di Luigi Gravagnuolo 

Ripubblichiamo, dal sito dei compagni di “Memoria in Movimento”, un ricordo di Alain Krivine, scomparso recentemente. Con un abbraccio fraterno a questi compagni.

Fummo gli ebrei del sessantotto. Dico di noi, troskisti della sezione italiana della Quarta Internazionale. Uso il lemma ‘ebreo’ per dire di una condizione culturale tipica degli ebrei della diaspora, egregiamente illustrata da Isaac Deutscher in ‘L’Ebreo non Ebreo’ (Milano, 1969).

  Il grande storico ebreo-polacco, straordinario biografo di Stalin e di Trotskij, in quel libello raccontava la particolare condizione socio-psicologica degli ebrei della diaspora. Cittadini dei vari stati in cui   risiedono, ne parlano la lingua e ne condividono le vicissitudini, eppure la loro identità primigenia è così forte che non si lasciano coinvolgere fino in fondo dalle ideologie volta per volta dominanti nei paesi in cui si sono stabiliti. Conservano un distacco che garantisce loro un punto di osservazione privilegiato, come quello del celebre osservatore dei prodigi dello stregone di una tribù selvaggia, di   cui aveva parlato negli anni trenta Sigmund Freud (‘Totem e Tabù’, ultima edizione Milano, 2012) e di cui parlerà nella seconda metà del Novecento Claude Lévi-Strauss (‘Il totemismo oggi’, Milano,   1964). Il membro della tribù, che dalla nascita osserva il mondo attorno a sé sempre e solo dall’interno del suo gruppo, non riesce a svelare e neanche a cogliere l’inganno dell’animismo, suffragato   dalle arti magiche dello stregone. Ne è prigioniero, ci crede ciecamente. L’osservatore esterno, viceversa, libero dall’ideologia con la quale non ha convissuto dalla nascita, ne coglie facilmente la   mistificazione, peraltro inconsapevole da parte dello stesso stregone. 

Ecco la spiegazione, a parere di Deutscher, della ‘genialità’ degli ebrei: da Marx Trotskij, da Freud ad Einstein, la condizione contestuale di essere cittadini di una patria ed insieme stranieri in essa, mette gli intellettuali ebrei della diaspora in una condizione privilegiata dal punto di vista scientifico; riescono più facilmente a liberarsi dalla rete dei preconcetti, quasi superstizioni, che ostacolano l’accesso alla verità in chi invece ne è avviluppato. Cosa che li rende spesso invisi ai cittadini delle patrie ospitanti: la verità dà fastidio, specie se e quando mette in crisi i valori nei quali si crede, le categorie con le quali si ragiona, la propria visione del mondo.

Ne aveva scritto, quattro secoli prima, Francis Bacon: alla verità non possiamo avvicinarci se non ci purifichiamo dagli idola, dai pre-giudizi, i celebri idola tribus, specus, theatri et fori.

Così, dentro e fuori del movimento, fummo noi troskisti italiani nel sessantotto. Ne condividemmo l’utopia libertaria ed egualitaria, partecipammo al movimento, ma non fummo catturati dai suoi idola fino a perdere la ragione analitica. Per dirne una, non ci lasciammo mai trascinare nel culto della personalità di Mao Zedong – allora in Italia lo chiamavamo Mao Tse Tung – meno che mai, ovviamente di Stalin. Non portavamo con noi a mo’ di breviario il libretto rosso del leader cinese, non parlavamo per slogan ed invettive. Ragionavamo. Per le spicce, spaccavamo il culo al passero, cosa non proprio idonea alla partecipazione al movimento nel momento della sua euforia libertaria. Quando si lotta e dall’altra parte c’è un avversario agguerrito, anche violento come lo furono nei confronti del movimento i fascisti e lo Stato, i sofismi non servono, anzi, sono controproducenti. O si crede senza riserve, o si perde.

Così, antagonisti alla borghesia dominante, ostili al capitalismo, diffidenti verso i gruppi dirigenti del movimento e da essi invisi , soffrivamo della nostra marginalità.

Cantavamo con convinzione insieme agli altri ‘Avanti popolo … bandiera rossa… evviva il comunismo nella libertà!’, ma il comunismo e la libertà alla quale agognavamo noi erano ben altra cosa dall’URSS di Stalin e dalla Cina di Mao, alle quali invece guardavano come modello ideale i gruppi più forti del movimento.

