzo alto guadagna la differenza senza produrre nulla. Il differenziale tra i due binari diventa così una rendita pura distribuita in base alle connessioni politiche.

Perché per comprare al prezzo basso serve accesso alle quote. Quindi serve un timbro, un’approvazione, un funzionario. Nascono i 倒爷 (daoye, letteralmente “signori del rigiro”, cioè speculatori), un nuovo gruppo di imprenditori privati ​​che operano come intermediari. E soprattutto nascono gli 官倒 (guandao, “rivenditori ufficiali”): funzionari, figli di funzionari, enti statali che si mettono in proprio usando l’accesso alle quote come capitale. 

Il figlio del dirigente ottiene un’allocazione di acciaio a prezzo pianificato, la gira a un’impresa fuori quota a prezzo di mercato, e intasca in una transazione quello che un operaio guadagna in dieci anni. È letteralmente la monetizzazione della posizione burocratica.

A fine anni ‘80 il fenomeno è enorme e visibilissimo, e si intreccia con l’inflazione del 1988 (il tentativo abortito di liberalizzare i prezzi tutti insieme scatena corse agli acquisti e il carovita). La rabbia contro i guandao, contro i figli dei dirigenti che si arricchiscono rivendendo ciò che ottengono gratis, è uno dei carburanti principali delle proteste dell’89: negli slogan di piazza, 打倒官倒 (”abbasso i rivenditori ufficiali”) per molti manifestanti, operai in particolare, viene prima di qualsiasi altra richiesta. Tiananmen è una rivolta contro la prima corruzione sistemica dell’era riformista.

Il reato di Guo, compravendite fittizie mascherate da commercio di petrolio, è un crimine da manuale di quell’ecosistema: il petrolio era uno dei beni col differenziale piano/mercato più ricco, e il commercio “di rigiro” era il modo tipico in cui un ventenne senza capitale ma con qualche aggancio provava a catturarlo.

La versione che Guo ha raccontato al New York Times è tutta diversa: sarebbe stato incarcerato per aver donato soldi agli studenti di Tiananmen, con il fratello minore ucciso a colpi d’arma da fuoco dalla polizia venuta ad arrestarlo.

Chiuso il capitolo sulla rivendita di petrolio, Guo Wengui avrà una fortunata carriera in una fabbrica di mobili, che lo porterà a diventarne presidente, una posizione che userà per corteggiare i capitali di Hong Kong. 

Negli anni ‘90 la Cina offriva agli investitori “esteri” un pacchetto di privilegi enormi: concessioni fiscali, terreni e immobili in leasing agevolato, regimi speciali sui cambi; il risultato fu che il riciclaggio di investimenti diretti esteri, cioè il capitale cinese che usciva verso Hong Kong o le Isole Vergini e rientrava travestito da investimento estero, rappresentò secondo le stime della Banca Mondiale tra il 30 e il 50 per cento di tutti gli afflussi di FDI in Cina tra il 1994 e il 2008, e crollò solo dopo il 2008, quando la Cina unificò il regime fiscale tra imprese domestiche ed estere. 

In altre parole: fino alla metà degli anni Duemila, una quota tra un terzo e la metà del “capitale straniero” che costruiva la Cina era capitale cinese con passaporto di comodo.

La parabola di Guo a Zhengzhou è l’incarnazione di questa macro-tendenza: nel settembre 1993 nasce la joint venture Zhengzhou Yuda Real Estate (裕达置业), capitale iniziale 15 milioni di yuan al 50% tra Guo e l’imprenditrice di Hong Kong Xia Ping. 

In quella fase Zhengzhou faceva a gara per attrarre capitali “esteri”, compresi quelli hongkonghesi. La Yuda Real Estate si aggiudica così il progetto di demolizione e ristrutturazione del complesso del governo municipale di Zhengzhou, e costruisce sul sito lo Yuda International Trade Building. 

Completato nel 1999, lo Yuda International Trade Building, adiacente al Comitato del Partito e al Governo municipale di Zhengzhou, vanta una posizione privilegiata. Con i suoi 202,1 metri di altezza e 45 piani, era all’epoca l’edificio più alto di Zhengzhou. Questo permette a Guo Wengui di diventare noto sia negli ambienti politici che in quelli economici dello Henan.

