Scheda informativa a cura di Sergio Bontempelli


In principio fu Maidan. Sì, è vero, questa storia potrebbe cominciare anche dalla «rivoluzione arancione» del 2004, dalla fine dell’Urss, dall’Ucraina del periodo sovietico o da tante altre vicende più o meno lontane nel tempo. Noi, con una buona dose di arbitrarietà, decidiamo di partire dagli eventi del 2013-2014, se non altro perché sono stati spesso fraintesi, strumentalizzati, raccontati in modo approssimativo e fuorviante. Cominciamo, dunque.
È il 21 Novembre 2013, sono le otto di sera. È da poco arrivata la notizia che il Presidente dell’Ucraina Viktor Janukovič si è rifutato di firmare l’accordo di associazione con l’Unione Europea. Sui social network molti cittadini si dicono indignati e increduli: l’Europa, per loro, è o dovrebbe essere l’interlocutore naturale dell’Ucraina, e anzi in prospettiva il paese dovrebbe entrare a pieno titolo nella UE.
Un giornalista di origini afghane, Mustafa Masi Nayyem, pubblica un post sulla sua pagina Facebook: «andiamo ragazzi, siamo seri. Se davvero volete fare qualcosa, smettete di mettere like ai miei post. Ditemi che siete pronti, e proviamo ad agire».
Nel giro di un’ora il post riceve 600 commenti entusiasti. Nayyem scrive ancora: «Troviamoci stasera qui a Kiev, alle dieci e mezzo, sotto il monumento all’indipendenza della piazza Maidan Nezalezhnosti».
Nayyem scende in strada, si reca sul luogo dell’appuntamento e vi trova cinquanta persone. Poi, nel giro di un’ora, le persone diventano mille, e poi millecinquecento. La manifestazione si trasforma subito in un presidio permanente: molti cittadini decidono di dormire nella piazza, e nei giorni successivi molti altri aderiscono alla mobilitazione. Comincia così la protesta «europeista» che in tutto il mondo diventerà nota col nome di «Euromaidan», e che vedrà la partecipazione di decine di migliaia di ucraini (1).


Chi sono i giovani di Maidan?
Chi sono, e cosa vogliono, i cittadini che manifestano contro la scelta di Janukovič? Alcuni commentatori dipingono Maidan come una sorta di complotto delle potenze occidentali contro il legittimo governo dell’Ucraina. I dimostranti, secondo questa lettura, sarebbero manipolati ad arte dai partiti dell’opposizione; e a Maidan sarebbe molto forte la presenza di movimenti neo-fascisti e di estrema destra (2). La realtà, soprattutto nelle prime fasi della mobilitazione popolare di Maidan, è molto diversa da questa rappresentazione caricaturale. I partiti di opposizione cercano, è vero, di cavalcare il movimento, ma i dimostranti respingono al mittente ogni tentativo di «appropriazione» della loro protesta. Il 24 Novembre le principali forze politiche della minoranza parlamentare – il partito Batkivschina di Julija Tymošenko, l’Alleanza Democratica Ucraina per la Riforma di Vitalij Klyčko e il gruppo di estrema destra Svoboda – convocano una manifestazione nella Piazza Europa di Kiev (Yevropeiska ploshcha), a poche centinaia di metri dalla Maidan Nezalezhnosti. Prende così forma una seconda protesta, interamente organizzata e guidata dai partiti di opposizione, che resterà a lungo distinta dal movimento cominciato il 21 Novembre. Per settimane, dunque, esistono due «Maidan» diverse e separate: la «Maidan» vera e propria, e la «pseudo-Maidan» dei partiti di opposizione. Le due
piazze non si parlano, e anzi si guardano con una certa diffidenza. I fascisti, quindi, a Maidan non ci sono. E non ci sono neppure i partiti flo-occidentali. Loro stanno in un’altra piazza (3).


L’europeismo di Maidan è davvero «di destra»?
Per buona parte della sinistra occidentale è difficile immedesimarsi nei manifestanti «europeisti» di Maidan. Qui da noi l’Unione Europea è vista – e con ottime ragioni – come un progetto sostanzialmente neoliberale, che nel corso dei decenni ha imposto tagli al welfare e alle spese sociali, in nome di una ortodossia monetarista importata dagli Stati Uniti. Ma noi, appunto, siamo dentro l’UE, e ne vediamo tutti i limiti. Per un paese come l’Ucraina, che ha dovuto subire soprattutto l’egemonia imperiale della Russia, l’Unione Europea rappresenta il sogno di un altro mondo possibile, l’immagine di una vita migliore.
Lo si vede bene dai risultati di un sondaggio condotto nel 2011 su un campione di circa 2.000 persone. Chiamati a indicare i vantaggi di una eventuale adesione alla UE, gli interpellati citano soprattutto le opportunità di libera circolazione per i cittadini ucraini (33%), e i benefici di tipo economico (lavoro stabile, salari più alti, interventi di welfare ecc.) (37%). Le risposte di natura «ideologica» (la vicinanza culturale dell’Ucraina alla civiltà europea) o di carattere «geopolitico» (l’UE come garanzia di sicurezza per il paese) sono nettamente minoritarie: sommate insieme, non arrivano al 20%. Bisogna poi aggiungere che Maidan non nasce dal nulla: negli anni precedenti – tra il 2009 e il 2013 – si erano già verificate varie proteste nelle città ucraine. E quasi tutte queste mobilitazioni riguardavano temi socio-economici: il lavoro, i salari, la sicurezza sociale, il diritto alla salute (4). Infine, per molti cittadini ucraini la scelta di cooperare con la UE non è affatto in contrapposizione con la Russia. In un altro sondaggio, effettuato nel 2013 dall’IPA (Institute of Public Afairs, un think tank con sede a Varsavia), emerge chiaramente che tanto i cittadini ucrainofoni quanto quelli russofoni sono favorevoli ad una politica «multivettoriale», cioè ad una cooperazione economica e politica sia con Bruxelles sia con Mosca. I manifestanti di Maidan, insomma, non sono sostenitori di quell’europeismo neoliberista che abbiamo imparato a conoscere nella parte occidentale del Vecchio Continente: sono giovani e meno giovani che, travolti dalla crisi globale,
contestano il loro governo, e chiedono una politica economica più giusta. Da questo punto di vista, Euromaidan è parte integrante di quella «rivolta globale» che dalle Primavere Arabe arriva fino a Gezi Park, passando per gli indignados spagnoli. Le piattaforme politiche e le rivendicazioni di questi movimenti sono ovviamente molto diverse, ma la temperie culturale è grosso modo la stessa (5).


L’accordo di associazione con l’Unione Europea del 2013
La protesta, come si è detto, nasce dal rifuto di Janukovič di firmare l’Accordo di Associazione con l’Unione Europea. È necessario precisare che l’«Accordo di Associazione» è cosa ben diversa dalla «adesione» all’UE; non è neppure una sorta di «pre-adesione», cioè un passo preliminare a un futuro ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea. Si tratta, molto più modestamente, di un accordo tra le due parti, che prevede sia clausole commerciali che impegni politici. Per quanto riguarda le clausole commerciali, l’Accordo si concretizza in quello che nel linguaggio delle burocrazie europee si chiama «Deep and Comprehensive Free Trade Agreement» o DCFTA: cioè una sostanziale liberalizzazione degli
scambi economici e una abrogazione dei dazi per le merci ucraine esportate nei paesi UE (in particolare per i prodotti agricoli).
Nella parte politica, l’Accordo contiene clausole più generiche: l’Ucraina si impegna a promuovere riforme costituzionali ed elettorali democratiche, a varare misure efficaci contro la corruzione, a tutelare i diritti umani e a rafforzare l’indipendenza della magistratura. Su quest’ultimo punto, uno dei più controversi, l’Unione Europea chiede in particolare la revisione del processo a Julija Tymošenko, condannata per corruzione nel 2011 a seguito di una vicenda giudiziaria considerata «illegale e arbitraria» dalla Corte di Strasburgo (6).
Se i vantaggi economici di un rapporto con la UE sono innegabili, meno chiaro è il rapporto che l’Accordo di Associazione ha con i finanziamenti provenienti dal Fondo Monetario Internazionale. L’Ucraina ha, in questo periodo, un debito di circa 44 miliardi di euro, e ha urgente bisogno del prestito promesso dall’FMI: tale prestito è però vincolato a una serie di riforme impopolari (tra cui quella delle pensioni), che solo qualche anno prima Janukovič non ha voluto varare temendo di perdere consensi elettorali. Formalmente, l’Accordo di Associazione e il prestito dell’FMI non sono legati tra loro: tuttavia, per convincere l’Ucraina a firmare l’Accordo, l’Unione Europea si è impegnata a fare pressione sul Fondo
Monetario affinché conceda il finanziamento (7).
Sul versante opposto, la Russia preme su Janukovič perché non firmi l’Accordo. Nell’Estate del 2013, mentre i negoziati con l’UE sembrano volgere al termine, Mosca impone una serie di dure sanzioni economiche a Kiev, che secondo l’Economist fanno perdere all’economia ucraina circa 15 miliardi di euro (8). In Autunno, al «bastone» segue la «carota»: in cambio della mancata firma dell’Accordo, Putin promette all’Ucraina un finanziamento agevolato di 15 miliardi di dollari e una riduzione consistente del prezzo del gas che la Russia fornisce al paese (9). Janukovič, da sempre vicino a Mosca, si fa convincere, e decide di non firmare l’Accordo di Associazione con la UE.


