di Andrea De Lotto

Si sapeva che in piazza ci sarebbe stata una marea umana e così è stato. Un 25 aprile di sole, dopo il referendum, dopo che la Lega era stata in piazza Duomo.
Arrivo alle 14.20, a piedi, dal centro, vado quindi verso la testa del corteo già partito da Porta Venezia. Risalgo, ma dopo diverse decine di gonfaloni ecco subito lo schiaffo in faccia: un cordone di City Angels e polizia a difendere un’accozzaglia (perdonatemi il termine) di uomini e donne: ognuno di loro con un cartello o una bandiera. Dietro lo striscione della solita Brigata Ebraica in cerca di protagonismo, una serie di bandiere: israeliane, statunitensi, ucraine, iraniane (quelle dello Shah), Forza Italia, cartelli con volti di Trump, Netanyahu, Reza Palhavi e altri impresentabili.
Come quando immergi per sbaglio la mano nell’acqua, è bollente e la tiri fuori di scatto: la reazione di TUTTI e TUTTE è altrettanto istintiva. Non si commenta, non si parla, non si ragiona. Ripeto, alcune reazioni sono istintive, umane: le immagini ci scorrono velocissime negli occhi, nel cuore. Dopo quasi tre anni ad assistere al genocidio dei palestinesi, dopo le violenze, le aggressioni scatenate da due eserciti armati fino ai denti, dopo le infinite manifestazioni per cercare di fermare governi criminali, ma soprattutto di piegare la complicità del nostro e dell’Europa. Un pianeta in fiamme, un’emergenza ambientale che è sparita, la natura che si ribella, il baratro che ci aspetta, investimenti miliardari in armi, un’economia mondiale piegata mentre la finanza specula, un continente, la possente e meravigliosa Africa, devastato da guerre interne telecomandate da governi di bianchi, interessati a depredare le materie prime. Morti su morti in mare, centri di detenzione che diventano la norma e non indignano più, immigrati pagati un euro e cinquanta all’ora nella ricca Lombardia. Le condizioni di vita di miliardi di persone che peggiorano, perché pochi possano arricchirsi sempre più e andare sulla luna.
Questo è esploso nella mente e nel cuore di chi si è ritrovato davanti quella scena. Urla, su urla, spontanee, da subito e proseguite per oltre due ore intorno a questo manipolo di provocatori, sprezzanti, arroganti, solo perché protetti da uomini pagati. Si è formata una naturale calca, per nulla organizzata, formata da centinaia e centinaia di donne e uomini, indignata, furente.
Ma ciò che è stato veramente grave è che tutto ciò ha fatto sì che le 100 o meglio 200mila persone che stavano dietro, siano rimaste bloccate, stipate, sotto il sole, senza sapere il perché. Moltissimi hanno cominciato a svicolare lungo vie laterali; la marea umana si è trasformata, in quanto liquido, in mille rivoli che sono avanzati verso il centro. Molti si sono ritrovati laddove c’era il tappo. La rabbia è cresciuta ancora di più nel vedere e capire perché un corteo enorme fosse stato bloccato. 200 persone che ne fermavano 200mila. Pazzesco. Eppure, c’era un elicottero che volava sopra la testa di tutti, avranno pur visto benissimo la situazione grave e anche pericolosa che si stava verificando. Nulla.
Le grida non hanno mai smesso, a quel punto chiedevano a gran voce in mille modi, dai più sarcastici ai più arrabbiati, che uscissero dal corteo per poter lasciare scorrere la massa umana che in maniera compostissima aspettava dietro. Più di una volta sembrava che stessero per essere accompagnati in una via laterale, gli stessi manifestanti si sgolavano per aprire un varco, riuscendoci, per farli passare. La digos è stata più volte vicina a farli uscire, ma nulla accadeva. Il gruppo di provocatori si rifiutava di uscire, volendo portare all’esasperazione. Il muro umano si riformava e il tormentone ricominciava. Un delirio.
Poliziotti esausti sotto i caschi, sudati e tesi. Sarebbe bastato pochissimo, un guastatore, o un provocatore ad hoc, per far scattare delle cariche pericolosissime. Nessuno dei manifestanti ha lanciato nulla, solo parole, grida. Dopo oltre due ore a fare da tappo, i provocatori sono stati finalmente accompagnati fuori. Sono usciti con sorrisi sprezzanti, dita medie alzate, mentre tutti intorno si tirava un sospiro di sollievo, già sapendo che questi personaggi gongolavano, fieri di diventare ancora una volta le vittime, mentre avevano invece frantumato un corteo festoso che per molti si è trasformato in un incubo al quale sottrarsi in cerca di ombra e acqua.
Il resto quasi non conta e questo è tristissimo.
Alle 19 la coda del corteo arrivava in piazza Duomo. I camion dei centri sociali entravano quando i comizi erano finiti da oltre un’ora. La piazza non è mai stata piena, ma il corteo era stato troppo sfilacciato. Le numerosissime famiglie coi bambini, come i primi che erano arrivati, erano andate a casa.
Dalle 18 alle 19 i soliti attivisti ed attiviste che si dispongono da oltre 10 mesi nelle loro file silenziose, come sempre, lo hanno fatto. Esausti, per un’altra ora in piedi, fermi, sotto il sole, componendo alla fine la scritta che ricorda al sindaco Sala che qualche passo in avanti, anche localmente, si può e si deve fare: STOP AL GEMELLAGGIO MILANO TEL AVIV.
Una cosa è certa: le migliaia di persone presenti hanno capito, direttamente o indirettamente, cosa è successo ieri in piazza a Milano, vivranno quindi ancor più come inguardabili, irricevibili, i notiziari dei nostri principali mass media. Arrivano intanto, il giorno dopo, le notizie da Dongo: presenti una cinquantina di fascisti, braccio alzato, protetti da camionette della polizia, mentre 300 manifestanti contestano questa vergogna, questo affronto alla nostra storia.
Andiamo avanti, coscienti della gravità della situazione.
Chiudo riferendo il comunicato emesso da diversi gruppi di ebrei, che hanno sfilato senza alcun problema arrivando in piazza Duomo con i loro striscioni.
“Oggi come ogni anno un nostro spezzone ebraico ha partecipato al corteo nazionale del 25 aprile a Milano. Lo abbiamo percorso con due striscioni, “ebree ed ebrei contro il fascismo in ogni tempo e in ogni luogo #nopuliziaetnica”, e “cessate il fuoco, voci ebraiche per la pace”.
Non abbiamo avuto bisogno di alcuna protezione. Non abbiamo ricevuto una parola fuori posto, ma anzi moltissimi applausi e saluti affettuosi dai presenti. La manifestazione per la Liberazione è stata anche stavolta un nostro spazio sicuro, probabilmente perché le sensibilità e gli ideali che ci muovono – a prescindere dalla nostra identità, che sia religiosa, culturale o familiare – sono perfettamente compatibili con il senso di ciò che è stata la Resistenza: una lotta per la pace, per i diritti di tutte e tutti, per l’uguaglianza, contro ogni forma di razzismo e suprematismo. Qui e altrove.
Diciamo no ad ogni forma di antisemitismo, quello becero e quello inconsapevole, ma diciamo no anche ad ogni provocazione che mini una giornata di festa all’insegna di valori condivisi.”
LƏA – Laboratorio Ebraico Antirazzista e Mai Indifferenti – Voci Ebraiche per la pace

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