Ma dove Guo ha trovato i soldi per avviare lo sviluppo dello Yuda? L’origine della ricchezza iniziale di Guo Wengui non è chiara. Una teoria sostiene che Guo Wengui abbia inizialmente intercettato 60 milioni di dollari provenienti da fondi sottratti illecitamente a funzionari corrotti indagati dal governo filippino. 

“A quel tempo, Guo Wengui fuggì negli Stati Uniti e tentò persino di vendere il Yuda Building. Incontrò anche degli acquirenti a New York, ma l’affare alla fine non andò in porto”, ha raccontato una fonte interna ai giornalisti di Caixin, giornale cinese di inchieste.

Certo è che coltivare legami con personaggi influenti è stato parte integrante delle prime iniziative imprenditoriali di Guo Wengui. Già nel 1995, all’incirca quando iniziarono i lavori di costruzione dello Yuda, l’allora ventisettenne Guo Wengui era un ospite frequente di Wang Youjie, membro del Comitato permanente del Comitato provinciale del Partito nella provincia dello Henan e segretario del Comitato municipale del Partito a Zhengzhou. 

Dopo il completamento dell’edificio nel 1999, la rete di interessi tra Guo e Wang si consolida ulteriormente: nel novembre dello stesso anno, la Hong Kong Zhaoze Investment Co. acquisisce la Yuda Real Estate e il figlio di Wang Youjie, Wang Kai, viene nominato direttore della società. 

Proprietario della Hong Kong Zhaoze è un tale di nome Guo Haoyun, che altro non è che lo stesso nome che Guo Wengui usa sulla sua carta d’identità di Hong Kong. Guo non si limita più a usare l’investitore straniero come schermo, diventa lui stesso l’investitore straniero. 

Nel 2005, Wang Youjie sarà oggetto di un’indagine da parte della Commissione centrale per l’ispezione disciplinare. Nel gennaio 2007, viene condannato a morte con sospensione condizionale della pena di due anni dal Tribunale intermedio del popolo di Jingzhou, nella provincia di Hubei, per corruzione e possesso di un’ingente quantità di ricchezza di provenienza illecita. La sentenza a carico di Wang Youjie sostiene che, durante il suo mandato come segretario del Comitato del Partito municipale di Zhengzhou, Wang aveva coltivato stretti rapporti con diversi costruttori edili di Zhengzhou e aveva sfruttato la sua posizione per favorire i suoi contatti nell’assegnazione di appalti, l’acquisizione di beni statali, la requisizione di terreni e lo sviluppo di progetti. Guo Wengui, che “collaborò attivamente con le indagini”, non fu incriminato nel caso di Wang Youjie.

Nel capitolo successivo della carriera di Guo la terra sarà l’elemento centrale. Le riforme incomplete post-Tiananmen avevano decentralizzato il controllo della proprietà pubblica senza chiarirne la titolarità, e dagli anni ‘90 questo permise a funzionari e imprenditori ben connessi di accumulare fortune enormi tramite il saccheggio sistematico di beni statali, in particolare la terra, le risorse naturali e asset delle imprese di Stato, generando un vero mercato illecito del potere dentro il Partito-Stato, in cui tangenti e nomine venivano scambiate di routine.

La riforma delle abitazioni del 1998 privatizza la domanda immobiliare e inaugura la finanza fondiaria dei governi locali, con la terra pubblica (il cui diritto d’uso può essere acquistato dai privati) come principale fonte di entrate municipali. L’ingresso nel WTO (2001) e le Olimpiadi (2008) accelerano il ciclo. 

La corsia preferenziale non è più il sindaco di provincia ma l’apparato centrale. Guo lascia alle spalle lo Henan e il suo patrono municipale (Wang Youjie) e arriva a Pechino, dove inizia a investire nel mercato immobiliare.

In preparazione del suo arrivo a Pechino, nel 1998 si associa a Zhu Shimao, un noto attore originario dello Shandong con una vasta rete di contatti, per fondare la Beijing Morgan Investment Co. L’8 gennaio 2002, venne fondata un’altra importante società di proprietà di Guo a Pechino: la Zhengquan Real Estate.

Dimostrando ancora una volta le sue abilità nell’acquisizione di terreni, con le società da lui controllate acquista due appezzamenti di terreno, uno dei quali di fronte al Parco Olimpico, a soli 500 metri dallo Stadio Nazionale (”Nido d’Uccello”), sede principale delle Olimpiadi del 2008: una posizione privilegiata. 