Janukovič, oligarca neoliberista
Per completare il quadro, non possiamo non spendere qualche parola su uno dei principali protagonisti di questa vicenda, il contestatissimo Viktor Janukovič. Fondatore del «Partito delle Regioni» di orientamento filo-russo, il Presidente dell’Ucraina fa parte a pieno titolo di quella che si usa chiamare «l’oligarchia» del paese. Con il termine «oligarchi» si indicano quegli ex dirigenti politici dell’epoca sovietica che, dopo il crollo dei regimi, si sono appropriati delle grandi aziende di Stato, trasformandosi in ricchi imprenditori e in magnati della finanza. Le privatizzazioni selvagge dei primi anni Novanta, condotte in una situazione di
grave caos istituzionale, non hanno infatti allontanato dai loro posti di potere i vecchi dirigenti comunisti: questi ultimi, al contrario, sono riusciti ad accaparrarsi ingenti risorse pubbliche a prezzi ridicoli, in quello che Steven L. Solnick ha definito «il furto dello Stato» (10).
Sempre negli anni Novanta, questi magnati hanno intrecciato alleanze tra loro, allo scopo di consolidare gli affari e di condizionare a proprio vantaggio la vita politica del paese. Sono così sorti tre grandi gruppi o «clan», ciascuno radicato in una specifica area geografica: il clan di Donetsk, quello di Dnipropetrovs’k e quello di Kiev. Janukovič è emerso rapidamente come il leader del gruppo di Donetsk, più potente degli altri perché espressione di una zona particolarmente industrializzata e ricca di risorse (11).
Dopo una lunga carriera al crocevia tra potere economico e potere politico, Janukovič viene eletto Presidente nel 2010, e nel corso degli anni utilizza tale incarico per incrementare le sue fortune e per rafforzare la sua cospicua rete di clientele e alleanze. Sotto la sua Presidenza l’Ucraina viene letteralmente depredata dalla corruzione, ed è vittima di quella che è stata definita una «cleptocrazia» (12). I metodi usati da Janukovič per appropriarsi di risorse pubbliche sono abbastanza noti. Uno dei più famosi riguarda le fonti energetiche. Naftogaz, l’azienda di Stato che commercializza petrolio e gas, vende il gas naturale estratto in Ucraina a prezzi artificialmente bassi (53 dollari per 1.000 metri cubi), per garantire bollette accessibili alle famiglie e ai lavoratori: in realtà, alcuni uomini d’affari – legati al «cerchio magico» del Presidente – rivendono una parte di quel gas alle aziende a prezzi di mercato (fino a 400 dollari per 1.000 metri cubi), ricavandone profitti da capogiro (oltre 3 miliardi di dollari all’anno, secondo alcune stime). Il secondo meccanismo di appropriazione è legato a quelle che in Italia chiameremmo «grandi opere»: un tipico esempio sono le infrastruture costruite per gli Europei 2012 di calcio, su cui i politici legati al Presidente hanno intascato tangenti per un valore di almeno due miliardi di dollari
l’anno. Infine, gli uomini di Janukovič, inseriti nei posti chiave del governo e dell’amministrazione, hanno letteralmente depredato le casse dello Stato, appropriandosi di fondi pubblici con metodi illegali (falso in bilancio, corporate raiding e altro): secondo alcune stime, il «furto» annuale a carico dello Stato ammonta a cifre che vanno dai 3 ai 5 miliardi di dollari (13). Uomo corrotto e senza scrupoli, Janukovič è anche promotore di politiche neoliberali e anti-sociali: negli anni della sua Presidenza negozia e firma accordi con il Fondo Monetario Internazionale, mettendo parzialmente in atto le politiche di «austerità» da esso raccomandate. Il mix di politiche economiche liberiste e di corruzione dilagante impoverisce la popolazione, creando le condizioni di una rivolta sociale (14).


Le prime repressioni e la svolta: fine 2013-inizio 2014
Torniamo ora alle proteste di Euromaidan. Il primo momento di svolta in questa intricata vicenda arriva tra il 29 e il 30 Novembre 2013. Alle quattro del mattino, con il pretesto di installare un albero di Natale sulla Piazza Maidan (!), 500 uomini della Berkut (la polizia speciale ucraina) si presentano in tenuta antisommossa per disperdere il presidio. I dimostranti vengono brutalmente aggrediti, bersagliati coi gas lacrimogeni e inseguiti per centinaia di metri fuori dalla piazza. Decine di manifestanti e di giornalisti indipendenti vengono feriti e condotti in arresto, e quattordici persone risultano disperse dopo essere state fermate dalla polizia (15). Dieci giorni dopo la polizia tenta nuovamente di sgomberare la
piazza con la forza, ancora una volta senza successo.
Ma il vero e proprio «giro di vite» avviene a metà Gennaio, quando il Parlamento approva un pacchetto di leggi liberticide volte a reprimere proprio la protesta di Maidan. Le nuove norme volute da Janukovič impongono l’obbligo di registrazione a tutte le organizzazioni che ricevono finanziamenti dall’estero
(un chiaro monito alle Ong filo-occidentali); prevedono l’arresto e la detenzione per chi partecipa a manifestazioni non autorizzate, e puniscono con sei anni di carcere l’occupazione (anche pacifica) di edifici pubblici; infine, sanzionano severamente la diffamazione e la diffusione di non meglio definite «idee estremiste», autorizzando di fatto la censura contro i giornalisti e i blogger indipendenti (16). I cittadini ucraini reagiscono con sdegno, e nei giorni successivi si susseguono manifestazioni e scontri violentissimi con la polizia. In questo clima infuocato, l’identità del movimento Euromaidan comincia a
cambiare in modo irreversibile. In primo luogo, la repressione poliziesca induce i manifestanti a collocarsi soto l’ombrello protettivo dei parlamentari dell’opposizione: così, quelli che fino a pochi mesi prima erano percepiti come intrusi diventano ora interlocutori – per così dire – «obbligati», e finiscono per assumere
la leadership di fatto della protesta.
In secondo luogo, la crescente violenza delle forze di polizia spinge il movimento a costruire vere e proprie squadre di autodifesa, in alcuni casi anche armate. Ed è qui, nelle squadre di autodifesa, che cominciano a «infiltrarsi» gli attivisti dell’estrema destra ucraina: resteranno una sparuta minoranza, e non avranno mai alcuna egemonia sul movimento, ma faranno molto parlare di sé. Il tristemente noto «Pravyj Sektor», gruppo paramilitare di simpatie naziste, nasce proprio come squadra di autodifesa (17).
In terzo luogo, il movimento Euromaidan cambia pelle: diminuisce al suo interno la presenza dei cittadini di Kiev, mentre si fa sempre più consistente il numero di attivisti provenienti dalle zone ovest dell’Ucraina, culturalmente più vicine all’Europa occidentale. Il movimento, insomma, si fa sempre più ucrainofono
e più «europeo» (18).
Infine – quarto punto – lo scontro tra dimostranti e governo diventa sempre meno una questione di politica interna, e comincia a coinvolgere le grandi potenze internazionali: da un lato l’Unione Europea e la Nato, che sostengono apertamente l’opposizione, dall’altro la Russia di Putin che difende il governo.


I fatti di Febbraio 2014: ci fu davvero un «colpo di stato»?
Agli inizi del 2014 la rivolta di Euromaidan rischia di degenerare in una vera e propria guerra civile. Il 18 Febbraio un lungo corteo sfila per le strade di Kiev e tenta di avvicinarsi al palazzo del Parlamento: in città si è difusa la notizia che la proposta di riforma costituzionale presentata dall’opposizione non è stata calendarizzata dal Presidente della Verchovna Rada, la Camera ucraina, e la cosa ha fatto infuriare molti cittadini. La polizia passa all’attacco e carica il corteo con estrema violenza. Poche ore dopo il governo lancia un ultimatum: entro le 18:00 dello stesso giorno i manifestanti devono sgomberare la Piazza Maidan, occupata ormai da mesi. L’ultimatum viene ovviamente respinto, e la polizia procede ad una repressione di inedita violenza: per tutta la note gli agenti attaccano il presidio,
sparando ad altezza uomo con i fucili e usando cannoni ad acqua contro attivisti e semplici cittadini (19).
Gli scontri vanno avanti per diversi giorni, e lasciano sul terreno almeno un centinaio di morti. Tra gli elementi più controversi di questa vicenda vi è la presenza di veri e propri cecchini, appostati sui tetti, che sparano sui manifestanti: le opposizioni accuseranno il Presidente di aver inviato quei cecchini, mentre la
propaganda russa cercherà di accreditare l’ipotesi di un’operazione false fag orchestrata dagli americani per delegittimare il governo (20).
Il 21 Febbraio le forze dell’opposizione avviano un dialogo con il Presidente Janukovič, per trovare una soluzione che ponga fine alla guerra civile: al tavolo delle trattative intervengono anche tre Ministri dell’Unione Europea, nonché il Difensore Civico russo Vladimir Lukin, a dimostrazione del fatto che la vicenda è divenuta ormai una contesa internazionale. Si arriva così a un accordo accettato da tutti i partecipanti, con la sola eccezione di Lukin. L’accordo prevede il ritorno immediato alla Costituzione del 2004 (che in pratica equivale a un ridimensionamento dei poteri del Presidente), la formazione di un governo di unità nazionale, l’approvazione entro la fine del 2014 di una riforma costituzionale, la
convocazione di nuove elezioni, l’immediato cessate il fuoco e l’avvio di un’inchiesta indipendente sulle violenze della polizia (21). Dopo aver firmato l’accordo, però, Janukovič fugge dal paese, e scompare per alcuni giorni. Si fa vedere solo il 28 Febbraio, nella città russa di Rostov sul Don, in una conferenza stampa in cui accusa le opposizioni e il movimento di Maidan di aver organizzato un vero e proprio colpo di stato (22).
In assenza del Presidente, il Parlamento assume pieni poteri, e adotta alcune misure straordinarie: convoca nuove elezioni presidenziali per il 25 Maggio, ed elegge un Presidente provvisorio nella persona di Oleksandr Turchynov, leader del partito Batkivshchyna e braccio destro di Yulia Tymoshenko (23).
Questa complessa serie di avvenimenti (gli scontri del 18-20 Febbraio, l’accordo di pace del giorno 21, la fuga di Janukovič e l’assunzione di pieni poteri da parte del Parlamento) sono stati spesso interpretati come un colpo di stato, sulla scia delle accuse lanciate dal Presidente fuggitivo. L’ultimo a proporre questa lettura è stato il noto storico Luciano Canfora, sulle colonne del quotidiano Il Riformista, nel Marzo 2022 (24).
Questa interpretazione è però assai problematica e difficile da sostenere. Non c’è dubbio che l’uscita di scena di Janukovič sia stata viziata da numerose irregolarità formali e sostanziali. Altrettanto indubbio è il carattere decisamente «irrituale» delle decisioni del Parlamento (la Costituzione ucraina non consente
alle assemblee elettive di «sostituirsi» al Presidente, se non in caso di morte di quest’ultimo o di un formale atto di impeachment). E tuttavia la precipitosa fuga di Janukovič è stata altrettanto «irrituale», se non proprio eversiva, e ha provocato una situazione di grave caos nel paese: nell’inedito vuoto di poteri che si è venuto a creare, il Parlamento – in quanto eletto dal popolo – era l’unica istituzione capace di garantire un minimo di legalità democratica. D’altra parte, l’ex Presidente si era reso responsabile di gravissime violazioni costituzionali, tra cui le leggi «anti-protesta» del mese di Gennaio che avevano gravemente minato le più elementari garanzie del diritto. Se definiamo «colpo di stato» la cacciata di Janukovič, la stessa qualifica va attribuita agli atti eversivi compiuti dallo stesso Janukovič negli ultimi mesi della sua presidenza (25).
In realtà, è del tutto improprio parlare di «golpe»: le vicende del Febbraio 2014 vanno più plausibilmente interpretate come una complessa serie di forzature della legalità, compiute principalmente da Janukovič, e in misura minore dalle opposizioni parlamentari (26).


