Pubblichiamo un articolo dell’ex segretario della CdL di Brescia (ed ex direttore di Liberazione), Dino Greco, uscito 22 anni fa sulla Rivista del Manifesto.

Flavio Guidi mi ha gentilmente chiesto di acconsentire alla riedizione di questo testo vecchio di oltre vent’anni che scrissi su richiesta di Lucio Magri per la Rivista del manifesto. Credo che l’interesse per la storia lì rievocata di un tratto della vicenda sindacale bresciana dalla metà degli anni settanta e per oltre un quarto di secolo stia nella natura e nell’originalità dello scontro di classe che si svolse per un lungo periodo nella provincia bresciana. Un conflitto che permeò di sé non solo le avanguardie ma che si estese a larghi strati di classe operaia, proponendosi come un modello di sindacato, di cultura contrattuale, di esercizio della democrazia capaci di esercitare un’influenza ben oltre i confini di Brescia. L’utilità di questa rivisitazione storica consiste nel trasmettere ai più giovani e ricordare ai più anziani che quel tempo straordinario c’è davvero stato e che non sta scritto nelle stelle che il nostro futuro debba rimanere per sempre rinchiuso nella miseria del tempo presente.

Una storia sindacale: l’anomalia bresciana

(Dino Greco) – dicembre 1999

Quelli di Brescia sono un’altra cosa”. Quante volte, nelle più diverse occasioni, ho sentito pronunciare una frase del genere, riferita alla cultura o alla pratica sindacale di questo territorio. E sia che la battuta riveli ammirazione, sia che tradisca un intento detrattivo o polemico, essa prelude ad un “passar oltre” e suscita la curiosa sensazione che il sindacato bresciano sia vissuto come uno scherzo del processo evolutivo sociale, una bizzarria delle circostanze, una realtà dai tratti tanto particolari da risultare inafferrabile. E, soprattutto, non riproducibile. Con il risultato che – sottratta ad un esame critico – questa esperienza sia proposta, a seconda dei gusti, come un modello da esportare o una realtà da esorcizzare. Ma non da comprendere per trarne quanto può esservi di davvero utile o di interessante.

Imprudentemente Lucio Magri mi ha chiesto di provare a disegnarne il profilo per la Rivista. Con altrettanta imprudenza e con qualche apprensione mi accingo a farlo, con l’avvertenza che sarà compito di altri, un giorno e se meriterà farlo, trovare la cifra giusta, l’equilibrio e il distacco necessari per ricostruire con rigore le vicende, gli accadimenti, interpretarne il senso e la processualità. E’ questo un compito che non posso assolvere io, se non altro perché non si può pretendere di “raccontare” i bresciani attraverso l’opinione che essi hanno di se stessi.

C’è una lettura semplificatrice delle cose bresciane che allude ad una speciale “antropologia operaia”, ad un’antica inclinazione al conflitto o, all’opposto, una tesi che riduce tutto alla vicenda soggettiva del gruppo dirigente.

La storia di questo sindacato è certo ed in gran parte la storia della classe operaia bresciana, così estesamente presente in tutto il territorio provinciale in una proporzione che ancora oggi non trova riscontro in altre aree fortemente segnate dall’amputazione di storiche roccaforti industriali e da una mutazione profonda della composizione sociale.

Eppure, questa circostanza di grande peso non spiega, da sola, l’eccentricità dell’esperienza sindacale degli ultimi venticinque anni, la sua persistente capacità di alimentarsi e di rinnovarsi.

Come sarebbe del tutto fuorviante – e anche un po’ fatua e agiografica – una rappresentazione delle nostre vicende come il risultato delle performance di un gruppo dirigente fornito di particolari talenti.

La risposta credo stia nell’incontro diretto e fecondo, senza mediazioni politiche, fra una generazione di quadri operai cresciuti nelle lotte degli anni’70 e ’80 e un gruppo di giovani di formazione intellettuale ed in odore di eresia rispetto alla tradizione di una sinistra politica molto moderata e rinunciataria, un incontro che si è sviluppato non a lato del sindacato, ma dentro di esso, scuotendolo da cima a fondo; un incontro che ha prodotto critica culturale e pratica sociale di massa e che ha trovato nella Cgil e nella Fiom in modo speciale, anche se non soltanto in esse, lo strumento ed il veicolo di una grande esperienza politica e umana che ancora dura.

