(da Sinistra Anticapitalista, dal Partito Comunista dei Lavoratori, dal Partito Comunista Internazionale)

Per un Primo maggio di mobilitazione sociale e politica. A fianco del popolo palestinese

di F. Turigliatto

Il governo Meloni ha partorito l’ennesimo provvedimento vetrina per il primo maggio, un decreto largamente simbolico alla ricerca di rinverdire un poco la sua credibilità dopo la sconfitta referendaria e le manifestazioni del 25 aprile, fortemente partecipate in particolare dai giovani. ”Questo è il modo migliore per ringraziare gli italiani che ogni giorno contribuiscono con il loro lavoro a fare grande la nostra nazione” ha proclamato Meloni comparsa eccezionalmente in conferenza stampa insieme alle ministre Roccella e Calderoni, nel tentativo di recuperare un feeling logorato dalla realtà dei fatti (salari e lavoro schiacciati dall’inflazione e dalle ristrutturazioni industriali) dell’operato del governo.

Un successo l’ha comunque subito ottenuto: le tre confederazioni sindacali che avevano ritrovato l’unità nel respingere la prima ipotesi di decreto a firma del leghista Durigon, che smaccatamente favoriva i piccoli sindacati gialli e i loro contratti al ribasso, si sono immediatamente divisi, con Cisl e Uil che “hanno apprezzato” il provvedimento mentre il segretario Cgil ha invece giustamente denunciato che i 934 milioni stanziati (per una platea stimata di 4 milioni di lavoratori), sono in realtà un finanziamento alle imprese, cioè soldi regalati ancora una volta ai padroni e che nel 2026 un reddito da lavoro di 35 mila euro lordi  annuo pagherà 1500 euro in più di tasse, per effetto del fiscal drag. Landini ha dichiarato che: “La tassazione è aumentata per lavoratori e pensionati, i salari si sono ridotti, gli investimenti sono diminuiti, la produzione industriale cala. Le persone stanno peggio di quattro anni fa. E senza riforme strutturali e investimenti veri, soprattutto per creare lavoro stabile e non precario, questa tendenza è destinata a peggiorare.” Richiamando poi due emergenze che il decreto ignora: la sanità pubblica e il sistema degli appalti e subappalti. «I morti e gli infortuni sul lavoro stanno aumentando e il 60 per cento avviene nelle aziende in appalto e subappalto, dove ci sono meno diritti e meno tutele».

A sua volta l’USB scrive“ Diciamo basta alle prese in giro del Governo: per rispondere all’emergenza servono salari adeguati, di almeno 2000 euro per tutte e tutti, diritto alla casa garantito con lo stop degli sfratti e dei distacchi delle utenze, affitti calmierati e nuove case popolari, un intervento forte sui prezzi per fermare il carovita, togliendo l’IVA dai beni di prima necessità. Nel prossimo decreto primo maggio non c’è niente di questo: il solito contenitore vuoto che parla solo alle aziende, tramite incentivi e sgravi fiscali”.

Significativo però anche che i principali grandi giornali borghesi abbiamo valorizzato l’operato del governo: “Buoni i primi passi.. “scrive La Stampa.

Il provvedimento contiene ancora una volta incentivi alle aziende per l’assunzione dei giovani e delle donne, la detassazione dei premi di produttività e il welfare aziendale. In particolare il decreto prevede esoneri contributivi per le aziende nelle cosiddette Zone speciali (Zes) e per l’occupazione dei giovani sotto i 35 anni sotto forma di bonus. Ridurre il costo del lavoro per le imprese nella speranza che queste assumano di più, questo il senso delle misure governative. E’ esattamente quello che hanno fatto i governi di centro sinistra e centro destra da 30 anni a questa parte, coi risultati occupazionali che tutti ben conosciamo: negli ultimi 20 anni sono andati persi nella fascia di età tra i 15 e i 34 anni oltre due milioni di posti di lavoro.