La controffensiva russa: la ridefinizione degli scontri come «conflitto etnico»
e la questione della Crimea

Agli inizi di Marzo il Presidente russo Vladimir Putin tiene a Mosca una conferenza stampa, nella quale accusa apertamente il nuovo governo ucraino e le potenze occidentali di aver violato la legalità. In questa conferenza stampa vengono definiti per la prima volta gli assi portanti della propaganda russa: secondo Putin, l’uscita di scena di Janukovič sarebbe il frutto di un golpe ordito dalle potenze occidentali, e il nuovo governo ucraino, egemonizzato da forze esplicitamente naziste, starebbe promuovendo una vera e propria pulizia etnica ai danni della minoranza russofona (27).
Gli stessi temi saranno ripresi, nelle settimane e nei mesi successivi, da tutti i media in qualche modo controllati dal governo russo: colossi dell’informazione come Russia Today e Sputnik diffonderanno sempre più spesso notizie distorte, e a volte deliberatamente inventate, per accreditare l’immagine di una minoranza etnica russa assediata e vittima di persecuzioni sistematiche. Il culmine di questa campagna di disinformazione viene raggiunto il 12 Luglio 2014, quando l’emittente televisiva Pervy Kanal (Primo Canale) intervista la signora Galina Pyshniak, una rifugiata proveniente dalla città di Sloviansk: la signora racconta di aver assistito alla scena raccapricciante di un bambino di appena tre anni, proveniente da una famiglia russofona, ucciso dai miliziani ucraini mediante crocifissione di fronte agli occhi atterriti della madre. La notizia farà il giro del mondo, ma inchieste indipendenti condotte dalla BBC e dal quotidiano russo Novaya Gazeta ne accerteranno la falsità (28). Il diluvio di fake news sul confitto ucraino è
abilmente orchestrato dal governo e dai servizi segreti di Mosca, che mobilitano un vero e proprio esercito di bot e falsi profili sui social network (29).
Questa campagna di disinformazione serve a Putin per accreditarsi come il difensore della minoranza etnica russa in Ucraina, e dunque per intervenire militarmente nel paese. Già alla fine di Febbraio, centinaia di uomini delle forze speciali agli ordini del Cremino affluiscono nella penisola di Crimea: non indossano uniformi né segni di riconoscimento, si fanno passare per semplici cittadini
appartenenti a «squadre popolari di autodifesa» e occupano edifici governativi, aeroporti e strade. In pochi giorni, puntando anche sull’efetto sorpresa, questi misteriosi «uomini verdi» prendono il controllo dell’intera Crimea. Il 16 Marzo, un frettoloso referendum – tenuto in assenza di osservatori internazionali indipendenti – sancisce l’annessione della penisola alla Federazione Russa. Nel mese di Aprile, poi, Putin riconoscerà che gli «uomini verdi» erano soldati dell’esercito privi di uniformi (30).
Al di là degli aspetti militari, la campagna di disinformazione lanciata dal Cremlino ha un potente effetto di reframing: riesce cioè a orientare l’opinione pubblica, imponendo una nuova lettura della «questione ucraina». Se fino a questo momento lo scontro tra Janukovič e le opposizioni era stato visto come
un confitto politico e geo-politico, adesso molti commentatori – anche occidentali – cominciano a interpretarlo come un conflitto etnico: cioè come un contrasto tra il gruppo maggioritario degli «ucrainofoni» e l’etnia «russofona» (quest’ultima descritta spesso come minoranza marginalizzata e discriminata). Comincia così a diffondersi quello che è stato chiamato «il mito delle due Ucraine», su cui vale la pena soffermarsi brevemente.


Esistono davvero due Ucraine?
L’esistenza vera o presunta di due rilevanti gruppi linguistici (il gruppo ucraino e quello russo) ha spinto molti commentatori a dipingere l’Ucraina come una sorta di «Svizzera dell’Est», con una maggioranza ucrainofona nella parte occidentale e alcuni «cantoni» russofoni nelle zone orientali (si veda la mappa pubblicata da Limes).
Le cose, però, sono assai più complesse. L’Ucraina non è un paese diviso tra due «nazionalità» distinte e separate dalla lingua: è, al contrario, un territorio diffusamente bilingue e plurilingue, dove quasi tutti i cittadini parlano correntemente sia il russo che l’ucraino, e dove non esiste una distinzione netta tra i due
gruppi. Come testimonia Joanna Fomina, studiosa dell’identità e della storia del paese, «accade spesso che, in una conversazione informale, una persona parli ucraino e l’altra risponda in russo» (31). Già i dati dell’ultimo censimento – condotto nell’ormai lontano 2001 – evidenziavano una diffusa mixitè linguistica,
culturale ed «etnica»: ad esempio, molti cittadini si consideravano ucraini ma dichiaravano poi di parlare russo in famiglia e nei contesti informali (32). Una discrepanza ancor più rilevante emergeva da un sondaggio condotto nel 2004 dal Russian Center of Demographics and Human Ecology: il 30% dei cittadini ucraini si considerava «russofono» – affermava cioè di parlare russo come lingua madre –
ma la percentuale di coloro che dichiaravano di usare correntemente il russo nelle situazioni quotidiane, in famiglia e tra gli amici, arrivava al 60%. Vi era dunque una quota molto consistente di cittadini che si definivano etnicamente ucraini, che dichiaravano l’ucraino come lingua madre, e che però usavano comunemente il russo (33). Alle stesse conclusioni è arrivata una rilevazione condotta nel 2013 dal già citato Institute of Public Affairs: gran parte dei cittadini si sono dichiarati «di nazionalità ucraina», ma molto di loro hanno riconosciuto di parlare il russo come lingua privilegiata per gli scambi informali e per le discussioni familiari.
Infine, in molte zone dell’Ucraina centro-occidentale è difuso il suržik, una sorta di dialetto – in termini linguistici andrebbe definito propriamente come un code-mixing, una varietà di contatto – in cui si mescolano e si intrecciano il russo e l’ucraino (34). Dal punto di vista «etnico», dunque, l’idea delle «due Ucraine» è del tutto infondata, ed è nient’altro che un mito nazionalista. Come ha spiegato uno scrittore di Odessa, l’Ucraina ha ricevuto un regalo raro da Dio: qui tutti capiscono tutti. Dite qualcosa in russo e vi capiranno. Risponderanno nella lingua che preferiscono e voi li capirete. E anche se non capite, lo ripeteranno in una lingua che potete capire (35).
È vero, beninteso, che l’Ucraina è divisa in due aree molto diverse. Esiste infatti un divario evidente tra la zona occidentale, che vive di agricoltura e di terziario e che è culturalmente vicina all’Europa, e le regioni orientali, più ricche e industrializzate e da sempre legate alla Russia. È altrettanto vero che nella parte
Est la lingua ucraina è meno difusa che all’Ovest, tanto che si può parlare a ragione di zone più marcatamente «russofone». E tuttavia la mixité linguistica propria di tutto il paese – anche delle zone orientali – non autorizza in alcun modo a parlare di due «etnie» radicalmente diverse, né di «cantoni russi». Quella tra Est e Ovest è una divisione economica, politica e in una certa misura culturale, che non ha nulla a che vedere con un (finora inesistente) confito «etnico» tra russi e ucraini.


Il nazionalismo ucraino e le inquietudini del Donbass
È la Russia di Putin che, all’indomani della fuga di Janukovič, spinge per una progressiva ridefinizione dello scontro sociale come conflitto «etno-nazionale».
Sul versante opposto, anche il nuovo governo di Kiev promuove però un’intensa propaganda nazionalista, in cui l’Ucraina è presentata come un paese esclusivamente europeo, «occidentale» e per questo estraneo alla cultura e all’identità russa: un’immagine, come abbiamo visto, assai lontana dalla realtà.
Il nazionalismo ucraino non nasce nel 2014: è ben radicato nella storia del paese, ed è un elemento centrale della sua identità collettiva almeno dagli anni dell’indipendenza. Ha, come molti altri nazionalismi dell’Est Europa, una marcata venatura anti-comunista, e per questo tende a rivalutare sul piano memoriale tutte le figure storiche che a vario titolo si sono opposte alla Russia sovietica, spesso dimenticando il loro coinvolgimento nei massacri e nelle pulizie etniche novecentesche.
Emblematica, da questo punto di vista, è l’esaltazione di Stepan Bandera, fondatore negli anni ’40 dell’Esercito Insurrezionale Ucraino e fiancheggiatore della Germania hitleriana. Negli ultimi anni Bandera è divenuto uno dei simboli della nuova Ucraina, con una impressionante rimozione del suo ruolo storico di collaborazionista e criminale di guerra. La stessa protesta di Maidan ha adottato simboli «banderisti», come il drappo rosso-nero dell’Esercito Insurrezionale e lo slogan «Slava Ukraïni! Herojam slava!» (Слава Україні! Героям слава!, ossia «Gloria all’Ucraina! Gloria agli Eroi! ») gridato da tuti i manifestanti di Kiev.
Sarebbe però un errore identifcare il nazionalismo ucraino con il nazismo o con l’estrema destra nostalgica. In realtà, la memorialistica «banderista» si basa – potremmo dire – su una trasfigurazione hollywoodiana del personaggio di Bandera, percepito da molti ucraini semplicemente come un eroe anti-sovietico e quindi democratico, con un signifcativo oblio dei suoi legami col nazismo (36). Come ha spiegato Serhy Yekelchyk, si può dire che, nel corso della Rivoluzione di EuroMaidan, l’immagine di
Bandera ha acquisito un nuovo significato: essa è divenuta un simbolo della resistenza al regime corrotto sostenuto dalla Russia, a prescindere dall’effetivo ruolo storico di Bandera, fautore di un etnonazionalismo escludente (37).
Un altro aspetto centrale del nazionalismo ucraino – e uno dei più equivocati – è quello linguistico, che riemerge prepotentemente all’indomani delle manifestazioni di Maidan: proprio mentre Janukovič sta fuggendo all’estero, il 23 Febbraio, la Verkhovna Rada (il Parlamento ucraino) vota per l’abrogazione
della cosiddetta «legge Kivalov-Kolesnichenko» del 2012, cioè della norma – fortemente voluta da Janukovič – che garantiva di fatto al russo lo status di «seconda lingua» del paese (la nuova legge non entrerà in vigore perché il Presidente apporrà il suo veto).
La battaglia per l’«ucrainizzazione linguistica» è uno degli assi portanti del nazionalismo ucraino: si basa sul mito, tipico di molti altri nazionalismi (incluso quello italiano), secondo cui ogni «popolo» si identifca con una, e una sola, lingua nazionale. Secondo questa idea, gli ucraini non saranno mai un popolo «maturo» se continueranno a parlare una lingua non loro, importata dai «colonizzatori» di Mosca: di qui le proposte di legge volte a garantire l’egemonia della lingua ucraina su quella russa.