Non vi è dubbio che la morfologia industriale del territorio bresciano ha connotazioni assai particolari. Una per tutte: le persone impiegate nell’industria sono 210 mila, su un totale di 430 mila addetti nei tre settori dell’economia, per oltre un milione di abitanti. Quasi la metà degli attivi è dunque direttamente occupata nell’industria, in grande prevalenza piccola e media, senza contare le attività terziarie ad essa collegate.

Le grandi ristrutturazioni degli anni ’70 e ’80 hanno morso anche qui, ma l’occupazione industriale è stata in buona parte riciclata, non annientata. Per quanto la circostanza possa sembrare incredibile, fra il ’91 e il ’99 gli addetti all’industria metalmeccanica sono cresciuti ancora e le imprese industriali sono oggi ben 30 mila, 20 mila delle quali nel comparto manifatturiero, ad alta intensità di lavoro. La disoccupazione è puramente “frizionale” do oltre cinque anni e da allora è praticamente scomparsa la cassa integrazione straordinaria, mentre le fabbriche bresciane si sono riempite di immigrati extracomunitari, richiestissimi, che hanno raggiunto le 50 mila presenze, un tasso “europeo”, decisamente superiore – quasi doppio – rispetto a quello nazionale.

Se si guarda allo stato degli indicatori dell’economia, tutto sembrerebbe volgere al meglio: la piena occupazione, la crescita del pil (che sfiora i 45 mila miliardi), delle esportazioni, della finanza, della produttività del lavoro. Brescia campione della laboriosità scala tutte le classifiche e l’enfasi retorica sul modello bresciano viene profusa da ogni pulpito: di cosa lamentarsi?

Precisamente, di ciò che non si dice: E cioè che accanto a poche aziende di eccellenza e a produzioni di “nicchia” abbiamo a che fare con una industria ben propensa ad acquistare dall’esterno, “chiavi in mano”, sofisticate tecnologie di processo, ma refrattaria all’investimento nell’innovazione di prodotto. L’impianto nuovo deve rendere molto e subito. L’imprenditore bresciano diffida del concetto di redditività differita, come dell’investimento nella ricerca, nella formazione delle risorse umane: per imparare a produrre basta l’affiancamento. Conta il lavoro duro, i pezzi o i metri di tessuto in più nell’unità di tempo. Decide la ferocia competitiva giocata sulla produttività delle macchine, sui secondi risparmiati, sullo sfruttamento del lavoro vivo, come dimostra l’impressionante mole degli infortuni (oltre 25 mila), dei morti (oltre30), degli invalidi permanenti (oltre 500) che ogni anno si contano a Brescia.

Non c’è ambizione strategica: l’impresa è moderna ma dipendente, flessibile ma imitativa: gli occupati nei settori ad alta tecnologia sono, in proporzione, meno di quelli di dieci, di venti, di trent’anni fa, mentre la qualità dei servizi alla produzione, del terziario avanzato è modesta e le imprese più esigenti si appoggiano su Milano per le prestazioni d’eccellenza.

C’è invece una tenace chiusura nel proprio “particulare”, nel binomio “azienda-famiglia”. Non ci si chiede abbastanza perché gli industriali bresciani non creino consorzi per la produzione dei marchi, della qualità, dei servizi o perché il rapporto con l’università sia così acerbo.

Molti- che invece dovrebbero nutrire preoccupazioni per il futuro – concorrono alla celebrazione di un rito di prosperità e continuità che non sembra fondato, di fronte ad un mondo che muta al ritmo dell’innovazione tecnologica. Mentre tutto si trasforma, Brescia sembra immobile. Essa mette a frutto la sua più importante risorsa: la territorialità e la formidabile tradizione e cultura industriale della sua gente. Ma fino a quando basterà?

