Ieri, 7 marzo, la Corte di Cassazione ha assolto (“perché il fatto non costituisce reato”) il nostro compagno Flavio Guidi dal “reato” di diffamazione nei confronti del padroncino della “Motive” di Castenedolo. Per i lettori che non hanno seguito l’annosa vicenda (che dura ormai da 6 anni) facciamo un breve riassunto. Sei anni fa 22 lavoratori (assunti dalla Cooperativa Uniqa per la Motive) chiedevano di veder riconosciuto il loro lavoro (metalmeccanico, in quanto producevano i motori elettrici della Motive), invece di essere considerati come “pulitori”, con conseguente inquadramento e livello salariale. Per tutta risposta il padroncino, Giorgio Bosio, rescindeva il contratto con la cooperativa, licenziando quindi i 22 operai. Questi decidevano di entrare in sciopero, rivolgendosi al SICOBAS per essere sostenuti nella lotta. Iniziavano quindi i picchetti fuori dalla fabbrica, con l’aiuto non solo dei compagni del SICOBAS, ma anche di molti militanti dell’estrema sinistra bresciana, compresa Sinistra Anticapitalista e il compagno Flavio. Quest’ultimo scriveva una serie di articoli sul nostro blog, in cui raccontava l’andamento della lotta. Di fronte all’atteggiamento di arrogante chiusura del padrone (che, in polemica con la giornalista del Giornale di Brescia, era arrivato a definire pubblicamente “criminali, pregiudicati, ecc.” i sindacalisti SICOBAS, insinuando anche che “si prendessero il 10% dell’indennità di disoccupazione” (motivazione che, a suo avviso, li spingeva a sostenere i lavoratori) Flavio, nei suoi articoli, definiva il Bosio come “arrogante padroncino”, “negriero”, “sfruttatore”, ecc. Inoltre stigmatizzava le sue affermazioni sui migranti (21 dei 22 erano immigrati) apparse sulla sua pagina Facebook come frutto di “una subcultura razzista da letamaio”. Il Bosio, evidentemente sensibile a queste definizioni, decideva di denunciare Flavio. In prima istanza il giudice dava ragione al Bosio, pur ridimensionando le sue richieste di risarcimento e quelle del PM. In appello Flavio veniva “assolto a metà”: gli aggettivi legati al suo ruolo di “padrone” venivano derubricati (forse perché nel frattempo il Bosio era stato condannato a risarcire gli operai licenziati), mentre veniva confermata la condanna per quanto riguardava la critica al suo razzismo. Ora la Cassazione, sulla base del ricorso di Flavio, assistito dall’avvocato Manlio Vicini, ha deciso in senso opposto a quello dei due giudici precedenti. Una piccola vittoria del buon senso e della democrazia. Per fortuna in Italia, nonostante gli arretramenti degli ultimi 30 anni, c’è ancora qualche residuo del concetto democratico (non solo in senso borghese e liberale) che vede nell’indipendenza della Magistratura uno dei pilastri di una società non totalitaria. Per ora, signor Bosio, uno a zero, e palla al centro.