Proseguiamo il dibattito sulla Cina e pubblichiamo questo notevole contributo di analisi sulla nascita della Cina attuale. Mi ha colpito la capacità di Rousset di descrivere processi storici complessi in modo sintetico e semplice. Ovviamente tutto è opinabile, ma la sua rapida ricostruzione ha una forte coerenza intrinseca e con le vicende storiche. Sauro

di Pierre Rousset

Link all’articolo originale in francesehttp://www.europe-solidaire.org/spip.php?article60088#nh25

La formazione di un nuovo imperialismo1 è un evento raro. Richiede una moltitudine di precondizioni legate sia alla situazione internazionale e che alle specificità del paese in questione. Da questo duplice punto di vista, l’ascesa della Cina ha sollevato interrogativi insoliti.

Sapevamo che l’imperialismo può nascere al di fuori della sfera occidentale. Così è stato per il Giappone. Tuttavia, in quel caso lo sviluppo è avvenuto all’interno di un quadro analitico abbastanza classico. La formazione degli imperi occidentali non era ancora completa nel nord-est asiatico, le grandi potenze si contendevano il controllo della Cina e il governo giapponese era in grado di rispondere in modo proattivo. Quanto alla struttura sociale del paese, essa appariva sostanzialmente simile a quella dei paesi europei, poiché l’arrivo dei Meiji (1868) aveva assicurato il passaggio da un tardo feudalesimo al capitalismo moderno: industrializzazione accelerata e formazione di un potente esercito che aveva magistralmente dimostrato il suo valore contro la Russia; per la prima volta una potenza europea fu sconfitta da un paese asiatico, un evento importante che ha innescato un terremoto geopolitico2… Il Giappone è stato quindi l’ultimo stato imperialista formatosi all’alba del XX secolo.

La trasformazione dell’immenso impero russo in un moderno stato imperiale fallì, principalmente per le conseguenze della sconfitta subita dal Giappone nella guerra russo-giapponese (1904-1905): le sue capacità militari crollarono, la sua flotta navale fu distrutta in due fasi: prima la flotta in Siberia e poi la flotta baltica, che era stata inviata come rinforzo. Sul fronte politico interno, la debacle ha avuto come conseguenza la rivoluzione del 1905 la quale ha inaugurato la crisi del regime zarista. La Russia, sconfitta a est dal nuovo imperialismo giapponese e a ovest dalla Germania durante la prima guerra mondiale, era sul punto di diventare uno stato subalterno o di essere smembrato – destino a cui sfuggì grazie alla rivoluzione del 1917.

Con la formazione degli imperi coloniali, si era quasi completata una prima divisione del mondo; d’ora in avanti la posta in gioco dei conflitti inter-imperialisti sarà la messa in discussione di quella partizione.

NEL CUORE DELLA GLOBALIZZAZIONE CAPITALISTA E DELLE TENSIONI GEOPOLITICHE

All’inizio del 21° secolo, la Cina di Xi Jingping si afferma come la seconda potenza mondiale, si pone al centro della globalizzazione capitalista e si proietta in tutti i continenti e in tutti gli oceani. Secondo Xi “l’ apertura e l’integrazione nell’era della globalizzazione economica è una tendenza storica inarrestabile. Costruire muri o ‘dissociarsi’ va contro le leggi economiche e i principi del mercato”. Philip S. Golub osserva che “Il partito-stato si atteggia a campione del libero scambio e della finanza globale” consentendo l’accesso ai maggiori gruppi capitalisti statunitensi “in alcuni settori del mercato nazionali dei capitali (…) e concedendo licenze a filiali operative interamente o principalmente di loro proprietà (…)”. Su The Economist del 5 settembre 2020 si legge: “La Cina crea opportunità [che il capitale straniero non si aspettava, almeno non così rapidamente]. L’ampiezza dei flussi di capitali statunitensi in Cina è difficile da stimare perché “molte società cinesi che emettono azioni hanno filiali offshore in paradisi fiscali“. Secondo un rapporto pubblicato dall’Investment Monitor il 13 luglio 2021, “la Cina ha più filiali nelle Isole Cayman di qualsiasi altro Paese ” dopo Stati Uniti, Regno Unito e Taiwan”3

Lo stato cinese, “Capace di dettare i suoi termini nelle industrie chiave4, pilota “l’aereo China” alimentando una vasta rete clientelare rafforzata dalla capacità del partito di imporre alla società un controllo generalizzato su larga scala. Non abbiamo a che fare con un “socialismo di mercato con caratteristiche cinesi”, ma con un capitalismo di stato con effettive “caratteristiche cinesi”5. Dall’India alla Corea del Sud, lo stato come motore dello sviluppo economico non è una novità in Asia. In varie forme, molte oligarchie dominanti combinano capitale privato, capitale militare e capitale statale. Il legame tra loro è spesso stabilito dalle grandi famiglie proprietarie.

