di Rolando Dubini

C’è una pagina della Seconda guerra mondiale che sembra scritta apposta per disturbare tutti: i propagandisti, i custodi delle memorie blindate, i fabbricanti di identità pure come lenzuola appena stirate. Ed è proprio per questo che è interessante.

Durante la Seconda guerra mondiale, circa 12.000 Palestinesi arabi si arruolarono volontari nell’esercito britannico per combattere contro la Germania nazista e l’Italia fascista. Non lo fecero in un mondo astratto, da manuale scolastico: lo fecero nella Palestina mandataria, cioè in una terra già attraversata da tensioni nazionali, coloniali, religiose, sociali. Una polveriera, insomma, ma con l’aggiunta — sempre utile nella storia — dell’amministrazione britannica, che riusciva spesso a rendere complicate anche le cose già complicate di loro.

Molti di questi volontari palestinesi combatterono fianco a fianco con volontari ebrei della Palestina mandataria. All’inizio, arabi ed ebrei vennero addestrati negli stessi reparti, nelle stesse basi, dentro la stessa macchina militare britannica. Non era ancora il tempo della separazione netta, della memoria trasformata in trincea. Era il tempo, molto più ambiguo e molto più umano, in cui giovani palestinesi ed ebrei potevano ritrovarsi nella stessa uniforme, sotto lo stesso comando, contro lo stesso nemico: Hitler.

Lo storico Mustafa Abbasi ha ricostruito questa vicenda con un’affermazione che andrebbe incisa all’ingresso di molte redazioni, università e sedi di partito: “Il lavoro dello storico è essere fedele alle fonti […] senza essere ostaggio di alcuna narrazione nazionale”. Ecco: non della narrazione sionista, non della narrazione palestinese, non della narrazione coloniale britannica. Delle fonti. Che è una cosa più modesta, più noiosa, e proprio per questo molto più rivoluzionaria.

Questi volontari palestinesi non furono una nota folkloristica. Parteciparono allo sforzo bellico britannico in Nord Africa e in Europa; molti morirono, altri furono feriti, altri ancora risultano dispersi. Abbasi osserva amaramente: “Molti di loro furono uccisi e molti altri risultano ancora dispersi. Ma nessuna raccolta di memorie è stata mai creata per loro.” È il destino dei vinti della memoria: non necessariamente vinti sul campo, ma vinti negli archivi emotivi dei popoli. Non hanno monumenti, non hanno liturgie, non hanno scolaresche portate ogni anno davanti a una lapide. Hanno qualche documento, qualche testimonianza, e la pazienza degli storici: povera cosa, ma spesso è tutto ciò che impedisce alla propaganda di vincere per abbandono del campo.

C’è poi un dato politicamente scomodissimo: questi palestinesi si arruolarono nonostante l’appello del Muftì di Gerusalemme, Haj Amin al-Husseini, a schierarsi con l’Asse. La storia, naturalmente, non assolve né cancella il collaborazionismo del Muftì. Ma impedisce una scorciatoia molto comoda: identificare un popolo intero con una figura politica, come se le società fossero caserme e non organismi contraddittori. Anche tra i palestinesi vi furono scelte diverse, opposte, conflittuali. Alcuni guardarono all’Asse; molti altri scelsero, per ragioni ideologiche, economiche, familiari o semplicemente esistenziali, di combattere contro il nazifascismo. La storia è fastidiosa proprio perché non entra mai tutta in uno slogan: ci prova, poverina, ma le rimangono sempre fuori i piedi.

All’inizio del conflitto, arabi ed ebrei della Palestina mandataria furono spesso insieme. Abbasi lo dice con parole nette: “Furono anche imprigionati insieme”. È un’immagine potente: uomini che pochi anni dopo sarebbero stati raccontati da due memorie nazionali come appartenenti a mondi inconciliabili, chiusi nello stesso campo di prigionia. La storia, quando vuole essere crudele, ha un talento quasi teatrale.

Ma vi era una differenza decisiva. Il movimento sionista aveva una strategia nazionale molto più definita: costruire, anche attraverso la partecipazione militare allo sforzo bellico alleato, legittimità politica e capacità organizzativa in vista della nascita dello Stato ebraico. I palestinesi arabi, invece, secondo Abbasi, “non avevano un chiaro programma nazionale.” E qui sta uno dei nodi tragici della vicenda: si può combattere dalla parte giusta della storia e tuttavia non riuscire a trasformare quel sacrificio in capitale politico. La storia non premia i buoni; al massimo, qualche volta, li registra a verbale. E neppure sempre.

Anche circa 120 donne palestinesi prestarono servizio militare, rispondendo a manifesti che le chiamavano al “sacro dovere per la loro nazione”. Anche questo dettaglio è prezioso: perché rompe un altro stereotipo, quello della società palestinese raccontata soltanto come massa maschile, rurale, arretrata, immobile. No: c’erano donne, c’erano città, c’erano élite urbane, c’erano giovani che volevano viaggiare, lavorare, combattere, sottrarsi al destino assegnato. La modernità, nel Levante, non arrivava certo con il timbro dell’ufficio coloniale britannico: era già lì, contraddittoria, inquieta, piena di speranze e di illusioni.

Perché allora questa storia è stata rimossa?

Perché dava fastidio a tutti.

Agli storici sionisti, perché incrinava l’immagine di una lotta antinazista quasi esclusivamente ebraica nella Palestina mandataria.

Agli storici palestinesi, perché costringeva a ricordare uomini che avevano combattuto sotto bandiera britannica pochi anni dopo la repressione della Grande Rivolta Araba del 1936-39. E non è facile celebrare chi ha servito l’esercito dell’impero che ti ha represso. La memoria nazionale, si sa, ama gli eroi puri: possibilmente morti, muti, e senza note a piè di pagina.

Così questa pagina è finita nel grande ripostiglio della storia: quello dove si mettono le vicende che non servono bene a nessuno. Troppo arabe per la memoria sionista, troppo britanniche per la memoria palestinese, troppo comuni per le narrazioni identitarie, che hanno bisogno di confini netti come i campi da calcio e invece trovano sempre, maledizione, esseri umani in mezzo.

Chi vuole ignorare questa storia, conclude Abbasi, “distorce la storia”. Ed è difficile dargli torto. Perché ricordare quei volontari palestinesi non significa negare il ruolo dei combattenti ebrei contro il nazifascismo. Significa semplicemente restituire alla storia la sua complessità. E la complessità non è equidistanza: è igiene mentale.

Questa vicenda ci dice una cosa molto semplice e molto scomoda: Palestinesi ed Ebrei non sono sempre stati soltanto nemici metafisici, come vorrebbero i sacerdoti dell’odio retroattivo. Ci furono momenti in cui combatterono insieme contro il nazifascismo. Poi vennero la guerra, la Nakba, la nascita di Israele, l’esilio palestinese, le guerre successive, l’occupazione, il terrorismo, la repressione, Gaza, Netanyahu, Hamas, le vendette elevate a sistema politico. Ma prima di tutto questo — o meglio, dentro il lungo antefatto di tutto questo — ci furono anche giovani palestinesi ed ebrei con la stessa uniforme britannica, lo stesso rancio probabilmente immangiabile, la stessa paura, e lo stesso nemico.

Articolo completo su Haaretz:


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