Pubblicati su 1 giugno 2026 in Internazionale

L’articolo di S. Angieri pubblicato dal Manifesto (e ripreso dal sito nazionale di Sinistra Anticapitalista) cerca di quantificare il massacro russo-ucraino. Oltre 600 mila giovani ucraini e russi (in senso “statale”, poiché ci sono oltre 100 etnie nella Federazione Russa) sono diventati concime per le grasse “terre nere” dell’Ucraina, e possiamo stimare in almeno 20 mila i civili, sia ucraini che russi, assassinati dalle bombe che reciprocamente si scambiano i sostenitori del tricolore neozarista e del bicolore petliurista-banderista. Oltre quattro anni di macello non sono serviti a far scattare l’unica soluzione accettabile di questa maledetta guerra: che questi ragazzi imparino a sparare contro il nemico, quello che marcia alla loro testa. Ai loro bisnonni erano bastati poco più di due anni, dall’agosto 1914 al marzo del 1917. Erano più coscienti, più avanzati, più intelligenti dei loro pronipoti? Non credo. Erano imbevuti, più o meno come l’attuale carne da cannone, di tutte le stronzate patriottarde, del veleno nazionalista. Certo, i pope ortodossi o i maestri elementari non avevano la stessa capacità di lavaggio del cervello di TV, social, giornali, scuole moderne, ecc. Ma credo che una buona spiegazione, almeno parziale, di questo ritardo nell’insubordinazione di massa sia dovuta alla relativa facilità con cui oggi si può fuggire, disertare, andarsene dal paese. Sembra che oltre 2,5 milioni di giovani ucraini siano sfuggiti al “sacro dovere di difendere la patria”. E pure i russi fuggiti devono essere varie centinaia di migliaia, pur non essendo la coscrizione obbligatoria in Russia così massiccia come in Ucraina. Nel 1914 era quasi impossibile per un giovane contadino, suddito dell’impero zarista fuggire “in Occidente” (ammesso che avesse cognizione di dove si trovava questo “occidente”). E disertare significava finire davanti al plotone d’esecuzione. Per cui, messo con le spalle al muro, era davanti a te l’unica soluzione: sparare al tuo capitano, al tuo colonnello, al tuo generale e così via, seguendo la via gerarchica. E infatti il boia Nicola Romanov finirà fucilato, anche se con un anno di ritardo. Oggi quei tre o quattro milioni di giovani ucraini e russi che non si sono fatti fregare dalla propaganda patriottarda (e che quindi sarebbero i più facilmente suscettibili di rivolgere le loro armi contro i veri nemici) sono fuggiti, in salvo. E a sparare a quelli “con un’altra divisa” sono rimasti quelli convinti, o quelli meno fortunati, i più sfigati. Ma si sa, a forza di tirare la corda, prima o poi si spezza. E la vecchia talpa scava, sperando di vedere i Putin, gli Zelensky e compagnia bella (da un lato e dall’altro) seguire le orme dei Romanov.

Vittorio Sergi

IL LIMITE IGNOTO La propaganda sui numeri: : oltre 600mila morti tra russi e ucraini. (Sabato Angieri, da il manifesto)

La guerra in Ucraina si è trasformata da tempo in un tritacarne, ma per avere un’idea di quanto sia costata in termini di vite umane non ci si può affidare ai dati dei belligeranti. Se considerassimo affidabili i dati ucraini sulle perdite russe, tra morti e feriti inabili al combattimento, saremmo ben oltre il milione e 300mila uomini. Quasi specularmente il ministero della Difesa di Mosca quantifica in 1,5 milioni gli ucraini morti o feriti gravi. Tuttavia, pur non avendo cifre ufficiali, esistono report basati su elenchi di nomi verificati che portano le vittime militari complessive a oltre 600mila uomini.

PER PIÙ DI TRE ANNI i media occidentali hanno aperto le notizie del giorno sull’Ucraina citando le cifre fornite dal ministero della Difesa di Kiev sui caduti russi e azzardando le teorie più apocalittiche sulle sorti dei reparti di Mosca. Le quali, in parte, traggono spunto da un assunto impresso su tutti i manuali di teoria militare: chi attacca subisce perdite molto più alte di chi difende, in un rapporto di circa 3 a 1. Siccome la guerra dei russi è stata tutta offensiva, è scontato e quasi certamente vero che gli uomini di Vladimir Putin alla fine avranno un bilancio complessivo molto più alto della controparte.