Si può capire allora come la fragilità del disegno industriale strategico si rifletta sulle scelte associative degli imprenditori e perché essi deleghino alla locale associazione industriale – sicuramente fra le più aggressive d’Italia – la politica generale ma, al dunque, preferiscano accordarsi con il sindacato, azienda per azienda, dando una certa prova di pragmatismo, piuttosto che incrociare i ferri in disfide senza quartiere. Che pure vi sono state, ma che non rappresentano la norma.

E’ una favola che esista nell’operaio bresciano una particolare propensione al conflitto, una sorta di spirito celtico, pronto a scatenarsi, come vorrebbe un’epica un po’ manierata: è invece certo che è presente una forte educazione e coesione sindacale, una disponibilità alla lotta che di fronte alla necessità può essere agita, con tutta la determinazione necessaria. Questo i padroni lo sanno. E ne tengono conto. Perché – ormai da molti anni – il confronto fra capitale e lavoro, anche quando diventa ruvido, non trova luoghi esterni o istituzionali di mediazione politica. Il componimento del conflitto si costruisce fra le parti in campo o non si costruisce affatto.

Se dovessi con una sola pennellata rendere il carattere peculiare della Cgil bresciana direi che è un sindacato che non recide mai – in nessun caso e per nessuna ragione – i rapporti con i lavoratori e le lavoratrici e con i delegati e le delegate che ne sono espressione.

Il ruolo di direzione e la stessa capacità di invenzione politica traggono ispirazione da questa fonte e ad essa ogni volta rinviano.

Non esiste – in questa concezione – un’autonomia della politica fuori dalla rappresentanza.

La sofferenza, lo sbandamento, il dissenso che si manifestano fra i lavoratori e, in primo luogo, nei delegati si riverberano immediatamente nel sindacato: il cortocircuito produce una fibrillazione talvolta tesa sino allo spasimo che si placa solo se la ricerca approda ad una soluzione condivisa che consente di ripristinare e consolidare il legame.

Quando diciamo che “il sindacato è la contrattazione che fa” non alludiamo dunque soltanto ai contenuti dell’azione rivendicativa, ma alla speciale pratica democratica che la innerva e le dà vita, al processo attraverso il quale, in ogni vertenza, si rigenera e si rinsalda il patto che lega i lavoratori e le lavoratrici alla loro rappresentanza diretta e quest’ultima al sindacato, punto di coagulo di un’impresa collettiva.

Una relazione così stretta comporta una sincerità assoluta: che non consiste soltanto nel dire ciò che si pensa, ma nel fare ciò che si dice.

L’esercizio della critica non è mai stato per noi un atto di disinvoltura politica perché la verità interna di ogni posizione va provata nella pratica ed è prima di tutto su noi stessi che sperimentiamo la bontà delle ipotesi che formuliamo.

Così, in questi durissimi anni ’90,

  • ci siamo battuti per evitare che la riforma della cassa integrazione non contenesse una procedura automatica di risoluzione del rapporto di lavoro, ma nello stesso tempo abbiamo praticato – nel concreto – una strategia di difesa che non lasciasse senza risposta un solo lavoratore il cui posto veniva messo in discussione;
  • abbiamo sì espresso una critica molto severa dell’intesa che varava il nuovo modello contrattuale concertativo, ma non ci siamo mai persi nella lamentazione e contemporaneamente abbiamo ingaggiato una grande battaglia per l’affermazione della contrattazione decentrata, varcando i limiti angusti in cui le regole generali l’avevano stretta e traendone tutto l’utile possibile;
  • abbiamo contribuito alla battaglia per la democrazia sindacale, raccogliendo 45 mila firme per l’abolizione del monopolio confederale della rappresentanza sindacale, ma nello stesso tempo la democrazia è stata praticata sul campo, giacché nessuna piattaforma è stata varata e nessun accordo sottoscritto senza mandato dei lavoratori e delle lavoratrici e senza una successiva legittimazione referendaria;
  • abbiamo respinto la riforma previdenziale di Dini, ma contemporaneamente ci siamo impegnati nello sviluppo di una discussione di massa e nella delineazione di una proposta capace di intervenire sulle distorsioni strutturali, sulle aree di privilegio e di salvaguardare il lavoro operaio e le prestazioni usuranti.

