Alle radici di una teocrazia capitalista e reazionaria. (da Controvento, rivista dell’AMR)

La rivoluzione del 1979 e la repubblica islamica in Iran, di Luca Scacchi

In questi giorni vediamo il quotidiano bombardamento dell’Iran, l’annientamento di una scuola primaria con 150 bambine massacrate, l’uccisione della guida Suprema e di molti comandanti, mentre i missili segnano il cosiddetto Medioriente, le installazioni radar USA sono colpite, lo stretto di Hormuz è bloccato.
Un’aggressione imperialista a poche settimane dalla feroce repressione del regime, con migliaia di manifestanti uccisi da basīj e pasdaran. In questi giorni appare cioè in piena luce il doppio volto dell’islam politico iraniano, da una parte capace di contrastare l’azione imperialista nell’area (in Libano, in Iraq, in Siria, in Yemen, contro Israele), dall’altra incarnato in un regime feroce e reazionario che reprime movimenti progressisti, femministi, e studenteschi. Questo doppio volto sconcerta le sinistre in Italia e nel mondo. Non è un’esperienza nuova. In fondo, proprio questa ambiguità è stata alla radice della Repubblica islamica e della sua deriva. Allora, forse, proprio oggi è utile tornare a quegli eventi e riflettere sui problemi che ci consegnano.


Il regime Reza Pahlavi.


Questa dinastia arrivò al potere nel 1921, con un colpo di stato dell’ufficiale Reżā Khān, ispirato dall’iniziativa di Kemal Atatürk in Turchia. Nel 1925 si insediò come Scià, denominatosi Pahlavi, sostituendo così i turchi Qajar, che regnavano dal 1795. Il suo
governo si propose di indebolire il clero (istituzione di una scuola pubblica statale e di un sistema giudiziario laico), in una complessa navigazione tra Unione Sovietica, Impero inglese, tentativi di sponda con la Germania e scoppio della Seconda guerra mondiale. Il programma nazionalista si inverò nel dopoguerra, con il regno del figlio (1941) e un altro protagonista: Mohammad Mossadeq, esponente di un composito Fronte nazionale (1) che nazionalizzò il petrolio (2) con l’appoggio dell’ayatollah Kashani e del clero islamico, che agì a volte come suo braccio armato (3).
L’inevitabile scontro con Gran Bretagna ed USA portò ad un embargo e al sostegno del Partito Comunista Iraniano (Tudeh), filo- sovietico, mentre l’ala islamica di Kashani passò all’opposizione e supportò il colpo di stato promosso dalla CIA nel 1953. Il nuovo regime fu gestito direttamente dallo scià, auto-esiliato per qualche mese a Roma, con una feroce repressione condotta dalla Savak (4), in particolare sul Tudeh (oltre 4.000 arresti).
Reza Pahlavi condusse quindi il paese in stretta alleanza con gli USA (1955, Patto di Baghdad; 1959, CENTO), costruendo una borghesia di regime compradora (5) sulla gestione delle concessioni per le compagnie angloamericane.
Nel 1963 promosse comunque la cosiddetta Rivoluzione Bianca, un programma di modernizzazione per integrarsi nel mercato
capitalistico mondiale sviluppando un’industria di Stato, una campagna di scolarizzazione, l’emancipazione femminile (6), lo sviluppo di un sistema sanitario e, soprattutto, una riforma agraria per espropriare latifondisti laici e religiosi.
Questa iniziativa lo mise in diretto contrasto con il clero, segnato da un famoso discorso di Khomeini e da una congiura che lo portò prima ad esser arrestato e poi lo costrinse all’esilio parigino.
Lo scià accentuò quindi il carattere autocratico del governo, impegnandosi nello sviluppo di un esercito moderno. Negli anni Settanta crebbe quindi un’opposizione sociale e politica, che combinava la ristretta classe operaia del paese, settori di piccolo
capitale e ceti intermedi (commercianti del bazar e clero sciita), con un carattere nazionalista e progressivamente anti-imperialista, percependo la monarchia autocratica come agente delle potenze imperialiste, occidentali e democratiche.


La rivoluzione del 1979.


Questa opposizione, nel quadro dei più ampi movimenti politici e sociali che attraversarono tutta l’area, si espresse nei primi anni Settanta anche attraverso una lotta armata condotta da due formazioni. In primo luogo, i Mojahedin-e Khalq (MEK, Combattenti
del popolo), con una strategia rivoluzionaria che combinava elementi religiosi con impostazioni marxiste, presentandosi come un movimento rivoluzionario islamico-sociale. In secondo luogo, i Guerriglieri Fedayyin-e Khalq (Volontari del popolo), marxisti-leninisti influenzati dal guevarismo e dalla guerriglia urbana, senza alcun ruolo politico per l’Islam. Entrambi furono duramente colpiti dalla repressione, ma insieme ai circuiti islamisti di Khomeini erano le organizzazioni più riconosciute a livello di massa. Le proteste iniziarono in realtà solo nel gennaio 1978, in reazione ad un articolo di regime che dileggiava Khomeyni.
Il 19 agosto un incendio doloso al cinema Rex di Abadan, con 430 vittime, fu popolarmente attribuito alla Savak (7) e scatenò una radicalizzazione delle proteste, a cui si reagì nel sangue (8), innescando scioperi significativi che si estesero anche al settore petrolifero, paralizzando l’economia. Lo scià nominò allora un governo riformatore (il nazionalista Shapur Bakhtiar), partì per un lungo viaggio e fece ritornare Khomeyni. Il quale, appena tornato, instaurò nel febbraio 1979 un dualismo di potere, nominando un proprio primo ministro (il laico nazionalista Mehdi Bazargan), che fu rapidamente seguito da ammutinamenti militari, manifesta- zioni popolari e la caduta del regime. Il 30 marzo un referendum sancì la nascita della Repubblica Islamica, influenzata proprio dal movimento islamista con un doppio potere: politico (Presidente della Repubblica e Parlamento) e religioso (Guida Suprema, Faqih, e Consiglio dei Saggi, Velayat-e faqih).


Sinistre e movimento operaio nella rivoluzione.


La rivoluzione non ebbe comunque un carattere islamico omogeneo. In primo luogo, ebbe un ruolo la classe lavoratrice e la sua autorganizzazione. Gli scioperi dell’autunno, per molti versi determinanti, portarono alla formazione di veri e propri consigli (Showra-ye Kargaran va Karmandan). Fu una stagione straordinaria e straordinariamente simile ad altri processi di attivazione
della classe operaia, come a San Pietroburgo nel 1905, a Torino nel 1919-20 o in Italia dopo il 1969. Queste strutture non si limitarono a protestare per la repressione in corso o a chiedere aumenti salariali, ma posero questioni di controllo operaio e democratizzazione dei luoghi di lavoro, rivendicando anche salute, sicurezza ed uguaglianza di genere.
Questi consigli, nei quali erano presenti sia le forze islamiste sia le sinistre, si affermarono nel settore petrolifero ma anche in altre industrie (famoso il petrolchimico di Abadan, la fabbrica tessile di Chit-e Jahan o lo stabilimento General Motors).
Tuttavia, tre fattori limitarono il loro sviluppo: l’assenza di una struttura che li coordinasse a livello territoriale (un Consiglio di delegati/e dei diversi stabilimenti); un’azione rivolta all’autogestione, senza porre il tema del potere e quindi del modo di produzione; l’egemonia simbolica e organizzativa del clero sciita.
In secondo luogo, ebbero un ruolo le sinistre,Tudeh, MEK e Fedayn (9), che a lungo tennero una propensione unitaria con le componenti islamiche, prima contro il regime e poi contro l’imperialismo (USA). A questi si aggiungono l’UCM (Unione dei Comunisti Militanti), poi unificatasi con il partito kurdo maoista Komalah nel Partito comunista dell’Iran (CPI) (10), e l’HKS trotzkista (11). Tutte queste organizzazioni emersero dalla clandestinità e dall’esilio con pochi militanti (12), ma crebbero rapidamente a Teheran e nelle altre aree urbane, in particolare tra gli studenti, nella piccola borghesia intellettuale e in alcuni
strati operai specializzati.
In terzo luogo, è utile tener presente l’ala progressista (pluralista, democratica e rivolta alla giustizia sociale, con
componenti islamiche, nazionaliste e socialdemocratiche), sostenuta in particolare da studenti e piccola borghesia, che si esprimeva nel Freedom Movement of Iran (una scissione del Fronte nazionale) e candidati indipendenti come Abol Hassan Banisadr, che nel 1980 fu eletto Presidente con il 70% dei consensi (13).


La repressione e il sangue


L’evoluzione della rivoluzione rimase instabile e aperta per tutto il 1980, con le forze islamiste che tentarono di disciplinare la Repubblica e le fabbriche, contando sull’ampio consenso di campagne e borghesia nazionalista, guidando lo sviluppo di un capitale pubblico e il contrasto all’imperialismo (anche con gli Studenti musulmani seguaci della linea dell’Imam, che gestirono la lunga occupazione con ostaggi dell’ambasciata USA, dal 4 novembre 1979 al 20 gennaio 1981). Un ruolo fondamentale lo ebbe l’Islamic Revolutionary Guard Corps (Sepah o Pasdaran), una milizia agli ordini di Khomeini integrata nelle Forze Armate, che gestì in prima persona il confronto e la repressione delle altre componenti della rivoluzione. Il punto di svolta arrivò con l’aggres- sione militare dell’Iraq di Saddam Hussein, iniziata nel settembre 1980 su stimolo dell’imperialismo atlantico (14). Questa guerra fu lunga e sanguinosa, forse con un milione di vittime iraniane e mezzo milione irachene.
La guerra sospinse la militarizzazione della società e, con la militarizzazione, la repressione delle altre componenti politiche. Nel giugno 1981 Banisadr, in crescente contrasto con Khomeini e in avvicinamento al MEK, fu costretto a dimettersi e poi a scappare.
A giugno iniziò anche una lotta armata del MEK contro la Repubblica islamica, dopo proteste e repressioni, con episodi anche clamorosi (15). Questa dinamica aprì una feroce stretta autoritaria, condotta dal nuovo primo ministro Mir-Hosein Musavi (molti, molti, molti anni dopo leader dell’Onda Verde riformista), con arresti di massa, lunghe incarcerazioni ed una stagione di esecuzioni collettive in carcere.
L’inquadramento repressivo avvenne anche sul fronte sociale, con la creazione nel 1982 delle Case degli Operai (Khaneye Kargar), controllate dallo stato, per sostituire gli organismi autonomi nati nella rivoluzione.
Nel 1983 fu messo al bando anche il Tudeh (sino ad allora critico ma ancora a supporto della Repubblica islamica), quasi tutta la sua direzione fu arrestata, molti furono torturati e costretti a confessioni, mentre altri morirono in carcere o furono giustiziati (16).

In (prima e parziale) conclusione.


La contraddizione tra politica antimperialista e profilo repressivo del regime iraniano non è allora una questione di oggi, ma accompagna la Repubblica Islamica sin dalla sua nascita. Il piccolo e grande capitale iraniano, a lungo subordinati dall’imperia- lismo angloamericano, hanno quindi trovato un assetto con la pancia tradizionalista del clero religioso e la sua presa sulle campa- gne, costruendo intorno alla rendita petrolifera un inedito capitalismo pubblico di imprese statali, fondazioni religiose (bonyad),
reti economiche legate ai Pasdaran, privatizzazioni controllate.
La sinistra iraniana nel corso del processo rivoluzionario, e per lungo tempo anche quando iniziò la sua stabilizzazione repressiva, si focalizzò solo sull’unità antimperialista e il ruolo dello Stato nell’economia, non cogliendo la natura capitalistica e reazionaria della Repubblica islamica, ritrovandosi quindi massacrata nella chiusura bonapartista della rivoluzione accelerata dalla guerra con l’Iraq.
L’indipendenza di classe è allora una bussola fondamentale, ieri come oggi.


1) Socialdemocratici, monarchici costituzionali, islamisti, con una base sociale composta in prevalenza da mercanti dei bazar, corporazioni artigiane, piccola borghesia industriale, classe media urbana.

2) Scoperto nel 1908, estratto dal 1912, riserva strategica della marina inglese che in quegli anni abbandona il carbone per scelta del sottosegretario Winston Churchill, è gestito per decenni dalla Anglo-Iranian Oil Company, poi British Petroleum, oggi BP, una delle quattro maggiori al mondo con Shell, ExxonMobil e Total.

3) Ali Razmara, il precedente premier contrario alla nazionalizzazione, fu infatti assassinato da fondamentalisti del Fedaiyan e-Islam

4) Sāzemān-e Eṭṭelāʿāt va Amniyat-e Keshvar, “Organizzazione nazionale per la sicurezza e l’informazione”

5) Termine portoghese con cui a Hong Kong si indicava una persona che svolge la funzione di agente per un’organizzazione estera e ne promuove gli investimenti in loco in campo commerciale, economico o politico; nell’analisi marxista, è usato per estensione per indicare nei paesi dipendenti o semicoloniali i settori borghesi che fungono da intermediario degli interessi del capitale straniero, traendo i propri profitti dalla mediazione commerciale, finanziaria o industriale con l’imperialismo.

6) Velo e ammissione all’università, ma non voto e diritti civili, a partire da quelli in famiglia.

7) Negli anni successivi emerse in realtà la responsabilità di formazioni fondamentaliste islamiche

8) Venerdì Nero dell’8 settembre 1978, quando l’esercito aprì il fuoco sui manifestanti a Teheran.

9) I Fedayn si divisero tra maggioranza e minoranza nel 1980, proprio sulla propensione verso la Repubblica islamica.

10) Questa formazione vide la sua parabola intorno a Mansoor Hekmat e la sua compagna Azar Majedi, comunisti critici che sin dai suoi primi passi stigmatizzarono il mito della borghesia nazionale progressista, proponendo una politica indipendente della classe operaia e quindi un’azione rivoluzionaria contro la Repubblica islamica. Nel 1991 abbandonò il CPI, per lui troppo inserito in una dinamica nazionalista kurda, fondando il Worker Communist Party of Iran.

11) Il Partito Socialista degli Operai dell’Iran (Hezb-e Kārgarān Susyālist Irān) riunì nel 1979 i sostenitori del Segretario Unificato della Quarta Internazionale e del SWP USA. Fu la più piccola di queste formazioni, con poche centinaia di aderenti al suo apogeo, che si divise rapidamente con l’uscita del Partito dei Lavoratori Rivoluzionari, che seguì anche lui l’illusione di poter collaborare col nuovo regime clericale khomeinista (e scomparve altrettanto rapidamente). Oggi è ancora esistente la piccola Iranian Revolutionary Marxists Tendency, erede dell’HKS, in stretto collegamento con il raggruppamento internazionale di International Standpoint.

12) Diverse ricostruzioni indicano per molte di loro una dimensione ridottissima, addirittura di poche decine di persone.

13) Per dare un quadro indicativo riportiamo i risultati stimati dell’Assemblea costituente (agosto 1979), su collegi plurinominali (non liste di partito), consapevoli che fotografano dinamiche in movimento, senza cogliere il peso delle mobilitazioni sociali ed urbane nei processi rivoluzionari. Al voto andò il 50% della popolazione, l’IRP (khomeinista) raccolse il 70% dei voti (8 milioni di voti), i settori progressisti intorno al 10% (1 milione), altri settori religiosi tradizionalisti (moderati) il 7-10%, il MEK intorno al 5-6%, mentre Fedayn e Tudeh presero il 2/3%. A Teheran però vinse il candidato del Freedom Movement (2 milioni di voti, 90%), seguito da Banisadr (1,7 milioni, 70%), un candidato del MEK prese intorno al 12% (300mila voti), tre Fedayn intorno ai 100.000 voti ciascuno, diversi candidati Tudeh tra 30 e 40mila voti, un candidato HKS 16.000 (0,7%).

14) Israele in realtà nei primi anni sostenne l’Iran, con spedizione di armi e supporto tecnico, per contenere il regime baathista irakeno, allora considerato una minaccia crescente alla stato ebraico.

15) Il 28 giugno 1981 una bomba esplose nella sede dell’IRP di Teheran, uccidendo 74 alti dirigenti, tra cui l’ayatollah Mohammad Beheshti, allora capo della magistratura e figura centrale; il 30 agosto 1981 un altro attentato uccise il presidente Mohammad-Ali Rajai e il primo ministro Bahonar, sebbene la sua matrice sia più controversa

16) Lo storico iraniano marxista Ervand Abrahamian ritiene ci siano stati circa 8.000 oppositori giustiziati dai tribunali speciali in quegli anni, per la maggior parte militanti di sinistra.


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