di Flavio Guidi

Dopo aver tradotto (e pubblicato) il lungo articolo-saggio del compagno Andreu Coll, e aver letto l’articolo del compagno Ilario Salucci, mi sento obbligato a ribadire la mia contrarietà ad ogni forma di appoggio politico (per non parlare di quello “militare”) alla cosiddetta “resistenza” ucraina. L’obbligo deriva dal fatto che, in entrambi gli articoli, sembra quasi scontato che, essendo noi internazionalisti ovviamente contrari ad ogni forma di imperialismo (compreso quindi quello di taglio neo-zarista putiniano), saremmo oggettivamente dalla parte del “popolo ucraino” aggredito dall’imperialismo russo. Sono concetti che avevo già espresso in un articolo di fine febbraio, subito dopo l’inizio della guerra (“Russia-Ucraina, l’orgia della reazione”). Allora mi esprimevo soprattutto contro il nuovo zar Putin e il rischio che ci fosse, per un’elementare reazione “anti-USA”, un rigurgito neo-campista (non tanto nelle file degli internazionalisti, ampiamente vaccinati contro facili schematismi, quanto in buona parte del cosiddetto “popolo di sinistra”, bisognoso di “padri” putativi dopo il crollo delle illusioni sul cosiddetto socialismo “reale”). I successivi interventi (soprattutto di Gilbert Achkar) hanno via via dimostrato che, anche nelle insospettabili file degli internazionalisti (marxisti e/o anarchici) si sta verificando un fenomeno per certi versi complementare: contro l’aggressività dell’imperialismo russo bisognerebbe per forza scegliere di stare al fianco dei presunti aggrediti, al di là delle posizioni politiche ed ideologiche espresse da questi ultimi. Si tratta di quella che Andreu Coll definisce come posizione n.2, che arriva addirittura ad auspicare l’aiuto militare, o n. 3, che si limita ad un appoggio politico, nei confronti dei giallo-azzurri ucraini (avendo escluso del tutto, giustamente, la n.1, che appoggia le aquile neo-zariste). Non sto qui a riassumere le motivazioni di queste tre posizioni (chi vuole può leggersi le 6 “puntate” di Coll e gli altri articoli usciti in questi ultimi due mesi, compreso l’ultimo di Salucci). Voglio solo sottolineare che esiste pure una posizione n.4 (come ho scritto nel mio commento al saggio di Coll), che spero non sia solo la mia: quella di una sostanziale lontananza (più che equidistanza) dai due schieramenti. Il mio “né con Putin, né con Zelensky”, che auspica la sconfitta di entrambi i “campi” reazionari in lotta, e che mi sembra si possa definire come “disfattismo rivoluzionario” a 360 gradi, non è dettato solo dal fatto che, come concordano anche coloro che sostengono la posizione definita da Coll come n.3, gli imperialisti “occidentali” (USA e UK in testa) sono ampiamente in gioco in questo scontro inter-imperialista. Anche se questo basterebbe, a mio avviso, già di per sé per giustificare il rifiuto a sostenere i bicolorati col tridente, per il sottoscritto le ragioni del “disfattismo” vanno oltre. E riguardano proprio le posizioni politico-ideologiche largamente egemoni nello schieramento “ucraino”. Che, diversamente da ciò che pensano molti compagni che, a mio avviso, sottovalutano gli aspetti “sovrastrutturali” (per usare un linguaggio chiaro per dei marxisti) in nome di uno “strutturalismo” (con sfumature geopolitiche) a tutto campo, è un elemento fondamentale. Ricapitolo brevemente alcuni dati che mi sembrano abbastanza “oggettivi”.