Secondo i contratti, Morgan Stanley Investment Management paga circa 360 milioni di yuan per acquisire il terreno, meno di 860 yuan per metro quadrato di superficie edificabile. Quattro anni dopo, lo stesso lotto verrà valutato a 1,76 miliardi, quasi cinque volte tanto.

Il prezzo così basso deriva da un’assegnazione negoziata. Negli anni ‘90 e fino ai primi 2000, il canale dominante per ottenere un terreno era la trattativa privata tra sviluppatore e amministrazione: ci si sedeva a un tavolo con l’ufficio del territorio e si concordava il prezzo, caso per caso, a porte chiuse. Niente asta, niente concorrenti, niente prezzo di riferimento pubblico. Formalmente esistevano criteri; in pratica il prezzo lo determinavano tre variabili: quanto il governo locale voleva attrarre quell’investimento, quanto lo sviluppatore era “amico”, e quanto era disposto a riconoscere, in tangenti, quote e favori, a chi firmava.

Il differenziale tra il prezzo negoziato e il valore di mercato del terreno era una rendita enorme, allocata interamente per via politica. È il doppio binario degli anni ‘80 reincarnato: allora il differenziale stava tra prezzo pianificato e prezzo di mercato. Ora sta tra prezzo negoziato e valore di mercato del suolo. Cambia l’asset, ma il meccanismo di estrazione è identico, così come la condizione per partecipare ai giochi: serve l’accesso a chi firma e mette il timbro.

Ma il processo di costruzione sul terreno olimpico sarà irto di difficoltà. Nel 2004, il Ministero del Territorio e delle Risorse emana un regolamento per “porre fine al trasferimento negoziato dei diritti di utilizzo commerciale dei terreni”, imponendo a tutte le località di risolvere le questioni pregresse relative ai trasferimenti negoziati. 

Lo scopo è strozzare la corruzione nell’assegnazione negoziata. I prezzi dei terreni venduti all’asta esplodono, e con essi i prezzi delle case, perché il costo del suolo si scarica a valle.

I terreni lasciati inutilizzati per più di due anni dagli sviluppatori sarebbero stati recuperati, e tra questi c’è il terreno di Guo. Nell’ottobre del 2005, un anno dopo, l’Ufficio municipale per il territorio e le risorse di Pechino annuncia la revoca dei diritti di utilizzo del suolo di proprietà statale per sette lotti di terreno. Tra questi, come prevedibile, c’è proprio il terreno di Guo.

Si dice che Morgan Stanley abbia fatto numerosi tentativi per salvare la situazione, e che Guo Wengui si sia rivolto anche a Liu Zhihua, all’epoca vicesindaco di Pechino responsabile della pianificazione urbana e dell’approvazione dei terreni, nella speranza che il governo cambiasse la sua decisione. Liu Zhihua respinse categoricamente tale richiesta.

Il 22 maggio 2006, il terreno rientra nel mercato fondiario per una gara d’appalto. Le informazioni del Centro di Riserva Fondiaria di Pechino indicano un prezzo base di 991 milioni di yuan. Alla fine, un consorzio composto da Beijing Capital Group e Guangxi Sunshine Co., acquista il terreno per 1,76 miliardi di yuan.

Ma appena due settimane dopo, la situazione cambia drasticamente. Il 9 giugno 2006, il vicesindaco Liu Zhihua viene posto sotto inchiesta dalla Commissione Centrale per l’Ispezione Disciplinare (CCDI). Ben presto si scopre che la caduta di Liu Zhihua è il risultato di una vendetta orchestrata da Guo Wengui, che aveva accusato Liu di numerosi illeciti, tra cui “scambi di favori sessuali”, l’accettazione di ingenti tangenti da uomini d’affari stranieri, interferenze in progetti chiave, la concessione illegale di garanzie sui prestiti alla società e approvazioni fondiarie poco trasparenti. 

A far cadere il vicesindaco responsabile di ciò che allora era il progetto più importante della capitale cinese, cioè la costruzione dei Giochi Olimpici, sarà un video di 60 minuti a sfondo sessuale di Liu Zhihua con l’amante ripreso con una telecamera nascosta in un hotel a Hong Kong.