Non bisogna però fare l’errore di vedere in questa campagna di «ucrainizzazione» una volontà di proibire l’uso del russo, di discriminare la minoranza russa, o ancora di attuare una sorta di «pulizia etnica» ai danni dei cittadini russofoni. Molti attivisti nazionalisti sono anche loro russofoni, e difficilmente potrebbero patrocinare una qualche forma di discriminazione contro se stessi. In realtà, queste campagne nazionaliste vanno intese come una forma di «autoeducazione» del popolo: come una sollecitazione a parlare ucraino, a identificarsi con l’idioma «autentico» (o presunto tale) del proprio paese. Parafrasando
un celebre moto del Risorgimento italiano, si potrebbe dire che, per i nazionalisti, una volta fatta l’Ucraina (cioè una volta che il paese è divenuto indipendente), è necessario fare gli ucraini. Le norme sulla lingua emanate nel corso degli anni, dalla Rivoluzione Arancione del 2004 a oggi, non hanno mai proibito l’uso
della lingua russa in senso assoluto – come talvolta si sente dire – ma hanno cercato (senza peraltro riuscirci del tutto) di conferire all’ucraino lo status di unica lingua «ufciale», cioè parlata nelle Università, nelle scuole e nelle Pubbliche Amministrazioni (38).
L’esasperato nazionalismo anti-russo diffuso all’Ovest è però destinato a creare attriti e conflitti con le zone orientali e meridionali. Qui, come abbiamo visto, sono ancora molto forti i legami con Mosca, sia dal punto di vista economico (tutta l’area vive di scambi commerciali con la Russia), sia dal punto di vista
culturale e linguistico. Al contrario di quanto si crede di solito, però, la zona sud-orientale non si sente «etnicamente russa»: prevale, piuttosto, una diversa interpretazione dell’«identità nazionale», in cui l’Ucraina non è vista come un paese compiutamente occidentale ed europeo, ma come un territorio misto, segnato da una storia di legami con il mondo euro-asiatico.
Un sondaggio condotto nell’Aprile 2014 dall’Istituto Internazionale di Sociologia di Kiev aiuta a capire questo diverso approccio: come i loro omologhi dell’Ovest, anche gli ucraini del Sud-Est considerano Janukovič un Presidente illegittimo (così viene definito dal 70% degli interpellati), e molti di loro non vogliono l’annessione delle loro regioni alla Russia (70% in tutta la zona del Sud-Est, poco più del 50% nelle regioni di Donetsk e Luhansk). Al contempo, però, si dichiarano contrari all’ingresso nella UE, e dicono di preferire l’adesione all’Unione doganale con la Russia, la Bielorussia e il Kazakhstan (47% in tutto il Sud-Est, il 72% a Donetsk e il 64% a Luhansk). Come si vede, l’identità «ucraina» non viene messa in discussione: piuttosto, si pensa ad un paese che rafforza i suoi legami economici e culturali con la Russia. Nella primavera del 2014, alla vigilia della guerra del Donbass, le spinte ad una vera e propria secessione sono dunque largamente minoritarie. Tuttavia, la diffusione di un nazionalismo ucraino fortemente «occidentalista», anti-russo e anti-sovietico, suscita profonde inquietudini in una parte delle popolazioni orientali e meridionali del paese: ed è su queste inquietudini che fa leva la propaganda di Putin.

Aprile 2014: l’inizio della guerra in Donbass
Il termine «Donbass» è l’abbreviazione di «Doneckij bassejn» (Донецкий бассейн), cioè «bacino del Donec». Il Donec è un fume affluente del Don che attraversa tre oblast, cioè tre regioni dell’Ucraina orientale: quella di Luhansk, la più a est, quella di Donetsk e quella di Dnipropetrovsk (39). È in queste zone che, nella Primavera 2014, si assiste a un’offensiva militare russa, destinata a degenerare ben presto in un vero e proprio conflitto armato.
Già agli inizi di Marzo, nelle principali cità di questa zona si tengono manifestazioni a favore di Janukovič: i dimostranti occupano gli edifici delle amministrazioni pubbliche, e si scontrano con gli attivisti pro Maidan, che qui sono una minoranza ma che godono comunque di un certo consenso (40).
Attorno alla metà di aprile queste manifestazioni «filo-Janukovič» assumono un carattere più marcatamente paramilitare: nelle occupazioni degli edifici pubblici, ai semplici cittadini e agli attivisti si affiancano quei misteriosi «uomini verdi» armati che già erano stati protagonisti dell’occupazione della Crimea. Tra di loro viene riconosciuto Igor Girkin, noto col nome di battaglia di «Strelkov», ex funzionario dei servizi segreti del Cremlino ora a capo di una unità militare proveniente dalla Russia (41).
L’intervento militare in Donbass produce una vera e propria secessione: due oblast (regioni) si separano da Kiev, e danno vita alla Repubblica Popolare di Donetsk (il 7 Aprile) e alla Repubblica Popolare di Luhansk (il 27 Aprile), due nuove entità statali auto-proclamate, non riconosciute dal governo ucraino e sostenute di fato da Mosca (42).
Il 15 Aprile, in risposta alle iniziative secessioniste dei flo-russi, il Presidente ucraino Oleksandr Turchynov annuncia l’inizio di una «operazione anti-terrorismo», con l’invio dell’esercito nella Repubblica «ribelle» del Donetsk: da questo momento, l’aspro confronto nel Donbass si trasforma in una vera e propria
guerra (43).


Le elezioni presidenziali del 25 Maggio 2014 e l’ascesa di Poroshenko
Le elezioni presidenziali del 25 Maggio 2014 vedono la vittoria schiacciante, al primo turno, di Petro Poroshenko, candidatosi con un programma filo-occidentale e marcatamente nazionalista. Ricchissimo imprenditore, proprietario dell’emitente televisiva 5 Kanal e magnate dell’industria dolciaria (è il titolare
dell’azienda Roshen, che produce cioccolato), Poroshenko è la quintessenza del trasformismo: è stato sostenitore, negli anni Novanta, dell’allora Presidente Leonid Kuchma; poi, nel 2001, si è associato al diretto avversario di Kuchma, Viktor Yushchenko; quando la popolarità di Yushchenko ha cominciato a calare, Poroshenko lo ha abbandonato per avvicinarsi alla lady di ferro Julija Tymošenko; dopo la sconfitta di quest’ultima alle elezioni del 2010, il magnate del cioccolato si è unito a Janukovič, con il quale ha collaborato fino alla rivolta di Euromaidan, in cui ha preso inaspettatamente le parti dei dimostranti. Abile politico e scaltro trasformista, Poroshenko è figura gradita alle cancellerie occidentali, e dopo le turbolenti vicende della prima metà del 2014 è divenuto punto di riferimento di una parte degli oligarchi: è dunque l’uomo perfetto per archiviare la stagione delle proteste popolari nel segno di un’apparente (e ipocrita) continuità con Euromaidan (44).
Le elezioni segnano la sconfta dell’altra candidata filo-occidentale, Julija Tymošenko, che si ferma al 13%, nonché la sostanziale scomparsa del «Partito delle Regioni» fondato da Janukovič: il suo candidato Mykhailo Dobkin prende poco più di 500mila voti, appena il 3%. Nonostante la loro grande visibilità mediatica, le forze neo-naziste hanno un risultato elettorale catastrofico: Svoboda, lo storico partito di estrema destra, prende poco più dell’1%, mentre il gruppo «Pravyj Sektor» nato nella temperie di Euromaidan si ferma allo 0,7%; messe insieme, le due liste raccolgono poco meno di 350mila voti.


Elezioni presidenziali Maggio 2014. Risultati
Candidato Movimento Orientamento Voti %


Petro O. Porosčenko Syl’na Ukrajina Filo-occidentale, europeista 9.857.308 55,46%
Julija Tymosčenko U.P. “Patria” Filo-occidentale, europeista 2.310.050 13,00%
Oleh Ljasčko Partito Radicale di O. L. ” “, nazionalista 1.500.377 8,44%

Anatoliy Hrytsenko Posizione Civica ” “, conservatore 989.029 5,56%

Mykhailo Dobkin Partito delle Regioni filo-russo, conservatore 546.138 3,07%

Dmytro Yarosh Settore destro filo-occidentale, estrema destra 127.772 0,72%

Oleh Tyahnybok Svoboda (Libertà) ” ” ” ” 210.476 1,18%

Altri candidati Varie Varie 2.233.695 12,57%

Fonte: Вибори Президента України, 2014, dal sito del Governo Ucraino, citato in Wikipedia,
voce Elezioni presidenziali in Ucraina 2014