In definitiva, abbiamo tentato di tenere insieme lo sfondo con il concreto che c’è da fare, qui e subito. E la linea nazionale, con la quale siamo spesso entrati in polemica e, talvolta, in aperto dissenso non è mai stata utilizzata come un pretesto, come un parafulmine sul quale scaricare le nostre difficoltà.

Il realismo che abbiamo praticato e che pratichiamo consiste appunto in questo: compiere delle scelte, prevederne le conseguenze, assumersene la responsabilità.

Lungi dal terminare, la riflessione riparte da qui. In quanto c’è una domanda che reclama una risposta difficile, ma carica di senso per il nostro futuro.

Perché una realtà come Brescia, con il suo esercito industriale (qui non dobbiamo chiederci dove sono finiti i proletari!) e con la sua intraprendenza sindacale produce un così misero risultato politico (il 16% dei voti nelle elezioni amministrative dello scorso anno, fra sinistra moderata e radicale). Più precisamente ancora: perché la proverbiale combattività dell’operaio bresciano iscritto alla Fiom può convivere con l’adesione a modelli culturali, politici e comportamentali opposti a quelli che sembrerebbe lecito aspettarsi da un proletariato industriale maturo? Perché una simile palestra sociale non produce coscienza di classe o, meglio, perché questa sembra rimanere imbozzolata dentro un conflitto puramente redistributivo?

Tento un’interpretazione suffragata dall’esame di oltre settecento accordi aziendali stipulati nell’ultimo triennio, che hanno interessato quasi centomila lavoratori e lavoratrici bresciani.

Qui c’è stato, appunto, un grande processo redistributivo: da trecento a trecentocinquanta miliardi sono stati spostati dal capitale al lavoro. Un risultato al passo con i ragguardevoli aumenti di pil che si sono registrati in questo territorio (ciò che non è avvenuto nel resto del paese). Si è dunque trattato di una redistribuzione di reddito “verticale”, dal profitto ai salari: un’impresa di cui siamo ovviamente orgogliosi. A maggior ragione in quanto le erogazioni sono state in gran parte certe ed esigibili, slegate cioè da quei parametri di redditività che le rendono precarie ed aleatorie. Eppure, se si guarda bene, questa imponente contrattazione è segnata da un limite: in essa sono carenti, talvolta assenti, gli aspetti qualitativi: l’organizzazione del lavoro, il controllo del ciclo di produzione, degli appalti, della composizione di una forza lavoro sempre più frammentata in una costellazione di lavori atipici e marchiati dalla precarietà. E ancora: la salute e la sicurezza, l’ambiente – dentro e fuori la fabbrica – i tempi e gli orari, i ritmi e le pause, i diritti dei più deboli – a partire dagli invalidi- per i quali si restringono inesorabilmente gli spazi di inserimento lavorativo. Ma sono proprio questi gli elementi irriducibili sui quali si fondano l’autonomia, l’alterità, la soggettività progettuale: quei tratti cioè che esprimono un’identità collettiva, una cultura propria, non mutuata dalla cultura dominante.

Ecco, questi temi hanno un peso ancora marginale, persino a Brescia, persino nella nostra azione sociale.

La lotta per la ripartizione dei frutti della produttività è compresa e praticata, tanto dall’operaio che la ingaggia quanto dal padrone che vi si oppone. Ma non vi è in essa discontinuità rispetto all’ordine delle cose esistente: non è mai in gioco il potere, neppure nel più lontano segmento dell’organizzazione aziendale.

Fuori dal conflitto redistributivo, gli stili di vita sono tutti inscritti nella spirale produzione-consumo. Il denaro è il passe-partout verso l’affermazione sociale, protesi che può dare – tramite l’accesso al mercato delle merci – tutto ciò che non si è. E’ il denaro che, nell’accezione comune e condivisa, stabilisce il confine fra inclusione ed esclusione.