Il decreto si guarda bene dall’affrontare il nodo della crisi industriale in corso con la presenza di circa 150 vertenze aperte che mettono a rischio 138.460 posti di lavoro. Cerca invece di parare la proposta dell’opposizione di introdurre, come in altri paesi, il salario minimo e lo fa  inventandosi un misterioso “salario giusto”, parametrato sui contratti collettivi nazionali stipulati da sindacati e imprese, al quale dovrebbero attenersi i datori di lavoro che intendano accedere alle decontribuzioni previste dal decreto stesso; è una formula poco definibile che lascia aperta la porta alle peggiori interpretazioni, come ha messo in luce l’USB https://www.usb.it/leggi-notizia/il-decreto-primo-maggio-e-limbroglio-del-tec-1516.html

Sui rider infine viene introdotta la norma per cui “se guidato da un algoritmo delle piattaforme di consegna cibo, il rapporto si presume dipendente, salvo prova contraria”, ma viene anche imposta ai lavoratori l’autentificazione tramite Spid o Cie con un aumento delle spese per i rider stessi. Ma soprattutto nel decreto scompare la norma che prevede la retroattività degli aumenti di stipendio che avrebbe, da una parte garantito il pagamento degli arretrati ai lavoratori, e dall’altra spinto le organizzazioni padronali a rinnovare i contratti in tempi brevi.

Patto di stabilità e bilancio

Il governo ha però un problema grande come una casa: è la legge di bilancio, quella che precede le prossime elezioni politiche, una finanziaria che deve essere varata in contesti internazionali politici ed economici assolutamente disastrosi, con una crisi energetica dirompente che stravolge tutte le economie. E questo avviene mentre è di nuovo pienamente in vigore il patto di stabilità, coi suoi vincoli di bilancio costringenti, che non lasciano alcun margine per garantire rendite di posizione a settori sociali piccoli e medio borghesi, un prezioso bacino di voto per le destre. Per non parlare delle condizioni di vita dei lavoratori. 

E i vincoli di bilancio sono tanto più operativi perché l’Italia ha superato il 3% di deficit annuale e resta quindi dentro una procedura di infrazione per deficit eccessivo, complicando od anche rendendo impossibile ricorrere all’indebitamento per finanziare le spese militari che l’Europa riarmista richiede, ben 14,9 miliardi di euro.  https://ilmanifesto.it/deficit-il-valzer-del-decimale-quando-listat-smentisce-il-governo-sul-3

Siamo così arrivati al ridicolo e all’assurdo che mentre il governo prevede la continuazione dell’austerità (tagli a sanità e salari ) fino al 2031 utilizzando queste riduzioni di spesa per finanziare e incrementare le spese militari contemporaneamente “ridiventa” antieuropeo (vedasi le polemiche più o meno forti di Meloni e Giorgetti con i soci europei) chiedendo l’allentamento del patto di stabilità. Addirittura chiede di poter trasferire 3,7 miliardi, già destinati alla difesa grazie a una norma che rende possibile una flessibilità dello 0,15 del Pil, a sanare il caro prezzi dell’energia: “ Se oggi mi chiedete che cosa siano le spese di difesa e sicurezza il tema energetico ci sta dentro” spiega Meloni nella conferenza stampa, disposta a dire qualsiasi cosa nel tentativo di rattoppare una prossima finanziaria elettorale. https://ilmanifesto.it/dalle-armi-alle-bollette-una-scommessa-da-37-miliardi-per-aggirare-il-patto-di-stabilita

C’è solo da sperare che PD e M5S non qualifichino la loro opposizione al governo, chiedendo fieramente, come fanno alcuni giornalisti, che invece si rispetti fino in fondo l’austerità e il riarmo progettate da Bruxelles, anche perché il Documento di Economia e Finanza che va in approvazione in questi giorni in parlamento non lascia molti dubbi sull’intenzione del governo di allinearsi con i dettami liberisti della UE:

