“Il tetto agli stipendi dei dirigenti della pubblica amministrazione, fissato a 240mila euro all’anno, va rivisto. Non perché si tratti di un trattamento economico basso, ma perché col tempo si è assottigliata la forbice tra i vertici amministrativo-istituzionali e altre figure dirigenziali che non hanno pari responsabilità”. A suggerirlo, nel corso di un’intervista telefonica a TPI è Antonio Naddeo, presidente dell’Agenzia per la rappresentanza negoziale delle pubbliche amministrazioni (Aran) l’ente che si occupa per parte statale della contrattazione collettiva del pubblico impiego. (Gli irresponsabili che invocano le responsabilità?)

Detto-fatto ecco l’articolo del sole24ore che ne da conto:

Adeguamento di lusso previsto da una norma introdotta in extremis nel maxiemendamento alla legge di bilancio approvato all’antivigilia di Natale e ora all’esame della Camera.

Il limite dei 240mila euro alle buste paga dei vertici della Pubblica amministrazione e ai compensi dei super consulenti non sarà più inciso nella pietra. Dall’anno prossimo potrà essere ritoccato al rialzo, in linea con gli aumenti determinati dai rinnovi contrattuali agli stipendi dei dipendenti pubblici .

Questa sorta di adeguamento di lusso è prevista da una norma che ronzava da oltre due mesi intorno alla manovra e ai vari decreti di fine anno, e che è riuscita a salire in extremis nel maxiemendamento alla legge di bilancio (è il comma 68) approvato dal Senato nella notte dell’antivigilia di Natale e ora all’esame della Camera per quella che può essere solo una ratifica finale. A fissare la percentuale degli aumenti sarà l’Istat, nel movimento finale di un meccanismo a catena: la percentuale indicata dall’Istituto di statistica è quella degli adeguamenti annuali degli stipendi riconosciuti ai dirigenti di Polizia e Forze armate e ai docenti universitari, e dipende a sua volta dagli «incrementi medi conseguiti nell’anno precedente dalle categorie di pubblici dipendenti contrattualizzati». La tornata 2019/21 in discussione ora all’Aran, dove a giorni è prevista la firma finale all’accordo per ministeri, agenzie fiscali ed enti pubblici non economici dopo la pre-intesa di martedì scorso, prevede un aumento del tabellare del 3,78%. Una trasposizione secca di questa percentuale sul limite massimo dei compensi pubblici sposterebbe il tetto a quota 249mila euro. Non subito, però. Perché l’effetto dei rinnovi contrattuali arriverà nelle buste paga dei dipendenti nel 2022, e si rifletterà quindi nell’adeguamento del limite per il 2023, in un calcolo che guarderà agli incrementi effettivi tenendo conto anche della (piccola) quota già liquidata in questi anni sotto forma di indennità di vacanza contrattuale.

https://amp24.ilsole24ore.com/pagina/AECQcm4

È una delle novità curiosamente inserita– in un comma dell’articolo 17-bis, che disciplina l’accesso al Fondo indennizzo risparmiatori coinvolti nei crac bancari….