Le due destre: neofascisti russi e ucraini nella guerra del Donbass
L’«operazione anti-terrorismo» lanciata da Kiev – cioè il tentativo di riprendere il controllo delle province del Donbass – si scontra con la strutturale debolezza dell’esercito ucraino: secondo un report dell’Atlantic Council, i soldati impiegati nella regione sono in inferiorità numerica rispetto ai combattenti separatisti,
e per di più questi ultimi – grazie ai rifornimenti che ricevono dalla Russia – sono meglio equipaggiati e armati (45). Per sopperire a tale gap, il Ministero dell’Interno decide di autorizzare l’invio nel Donbass di milizie di combattenti volontari, da affiancare alle truppe vere e proprie: nel corso del 2014 si costituiscono così decine di brigate paramilitari «spontanee», per lo più formate da attivisti nazionalisti e finanziate da oligarchi e imprenditori ucraini. Secondo alcune stime, alla fine dell’anno queste unità paramilitari arriveranno ad essere una quarantina, per un totale di più di 13.000 combattenti effettivi (46).
Tra le brigate più discusse c’è il famoso «battaglione Azov», espressione di piccole ma agguerrite formazioni politiche neo-naziste, razziste e antisemite. Il battaglione nasce nel Febbraio 2014, quando alcuni componenti del gruppo di estrema destra Patriót Ukrayíny (Патріо́т Украї́ни, cioè «Patriota d’Ucraina») escono dal carcere, dove erano detenuti per atti di terrorismo, e si ritrovano all’hotel Kozats’kiy di Kiev: qui decidono di costituire una milizia volontaria e prendono contati con il Ministero dell’Interno, che ad Aprile li autorizza a partecipare alla guerra in Donbass. Principale fnanziatore del gruppo è l’oligarca israelo-ucraino Igor Kolomoisky, magnate dell’energia che più tardi contribuirà
all’ascesa elettorale del presidente Zelensky. Nel mese di Maggio il neo-costituito «battaglione Azov» va a combattere nella città di Mariupol e sconfigge i separatisti filo-russi, guadagnandosi le simpatie e l’appoggio dei comandi militari (47).
Secondo Amnesty International e Human Rights Watch, nel corso del conflitto in Donbass il battaglione Azov si renderà responsabile di gravi crimini di guerra: torture, uccisioni indiscriminate, abusi sui prigionieri, nonché violente aggressioni contro insediamenti di rom (48).
Studiando il «battaglione Azov», il politologo tedesco Andreas Umland ha scoperto che molti dei suoi fondatori sono stati legati, in passato, all’estrema destra russa. Dmytro Korchyns’kyy, uno dei leader storici del battaglione, ha partecipato a metà anni Duemila ai campi estivi del movimento «Nashi» (un gruppo neo-fascista legato al Cremlino), e ha fatto parte tra il 2004 e il 2007 del Consiglio Direttivo del «Movimento Internazionale Euro-Asiatico» (Международнае Евразийскoй Движение, traslitterato: Meždunarodnae Evrazijskoj Dviženie), una formazione politica guidata dal filosofo sovranista russo Aleksandr Dugin (49).
Può sembrare curioso che i militanti dell’estrema destra ucraina abbiano «preso lezioni» proprio da Dugin, sostenitore di un nazionalismo «pan-russo» e uomo molto vicino al Cremlino (lo stesso Putin ha partecipato a più riprese agli incontri del «Movimento Internazionale Euro-Asiatico») (50).
In realtà, Dugin è l’ispiratore e il «cattivo maestro» di un’intera generazione di attivisti dell’estrema destra in tutta Europa. Il suo programma politico è caratterizzato da una forte venatura autoritaria, da spiccate tendenze antisemite, omofobe e razziste, e da una dichiarata ostilità alla democrazia: l’estrema destra
ucraina ha ripreso tutti questi elementi, limitandosi a trasformare il nazionalismo «pan-russo» di Dugin in un nazionalismo «ucraino» e filo-occidentale.
Sull’altro versante, anche le repubbliche separatiste di Donetsk e Luhansk sono guidate da neo-fascisti, uomini di estrema destra e seguaci di Dugin. Il primo «Governatore del Popolo» del Donetsk, Pavel Gubarev, è stato per anni membro del partito neonazista «Unione Nazionale Russa» (Rússkiy Natsiońlniy Soyúz, Ру́сский Национа́льний Сою́з); il 14 Maggio 2014, al congresso dell’organizzazione «Nuova Russia» da lui stesso fondata, si è premurato di invitare Alexander Dugin e lo scrittore neonazista Alexander Prokhanov. Sempre nel Donetsk, il Primo Ministro è Alexander Borodai, altro nazionalista sostenitore di tesi suprematiste bianche. In prima fla nelle occupazioni degli edifici pubblici, nel mese di Marzo, c’era Aleksandr Matyushin, seguace di Dugin, dichiaratamente omofobo e antisemita (51).
Se poi si leggono le «costituzioni» delle repubbliche auto-proclamate, la matrice di destra risulta evidente: nelle due carte fondamentali la fede ortodossa viene proclamata religione di Stato, i «valori tradizionali del mondo russo» sono l’elemento fondativo delle istituzioni, l’omosessualità è considerata un crimine e l’aborto è esplicitamente vietato (52).
In alcuni ambienti della sinistra occidentale le entità statali separatiste sono state spesso viste, erroneamente, come una riedizione delle vecchie «repubbliche popolari» sovietiche. L’equivoco deriva dal fatto che l’estrema destra «euroasiatica» (quella che si ispira a Dugin) esalta tutti gli aspetti veri o presunti del passato «imperiale» russo: dunque, paradossalmente, nel pantheon delle sue figure di riferimento rientrano tanto gli zar quanto Stalin (quest’ultimo visto però non come leader comunista, ma come interprete delle ambizioni imperiali della grande Russia).


Donbass: i crimini di guerra russi e ucraini
Nel suo discorso allo stadio Luzhniki di Mosca, il 18 Marzo 2022, Vladimir Putin ha definito il conflitto del Donbass un «genocidio» perpetrato dalle autorità di Kiev ai danni della minoranza russa: questa versione dei fatti è stata prontamente ripresa dai media vicini al Cremlino, e anche da alcuni commentatori
italiani (53).
In realtà il confito del Donbass non può in alcun modo essere letto come un’aggressione unilaterale da parte di Kiev, né tantomeno come un genocidio contro la minoranza russofona: e a dimostrarlo è la stessa, tragica contabilità delle vittime. Secondo l’Alto Commissariato ONU per i diritti umani, tra il 14 Aprile 2014 e il 31 Dicembre 2021 sono state uccise circa 14.000 persone: tra queste si contano 3.400 civili, 4.400 soldati ucraini e 6.500 miliziani separatisti. Simili cifre non disegnano il quadro di un genocidio ma quello – drammatico – di una guerra, dove muoiono cittadini comuni e combattenti di entrambi i fronti (54).
Quella del Donbass è stata ed è una «guerra sporca» (ammesso, e non concesso, che ve ne siano di pulite): una guerra in cui entrambe le parti – l’Ucraina aggredita e i separatisti aggressori – hanno infranto tregue e accordi di pace, ucciso civili innocenti, torturato prigionieri e violato diritti umani. Sul versante dei filo-russi, l’elenco dei crimini di guerra è molto lungo, e qui possiamo citarne solo alcuni. Le milizie paramilitari delle due repubbliche hanno ad esempio saccheggiato i beni ed espropriato illegalmente le case dei molti cittadini ucraini (circa un milione e mezzo, secondo alcune stime) che si sono allontanati dalla zona per sfuggire alle violenze (55). Alla fine di Agosto 2014, a Ilovaisk nel Donetsk, un battaglione di soldati ucraini è stato preso d’assalto dai miliziani flo-russi mentre si stava ritirando: nel corso del bombardamento, totalmente ingiustificato, hanno perso la vita centinaia di militari e di civili; i sopravvissuti sono stati fatti prigionieri, e hanno subito abusi e trattamenti inumani e degradanti (56). Nel Donbass le repubbliche separatiste hanno aperto numerosi centri di detenzione, dove sono stati rinchiusi prigionieri di guerra, attivisti per i diritti umani e oppositori politici: tristemente famosa è la struttura di «Izoliatsiia», nel Donetsk, un vero e proprio centro di torture che non ha nulla da invidiare a Guantanamo (57). Il 17 Luglio 2014 un missile terra-aria abbatte l’aereo di linea MH17 della Malaysian Airlines, che sta transitando nei cieli del Donbass: muoiono 298 passeggeri civili, in quello che è ricordato come uno dei principali disastri aerei degli ultimi anni. Un’inchiesta indipendente dell’agenzia giornalistica Bellingcat, e poi un’indagine internazionale a guida olandese, hanno confermato che il missile apparteneva alla 53esima Brigata antiaerea delle forze armate russe (58).
Anche le forze filo-ucraine si sono macchiate di gravi crimini e di abusi sui civili. Tra gli episodi più drammatici va ricordata la strage di Odessa del 2 Maggio 2014, quando i militanti di Pravyj Sektor incendiano il Palazzo dei Sindacati, dove hanno trovato rifugio alcune decine di manifestanti filo-russi disarmati: il bilancio ufciale parla di trentotto morti, alcuni dei quali assassinati a colpi di pistola mentre cercavano di sfuggire alle famme (59). Altra vicenda tristemente nota è quella di Andrea Rocchelli, giornalista e fotoreporter italiano ucciso da un colpo di mortaio a Sloviansk, il 24 Maggio 2014, mentre documenta i crimini di guerra in Donbass. Nell’attacco, condotto dall’esercito regolare ucraino, perde la vita anche l’interprete Andrei Mironov. Per anni le autorità ucraine cercheranno di insabbiare la vicenda e di coprire le loro responsabilità (60).


Gli accordi di Minsk e la loro violazione
Il 5 Settembre 2014 i paesi del «formato Normandia» (Russia, Francia, Germania e Ucraina) si riuniscono nella capitale della Bielorussia e raggiungono un accordo per la sospensione delle ostilità (61). Questo primo «protocollo di Minsk» prevede un immediato cessate il fuoco, la smilitarizzazione delle milizie irregolari, un’amnistia per tutti coloro che hanno partecipato alle rivolte nel Donbass (purché non si siano resi responsabili di crimini di guerra), la convocazione di nuove elezioni locali e la definizione di uno «status speciale» per gli oblast di Donetsk e di Lugansk (62).
Tornato a Kiev, per dare segno di buona volontà Poroshenko fa approvare una legge sull’autonomia amministrativa delle due regioni separatiste, alle quali conferisce poteri molto ampi, persino superiori a quelli indicati nell’accordo: in particolare, alle autorità locali viene concesso il diritto di avere proprie milizie armate, svincolate dal controllo di Kiev. Anche l’amnistia in favore dei ribelli flo-russi è molto generosa, e non prevede eccezioni neppure per coloro che hanno commesso gravi crimini (63). Il 19 Settembre, sempre a Minsk, viene firmato il memorandum applicativo che definisce la cosiddeta «linea di contatto», cioè la zona smilitarizzata – al confine tra repubbliche separatiste e territorio ucraino
– dove le due opposte fazioni dovranno impegnarsi a non efettuare atti di aggressione né manovre militari. Questi primi accordi di pace non vengono però rispettati dai separatisti: già nel mese di Settembre, infatti, le milizie delle due repubbliche ribelli avviano una nuova offensiva bellica, occupando l’aeroporto di Donetsk, impadronendosi della città di Debaltseve ed espandendo il proprio territorio in un raggio di quasi 500 chilometri quadrati (64).
Il 12 Febbraio 2015, al termine di una nuova tornata di colloqui, viene firmato il secondo protocollo di Minsk: le sue clausole sono sostanzialmente le stesse del primo accordo, ma stavolta si prevede di inserire direttamente nella Costituzione le disposizioni relative allo «status speciale» delle due province separatiste (65). Il protocollo «Minsk II» rimarrà poi inapplicato, ed entrambe le fazioni – il
governo ucraino da una parte, la Russia e le repubbliche separatiste dall’altra – ne violeranno a più riprese le clausole (66).


Le politiche di Poroshenko tra austerità, autoritarismo e nazionalismo
Gli anni di Poroshenko sono disastrosi per l’Ucraina, sia dal punto di vista economico che da quello politico. In campo economico il paese deve fronteggiare una gravissima crisi finanziaria, iniziata già prima di Maidan ma aggravatasi ulteriormente a seguito dei disordini del 2014 e della guerra nel Donbass. Sommersa dai debiti, l’Ucraina deve chiedere prestiti consistenti al Fondo Monetario Internazionale, il quale pretende in cambio durissime misure di austerità (67). Per rispettare gli impegni il Parlamento approva nel Marzo 2015 una riforma restrittiva delle pensioni: la nuova legge prevede un graduale aumento dell’età pensionabile per le donne dai 57 ai 60 anni, impone un periodo contributivo più
lungo, e corregge al ribasso la base per il calcolo delle pensioni (68). Tra il 2015 e il 2016, inoltre, il governo abolisce tutti i sussidi relativi al consumo di gas per le famiglie, e nell’arco degli stessi anni le bollette salgono del 700% (69). Tra il 2014 e il 2018 l’inflazione sale al 92%, mentre gli stipendi dei lavoratori diminuiscono: il salario medio, che ammontava a 408 dollari nel Novembre 2013, a Settembre
2017 era sceso a 274 dollari (70).
Per riguadagnare consensi – e forse anche per deviare l’attenzione dalle sue politiche anti-popolari – Poroshenko promuove una intensa campagna nazionalista, che culmina nello slogan del 2019 «Esercito, Lingua, Fede». La riconquista del Donbass diventa uno degli obbiettivi fondamentali della sua presidenza, da perseguire a costo di incrementare il numero di vittime e le sofferenze di migliaia di cittadini di quelle zone. La Russia e il passato sovietico sono oggetto di un’ossessiva demonizzazione: nel 2015, ad esempio, una norma fatta approvare da Poroshenko mette fuori-legge tute le organizzazioni politiche di ispirazione
comunista, in nome di una dubbia equiparazione tra crimini sovietici e crimini nazisti (71). Nel 2019 viene poi approvata un’altra norma – destinata a suscitare aspre quanto inutili polemiche – che trasforma l’ucraino nell’unica lingua ufficiale del paese, che tutti i funzionari pubblici sono tenuti a usare nell’esercizio delle loro funzioni (72).