La classe operaia storica forse no, ma il giovane operaio bresciano pensa a se stesso come uno che è sfortunato perché non dispone denaro sufficiente per potersi assicurare la stessa potenza del suo padrone. Il padrone è certo un suo antagonista perché gli deve strappare una parte di ricchezza che esso vuole trattenere per sé, ma il padrone è, in fondo, un modello da imitare: perché lui ce l’ha fatta. Voglio dire che molto di ciò che la nuova generazione operaia giudica positivo si colloca al “continuum” con l’impresa e le sue leggi di funzionamento. Non incarna una vera critica sociale. E men che meno una critica dell’economia politica.

Di qui quell’ipertrofia del lavoro che porta ad una smisurata dilatazione della giornata e della settimana lavorativa; di qui quel dato esorbitante dell’abbandono scolastico prima dei quindici anni che riguarda il 75% dei giovani lavoratori occupati nel settore manifatturiero. Non è solo per bisogno che questo avviene: proprio nei piani bassi dell’edificio sociale ha messo radici la convinzione che il tempo dedicato allo studio è tempo perso, soprattutto è tempo sottratto al lavoro e alla produzione del reddito. Insomma, la dicotomia fra pensiero sociale e pensiero politico dei lavoratori esiste solo nella carenza dei nostri modelli interpretativi, non nella realtà. E allora torna prepotentemente un problema: alla storica debolezza del soggetto politico, all’assenza di una sinistra robusta e visibile non può venire in soccorso, con una incompiuta funzione di surroga, il sindacato, neppure un sindacato come quello bresciano.

C’è un limite invalicabile, che non potrà essere colmato neppure dal più generoso sforzo di un sindacato volitivo di reinsediarsi nel territorio, di ricostruire anche fuori dai luoghi di lavoro un campo di discussione, di partecipazione e di iniziativa sociale che la politica ha del tutto abbandonato.

Non c’è supplenza possibile, se ogni contesa ed ogni esito di essa rifluisce in un letto di relazioni sociali, di stili di vita, di comportamenti collettivi dominati da un’incontrastata egemonia culturale liberista, se oltre i cancelli della fabbrica l’operaio torna ad essere un individuo isolato, atomizzato, se egli non incontra mai una proposta che saldi il suo essere sociale ad un suo possibile essere politico, se la rinuncia della sinistra ad una propria originalità e alterità progettuale e morale gli restituisce o la frustrazione dell’impotenza o la perfetta assimilazione alla realtà data.

L’uniformità dei messaggi – persino degli stili di comunicazione – l’intercambiabilità dei progetti, la labilità dei principi, la derubricazione a velleità di ogni antagonismo hanno davvero reso la politica, tutta la politica, una marmellata incommestibile che si vende ad una sempre più ipnotizzata e omologata “opinione pubblica”.

Non può allora sorprendere che in questo humus fioriscano le più viete suggestioni leghiste, che l’unificazione venga costruita su interessi pseudo-etnici, che dilaghino sentimenti dichiaratamente xenofobi e che nel buio dell’analisi e di una proposta politica civile, prendano corpo i fantasmi della paura, ottimo propellente di tutte le avventure reazionarie.

Di nuovo, non può sorprendere che quanti non si rassegnano alla regressione antisolidaristica cerchino sempre di più rifugio in iniziative sociali (come nel variopinto mondo del volontariato) parziali e limitate finché si voglia, ma dove il collettivo che agisce è ben identificabile e dove all’impegno corrispondono un obiettivo ed un risultato verificabili e non manipolabili.

Nella perdurante abdicazione della grande politica, queste sono le derive possibili. E può essere che il peggio non sia ancora venuto.

A meno che non si trovino la forza, il coraggio politico e l’intelligenza di risalire la corrente, di riunificare quanto di vitale è stato disperso nella sinistra italiana e di reinvestire, ma sul serio, nella costruzione di un partito dei lavoratori e delle lavoratrici.

Se questo non avverrà, se la sciagurata vocazione alla diaspora non sarà sostituita da un processo opposto, anche esperienze importanti come quelle del sindacato bresciano finiranno per tramutarsi in fortilizi di resistenza condannati all’espugnazione.