L’avevo vista l’ultima volta la domenica del referendum, sulla sedia a rotelle, spinta da Silvia, sua figlia, nel seggio elettorale in cui entrambi votavamo. Magra, emaciata, con una voce che non sembrava nemmeno la sua, quella a cui eravamo abituati negli interventi in piazza o nelle riunioni, potente, dura, senza incrinature. Stupito da questo cambio repentino (la penultima volta in cui l’avevo vista, a dicembre, mi era sembrata forte come al solito) le avevo chiesto che le era successo. Lei mi ha parlato del maledetto tumore con una calma e una rassegnazione che non erano da lei. Stamane ho letto sul sito di Radio Onda d’Urto che se n’è andata per sempre. Non posso dire che fossimo “amici”, di quelli con cui vai a bere l’aperitivo, quelli a cui confidi le tue gioie e le tue sfighe, quelli che senti “complici” della tua vita. Ma di certo, nonostante il suo passato “stalinista”, opposto al mio, Renata era una mia “compagna”, non solo perché appartenevamo allo stesso sindacato (i COBAS della scuola), ma perché abbiamo condiviso, seppur con opinioni molto spesso diverse, oltre mezzo secolo di lotte comuni. Me la ricordo già nella prima metà degli anni ’70, quando militava nel PCI (m-l), che noi chiamavamo, dal loro giornale “Servire il Popolo”. E me la ricordo anche quel maledetto 28 maggio 1974, sotto la pioggia. E poi il suo impegno femminista radicale (mi verrebbe da dire “ultra-femminista”) che ha attraversato tutta la sua vita, fino alla militanza in “Non Una di Meno”. Un femminismo (oggi credo che lei preferirebbe usare “transfemminismo”) a 360 gradi, che non concedeva sconti a nessuno, tantomeno ai compagni “maschi”, anche a costo, talvolta, di commettere qualche piccola ingiustizia. Ricordo ancora le sue stoccate, durante un incontro 12 o 13 anni fa al Caffè Letterario, organizzato da noi dell’Associazione “L. Maitan-C. Berneri”) sul femminismo bresciano negli anni ’70. Lei era la relatrice e, durante il dibattito, osai aprire il mio intervento dicendomi “filo-femminista da sempre”. Mi interruppe, con la sua voce roca e allo stesso tempo potente, dicendomi “Tu sei filo-femmine, non filo-femminista”, facendomi sorridere (e ridere i presenti che mi conoscevano). Non era facile andar d’accordo con lei, né nei COBAS, né nell’Intersindacale del 2014/15, ed in generale nei vari movimenti. La sua tendenza a tagliare con l’accetta, a non scendere a compromessi, a mantenere a tutti i costi una coerenza integrale (cose così rare in chi fa politica, persino nell’estrema sinistra) rendeva spesso un po’ complicato il confronto politico. Ma di certo con lei non c’era il rischio dell’opportunismo e dell’ipocrisia. C’era un’altra cosa, oltre alla politica, che avevamo in comune, e che ho scoperto qualche anno fa, ed era l’amore per i nipotini. Qui la Renata dura, militante, senza incrinature, lasciava il posto ad una tenerezza infinita. Ma d’altra parte non è forse la tenerezza verso gli esseri umani (in particolare i più piccoli) che ci ha portato a combattere per un altro mondo possibile? Con lei se ne va un pezzo importante del sindacalismo di base e conflittuale, ed una colonna del femminismo bresciano. Che la terra ti sia lieve, compagna!

Flavio Guidi


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