  1. L’Ucraino non è più un popolo “oppresso” da oltre 100 anni. Dopo l’indipendenza (1917-18) e l’adesione all’URSS (1922) ha mantenuto una struttura statale propria, con lingua ufficiale propria, seggio all’ONU, ecc. fino al 1991. Da 31 anni è TOTALMENTE indipendente. Le politiche di russificazione più o meno soft delle epoche staliniana e brezhneviana sono lontane come minimo 40 anni, cioè da due generazioni.
  2. Quasi un terzo degli ucraini è di madrelingua russa (per le politiche di russificazione zariste, staliniste, ecc. e chi più ne ha più ne metta). I russofoni (molti dei quali, soprattutto in Crimea, si sentono russi tout court) sono la stragrande maggioranza in Crimea (russa fino al 1954) e nel Donbass, e sono maggioranza in tutte le grandi città dell’Est e del Sud dell’Ucraina (compresa Odessa).
  3. Dal 1991, con alterne vicende a seconda del tipo di governo, il russo non è più lingua co-ufficiale dell’Ucraina, e, soprattutto dopo il 2014, è in atto una politica discriminatoria anti-russa.
  4. Dopo la rivolta popolare di Euromaidan e la cacciata di Yanukovich, il nazionalismo ucraino più radicale, con forti influenze dell’estrema destra, ha preso il sopravvento nelle politiche di Kiev. Questo tipo di nazionalismo, molto radicato nell’Ucraina occidentale ex polacca, ha spinto i vari governi ucraini (prima con Poroshenko, poi, nonostante alcuni tentennamenti iniziali, anche con Zelensky) ad una politica di scontro con la minoranza russa. Ciò ha creato una sorta di “guerra civile a bassa intensità” tra le forze separatiste filo-russe di Donetsk e Lugansk e l’esercito e le milizie nazionaliste ucraine che ha causato, in 8 anni, circa 14 mila morti da entrembe le parti.
  5. Questa politica sciagurata (far pagare a milioni di russi “innocenti” i secoli di russificazione zarista e i decenni di “russificazione soft” stalino-brezhneviana) ha fornito a Putin e all’imperialismo russo in genere un perfetto alibi per presentarsi come “difensore” dei diritti calpestati delle minoranze russe, oggi in Ucraina e (forse) domani nei paesi baltici, nel Caucaso, nell’Asia centrale. Un regime traballante per vari motivi ritrova popolarità grazie al rinnovato nazionalismo grande-russo e può rilanciare il suo orribile progetto imperiale neo-zarista.
  6. La “sinistra” ucraina (e pure russa) è politicamente inesistente, o quasi (non me ne vogliano i pochi compagni anarchici e marxisti di Kiev – e di Mosca o S. Pietroburgo). Il nazionalismo reazionario (che va dalle forze apertamente fasciste a quelle “solamente” conservatrici) è largamente egemone in entrambi i paesi. Razzismo (reciproco), antisemitismo, anticomunismo, antifemminismo, omofobia, ecc. sono probabilmente largamente condivisi a livello di massa: Dio, patria e famiglia è la triade condivisa da coloro che sventolano il bicolore a Kiev o Leopoli, come da coloro che sventolano il tricolore con l’aquila zarista a Mosca o S. Pietroburgo. Ciò è molto deprimente, ma è la triste realtà, frutto certo dello stalinismo, ma pure dei secoli di storica arretratezza “contadina” semi-asiatica (di cui lo stalinismo, tra l’altro, fu uno dei frutti postumi). Solo nelle grandi metropoli di entrambe i paesi è presente un settore significativo (prevalentemente giovanile) più sensibile ai valori democratici tipici della sinistra. E, diversamente da ciò che pensano molti, è più diffuso a S. Pietroburgo o a Mosca (come dimostrano le manifestazioni anti-guerra) che a Kiev (o peggio ancora a Leopoli).

Se quanto ho scritto sopra è vero, non si capisce a quale titolo dovremmo “appoggiare” una cosiddetta “resistenza” largamente (se non esclusivamente) egemonizzata, se non da fascisti dichiarati (come sostiene la propaganda del Cremlino), da forze che, qui da noi, sarebbero equamente divise tra Fratelli d’Italia, la Lega e Forza Italia (nella sua componente cattolico-reazionaria), con qualche misero esponente piddino (soprattutto dell’ala ex-democristiana) a fare da specchietto per le allodole. Mi rendo conto che fare appello al “disfattismo rivoluzionario”, invitando i militari russi ed ucraini a rivolgere le loro armi contro i loro ufficiali (o per lo meno a disertare) può sembrare poco realistico oggi. Ma non lo era pure nell’estate del 1914? E le posizioni “realiste” dei Kautsky, Bernstein, ecc. a cosa hanno portato? I compagni che appoggiano quella che Coll chiama la posizione n.2 (e anche, in minor misura, la 3) hanno cercato di descrivere la situazione che uscirebbe nel caso di un vittoria dell’imperialismo russo. Un quadro orribile, sono d’accordo. Ma nel caso vincessero i nazionalisti ucraini? Oltre al rafforzamento della NATO e degli imperialisti “occidentali” (quelli più armati e aggressivi, non dimentichiamolo), cosa potrebbero aspettarsi i milioni di russi dell’Ucraina orientale meridionale? Nel migliore dei casi un approfondimento della loro discriminazione. Nel peggiore una politica di ucrainizzazione forzata (con probabili pogrom, come quello di Odessa del 2014). Per non parlare del rischio di estensione (rivendicata dal nazionalismo ucraino più radicale) verso est dei confini ucraini (qualcuno parla di Rostov sul Don e aree limitrofe, “sottratte” all’Ucraina “storica” da parte dei “moscoviti” secoli or sono). Il tutto con l’esaltazione dei “banderovcy” come eroi nazionali, e di ulteriore persecuzione di tutto ciò che puzzi di comunismo e socialismo. Un quadro altrettanto disastroso di quello favorevole ai neo-zaristi putiniani evocato dai compagni.

In definitiva, nonostante le ovvie difficoltà presenti nel mio approccio (che, in questa situazione, appare poco più che una rivendicazione di principio), non vedo altra uscita che sia coerente con una prospettiva ti tipo rivoluzionario, socialista ed internazionalista di quella riassunta nel rozzo slogan “IL MIGLIORE HA LA ROGNA!”

P.S. Spesso i compagni citano il Trotsky degli anni ’30 (sull’eventuale conflitto tra Gran Bretagna “liberale” e imperialista e Brasile fascistizzante) o la posizione ufficiale della Quarta sulla guerra delle Malvine del 1982. A parte le ovvie differenze tra un paese indipendente de jure e de facto come l’Ucraina e paesi più o meno dipendenti (ma su questo andrebbe fatto un discorso a parte, ben più approfondito), sono convinto che la questione del tipo di regime e del tipo di ideologia dei gruppi dirigenti di un paese “dipendente” non sia una questione secondaria. Il progresso dell’umanità verso un avvenire di libertà e uguaglianza non può prescindere da fattori politico-culturali (“sovrastrutturali”?) non sottovalutabili (in nome di una specie di “pan-strutturalismo” che ricorda la notte in cui tutte le vacche sono nere di hegeliana memoria).

Flavio Guidi