di Gianni Sartori


Quando il 13 dicembre del 1980 il giovanissimo militante del Türkiye Devrimci Komünist Partisi (Partito Comunista Rivoluzionario della Turchia) Erdal Eren venne impiccato, la sua vera età (16 anni) venne falsificata dalle autorità turche per poterlo giustiziare impunemente.
Il ragazzo era stato arrestato con una ventina di altri militanti di sinistra durante una manifestazione e accusato della morte di un soldato.
Colui che ne aveva patrocinato l’impiccagione ( e che non certo impropriamente venne definito il “Pinochet turco”), il generale golpista Kenan Evren, aveva così commentato: “Avremmo forse dovuto incarcerarlo e nutrirlo a vita invece di impiccarlo?”.

Quasi con le stesse parole veniva in questi giorni commentata la morte – il 9 dicembre nel carcere di Kocaeli – della prigioniera politica curda Garibe Gezer (già torturata e violentata dai suoi guardiani).
Alcuni media a favore di Erdogan si sono rallegrati per la sua morte scrivendo che ora “c’era una terrorista in meno da nutrire in carcere”.
Dopo Garibe altri due detenuti curdi (Abdülrezzak Şuyur e Halil Güneş) sono deceduti, rispettivamente il 14 e il 15 dicembre. Tre morti in sei giorni quindi.
Arrestato nel 1993, Abdülrezzak Şuyur aveva 56 anni ed è deceduto nella prigione di Sakran (provincia di Izmir) dove, nonostante fosse da mesi gravemente ammalato, sembra non sia stato curato. Due settimane fa aveva potuto incontrare i figli, ma in seguito di lui non si erano avute notizie. Invano un fratello si era recato al carcere per poterlo vedere. Così come erano rimaste lettera morta sia una richiesta di scarcerazione, vista la gravità della sua situazione, sia la richiesta di potersi curare in un ospedale esterno.
Il giorno dopo, il 15 dicembre, nella prigione di Diyarbakir moriva un altro curdo, Halil Güneş di 51 anni. Condannato all’ergastolo nel 1993, era da tempo gravemente ammalato. La questione della situazione sanitaria dei detenuti in Turchia (soprattutto della mancanza di cure adeguate) è da tempo all’ordine del giorno. In ottobre l’Associazione dei Diritti dell’Uomo in Turchia (IHD) aveva nuovamente chiesto il rilascio almeno di quelli ammalati più gravemente (in particolare di Adem Amaç, Atilla Coşkun e Eser Morsümbül). Richiesta comunque caduta nel vuoto nonostante siano ormai centinaia i prigionieri politici senza cure adeguate che continuano a languire (un supplemento di pena) nelle carceri turche.
Secondo IHD sarebbero 1.564 i prigionieri ammalati e per 591 di loro le situazione è estremamente grave. Ovviamente si tratta dei casi accertati, ma appare scontato che il numero reale sia ben più elevato.
E ovviamente per chi era già ammalato i rischi sono aumentati con la pandemia.


Gianni Sartori