Un outsider alla Presidenza: Zelensky dal trionfo elettorale alla guerra
È in un clima di profonda sfiducia e di diffuso malcontento che si tengono, nella Primavera 2019, le elezioni presidenziali. Poroshenko si ricandida nuovamente alla guida del paese, ma viene sfidato – oltre che dall’immarcescibile Julija Tymošenko – da un outsider senza alcuna esperienza politica pregressa: il popolare attore comico Volodymyr Zelensky.
Poco più che quarantenne, di origini ebraiche e di madrelingua russa, Zelensky è il protagonista della fortunatissima serie televisiva intitolata «Servo del Popolo» (Слуга народу, Sluha Narodu), che racconta la storia dell’insegnante di liceo Vassily Petrovich Goloborodko: questi, durante una lezione in classe, si lascia andare a uno sfogo molto colorito contro i politici, la corruzione e le disuguaglianze sociali. Un suo alunno riprende di nascosto la scena e la pubblica sui social network: nel giro di poche ore il video diventa virale, Goloborodko/Zelensky otiene una inaspettata popolarità, e arriva addirittura a candidarsi e a diventare Presidente (73).
Nel corso della campagna elettorale (quella reale), il comico si presenta come un outsider deciso a rompere tuti gli schemi della «vecchia» politica. Oltre che per le sue invettive generiche contro i burocrati e i politici corrotti, Zelensky si caratterizza per tre punti programmatici distintivi: risolvere pacificamente il
conflitto del Donbass, fermare l’isteria nazionalista anti-russa e combattere il potere degli oligarchi (74). In testa in tutti i sondaggi, l’attore trionfa sia al primo turno – dove ha un vantaggio su Poroshenko di ben quindici punti percentuali – sia al ballotaggio, nel quale arriva alla soglia record del 73% (75). Un simile successo si spiega con l’insoddisfazione dei cittadini ucraini, stanchi della guerra e del nazionalismo aggressivo che avvelenano la vita politica del paese. Naturalmente un conto sono le aspettative degli eletori, un conto è la realtà dei fatti. Zelensky è sicuramente un «uomo nuovo», ma non è così lontano dai «poteri forti» come dice di essere: la sua stessa candidatura è sponsorizzata dall’oligarca Igor Kolomoisky, proprietario dell’emitente televisiva «1+1» che manda in onda la serie Servo del Popolo (76).
I primi atti del nuovo Presidente sembrano indicare la volontà di andare verso una de-escalation del conflitto in Donbass: nel Settembre 2019, per esempio, viene negoziato con la Russia uno scambio di prigionieri, atto che sembra rappresentare il primo passo di un possibile percorso di distensione (77). Le cose cambiano nel corso del 2021, quando Zelensky modifica bruscamente i propri orientamenti di politica estera: annuncia di voler accelerare le tappe per l’adesione del paese alla NATO, e dichiara la volontà di riprendere la Crimea. Alla fine dell’Estate, il Presidente ucraino si reca in visita a Washington, per chiedere agli Stati Uniti l’ingresso dell’Ucraina nella NATO. La Casa Bianca promette aiuti militari consistenti (60 milioni di dollari), ma resta fredda sull’adesione all’Alleanza Atlantica, probabilmente per non esacerbare le tensioni con Mosca (78).
Dietro questa svolta di Zelensky c’è forse l’inquietudine per l’acuirsi delle tensioni tra il Cremlino e i paesi atlantici. Nel mese di Aprile la Russia ha già inviato migliaia di soldati e di armamenti al confine con l’Ucraina, con una mossa che sembra preludere a una futura invasione (79). Nell’Estate la NATO promuove
una imponente esercitazione militare sul Mar Nero, denominata «Sea Breeze 2021», in cui vengono coinvolti 30 paesi e ben 4.000 soldati (80). In risposta, Mosca organizza a Settembre una propria esercitazione militare in Crimea, mobilitando aerei da guerra, elicotteri e missili terra-aria (81). A Settembre, è ancora il Cremlino a lanciare «Zapad-21», un insieme di manovre militari congiunte con la Bielorussia, che spingono la Polonia a dichiarare lo stato di emergenza (82). Questo clima di tensione non si placa nei mesi successivi, e culmina nell’invasione russa del 24 Febbraio 2022.


La Russia, la NATO o entrambe? Chi sono i responsabili dell’escalation
Al termine di questa breve carrellata storica possiamo provare a tracciare un primo bilancio e a delineare una provvisoria interpretazione di tutta la vicenda.
Appare evidente che la Russia di Putin è la principale responsabile della progressiva escalation del conflitto: non solo per il fatto, ovvio, che nel 2022 è stata la Russia ad aggredire uno Stato sovrano, ma anche perché tutte le possibili «giustificazioni» o «attenuanti» che vengono spesso invocate per spiegare l’aggressione – il genocidio della minoranza russa, il golpe del 2014, i massacri del Donbass, i fascisti al governo dell’Ucraina – si rivelano, alla prova dei fatti, del tutto inconsistenti e privi di riscontri. Come abbiamo cercato di mostrare fin qui, nel 2014 non si è verifcato nessun colpo di Stato, il genocidio dell’etnia russa è un’invenzione della propaganda, la guerra in Donbass è stata scatenata e condotta anche e soprattutto da Mosca, e i «nazisti» sono diffusi ed egemoni nelle repubbliche popolari di Donetsk e Luhansk forse più di quanto non lo siano a Kiev. Inoltre, ben lungi dall’essere il difensore di una minoranza discriminata, Putin ha contribuito a fomentare l’odio etnico in un paese da sempre multiculturale e plurilingue. In questo scenario le autorità di Kiev non sono ovviamente immuni da responsabilità: il loro nazionalismo bellicista ha certo contribuito all’acuirsi della crisi, ma in una misura che non è in alcun modo paragonabile al ruolo giocato da Putin e dal Cremlino.
Altrettanto infondata è la tesi secondo cui Mosca si sarebbe mossa unicamente per «tutelarsi» dall’espansionismo della NATO, che negli ultimi anni si è allargata fino ad entrare nel «cortile di casa» della Russia (accogliendo nelle sue fila molti paesi un tempo aderenti al Patto di Varsavia): che quello di Putin sia un imperialismo aggressivo e non (solo) difensivo è dimostrato dall’intervento in Siria, paese che non confina con la Russia e che certo non fa parte del suo «cortile di casa» (83).
Tutto ciò non significa però che la NATO, e in generale le potenze occidentali, siano completamente estranee a questa vicenda. Anche dalla sommaria ricostruzione che abbiamo proposto emerge che la politica interna di Kiev è stata fortemente condizionata dagli interessi di attori internazionali come gli Stati Uniti, l’Unione Europea o l’Alleanza Atlantica. Altrettanto evidente è il fatto che la NATO, nei decenni seguiti al crollo dell’Unione Sovietica, ha perseguito una politica espansionistica che l’ha portata a collidere con l’altra potenza ugualmente espansionistica, la Russia: oggi, lo scontro tra i due imperialismi rischia di precipitare il mondo nel baratro di una guerra nucleare. Tra l’altro, in Ucraina, le politiche di austerità imposte dal Fondo Monetario Internazionale – che è sostanzialmente un’emanazione dell’Occidente, benché ne facciano parte anche paesi come la Cina e la stessa Russia (84) – hanno impedito al paese di risollevarsi dalla crisi economica. Il progressivo indebitamento dello Stato ucraino, dovuto ai diktat dell’FMI, ha avuto conseguenze anche sull’evoluzione degli eventi bellici: ha indotto ad esempio i governi di Kiev a intensificare le azioni militari in Donbass, allo scopo di «tranquillizzare» i creditori internazionali circa la propria capacità di ripianare i debiti (le regioni a Est sono sempre state le più ricche del paese, le uniche in grado di garantire un adeguato flusso di ricchezza nelle casse dello Stato) (85).
Se l’Ucraina non fosse stata al centro di un «grande gioco» tra le grandi potenze, forse avrebbe potuto sviluppare una propria politica di pace, di non belligeranza e di disarmo; e avrebbe potuto svolgere un ruolo di «cerniera» culturale e geo-politica tra l’Europa occidentale e il mondo euro-asiatico di lingua russa. Oggi il paese subisce un’aggressione feroce, e queste considerazioni possono forse apparire «fuori tempo massimo». Servono però, a modesto parere di chi scrive, per provare a sottrarsi alla logica dei blocchi, che impone di collocarsi senza sfumature da una parte o dall’altra della barricata: o per sostenere senza riserve la NATO e le grandi potenze occidentali, o per cercare delle «giustifcazioni», delle «attenuanti», delle «ragioni» all’aggressione russa. In questa logica binaria, a rimanere stritolati sono proprio i cittadini ucraini: quei cittadini che a Maidan, in modo contraddittorio e per alcuni aspetti ingenuo, avevano cominciato a prendere parola, a rivendicare il loro dirito di decidere sul futuro del
paese.