QUESTA SETTIMANA Anne Keast-Butler, direttrice della Gchq, l’agenzia di intelligence britannica che si occupa di cyberattacchi ha dichiarato che «quasi 500mila soldati russi sono morti dall’inizio della guerra», ma si tratta di stime su dati classificati. Non come quelli che compongono il report che Mediazona (uno dei principali media dell’opposizione del Cremlino) ha compilato e aggiorna costantemente in collaborazione con Meduza (altro media d’opposizione russo) e la versione russa della Bbc. Al 22 maggio 2026 è stata trovata conferma di 221.206 soldati russi caduti in Ucraina dall’inizio dell’invasione. Di questi 7.147 sono ufficiali. Il dato, considerato il più affidabile al momento, è costruito basandosi sugli annunci delle famiglie sui social network, sui funerali, le comunicazioni funebri, gli elenchi ufficiali (laddove disponibili o in qualche modo scoperti) dell’amministrazione civile e militare. Si legge nella premessa: «abbiamo elaborato una stima basata sulla mortalità maschile in eccesso, utilizzando i dati del Registro nazionale delle successioni. Questo metodo statistico, messo a punto in collaborazione con Meduza, contribuisce a ovviare ai limiti derivanti dal fare affidamento esclusivamente sui decessi riportati dai media» e porta la cifra complessiva stimata a 352mila caduti. Non si tengono in considerazione i feriti, che secondo tutti i rapporti internazionali ammontano a diverse centinaia di migliaia.

IL RAPPORTO consegna uno schema evidente dell’evoluzione del conflitto: «nei primi sei mesi di guerra, quando i combattimenti erano condotti dall’esercito regolare, la fascia d’età compresa tra i 21 e i 23 anni registrava il maggior numero di vittime». Successivamente, con il reclutamento forzato dei carcerati, l’afflusso costante di volontari e l’arrivo dei richiamati delle classi precedenti, si arriva a più di 120mila morti confermati tra i 30 e i 45 anni. Questi numeri ci dicono che la guerra è cambiata: dall’ “operazione militare speciale” dei professionisti delle armi, alla carne da cannone reclutata nelle regioni più lontane e mandata a fare numero. Infatti i morti complessivi sono saliti progressivamente settimana dopo settimana, fino a quintuplicare – in media – nel 2025 rispetto al 2022.

ANCHE LA PROVENIENZA dei defunti è emblematica: le regioni che hanno dato più uomini sono le più remote (e in molti casi povere) con in testa la Baschiria (9473) e il Tatarstan (8408). Tuttavia, dell’intera parte occidentale della Federazione, la regione di Mosca è quella che ha pagato il tributo di sangue più alto (5799, ma su 13 milioni di residenti).

VOLODYMYR ZELENSKY hs fornito per la prima volta delle cifre sui caduti ucraini all’inizio di quest’anno: 55mila. Qualsiasi fonte che non sia il governo di Kiev sostiene che tale cifra non sia aderente alla realtà. Secondo il progetto Ua losses, che sta compilando un report simile a quello di Mediazona ma con meno mezzi e collaborazioni, ad oggi siamo ad almeno 91.559 morti confermati, 95.165 dispersi e 4.454 prigionieri. Stupisce – e questa è una specificità ucraina – che in molti casi le autorità militari preferiscano utilizzare l’etichetta “disperso” invece che dichiarare il decesso di un soldato. Tale pratica, come abbiamo più volte raccontato, porta all’esasperazione le famiglie. Meno specifici i dati del centro studi Usa Csis: tra i 100 e i 140mila caduti e quasi 500mila feriti. Mentre la Bbc parla di 200mila caduti.

I DATI SUI CIVILI, al contrario, sono quasi univoci. Gli ucraini uccisi dai bombardamenti russi sono almeno 16mila e 48mila i feriti (dati Onu). Mentre per quelli russi non si hanno stime esatte anche perché al momento i numeri sono esigui e limitati alla seconda metà del 2025 e al ’26, ovvero da quando i droni ucraini hanno iniziato a colpire regolarmente le regioni a ridosso della frontiera.


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