Sabato scorso ci sono state varie manifestazioni anti-guerra in molte città italiane. In generale hanno riunito poche centinaia di persone, militanti e simpatizzanti della sinistra “radicale”. Quella di Brescia pare sia stata una delle “meno piccole” (non me la sento di definirla “più grande”), con circa 250 partecipanti. Il giorno dopo i nazionalisti ucraini ne hanno organizzata una sulle loro parole d’ordine reazionarie (c’erano persino le bandiere dell’estrema destra filo-nazista dei fan di Stepan Bandera) in Piazza Vittoria, ed erano circa 350. Hanno ricevuto l’appoggio del vescovo cattolico di Brescia e quello dei mass media di destra (come il Giornale di Brescia, che gli ha dedicato un’intera pagina). Ma resta il fatto che la “minoranza ucraina” bresciana ha portato più gente in piazza a soffiare sul fuoco della guerra di quanta abbia potuto portarne la sinistra radicale più o meno “pacifista”. E questo in una città che, a meno di 20 km, a Ghedi, ha una base atomica destinata, in caso di guerra, ad essere un obiettivo prioritario. Voglio dire, con questo, che (e purtroppo non è una novità in questi ultimi anni) l’impetuoso vento di destra che soffia sul nostro paese (e sull’Europa intera, per non parlare del resto del mondo, con la parziale eccezione dell’America Latina) è ben lungi dal mostrare segni di ripiegamento. E il vento di destra porta inevitabilmente con sé la tempesta della violenza e della guerra, come le nubi portano la pioggia. Ma gli aspetti profondamente reazionari (se non apertamente fascisti) che caratterizzano le mobilitazioni pro-ucraine non possono far dimenticare che anche il “campo opposto”, quello pro-russo, attinge più o meno alle stesse fonti, con l’aggravante di proclamarsi erede (come ha fatto Putin nel suo discorso di ieri) dell’imperialismo zarista. A questo proposito il presidente russo ha detto alcune verità difficilmente contestabili, che sono in buona parte perfettamente coerenti con la cultura della destra russa tradizionale. Per esempio ha detto una verità storica (salvo che ciò che per noi è un vanto, per lui ha caratteristiche negative): l’Ucraina, dal punto di vista politico-istituzionale, è una “creatura” dei bolscevichi, in particolare di Lenin, che si espresse sempre contro lo sciovinismo “grande russo” e spezzò molte lance a favore del popolo ucraino (e degli altri popoli sottomessi allo zarismo). Prima del 1917 l’Ucraina centro-orientale era un insieme di governatorati con lingua ufficiale russa, subordinati al patriarcato di Mosca dal punto di vista religioso, e gli ucraini, definiti “piccoli russi” (per distinguerli dai “grandi russi” – o russi tout court – e dai “russi bianchi” – o bielorussi) erano considerati una specie di “russi di second’ordine” che parlavano rozzi “dialetti” contadini, mentre la lingua russa era “La Lingua”, unica capace di esprimere concetti “alti” filosoficamente, scientificamente, politicamente, ecc. Un po’ migliore era la situazione dei cosiddetti “ruteni” dell’Ucraina occidentale sotto gli Asburgo austriaci, destinata però a peggiorare dopo il 1918 sotto il tallone dello sciovinismo polacco. Lo stesso status della Repubblica Socialista Sovietica Ucraina, nell’ambito dell’URSS, dopo la formazione di quest’ultima nel 1922, fu, almeno formalmente, di totale uguaglianza rispetto alla Repubblica Federativa Socialista Sovietica Russa e alla Repubblica Socialista Sovietica Bielorussa, al punto da essere ammesse, dopo il 1945, come entità indipendenti all’ONU. Ovviamente la politica di russificazione portata avanti da Stalin a partire dagli anni ’30, pur non abrogando mai formalmente i diritti del popolo ucraino (tipico atteggiamento dello stalinismo in questo come in altri aspetti), e quindi non arrivando mai agli estremi assimilazionisti del periodo zarista, ha lasciato tracce profonde tra gli ucraini e alimentato un rancore anti-russo (e stupidamente “anti-bolscevico”, come se russo e comunista fossero un tutt’uno) che continua fino ad oggi. Anche sulle pesanti responsabilità odierne dell’imperialismo “occidentale” (in particolare USA e britannico) nel provocare artificialmente una tensione foriera di un conflitto militare non si può dar torto all’autocrate di Mosca. Oppure le accuse agli oligarchi ucraini per quanto riguarda la corruzione, (ma, verrebbe da aggiungere, da che pulpito!) o l’essere asserviti all’imperialismo NATO. Pure il fatto che la maggior parte degli abitanti del Donbass (e a maggior ragione della Crimea) siano russi e non ucraini è difficilmente contestabile, al di là dell’analisi dell’origine di questa “egemonia” russofona. Ma tutto il resto del suo discorso è stato un insieme di luoghi comuni e di falsità anti-ucraine che sembravano attinte al peggio della cultura neo-zarista. Ci mancava solo che tirasse fuori l’antisemitismo dei “Protocolli dei Savi di Sion” (e qui avrebbe trovato terreno fertile nel radicato antisemitismo della destra ucraina – o polacca, romena, ecc. -) per fare l’en plein di quanto di peggio ha prodotto la cultura “imperiale” grande russa. Insomma, in buona sostanza le due destre che si scontrano oggi in Europa orientale non meritano assolutamente alcun sostegno, neppur critico, da parte delle forze di sinistra che vogliano essere coerenti con i valori che ci contraddistinguono di libertà, uguaglianza, internazionalismo. E non vale, a mio avviso, il ragionamento da realpolitik basato su un malinteso “menopeggismo”, per cui, essendo l’imperialismo NATO quello più forte e più aggressivo, dovremmo essere molto più teneri con l’imperialismo “minore”, costretto sulla difensiva dall’avanzata verso Est dei predoni “occidentali”. Un ragionamento che, se applicato ad altri scenari del passato, avrebbe dovuto portare i socialisti nel 1914 ad appoggiare gli Imperi Centrali o nel 1939 l’Asse nazifascista. Anche perché il modello politico e culturale non è una bazzecola che può essere sacrificata ad una specie di “pan-economicismo” riduttivo. E il modello neo-zarista del capitalismo russo non è, da molti punti di vista, di certo migliore del modello “occidentale”. Resta comunque assodato che, qui da noi, dobbiamo batterci innanzitutto contro il NOSTRO imperialismo, per il ritiro delle forze militari italiane dagli scenari di guerra (e in genere da tutti i paesi in cui sono dispiegate), per la chiusura delle basi, a partire da quella di Ghedi, per l’uscita dell’Italia dalla NATO e in prospettiva per lo scioglimento di questa alleanza militarista e aggressiva. Un lavoro di lunga lena, e decisamente in salita. Ammesso che ci resti ancora il tempo prima della catastrofe definitiva.

Vittorio Sergi