Sergio Bontempelli
4 Aprile 2022


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Note al testo
1
Cfr. Mustafa Masi Nayyem, Uprising in Ukraine: How It All Began, in «Open Society Foundations»,
sito internet, post del 4 Aprile 2014.
2
Per questa interpretazione cfr. per es. Marco Santopadre, Ucraina: la rivolta dei “nazionalisti” al servizio dello straniero, in «Contropiano», giornale online, post del 9 Dicembre 2013.
3
Cfr. Igor Lyubashenko, Euromaidan: From the students’ protest to mass uprising, in Klaus Bachmann e
Igor Lyubashenko (a cura di), The Maidan uprising, separatism and foreign intervention. Ukraine’s complex transition, Peter Lang GmbH, Francoforte sul Meno 2014, pagg. 61-85; si veda in partic. pag. 67.
4
Cfr. Lyubashenko, Euromaidan, cit., pag. 64.
5
Cfr. Donatella della Porta, Le mobilitazioni sociali in Ucraina, in «Sbilanciamoci», sito internet, post del
19 Marzo 2022.
6
Cfr. Oleksiy Bondarenko, Accordi di associazione UE-Ucraina: 4 anni dopo, in «Osservatorio Balcani e
Caucaso – TransEuropa», sito internet, post del 14 Novembre 2017; Andrea Chiarello, La Politica Europea di Vicinato tra condizionalità e geopolitica. Sfide alla governance esterna dell’Unione Europea nel
caso dell’Ucraina, Tesi per il Master in integrazione europea, Università di Padova, 2014, in particolare
pagg. 89 e ss., disponibile su Academia.edu; European Unione External Action Service, EU-Ukraine Association Agenda to prepare and facilitate the implementation of the Association Agreement. As endorsed
by the EU-Ukraine Association Council on 16 March 2015, Bruxelles 2015, disponibile sul sito EEAS.
7
Redazione, Ucraina: Ue, pronti a tutto per facilitare accordo con Fmi, dispaccio ANSA, 13 Dicembre
2013, dal sito Ansa; Francesco Marinelli, Il filo rosso che lega Ucraina e Ue, in «Il Post», 4 Dicembre
2013; Redazionale, Ucraina: il primo anno di Janukovič, in «Limes online», post del 22 Febbraio 2011.
8
Cfr. Chiarello, La Politica Europea di Vicinato, cit., pag. 110.
9
Cfr. Redazionale, L’accordo tra Putin e Janukovič, in «Il Post», 17 Dicembre 2013.
10 Cfr. Steven L. Solnick, Stealing the State. Control and Collapse in Soviet Institutions, Harvard University Press, Cambridge Mass. 1998.
11 Matteo Tacconi, Ucraina, la danza degli oligarchi, in «Limes», edizione online, articolo del 20 Maggio
2014; Roberto Saviano, Le mafie gemelle di Ucraina e Russia e i traffici di droga, gas e oro, in «Corriere.it», articolo del 28 Febbraio 2022; Yuliya Yurchenko, Ukraine and the Empire of Capital. From Marketisation to Armed Conflict, Pluto Press, Londra 2018, pagg. 60 e ss.
12 Krzysztof Bobinski, Kleptocracy: final stage of Soviet-style socialism, in «Open Democracy», sito internet, post del 28 Febbraio 2014.
13 Brendan Oswald e Sergiy Rachinsky, Paul Manafort in Ukraine. An adventure that wrecked a country,
in «The Progressive Magazine», edizione online, articolo del 1 Febbraio 2019; Anders Åslund, Oligarchs, corruption and European integration, in «Journal of Democracy», vol. 25, n. 3, Luglio 2014, pagg.
64-73, disponibile sul sito della rivista.
14 Andrea Ferrario, I luoghi comuni della sinistra sull’Ucraina, in «Crisi Globale», sito internet, post del
30 Ottobre 2014; Oleksandr Kravchuk, The origins of Ukraine’s debt dependence, dal sito
«Commons/Спільне», post del 30 Aprile 2015.
15 Cfr. Open Dialogue Foundation, Euromaidan. The point of no return for Ukraine: Failure to sign the
agreement with the EU and oppression of civil protesters and journalists discredited Ukrainian authorities, Varsavia 2014, disponibile sul sito dell’ODF, pag. 6; cfr. anche Human Rights Network, Call to protect Ukrainian peaceful protestors and their right to take part in the conduct of public affairs, Kiev, di –
sponibile sul sito Human Rights Network, Dicembre 2013.
16 Cfr. Will Englund, Harsh anti-protest laws in Ukraine spur anger, in «The Washington Post», edizione
online, articolo del 17 Gennaio 2014; cfr. anche Civic Solidarity Platform, Brief legal analysis of the human rights related bills considered during the Plenary Meeting of the Ukrainian Parliament on January
16, 2014 and signed by the President of Ukraine on January 17, 2014, dal sito Civic Solidarity, 20 Gennaio 2014.
17 Cfr. Lyubashenko, Euromaidan, cit., pag. 64.
18 Cfr. Lyubashenko, Euromaidan, cit., pag. 74.
19 Ben Quinn, Kayla Epstein e Helen Davidson, Ukraine police storm Kiev protest camp – as it happened,
in «The Guardian», edizione online, articolo del 18 Febbraio 2014; Silvia Favasuli, Ucraina, la crisi tappa per tappa, in «Linkiesta», post del 3 Settembre 2014.
20 Mattathias Schwartz, Who Killed the Kiev Protesters? A 3-D Model Holds the Clues, in «The New
York Times Magazine», edizione online, articolo del 30 Maggio 2018; Yurii Colombo, Kiev 2014: chi
sparò davvero a Maidan?, in «Il Manifesto», edizione online, 15 Febbraio 2018.
21 Cfr. Lyubashenko, Euromaidan, cit., pagg. 75-76.
22 Cfr. Lyubashenko, Euromaidan, cit., pagg. 81-82.
23 Cfr. Lyubashenko, Euromaidan, cit., pag. 82.
24 Cfr. Umberto de Giovannangeli, “Zelensky salito al potere con un colpo di Stato, guerra è tra Russia e
Nato”, intervista a Luciano Canfora, in «Il Riformista», edizione online, articolo del 12 Marzo 2022.
25 Centre for Civil Liberties e Euromaidan SOS Civic Initiative, Ukraine: Brief legal analysis of “Dictatorship Law”, dal sito «Civic Solidarity», 20 Gennaio 2014.
26 Cfr. Lyubashenko, Euromaidan, cit., pagg. 82-83; Pietro Rizzi, Davide Denti e Giorgio Fruscione,
Ucraina: il governo di Kiev è legittimo? L’ombra nera di Svoboda, in «East Journal», periodico online,
articolo del 24 Marzo 2014.
27 Redazionale, Putin: Russia force only “last resort” in Ukraine, in «BBC online», 4 Marzo 2014.
28 Cfr. Redazionale, Anniversary: “the Crucified Boy” turns two, in «EUvsDISINFO», sito internet, post
del 15 Luglio 2016; Jane Wakefield, TED 2018: Ukrainian journalist fights fake news, in «BBC.com»,
post del 11 Aprile 2018; Karoun Demirjian, Russian media fabricated story about a child getting killed
by Ukrainian shelling, the BBC says, in «The Washington Post», edizione online, notizia dell’8 Aprile
2015.
29 Cerwyn Moore, Russia and Disinformation: the case of Ukraine, CREST (Centre for Research and Evidence on Security Threats), Lancaster UK 2019, disponibile sul sito del CREST; Markus Kolga, Stemming the virus. Understanding and responding to the threat of Russian disinformation, Macdonald-Laurier Institute, Ottawa 2019, disponibile sul sito del Macdonald-Laurier Institute; Edward Lucas e Peter
Pomeranzev, Winning the Information War. Techniques and Counter-strategies to Russian Propaganda
in Central and Eastern Europe, Center for European Policy Analysis (CEPA), Washington 2016, disponi –
bile sul sito del CEPA.
30 Redazionale, L’ultima volta che la Russia invase l’Ucraina, in «Il Post», quotidiano online, 17 Febbraio
2022; Redazionale, Cosa ha detto Putin, in «Il Post», quotidiano online, 17 Aprile 2014; Andrea de Guttry, Crimea: quel referendum è illegittimo, in «ISPI online», sito a cura dell’ISPI (Istituto per gli Studi di
Politica Internazionale), post del 7 Aprile 2014.
31 Fomina, Language, Identity, Politics, cit., pag. 5.
32 Cfr. State Statistics Committee of Ukraine, About number and composition population of UKRAINE by
All-Ukrainian population census 2001 data, dal sito del censimento ucraino.
33 Ludovica Grossi, La questione linguistica in Ucraina, tesi di laurea, Università degli Urbino Carlo Bo,
Corso di Laurea in Lingue e Culture Straniere, Urbino 2018, disponibile sul sito Researchgate, pag. 19;
Aneta Pavlenko, Russian in post-Soviet countries, in «Russian Linguistics», n. 32, 2008, pagg. 59-80, di –
sponibile sul sito personale dell’autrice, pag. 62.
34 Ludovica Grossi, La questione linguistica in Ucraina, cit., pagg. 24-28; Alessandro Tagliaro, Il suržyk:
un’analisi storica, linguistica e sociale all’interno della questione linguistica ucraina, tesi di laurea in
Lingue, Civiltà e Scienze del Linguaggio, Università degli Studi Ca’ Foscari, Venezia 2021, disponibile
sul sito Researchgate.
35 Victor Romanovski, Дети галактики, in «Одесский вестник», 21 Aprile 2007, citato in Vera Skvirskaja, Language is a political weapon, or on language troubles in post-Soviet Odesa, in Juliane BestersDilger (a cura di), Language Policy and Language Situation in Ukraine, Peter Lang Publishing Group,
Bristol 2009, pagg. 175–200, disponibile sul sito Researchgate, pag. 176; traduzione italiana in Ludovica
Grossi, La questione linguistica in Ucraina, cit., pag. 29.
36 Andrii Portnov, Bandera mythologies and their traps for Ukraine, dal sito «Open Democracy», post del
22 Giugno 2016.
37 Serhy Yekelchyk, Ukraine: What Everyone Needs to Know, Oxford University Press, Oxford 2020,
pag. 97. La traduzione è nostra.
38 Grossi, La questione linguistica in Ucraina, cit.; Pavlenko, Russian in post-Soviet countries, cit.; Cristina Carpinelli, Ucraina: la questione della lingua e le sue fasi di evoluzione politica e legislativa, in
«NAD – Nuovi Autoritarismi e Democrazie», rivista online, vol. 1, n. 2, 2019, disponibile sul sito della ri –
vista.
39 Cfr. Redazionale, Cos’è il Donbass, in «Il Post», quotidiano online, notizia del 20 Febbraio 2022.
40 Kateryna Pishchikova, The Conflict in Donbas: Evolution and Consequences, in Andrea Franco e Oleg
Rumjancev (a cura di), L’Ucraina alla ricerca di un equilibrio. Sfide storiche, linguistiche e culturali da
Porošenko a Zelens’kyj, ed. Ca’ Foscari, Venezia 2019, pagg. 75-94, disponibile sul sito della casa editri –
ce, pagg. 78-79.