Gli ambienti politici e imprenditoriali di Pechino assistono per la prima volta alla spietatezza di Guo Wengui. Diverse fonti hanno riferito ai giornalisti di Caixin che le riprese erano state orchestrate da lui, e la videocassetta, attraverso canali privilegiati dei dipartimenti competenti, è stata consegnata direttamente a Zhongnanhai, il centro politico cinese, scatenando l’ira dei vertici, i quali ordinano alla Commissione Centrale per l’Ispezione Disciplinare di indagare rapidamente su Liu Zhihua. 

L’indagine ha anche rivelato che la riapertura della gara d’appalto sul terreno di Guo era stata in realtà manipolata da Liu Zhihua, nel piano di una delle sue amanti per impadronirsi del progetto.

Guo Wengui riacquista così la proprietà del terreno, dove costruisce il Pangu Plaza, un imponente grattacielo della capitale cinese riconoscibile per la forma stilizzata che ricorda la testa di un drago. 

Al suo interno trovavano posto un hotel che si è autoassegnato “sette stelle”, appartamenti di lusso, uffici, un centro commerciale e persino un esclusivo “cortile sospeso”. Il vero valore del progetto era soprattutto la sua posizione: il Pangu Plaza sorge infatti accanto al Parco Olimpico, a pochi passi dallo Stadio Nazionale “Nido d’Uccello” e dal centro acquatico “Water Cube”.

Il complesso venne inaugurato poco prima delle Olimpiadi di Pechino del 2008 e i promotori cercarono di sfruttare al massimo l’eco dell’evento. In quei mesi circolarono numerose indiscrezioni secondo cui Bill Gates avrebbe speso 17 milioni di dollari per affittare per un anno uno degli appartamenti con giardino pensile, mentre personaggi come Warren Buffett e Henry Kissinger avrebbero soggiornato nella struttura.

La vicenda del Pangu Plaza è l’apice del talento di Guo Wengui: muoversi con disinvoltura nel torbido mondo degli affari e della politica, sviluppando una potente rete di protettori politici che gli ha permesso di accumulare enormi ricchezze e potere.

Il suo principale “benefattore” è stato Ma Jian, nel 2006 Vice Ministro della Sicurezza di Stato con la supervisione delle operazioni di controspionaggio di Pechino, cioè il numero due (e per anni l’uomo operativo chiave) del MSS, il servizio segreto civile cinese. Un protettore che non controllava terreni o banche, ma che controllava l’apparato che sorveglia tutti gli altri: dossier, intercettazioni, la capacità di aprire e chiudere indagini.

Sarà proprio Ma a consegnare a Guo la registrazione che ha inchiodato il vicesindaco Liu, come Guo ha rivelato in seguito. E non sarà l’unica occasione: ogni volta che Guo voleva liberarsi di un concorrente, l’apparato lo faceva incarcerare o intimidire. Ma Jian avrebbe ricevuto da Guo oltre 60 milioni di yuan in tangenti, in immobili e contanti.

A interrompere il sodalizio ci penserà la politica. La campagna anticorruzione lanciata dopo il XVIII Congresso del 2012 si concretizzerà come la più estesa e sistematica della storia del PCC. Colpisce funzionari, generali e vertici delle imprese di Stato, e poi in cascata i pesci più piccoli.

Tra gli obiettivi da sradicare ci sono i “guanti bianchi” (白手套), cioè l’imprenditore che monetizza il potere di un funzionario. Guo è, tecnicamente, il guanto bianco di Ma Jian.

Un altro obiettivo è la ri-subordinazione del capitale alla politica, per impostare “relazioni governo-imprese di nuovo tipo” (亲清, la formula di Xi Jinping del 2016: vicine ma pulite).

In più la campagna colpisce Zhou Yongkang, uno dei nove membri del Comitato Permanente del Politburo, il massimo organo decisionale del PCC e centro del potere politico nella Repubblica Popolare Cinese. L’arresto di Zhou Yongkang infrange la convenzione dell’immunità per i membri del Comitato Permanente che reggeva dalla fine della Rivoluzione Culturale. 

Zhou è arrivato ai vertici del potere dopo una carriera nel petrolio, nel Sichuan e al Ministero della Pubblica Sicurezza. Era il decennio Hu Jintao, che ha fatto della “stabilità” la priorità assoluta. Il bilancio della sicurezza interna arriva a superare quello ufficiale della difesa, e Zhou gestiva un apparato con più soldi dell’esercito, un seggio nel massimo organo del paese e ramificazioni clientelari nel petrolio, nelle province e nelle imprese. 

