“…Questa storia mi perseguita da più di 30 anni. Avevo all’epoca 29 anni, l’età di Blumkin al momento della sua esecuzione……So adesso che mi attaccavo a lui in un’epoca molto poco eroica, quella degli anni Ottanta, quella delle rinunce e dei tradimenti degli ideali del socialismo. E’ perciò che questo libro è anche il racconto di un fallimento: quello di una generazione, la mia, che voleva cambiare il mondo“.
Termina così il bel libro di Christian Salmon (“ero e resto un bolscevico…un bolscevico per modo di dire, certo, ma pur sempre un bolscevico”, scrive nel libro), IL PROGETTO BLUMKIN, Editori Laterza, edito nel 2017 (guarda caso) dalle Editions La Découverte) sulla breve e leggendaria vita di Jakov Blumkin, il “terrorista”, membro del partito Social-Rivoluzionario di Sinistra (al governo coi bolscevichi nel 1917/18) che assassinò l’ambasciatore tedesco a Mosca il 6 luglio 1918, per protestare contro la “pace controrivoluzionaria” di Brest-Litovsk tra la Russia dei Soviet e l’impero tedesco. In questo libro (che, se fosse un film, sembrerebbe un docu-film, tra realtà e finzione) l’autore racconta le “nove vite” dell’ebreo di Odessa, nato nel 1900 e fucilato 29 anni dopo per aver aderito all’Opposizione di Sinistra “trotskista”. Il primo “trotskista” fucilato (ne seguiranno altre migliaia nei terribili anni Trenta), il 3 novembre 1929. La sua “colpa”? Aver incontrato Trotsky a Istanbul (dove il fondatore dell’Armata Rossa era stato esiliato nel febbraio dello stesso anno) poco tempo prima, accettando di portare documenti all’interno dell’URSS. Una colpa grave, agli occhi di Stalin e dei suoi sbirri, per un’esponente di spicco dei servizi segreti sovietici (GPU, ex CE.KA. cioè Commissione straordinaria per la repressione delle attività controrivoluzionarie). Già, perché il nostro eroe, ex semi-criminale minorile della Moldovanka, il povero quartiere ebraico di Odessa, ex militante della Sinistra SR protagonista della rivoluzione russa (a 17 anni!), ex terrorista SR condannato a morte (ufficialmente) per l’assassinio dell’ambasciatore tedesco, diventa, nella sua quarta vita, durante la guerra civile contro i “bianchi”, un esponente di primo piano della CE.KA . Aderisce al partito bolscevico, si lega al fondatore dell’Armata Rossa, collabora a numerose e rischiose missioni in giro per il mondo, soprattutto in Medio Oriente (parlava benissimo varie lingue orientali, tra le quali il persiano), partecipando, con un ruolo di primo piano, anche alla fondazione dell’effimera Repubblica Sovietica del Gilan (Iran del Nord) nel 1920 o alla rivoluzione in Mongolia con Suhe Bator. Al di là della vita (anzi, delle “vite”) avventurosa del giovane rivoluzionario di Odessa, il libro offre un quadro per nulla scontato della Russia dei Soviet tra il 1917 e la fine degli anni Venti. Non solo per gli incontri con Lenin, Trotsky, Zinovev, John Reed, Majakovsky, Esenin, e altri personaggi dell’epoca, ma soprattutto per mostrare al lettore un paese molto lontano dall’iconografia ufficiale. Non solo dalla squallida caricatura marmorea di tipo staliniano, ma anche da quella a cui ci si è abituati nella sinistra rivoluzionaria. Scopriamo che esistevano molti milieu bohemien, simboleggiati anche da luoghi come il locale “La Stalla di Pegaso” a Mosca, in cui si mescolavano bolscevismo, anarchismo, poesia immaginista e/o futurista, CE.KA, naturismo, vodka, cocaina, libero amore e persino occultismo ed esoterismo. E non sempre erano ambienti esterni o ai margini del potere politico, almeno fino alla prima parte degli anni Venti. Qualcosa che si avvicina forse di più alla visione di un “comunismo orgiastico-dionisiaco” che a quella di “Soviet più elettrificazione” che ci è stata tramandata da cinema, letteratura, propaganda più o meno ufficiale. Un ulteriore tassello per avere una visione più ampia del complesso e contradditorio “assalto al cielo” di oltre un secolo fa.
Flavio Guidi

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