Un primo maggio di unità di classe e di solidarietà internazionalista

Tutto quanto avviene per effetto della crisi capitalista, delle guerre imperialiste in corso e delle politiche del governo dell’estreme destre, che, al di la delle manovre, persegue un progetto reazionario, autoritario e antisociale, come dimostra anche l’ultimo famigerato decreto sulla “sicurezza”, renderebbe necessario un Primo maggio, di grande mobilitazione sociale e politica delle organizzazioni sindacali per la difesa dei diritti, delle condizioni di vita e di lavoro delle classi lavoratrici, di tutte e tutti le/gli sfruttate/i e oppresse/i, e in particolare delle lavoratrici e dei lavoratori migranti, che sempre più devono essere e sono una componente essenziale del proletariato nel nostro paese. 

Non pare essere questo lo spirito con cui CGIL CISL e UIL, al di là delle proclamazioni di questo o quel dirigente sindacale, con cui le manifestazioni sono state preparate. 

Le giornate del 25 aprile hanno mostrato però che esiste una grande effervescenza sociale, trascinata dalle giovani generazioni; dobbiamo lavorare e sperare che questa si esprima anche nella giornata delle lavoratrici e dei lavoratori, nella giornata dell’unità e della lotta internazionale e internazionalista, segnata più che mai dalla solidarietà con il popolo palestinese, della classe lavoratrice per un’altra società, contro la barbarie del capitalismo, per una alternativa e una prospettiva ecosocialista. 

Primo maggio, l’unica alternativa è rivoluzionaria e socialista

Dichiarazione della Lega Internazionale Socialista in occasione della Giornata internazionale dei lavoratori

Trentacinque anni fa, dopo il crollo dell’URSS, le classi borghesi del mondo intero annunciarono una nuova era di pace, di prosperità e di progresso. Ma il mondo è andato e va in direzione opposta. La barbarie del capitalismo si scarica sulla classe lavoratrice e sulla grande maggioranza dell’umanità. Le conquiste sociali del dopoguerra vengono progressivamente smantellate. L’ambiente naturale è oggetto di saccheggio come mai in passato. I diritti democratici più elementari sono attaccati, mentre dilagano tendenze xenofobe e reazionarie. Il colonialismo rispolvera le sue peggiori crudeltà come in terra di Palestina. Vecchie e nuove potenze imperialiste si contendono la spartizione del pianeta, e per questo moltiplicano ovunque la corsa agli armamenti, e il ricorso a nuove guerre di conquista. Trump, Putin e Netanyahu sono oggi i volti più emblematici della criminalità imperialista e coloniale.

Chi a sinistra esalta o rivendica il “multipolarismo”, come alternativa al trumpismo quale possibile via di pace, ha una visione capovolta della realtà. Proprio la presenza di più poli imperialisti trascina le politiche di guerra. L’imperialismo USA, che dopo il crollo dell’URSS puntò alla dominazione del mondo, ha visto frustrate le proprie ambizioni, a fronte dell’emergere dell’imperialismo russo e soprattutto della nuova potenza imperialista cinese. Donald Trump risponde al declino americano con una radicale svolta nazionalista (“America first“): rottura con le vecchie strutture “multilaterali” della globalizzazione capitalista, guerre commerciali, monopolio di controllo sulle Americhe (pirateria in Venezuela, minaccia a Cuba), azione di sfondamento in Medio Oriente appoggiandosi sul mostro sionista, relazione negoziale diretta da posizioni di forza con gli altri poli imperialisti per la spartizione delle zone di influenza. Inclusa la spartizione dell’Ucraina. La crisi verticale tra imperialismo USA e imperialismi europei è un riflesso di questa svolta. Il riarmo degli imperialismi europei, a partire dall’imperialismo tedesco, la sua conseguenza.