Erede di una storia lunga e particolarmente complessa, la formazione sociale cinese è molto eterogenea. L’officina del mondo continua ad avere un’economia in parte dipendente da capitali stranieri e dall’importazione di componenti e pezzi di ricambio. D’altra parte, offre le basi per uno sviluppo internazionale indipendente. In alcuni settori produce tecnologie avanzate, in altri non riesce a colmare il proprio ritardo, come nel caso dei semiconduttori avanzati. Il paese sta vivendo una crisi capitalista di sovrapproduzione (e debito), che sta colpendo duramente il settore immobiliare, come dimostra il quasi fallimento del colosso Evergrande6. Finora tutte le previsioni sullo scoppio della bolla immobiliare sono state smentite7, ma questo non significa che sia finita qui. Come sottolinea Romaric Godin, “L’ultima parola per un’eventuale crisi cinese non è ancora stata detta, ma le contraddizioni del capitalismo di Stato nella Repubblica Popolare sembrano approfondirsi “.

È dagli anni ’80 che la leadership cinese si prepara alla sua espansione internazionale. Discreta sotto Deng Xiaoping, aggressivo sotto Xi Jinping, questa espansione risponde a spinte economiche interne (trovare sbocchi per settori a bassa redditività e sovrapproduzione, come l’acciaio, il cemento e la forza lavoro). Ma fa anche leva su profonde spinte culturali: ripristinare la centralità del “Regno di Mezzo”, cancellare l’onta del dominio coloniale, fornire un’alternativa globale al modello di civiltà occidentale. Alimentare un nazionalismo da Grande Potenza legittima il regime e la sua ambizione di sfidare la supremazia americana.

Siamo in presenza di una situazione “classica” dove la grande potenza consolidata (gli Stati Uniti) si confronta con l’ascesa di una potenza in piena crescita (la Cina).

​LE PRECONDIZIONI INTERNAZIONALI

Come si è potuto realizzare ciò che era divenuto impossibile all’inizio del 20° secolo (l’emergere di un nuovo imperialismo) all’inizio del 21° secolo? A rischio di semplificazione, diamo un’occhiata a due periodi.

Dopo le rivoluzioni russa (1917) e cinese (1949), la maggior parte dell’Eurasia sfuggì al dominio diretto dell’imperialismo giapponese e occidentale conquistando una posizione di indipendenza senza la quale nulla di ciò che è accaduto in seguito sarebbe stato possibile.

Dopo la sconfitta internazionale dei movimenti rivoluzionari negli anni ’80 da un lato e la disintegrazione dell’URSS dall’altro, l’ala dominante della borghesia internazionale ha peccato di trionfalismo pensando che il suo dominio totale fosse ormai assicurato. Sembrava non essersi accorta che l’ordine mondiale neoliberista che aveva imposto poteva essere utilizzato da Pechino a proprio vantaggio , con il successo che ora conosciamo.

​​​​​​​CAMBIAMENTI IN CINA

Le analisi che affermano che le attuali politiche internazionali della Cina non sono imperialiste si basano sulla continuità del regime dal 1949 ad oggi, ma questa continuità è solo nominale : Repubblica Popolare (RPC), Partito Comunista (PCC), grandi dimensioni del settore economico statale. Ci sono certamente continuità, soprattutto culturali, tra cui la lunga tradizione burocratica dell’Impero (cinese) di attribuire ai regimi presenti una “normalità” storica. Tuttavia, le discontinuità superano di gran lunga questi aspetti. Nel paese si sono effettivamente verificate una rivoluzione e una controrivoluzione, come testimoniano i successivi sconvolgimenti delle classi sociali.

La posizione del proletariato industriale. Quando fu proclamata la Repubblica Popolare, il PCC dovette ricostituire la sua base sociale nei centri urbani. A tal fine ha “abbracciato” la classe operaia, nel doppio senso del termine: subordinandola al partito e offrendogli considerevoli vantaggi sociali.