41 Pishchikova, The Conflict in Donbas, cit., pagg. 78-79; Francesca Salvatore, Igor “Strelkov”, chi è
l’uomo che ora Putin teme, in «InsideOver», sito internet, post del 31 Marzo 2022; Danilo Elia, Ucraina:
Strelkov e la tragicommedia di Novorossija, in «Osservatorio Balcani e Caucaso – TransEuropa», sito internet, post del 15 Luglio 2014.
42 Pishchikova, The Conflict in Donbas, cit., pag. 81.
43 Redazionale, Ukraine says Donetsk “anti-terror operation” under way, dal sito «BBC online», notizia
del 16 Aprile 2014; Nigel Walker, Ukraine crisis: A timeline (2014-present), House of Commons Library, Research Breafing, Londra, 10 Marzo 2022, pag. 14; Senato della Repubblica – Servizio Studi – Legislatura 17ª, La crisi in Ucraina (novembre 2013 – febbraio 2015), «N.B.: Nota Breve», n. 49, Febbraio
2015, disponibile sul sito del Senato, pag. 2.
44 Pietro Rizzi, Ucraina Elezioni/2: Poroshenko, il Willy Wonka ucraino che piace anche a Mosca, in
«East Journal», giornale online, articolo del 20 Maggio 2014.
45 Ivo Daalder et al., Preserving Ukraine’s Independence, Resisting Russian Aggression: What the United
States and NATO Must Do, paper, Atlantic Council, Washington 2015, disponibile sul sito di Atlantic
Council.
46 Andreas Umland, Irregular Militias and Radical Nationalism in Post-Euromaydan Ukraine: The Prehistory and Emergence of the “Azov” Battalion in 2014, in «Terrorism and Political Violence», vol. 31, n.
1, 2019, pagg. 105-131, disponibile sul sito Taylor and Francis Online, pag. 110.
47 Umland, Irregular Militias, cit., pagg. 116-117; Redazionale, Profile: Who are Ukraine’s far-right
Azov regiment?, in «Al Jazeera», edizione online in lingua inglese, notizia del 1 Marzo 2022; Davide Maria De Luca, L’assedio di Mariupol e il battaglione Azov, in «Domani», edizione online, notizia del 4
Marzo 2022; Mauro Indelicato, Che cos’è il battaglione Azov, in «Inside Over», sito internet, post del 24
Marzo 2022; Aris Roussinos, Cosa sappiamo delle milizie di estrema destra attive in Ucraina, in «Internazionale», edizione online, articolo del 24 Marzo 2022 (originariamente pubblicato in UnHerd, Regno
Unito).
48 Amnesty International – Human Rights Watch, “You Don’t Exist”. Arbitrary Detentions, Enforced Disappearances, and Torture in Eastern Ukraine, 2016, disponibile sul sito di HRW; Human Rights Watch,
Ukraine: Fatal Attack on Roma Settlement. Stop Impunity for Hate Crimes, dal sito di HRW, notizia del
26 Giugno 2018.
49 Umland, Irregular Militias, cit., pagg. 113-116.
50 Si veda ad esempio Redazionale, Meeting of the Supreme Eurasian Economic Council. Vladimir Putin
took part in a meeting of the Supreme Eurasian Economic Council via videoconference, dal sito del
Cremlino in lingua inglese, post del 10 Dicembre 2021, ora disponibile in Archive.org.
51 Guido Caldiron, Quella rivoluzione conservatrice di Mosca alle radici del conflitto, in «Il Manifesto»,
10 Marzo 2022, pag. 7; Jacopo Custodi, Ucraina: altro che “compagni”. La Repubblica di Donetsk e
l’ombra nera di Aleksandr Dugin, in «East Journal», periodico online, articolo del 13 Agosto 2014; Andrea Ferrario, L’anima nera della “Repubblica di Donetsk”, in «Crisi Globale», sito internet, post del 29
Aprile 2014; Andrea Ferrario, “Repubblica di Donetsk”: sempre più a destra, verso la Russia, in «Crisi
Globale», sito internet, post del 21 Maggio 2014.
52 Si vedano i testi delle Costituzioni di Donetsk e di Luhansk, tradotti in lingua inglese, dal sito worldstatesmen.org/.
53 Si veda l’estratto video del discorso di Putin sul sito di Rainews, e Michele Armellini, Le mezze verità
del Donbass: le 14000 vittime, in «BUTAC. Bufale Un Tanto Al Chilo», sito internet, post del 17 Marzo
2022.
54 United Nations High Commissioner for Human Rights, Conflict-related civilian casualties in Ukraine,
documento del 27 Gennaio 2022, dal sito dell’Alto Commissario.
55 Redazionale, Un nulla mafioso, ecco cosa sono le repubbliche separatiste del Donbass, in «East Journal», periodico online, articolo del 28 Febbraio 2022.
56 United Nations High Commissioner for Human Rights, Human rights violations and abuses and international humanitarian law violations committed in the context of the Ilovaisk events in August 2014,
2018, disponibile sul sito dell’Alto Commissario, pagg. 21, 24, 26-32; Viacheslav Shramovych,
Ukraine’s deadliest day: The battle of Ilovaisk, August 2014, in «BBC online», notizia del 29 Agosto
2019.
57 Cfr. Stanislav Aseyev e Andreas Umland, “Isolation”: Donetsk’s Torture Prison, in «Harvard International Review», periodico online, notizia del 4 Dicembre 2020.
58 Cfr. Viacheslav Shramovych, “A Birdie is Flying Towards You”. Identifying the Separatists Linked to
the Downing of MH17. A bell¿ngcat Investigation, dal sito Bellingcat.com, dossier del Giugno 2019; Redazionale, MH17 Ukraine plane crash: What we know, in «BBC online», articolo del 26 Febbraio 2020;
Giovanni Catelli, Ucraina: era russo il missile che abbatté l’aereo MH17 sui cieli del Donbass, in «East
Journal», periodico online, articolo del 30 Maggio 2018.
59 Daniele Scalea, La strage di Odessa e la stampa italiana: censura di guerra?, in «Huffington Post»,
giornale online, articolo del 5 Luglio 2014.
60 Mauro Favale e Giuliano Foschini, Giornalista italiano morto in Ucraina nel 2014: “Andrea fu ucciso
da una granata”, in «Repubblica.it», articolo del 24 Maggio 2017.
61 Pishchikova, The Conflict in Donbas, cit., pagg. 82-83. Si chiama «Formato Normandia» il gruppo di
Capi di Stato che si era riunito per la prima volta il 6 Giugno 2014, a margine del 70° anniversario dello
sbarco alleato in Normandia (da cui il nome).
62 Il testo integrale dell’accordo, tradotto in lingua italiana, si trova in Andrea Ferrario, Il testo integrale
dell’accordo di tregua di Minsk, in «Crisi Globale», sito internet, post del 7 Settembre 2014.
63 Pishchikova, The Conflict in Donbas, cit., pag. 83.
64 Pishchikova, The Conflict in Donbas, cit., pag. 84.
65 Il testo integrale dell’accordo, tradotto in lingua italiana, si trova in Senato della Repubblica – Servizio
Studi – Legislatura 17ª, La crisi in Ucraina (novembre 2013 – febbraio 2015), «N.B.: Nota Breve», n. 49,
Febbraio 2015, disponibile sul sito del Senato.
66 Cfr. Ingrid Colanicchia, Perché la Russia ha iniziato la guerra in Ucraina, in «Micromega», edizione
online, articolo del 24 Febbraio 2022.
67 Kravchuk, The origins of Ukraine’s debt dependence, cit.
68 Oleksiy Bondarenko, Ucraina: al via il nuovo prestito del Fondo Monetario Internazionale, ma basterà?, in «East Journal», periodico online, notizia del 13 Marzo 2015.
69 Anna Alberini e Nithin Umapathi, What Are the Benefits of Government Assistance with Household
Energy Bills? Evidence from Ukraine, World Bank Group Policy Research Working Paper 9669, Maggio
2021, disponibile sul sito della Banca Mondiale, pagg. 7 e ss.
70 Claudia Bettiol, Ucraina: in attesa di una svolta economica, a quattro anni da Maidan, in «East Journal», periodico online, notizia del 21 Marzo 2018.
71 Cfr. Danilo Elia, Ucraina: nazismo e comunismo equiparati per legge, in «Osservatorio Balcani Caucaso», sito internet, post del 16 Aprile 2015.
72 Martina Napolitano, Ucraina: la nuova legge sulla lingua, ultimo atto di Poroshenko, in «East Journal», periodico online online, articolo del 7 Giugno 2019.
73 Cfr. Redazionale, Interpretava il presidente in una serie tv, ora potrebbe diventarlo, in «Il Post», quotidiano online, notizia del 15 Aprile 2019; Redazione, “Servitore del popolo”, un webinar racconta la serie Tv di Zelensky, in «Corriere.it», articolo del 29 Marzo 2022.
74 Cfr. Eleonora Tafuro Ambrosetti, Ucraina: Zelensky, un comico come presidente, in «ISPI online», sito
internet, articolo del 21 Aprile 2019.
75 Si veda Центральна виборча комісія (Commissione Elettorale Centrale dell’Ucraina), risultati elettorali primo turno e secondo turno (su Archive.org).
76 Cfr. Eleonora Tafuro Ambrosetti, Ucraina: Zelensky, un comico come presidente, in «ISPI online», cit.
77 Cfr. Redazionale, Lo scambio di prigionieri tra Russia e Ucraina, in «Il Post», quotidiano online, notizia
del 7 Settembre 2019.
78 Cfr. Redazione di ISPI Online Publications, Ucraina: Zelensky a Washington teme “l’effetto Afghanistan”, in «ISPI online», sito internet, articolo del 1 Settembre 2021; Michail Minakov, La crisi in Ucraina, in Aldo Ferrari e Eleonora Tafuro Ambrosetti (a cura di), Tensioni nello spazio ex sovietico: i casi di
Bielorussia, Kazakistan e Ucraina, ISPI, Roma 2022, pagg. 18-25, disponibile sul sito ISPI.
79 Cfr. Reuters Staff, Russian force on Ukraine border larger than any time since 2014, U.S. says, in
«Reuters», agenzia stampa, dispaccio dell’8 Aprile 2021.
80 Cfr. Giuseppe Gagliano, Cosa succede nel Mar Nero, in «Start Magazine», periodico online, notizia del
29 Giugno 2021.
81 Cfr. Giuseppe Gagliano, Tutte le manovre fra Nato e Russia nel Mar Nero, in «Start Magazine», periodico online, notizia del 30 Giugno 2021.
82 Cfr. Alberto de Sanctis, Federico Petroni, Lorenzo Noto, Mirko Mussetti, Le parole di Biden
sull’Afghanistan, i britannici nell’Indo-Pacifico e altre notizie interessanti. La rassegna geopolitica
dell’8 settembre, in «Limes online», articolo dell 8 Settembre 2021.
83 Su questo punto si leggano le acute considerazioni contenute in Lorenzo Trombetta, L’espansionismo
della Russia dalla Siria al Libano, in «Limes. Rivista italiana di geopolitica», n. 2, Febbraio 2022, pagg.
153-160.
84 Cfr. International Monetary Fund, IMF Members’ Quotas and Voting Power, and IMF Board of Governors, dal sito del Fondo Monetario, post aggiornato al 4 Aprile 2022.
85 Cfr. Matteo Zola, Ucraina: Kiev costretta alla guerra in c