Come dirà la Commissione Centrale per l’Ispezione Disciplinare, Zhou aveva trasformato il sistema in un “regno indipendente”: nomine, dossier e procedimenti giudiziari facevano parte del suo patrimonio personale. È in questo ecosistema di giustizia privatizzabile che fiorisce l’alleanza tra Guo Wengui e Ma Jian, un’alleanza che finisce presto sotto i riflettori della campagna anti-corruzione.

Guo scappa nel 2014 perché legge correttamente il segnale: ciò che sta accadendo non sono arresti episodici, ma è la fine definitiva del modello che l’ha tenuto a galla fino a quel momento. 

Il 16 gennaio 2015, un annuncio ufficiale rivela che Ma Jian, viceministro della Sicurezza di Stato, è sotto inchiesta. Caixin pubblica l’inchiesta definitiva su Guo nel marzo 2015, due mesi dopo l’arresto di Ma Jian. Finché il patrono era in sella, quella storia era impubblicabile, perché Guo aveva fatto minacciare giornalisti tramite l’MSS. 

Quando Ma viene arrestato, Guo è già da un anno negli Stati Uniti, col nome di Miles Guo e le credenziali di dissidente in esilio pronto a vendere la verità sulla Cina. Trova il suo nuovo protettore politico, Steve Bannon, e avvia il suo nuovo business: “sfruttare le persone che cercano di portare la democrazia in Cina”, come ha affermato Analisa Torres, la giudice che l’ha condannato questa settimana a 30 anni di carcere.

Chi è Miles Guo?

Passiamo quindi alla vita americana di Guo Wengui, dove si fa conoscere col nome di Miles Guo. Arriva negli USA nel 2014, ma guadagna i riflettori mediatici solo nel 2017, quando comincia a lanciare dure accuse contro il governo cinese. La sua promessa: svelare al mondo intero le oscure pieghe della politica cinese. 

Quell’anno Voice of America (VOA), finanziata dal governo statunitense, intervista Guo, definendolo “eminente critico del Partito Comunista”, omettendo il fatto che Guo fosse accusato di reati in Cina e dando invece risalto al suo ruolo di dissidente in esilio

Sebbene i media occidentali abbiano talvolta messo in dubbio le affermazioni di Guo, le sue argomentazioni sono state riprese anche dal Wall Street Journaldal Guardian, dalla BBC e dal Financial Times, conferendo un’aura di legittimità e partendo dal presupposto che le accuse cinesi contro di lui fossero infondate.

Nel 2017 l’Hudson Institute, un think tank statunitense che collabora con governi di vari paesi, tra cui quelli degli Stati Uniti, del Giappone, di Taiwan e di Israele, invita Guo a tenere una conferenza mediata da Bill Gertz, editorialista del Washington Times e autore di “The China Threat: How the People’s Republic Targets America”. La brochure dell’evento mostra come Guo avesse fatto presa nei principali media. Come si legge:

Il New York Times ha descritto le accuse di corruzione mosse da Miles Guo contro alti funzionari del Partito come “la più grande notizia politica sulla Cina di quest’anno”. In un recente articolo del Washington Times, Guo ha descritto le sue rivelazioni come un tentativo di “smascherare il leviatano Stato mafioso cinese, lo Stato più corrotto, tirannico e brutale sulla Terra, a parte la Corea del Nord, uno Stato i cui leader hanno sistematicamente rubato trilioni di dollari della ricchezza del popolo cinese”.

Guo si presenta come un ex insider, un uomo che conosce i segreti del governo cinese ed è in grado di fare l’impensabile: squarciare il velo di segretezza che avvolge l’élite politica cinese, svelando corruzione, relazioni extraconiugali, complotti, traffico di organi e omicidi su Facebook e Twitter. I suoi video su YouTube e i suoi tweet hanno attirato attivisti per la democrazia, scrittori e imprenditori.

Negli anni successivi Guo diventa il pilastro dell’antagonismo nei confronti della Cina che ha caratterizzato la strategia comunicativa del primo mandato di Donald Trump. Stringe un forte legame con Steve Bannon, ex stratega della Casa Bianca, col quale fonda due organizzazioni, la Rule of Law Society e la Rule of Law Foundation (oggi condannate per essere stato il primo passo della maxi-frode di Guo), entrambe con il compito di indagare sui crimini commessi dal Partito Comunista Cinese e “portare giustizia e rettitudine a quei milioni di cinesi afflitti e a coloro che vengono crudelmente uccisi”.