Sarebbe mai stato possibile che l’utopia di un comunismo coniugato alla libertà individuale e collettiva diventasse bandiera, obiettivo, oggetto del desiderio della classe operaia e degli studenti? Ci sembrava in cuor nostro improbabile, ci sentivamo condannati al ruolo di grilli parlanti, se si vuole e si parva licet di profeti disarmati, ascoltati nelle assemblee, quando ascoltati, più con fastidio che   con attenzione. quarta

 Chi ci tolse gli schiaffi da faccia fu la Ligue Communiste Revolutionnaire di Alain Krivine in Francia. Lì, dove era nato il Maggio ‘68, proprio lì, nella patria  del movimento, i trotskisti ne furono egemoni, radicati in significativi settori della classe operaia, riconosciuti guida politica dagli studenti. Per noi   miseri minoritari italiani la Ligue fu un mito, ci sentimmo un po’ tutti francesi. Io appresi la douce langue nella Quarta Internazionale; per leggerne i   documenti, le riviste, i documenti interni e per dialogare con i compagni francesi.

 Non ebbi la fortuna di conoscere Krivine di persona.Lo intravidi una sola volta, per caso. Lui, eccellente oratore di piazza, non era uno di quelli che   vanno di moda nei talk show. Della scuola di Pierre Frank, il segretario personale di Trotskij e primo segretario mondiale della Quarta internazionale,   era piuttosto l’uomo dell’organizzazione, del rigore etico, della dedizione totale alla causa. Altri, i già maturi Ernest Mandel e Livio Maitan, ed i giovani   Daniel Bensaïd, Henri Weber, Charles Udry, Tariq Alì, erano le menti ‘brillanti’ della Quarta, eppure la Ligue non sarebbe mai diventata l’espressione e   la guida del movimento in Francia se non fosse stata diretta da lui, Alain Krivine.

 Ero dunque a Parigi – credo nel ‘73, o nel ‘76, non ricordo bene, allora ci andavo spesso per i motivi di cui sopra – e cercavo la libreria   della  Ligue.  Régine,  una pittrice, cara amica e compagna, che mi ospitava volentieri a casa sua, mi ci condusse. Era un ex stabilimento di una piccola   industria, forse una tipografia, occupato dai compagni della Ligue e trasformato nella loro sede politica. A pian terreno la sala riunioni e la libreria con la   vendita di tutta la variegata pubblicistica delle sezioni della Quarta del mondo intero, all’ingresso una guardiola. Dietro il vetro c’era lui, Alaine Krivine, lo riconobbi subito e me ne emozionai finanche. Lui, il mitico leader della Ligue e del ‘68 francesce che faceva la guardia in sede come un qualsiasi usciere, meglio come un dignitoso compagno di base. Mi raccontò poi Régine della sua umiltà, la virtù più bella tra quelle umane, a mio avviso. quarta1

Mi stavo riprendendo dalla sorpresa quando dal piano superiore, dove erano collocate le stanze della direzione politica, scese un vecchietto minuto, smunto, con le orecchie grandi e paonazze. Era Pierre Frank, mi sussurrò Régine Buhot! Passò facendo un cenno di saluto al giovane della guardiola.

Io e Régine scambiammo quindi poche parole con l’usciere Krivine. Parole balbettate ed imbarazzate da parte mia, ma Regìne gli parlava con familiarità.

In libreria feci incetta di giornali e di opuscoli vari e salutammo il leader.

Ecco, Krivine, che poi sarebbe stato più volte candidato per l’Eliseo ed eletto infine al Parlamento europeo, colui che avrebbe potato la sinistra-sinistra francese al 10% dei voti nel 2002, fu per me un’apparizione, una fugace epifania. L’unico insegnamento che mi trasmise in quel sobrio dialogo fu serietà, lavoro, dedizione, valori che nel mio piccolo ho cercato di conservare, non solo in politica.

quarta2 Ci ha lasciati pochi giorni fa, a ottanta anni. Nella sua autobiografia (‘Ça te passerà avec l’âge’, Parigi, 2006confessa   che si era radicalizzato ed era uscito dal PCF in polemica con la posizione del partito sull’Algeria, appiattita sul governo  colonialista del socialista Guy Mollet, e per le posizioni filosovietiche sulla rivolta dell’Ungheria, soppressa nel sangue dai carri armati.

 Già, i carri armati russi. Il diritto all’autodeterminazione dei popoli fu in lui, per tutta la vita, un valore tassativo, inderogabile. A proposito, era di famiglia ebrea ucraina. In cuor mio non ho grandi dubbi su dove si sarebbe collocato oggi, tra Putin e il popolo ucraino.