In questa competizione imperialista globale non esistono “imperialismi buoni”, campi imperialisti da difendere o a cui attribuire una funzione progressiva. Vecchie e nuove potenze imperialiste sono tutte nemiche della classe lavoratrice e dei popoli oppressi. Tutte calpestano i loro diritti di autodeterminazione. I diritti dei popoli sono solo per loro merce di scambio. Le astensioni di Russia e Cina all’ONU sul piano coloniale di Trump e Netanyahu per la Palestina, in cambio dell’apertura degli USA alla Russia e alla sua guerra di invasione dell’Ucraina, sono un esempio di questo cinico baratto.

Schierarsi contro tutti i poli imperialisti significa difendere incondizionatamente tutti i popoli oppressi che questi attaccano o invadono, quale che sia l’imperialismo aggressore e la direzione politica del popolo oppresso.  A differenza di altre organizzazioni, la LIS non fa “due pesi e due misure”. Difendiamo incondizionatamente il popolo palestinese dalla barbarie genocida sionista, in autonomia politica da Hamas. Difendiamo incondizionatamente l’Iran dall’aggressione sionista americana, nel mentre combattiamo il suo regime teocratico dal versante delle ragioni dei lavoratori e dei giovani iraniani. Difendiamo incondizionatamente il Libano dall’invasione e dai massacri perpetrati dallo Stato di Israele, da una posizione indipendente dal governo libanese, che si è arreso e dalla strategia politica di Hezbollah.

Difendiamo incondizionatamente l’Ucraina e il suo diritto di resistenza contro l’imperialismo russo invasore, nel mentre ci opponiamo politicamente al governo borghese di Zelensky e chiediamo il diritto di autodeterminazione delle popolazioni del Donbass. Ovunque riconduciamo le lotte di liberazione nazionale a una prospettiva socialista: l’unica che può realizzare i diritti di autodeterminazione di ogni popolo.

Una giovane generazione si è affacciata nelle strade e nelle piazze del mondo intero contro il genocidio in Palestina. È la stessa giovane generazione che attraversa l’America contro Trump, che si oppone ai governi europei, alla loro complicità col sionismo e alla loro corsa alle armi, che in diversi paesi dell’Africa e dell’Asia si è sollevata contro regimi oppressori sino a rovesciarli. Porsi alla testa di questa giovane generazione è un dovere della classe operaia internazionale.

La classe operaia internazionale è una forza potenziale immensa. Ma questa forza non ha coscienza di sé. Ed anzi la sua coscienza ha subìto su scala globale un arretramento profondo per responsabilità delle sue direzioni, politiche e sindacali.  Restituirle la consapevolezza della propria forza, dotarla di un programma di rivoluzione è il compito dei marxisti rivoluzionari del mondo intero.

Da tempo si è estinto uno spazio storico del riformismo. Prima con la fine del boom, poi col crollo dell’URSS, infine con la grande crisi capitalistica del 2008. La nuova competizione mondiale tra imperialismi, gli uni contro gli altri armati, l’ha definitivamente seppellito. Vecchie e nuove sinistre “riformiste” (Sanchez, Lula, il nazionalismo borghese o piccolo-borghese latinoamericano) cercano ciclicamente di rievocare l’illusione di una possibile riforma del capitalismo. Ma tutte le loro esperienze di governo si traducono nella gestione delle controriforme. Le sinistre cosiddette “radicali” che si compromettono nei loro governi subiscono tracolli (come è accaduto in Italia, in Grecia, ed oggi in Spagna). Spesso le forze più reazionarie sono le prime beneficiarie di questi fallimenti.