Politicamente, la classe operaia è tenuta sotto il controllo del partito; essa non “guida” alcuna azienda né il paese. I lavoratori vengono assegnati a delle unità di lavoro, un po’ come i funzionari territoriali nella tradizione francese. La classe operaia delle nuove imprese statali beneficia tuttavia di considerevoli vantaggi sociali, a cominciare dal posto di lavoro fisso. Nessun altro strato sociale ha una posizione così vantaggiosa, eccetto, s’intende, la burocrazia degli organismi del potere politico-statale.

Lo status delle donne del popolo. Le due leggi emblematiche varate all’indomani della presa del potere andavano a tutto beneficio delle donne “del popolo”: parità di diritti nel matrimonio e partecipazione paritaria nell’attuazione della riforma agraria8.

L’antica classe dirigente. Non appena la Repubblica Popolare si fu consolidata9 e indipendentemente dal destino individuale di ciascun membro delle élite cinesi, le vecchie classi dominanti (borghesia urbana e nobiltà terriera) si erano disgregate.

Il regime maoista fu consolidato da una rivoluzione sociale, nazionale, antimperialista e anticapitalista, un processo di rivoluzione permanente10. Essa ebbe radici profonde nel popolo, cionondimeno è stata autoritaria, condizionata da decenni di guerra. L’eredità democratica delle mobilitazioni sociali connaturata alla strategia della “guerra popolare” resta viva, ma non impedisce al partito-stato di divenire l’intelaiatura entro cui si sviluppa il processo di burocratizzazione. Non era il socialismo, ma una società di transizione dall’esito incerto11.

La crisi del regime maoista. Tutte le contraddizioni insite nel regime maoista esplosero durante quella che fu erroneamente chiamata “Rivoluzione Culturale” (1966-1969)12: una crisi globale di grande complessità impossibile da riassumere qui , durante la quale la struttura amministrativa dello stato e il partito si sono disintegrati; solo le forze armate furono in grado di agire in maniera coordinata a livello nazionale. Alla fine Mao fece appello a loro perché fosse imposto un ritorno repressivo all’ordine, mettendosi contro le Guardie Rosse e i gruppi di lavoratori di cui aveva avuto il sostegno. Ha così aperto la strada, negli anni ’70, alla dittatura oscurantista della Banda dei Quattro la quale non fu altro che la vittoria definitiva della controrivoluzione burocratica. L’esito catastrofico della Grande Rivoluzione Culturale Proletaria (GRCP)13 sancisce la crisi terminale del regime e la morte politica di Mao Tse Tung dieci anni prima della sua morte fisica14.

La controrivoluzione burocratica ha creato un terreno fertile per la controrivoluzione borghese, liquidando le mobilitazioni popolari e spacciando il ritorno di Deng Xiaoping, sopravvissuto alle purghe della Rivoluzione Culturale, come il ritorno alla Ragione. Qualche anno più tardi apparirà chiaro che quella che era stata un’accusa diffamatoria per giustificare le purghe negli anni ’60, divenne una realtà negli anni ’80: Deng ora incarnava l’opzione capitalista all’interno della nuova leadership del PCC.

La controrivoluzione degli anni ’80. Sotto l’impulso di Deng Xiaoping, l’avanguardia della burocrazia preparava la sua mutazione, la sua “borghesizzazione” e la reinserimento del paese nel mercato mondiale capitalista. A tal fine beneficiò di eccezionali risorse:

– l’eredità del regime maoista: un paese, un’industria e una tecnologia indipendenti, una popolazione istruita e qualificata…

– l’eredità del periodo coloniale: Hong Kong (colonia britannica), Macao (colonia portoghese), Taiwan (protettorato statunitense) erano porte spalancate al mercato globale e alla finanza internazionale che offrivano un know-how gestionale allora inesistente in terraferma e consentivano il trasferimento di tecnologie (Macao era un canale ideale per aggirare leggi e regolamenti) …

– La possibilità di cooperazione con il potente capitale transnazionale cinese sulla base di un solido compromesso il quale riceve un trattamento preferenziale in Cina, sapendo che solo il governo e il PCC possono garantire l’unità del continente/nazione.

– Il peso intrinseco della Cina grazie alla sua dimensione geografica e demografica (un paese come il Vietnam può evolversi nella stessa direzione del suo vicino, ma non può certo aspirare al rango di grande potenza)

La trasformazione capitalistica accelerata della Cina non poté compiersi senza infliggere una sconfitta storica alle classi popolari come avvenuto durante la repressione di massa dell’aprile 1989 detta di Tienanmen, ma che in realtà investì l’intero paese e non solo Pechino15. