Sono esausto. Ed annoiato. Leggere i dati elettorali sta diventando un lavoro sempre più ingrato. Soprattutto quando si tratta delle maledette elezioni amministrative. Bei tempi quando (al tempo della cosiddetta “prima Repubblica”) si riusciva a capire quanti avevano votato PCI, quanti PSI, quanti DC, quanti DP, ecc. Certo, anche allora, nei piccoli centri fiorivano le maledette “liste civiche”, i cui orientamenti politico-ideologici erano chiari (forse) solo ai cittadini del paesino in questione. Ma si sa, la campagna ha sempre contato poco o nulla, politicamente, rispetto alla città. Persino durante le rivolte contadine dei secoli scorsi la fiammata si esauriva quasi sempre senza lasciar traccia nella vita politica del paese. Ma negli ultimi 30 anni, con questa squallida “seconda Repubblica”, a forza di leggi elettorali antidemocratiche, di riflusso politico-sociale, di “americanizzazione” della politica (ormai i candidati sembrano prodotti di igiene intima, più che politici), c’è stata una abnorme proliferazione di oscure liste civiche, che tentano di nascondere (e agli occhi di chi non vive nella città in questione ci riescono benissimo!) la loro matrice politico-ideologica. Si sa, i partiti sono una “brutta cosa”, mentre i “civici” (che cazzo vorrà dire?) sono “puliti” ed “onesti”. Ci sarebbe da sbellicarsi dalle risate, se non fosse così deprimente vedere come si è ridotta la grande maggioranza del popolo italiano, che sceglie di votare “Amo Canicattì” piuttosto che “Canicattì nel cuore” o “Canicattì rinasce”. Comunque, nel 90% dei casi (e in quasi tutti gli schieramenti) la prima lista delle “coalizioni” (composte minimo da una decina di liste, quasi tutte improbabili) è la lista “civica”, tipo “Antonio sindaco” o “Avanti con Antonio”. Spesso pure la seconda e, soprattutto al Sud, pure la terza. Prima di capire chi ha vinto (od è in testa nel ballottaggio) bisogna arrivare al terzo o quarto posto, per scoprire la lista del PD (per i centro-sinistri) o dei fratellini meloniani, leghisti o forzitalioti (per i destri). Persino quell’espressione geografica introvabile di “Azione” si nasconde dietro liste civiche. Detto questo, ho l’impressione che, checché ne dicano i giornalisti, i fratellini meloniani non siano poi andati così bene. Certo, fanno la loro porca figura visto il crollo dei leghisti (ma bisognerebbe vedere, in caso di elezioni più “serie”, come le politiche o le europee, cosa sceglierebbero gli improbabili “civici” nel trittico fascio-leghista-berlusconide). Comunque, le fiammelline tricolore raramente vedono risultati a due cifre, mentre i salviniani se le sono scordate proprio, le due cifre. Il Berlusca se le sogna ogni notte, ricordando gli anni ’90, e i clowneschi “cespuglietti” (Avanti Italia, Coraggio Italia, Italia datti una mossa, ecc.) fanno, come sempre, i portatori d’acqua (ben remunerati, chiaro). Le cose non vanno molto meglio ai centro-sinistri “allargati”, coi grillini ormai scesi a percentuali inferiori a quelle di prima del “boom” (ma, anche qui, bisognerà vedere le politiche), e i liberal-democristiani del PD ottenere meno voti di quelli che aveva il solo PDS-DS (quando ancora avevano la parola “sinistra” nel simbolo). Insomma, i campi “nemici” mi sembrano ben minati (anche perché li vota sempre meno gente, in termini assoluti – che è quello che conta di più -). E a sinistra? Ho spulciato qua e là, perché è veramente un lavoraccio poco appassionante. L’impressione è che non sia andata poi così male. Certo, non siamo certo tornati ai “bei tempi” di Rifondazione, quando si viaggiava spesso su due cifre (come in Toscana, Umbria o Torino e Milano). Però, per lo meno in alcune città importanti, non si è più a percentuali da prefisso telefonico. Le alleanze variabili (spesso con Rifondazione e Potere al Popolo come “assi portanti”, condite qua e là dalla presenza del PCI o, come a Genova, di Sinistra Anticapitalista), portano a casa risultati vicini o superiori al 5% (fino al 12,6% di Pistoia, in alleanza coi Verdi, però). si va dall’8% di Molfetta al 6% di Piacenza e Pozzuoli, ed anche il 4,1% di Palermo o il 3,6% di Parma non sono risultati del tutto disprezzabili. Molto peggio è andata a Genova (circa il 2%, a cui va aggiunto uno 0,4% del PCL, comunque sempre il doppio dei voti presi dalla coalizione “Potere al Popolo” alle politiche di 4 anni fa) e a Padova (1,6%). Un discreto risultato ha ottenuto, nel nostro piccolo, la lista La Comune, di Carrara (che vince, a mio avviso, il primo premio per il nome più bello dell’intera tornata amministrativa), che, col suo 3%, riconferma lo “zoccoletto duro” di 5 anni fa. Come cantava Ligabue? Chi s’accontenta gode. Così così.

FG