È tempo allora di una sinistra rivoluzionaria. Il bivio di prospettiva storica dell’umanità è tra rivoluzione e reazione. Tra socialismo e barbarie. I processi di polarizzazione che attraversano il mondo ne sono un riflesso, per quanto distorto. Si tratta di mettere la classe lavoratrice in sintonia con quel bivio. Può farlo solo una sinistra libera dai riflessi condizionati di un riformismo fallito, delle corse ministeriali, delle illusioni costituzionali, della subordinazione alla diplomazia internazionale imperialista. Una sinistra che in ogni lotta degli sfruttati e degli oppressi sappia tracciare un ponte fra le loro rivendicazioni immediate ed una prospettiva anticapitalista: la prospettiva di un governo dei lavoratori e delle lavoratrici, basato sulla loro forza e sulla loro organizzazione.

La Lega Internazionale Socialista (LIS) è impegnata su scala mondiale nella costruzione di questa sinistra, nella costruzione di una nuova Internazionale rivoluzionaria, che ovunque organizzi l’avanguardia più combattiva della classe operaia e della gioventù. Costruire questo partito è difficile. Ma è l’unica via per liberare un futuro diverso per l’umanità. A differenza di altre organizzazioni, non procediamo per autoproclamazioni settarie e talvolta grottesche. Procediamo con l’unificazione paziente attorno a un comune programma leninista di tutte le organizzazioni e le tendenze che lo condividono, quale che sia la diversità delle rispettive storie e provenienze. Rigore sui principi e rifiuto del settarismo: è  il metodo che ha consentito e consente il progressivo sviluppo internazionale della LIS, a partire dalla nostra presenza in quaranta paesi del mondo e in tutti i continenti. È il metodo che proponiamo ai marxisti rivoluzionari di tutto il mondo.

Contro tutti gli imperialismi, vecchi e nuovi

Per la difesa di tutti i popoli oppressi e della loro resistenza

Per la rivoluzione socialista internazionale

Per una nuova internazionale rivoluzionaria

Lega Internazionale Socialista

Primo Maggio 2026

  Proletari di tutti i paesi, unitevi!
  Contro il riarmo – contro la guerra
  Per il Comunismo!


Manifesto internazionale distribuito alle manifestazioni negli Stati Uniti, in Venezuela, Turchia e Italia

Lavoratori! Compagni!

Il Primo Maggio è la giornata in cui il proletariato mondiale riafferma la propria identità di classe internazionale, nemico storico del capitale, solidale al di sopra di ogni frontiera nazionale.

Mentre il capitalismo – dopo aver promesso pace e progresso – sta trascinando l’umanità verso una nuova catastrofica guerra noi riaffermiamo che la sola guerra che il proletariato ha da combattere è quella degli sfruttati contro gli sfruttatori.

Perché il proletariato di tutti i paesi non trae alcun vantaggio dallo schierarsi in difesa della Patria e degli interessi nazionali della propria borghesia e del proprio Stato, sia esso Ucraino o Russo, Iraniano o Statunitense, Israeliano o un illusorio Stato palestinese.

Le guerre ormai non sono più per addivenire a sistemazioni statali nazionali e a regimi moderni, ma mostruose convulsioni di un capitalismo nella sua scomposta storica agonia, che non trova più sbocchi per le sue merci, nella crisi delle produzioni e dei profitti.

Questa necessità delle distruzioni belliche viene recepita dai vari Stati imperialisti, che si gettano nell’abisso non per i motivi ideali, nazionali o religiosi, con cui giustificano lo sterminio di popoli interi, ma per i loro egoistici interessi materiali, la conquista di posizioni strategiche, delle materie prime, del petrolio, delle terre rare. Oltre che per l’enorme affarismo nella produzione e smercio di bombe, missili, aerei, carri armati…

Queste vere ragioni delle guerre sono nascoste alla classe operaia per trascinarla al fronte, col terrorismo ideologico e la demente e brutale propaganda militarista. Il “nemico” è disumanizzato per giustificare stragi e massacri. Perché le guerre moderne, sempre più distruttive, hanno lo scopo di falciare vite di proletari a ritmo industriale. Già infatti si prevede – nei paesi in cui era stato sospeso – la reintroduzione del servizio militare obbligatorio. Alla guerra borghese è immolata la classe operaia. Oggi il riarmo degli Stati è subìto dai lavoratori con peggioramento dei salari, imposizione di disciplina sociale, riduzione dei servizi sanitari, scuola, ecc.