Nel comunicato si annuncia la creazione del “Fondo per lo Stato di diritto”, un fondo da 100 milioni di dollari per “aiutare le vittime della repressione comunista cinese sotto l’attuale leader Xi Jinping” e per smascherare le attività finanziarie dei sostenitori del regime cinese in Occidente (in una delle sue rivelazioni Guo ha affermato che Pechino gestirebbe una rete di 25.000 agenti negli Stati Uniti).

Il comunicato fa cenno alle accuse di corruzione rivolte in patria a Guo, ma, come si legge:

Da quando Xi Jinping, leader del Partito Comunista Cinese, è salito al potere nel 2012, migliaia di funzionari del Partito e militari sono stati epurati, tra cui numerosi alti dirigenti. La campagna è stata condotta ufficialmente per porre fine alla corruzione endemica, ma è ampiamente considerata parte di un programma di Xi per consolidare il potere eliminando i rivali.

Insomma, il fatto stesso che Guo fosse stato accusato di corruzione in Cina era la prova definitiva della sua specchiata onestà.

L’influenza di Guo, però, non si è limitata alla narrativa sulla campagna anticorruzione di Xi Jinping. Negli ultimi anni alcune delle storie più controverse sulla Cina sono passate, direttamente o indirettamente, attraverso la sua rete. 

Tra queste c’è anche una delle vicende più discusse della pandemia. Nel 2020 Yan Li-Meng, una virologa cinese fuggita negli Stati Uniti, si presentò come una whistleblower sostenendo di possedere le prove che il COVID fosse stato creato in laboratorio dal Partito Comunista Cinese. La sua fuga da Hong Kong negli Stati Uniti fu finanziata proprio dalle organizzazioni fondate da Guo, la Rule of Law Society e la Rule of Law Foundation.

Le sue affermazioni non sono state verificate a fondo se non troppo tardi. Milioni di persone hanno visto o letto le sue tesi diffuse dai media “seri” di tutto il mondo, prima che le affermazioni di Yan venissero confutate dalla comunità scientifica come una frode.

Come commenta The Diplomat:

L’articolo di Yan, non sottoposto a revisione paritaria e, come si è poi scoperto, profondamente viziato, che sosteneva che il COVID-19 fosse stato creato dal PCC, è stato inizialmente promosso dallaRule of Law Society e dalla Rule of Law Foundation. Da lì, le sue affermazioni sono state riprese da decine di testate giornalistiche occidentali tradizionali, in un esempio di come le fake news si diffondano a livello globale.

È entrata nel mainstream quando è apparsa a “Tucker Carlson Tonight” e su Fox News, ma quello è stato solo l’inizio. In Spagna le sue accuse sono state riprese dalla maggior parte delle testate giornalistiche più importanti: El MundoABCMARCALa Vanguardia e Cadena Ser. Le affermazioni di Yan sono state riprese anche da testate anti-cinesi a Taiwan, come Taiwan News; nel Regno Unito, da The Independent o dal Daily Mail, con quest’ultimo che la presentava come una “coraggiosa scienziata esperta di coronavirus in esilio negli Stati Uniti”.

Secondo il New York Times, Steve Bannon e Guo Wengui avrebbero deliberatamente costruito l’immagine di Yan per alimentare e sfruttare i sentimenti anti-cinesi e portare incassi alle loro fondazioni.

Il 4 giugno 2020 durante una diretta dal porto di New York, a bordo del suo yacht, Miles Guo insieme a Steve Bannon annuncia la nascita di un “governo cinese in esilio”, il New Federal State of China (NFSC) (新中国联邦, Nuova Federazione della Cina). L’obiettivo è rovesciare il Partito Comunista Cinese.

Il progetto ha contribuito ad alimentare l’immagine pubblica di Guo come leader della resistenza al Partito comunista, rafforzando la fiducia di molti sostenitori che hanno investito nelle iniziative finanziarie finite al centro del procedimento per frode.

Col passare degli anni, però, anche negli Stati Uniti l’immagine di Guo ha cominciato a incrinarsi. Prima sono arrivati i dubbi sulla solidità delle sue accuse, poi le cause per diffamazione, le indagini sui suoi strumenti di raccolta fondi, le accuse di disinformazione e infine l’intervento della giustizia federale. 