Il pacifismo borghese, nell’illudere sulla possibilità di un placido capitalismo, regolato dal diritto e da istituzioni internazionali, distogliendo la classe operaia dalla sua funzione sovversiva, viene a costituire una quinta colonna del militarismo.

Uguale pericolo per il sano indirizzo del proletariato sono i partiti falsamente comunisti che lo vorrebbero schierare da un lato o dall’altro del mutevole fronte d’urto fra gli imperialismi, in atteggiamenti partigiani, resistenziali, col pretesto di dover difendere presunti aggrediti o emancipazioni nazionali. Tutti gli imperialismi sono ad un tempo aggressori ed aggrediti e nel mondo non vi sono più questioni nazionali che possano avere una funzione sociale progressiva, sono solo pretesti per la guerra imperialista, cioè del supremo strumento reazionario.

Il capitalismo ormai non è altro che un meccanismo di distruzione che genera ciclicamente crisi, guerre e carestie, sia che venga gestito da governi che si richiamano alla democrazia e al liberalismo, sia da regimi apertamente dittatoriali, totalitari, teocratici o falsamente “comunisti”. La necessità impellente dei capitalisti del mondo intero è rimandare la catastrofe del loro modo di produzione fondato sulla produzione di merci e sul lavoro salariato, sempre più assurdo, irrazionale, arcaico.

Il capitalismo è oggettivamente incalzato dal Comunismo, necessità che non nasce da un ideale morale ma da una realtà storicamente matura.

Quindi il suo comune unico nemico, al di sopra dei passati e futuri contrapposti fronti di guerra, è, in ultima istanza, la classe operaia, portatrice in sé – anche se incosciente – del Comunismo, e della Rivoluzione politica che ne apre la strada. Solo il proletariato è la forza che può dare alla crisi di guerra una soluzione progressiva e non reazionaria.

La internazionale e potente classe operaia potrà fermare la guerra, capovolgerla in guerra tra le classi per instaurare il Comunismo, lungo una strada che inizia lottando in difesa del salario e delle proprie condizioni di vita e di lavoro e culmina nella rivoluzione, volgendo le armi che la borghesia metterà in mano ai lavoratori, per mandarli al macello nella guerra imperialista, non più contro i fratelli proletari di un altro paese ma contro il proprio regime borghese, secondo le parole d’ordine comuniste di sempre:
– Il nemico dei lavoratori è nel proprio paese!
– I proletari non hanno patria!
– Proletari di tutti i paesi unitevi!

La guerra di classe dei proletari è contro la propria borghesia che gli chiede sacrifici e la vita stessa in nome della Patria, che altro non è che la patria del capitale.

In ogni paese oggi ciò implica da un lato lottare per liberare la classe operaia dal controllo dei sindacati di regime che la dividono, la disorganizzano, ne impediscono la lotta, ricostruendo potenti sindacati di classe; dall’altro militare nel partito della rivoluzione comunista internazionale.

Per esprimere la sua grande forza, la classe lavoratrice deve dotarsi delle sue fondamentali armi di battaglia: il Sindacato di classe, che la unisca e organizzi, e il Partito rivoluzionario, che la illumini e diriga.

Nel comunismo, una società mondiale dove la produzione è pianificata per i bisogni umani e non per il profitto, il lavoro – superato il salariato – cesserà di essere merce e sfruttamento e l’armonia sociale soppianterà l’anarchia produttiva, le miserie e gli orrori del capitalismo.

 PER LA RIPRESA DELLA LOTTA DI CLASSE!
 VIVA IL PRIMO MAGGIO ROSSO!


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