Attorno a lui sono circolati persino sospetti opposti: non solo quello di essere un truffatore travestito da dissidente, ma perfino — accusa mai dimostrata — quello di poter essere in qualche modo legato ai servizi cinesi. Una spia pagata da Pechino per spargere falsità e indurre in errore la politica e l’opinione pubblica occidentale.

In tutti questi anni Pechino ha più volte messo in guardia gli Stati Uniti sulla natura criminale delle attività di Miles Guo. Fin dal 2017 l’Interpol, su richiesta di Pechino, aveva emesso un mandato di cattura internazionale nei suoi confronti, e in più occasioni le autorità cinesi hanno sostenuto che Guo fosse un criminale ricercato per reati economici e altri gravi reati.

All’epoca, gran parte dei media occidentali interpretò quelle accuse come un tentativo del governo cinese di mettere a tacere un dissidente politico. Ora, con la condanna di Guo per frode negli Stati Uniti, molti osservatori dovranno riconsiderare quella vicenda.

Torniamo allora alla nostra domanda di partenza: perché in Occidente sembriamo sapere così poco su come funzioni la Cina?

Figure come Miles Guo e Li-Meng Yan hanno costruito la propria immagine pubblica presentandosi come dissidenti perseguitati, pronti a sfidare il Partito comunista cinese a costo della propria sicurezza personale. Questa narrazione li ha resi interlocutori particolarmente attraenti per una parte dell’opinione pubblica occidentale, già incline a considerare credibili, quasi per definizione, le testimonianze di chi denuncia il governo di Pechino. 

In un contesto caratterizzato da una forte polarizzazione, il ruolo di “dissidente” è una sorta di certificato preventivo di affidabilità.

Un confronto con altri casi mediatici aiuta a comprendere questo meccanismo. Quando il giornalista investigativo Seymour Hersh, vincitore del Premio Pulitzer, pubblicò la sua inchiesta sul presunto coinvolgimento degli Stati Uniti nel sabotaggio dei gasdotti Nord Stream, la reazione dei principali mezzi di informazione fu improntata a un marcato scetticismo. Le poche testate che diedero spazio alla notizia la accompagnarono quasi sempre con le smentite ufficiali della Casa Bianca, sottoponendo le affermazioni di Hersh a un intenso scrutinio prima di attribuire loro credibilità.

Nel caso delle accuse rivolte contro la Cina da Guo Wengui e Li-Meng Yan, invece, il processo è apparso spesso inverso. Dichiarazioni anche molto gravi e scarsamente documentate hanno ottenuto un’ampia diffusione prima che emergessero verifiche indipendenti sulla loro attendibilità. In diversi casi, i controlli sono arrivati soltanto quando quelle narrazioni avevano già raggiunto milioni di persone e contribuito a orientare il dibattito pubblico.

Questo esercita una pressione, anche inconsapevole, su giornalisti, ricercatori e analisti, incentivandoli a produrre interpretazioni coerenti con la narrativa già consolidata.

Un simile clima può produrre incentivi perversi. Se raccontare una determinata versione dei fatti garantisce visibilità, sostegno politico o opportunità economiche, cresce inevitabilmente anche la tentazione di enfatizzare, deformare o persino inventare elementi capaci di attirare l’attenzione. La storia di Guo Wengui mostra quanto questo rischio possa essere concreto e quanto costoso possa risultare per chi accetta determinate narrazioni senza sottoporle a un adeguato controllo.

Ciò non implica, naturalmente, che ogni dissidente cinese agisca in malafede o che tutte le denunce rivolte al governo di Pechino siano infondate. Il punto è un altro: le affermazioni provenienti da chiunque, indipendentemente dalla posizione politica o dall’immagine pubblica di cui gode, dovrebbero essere valutate secondo gli stessi criteri di verifica. La credibilità non dovrebbe derivare dall’appartenenza a uno schieramento, ma dalla qualità delle prove presentate.

In poche parole, sembriamo sapere così poco su come funzioni la Cina perché assumiamo che ogni comunicazione proveniente dalla Cina sia automaticamente falsa, mentre prendiamo automaticamente per vera qualsiasi tesi sostenuta da chi si dichiara anticinese, salvo scoprire 10 anni dopo di essere cascati in una frode da un miliardo di dollari.

da: Dazibao


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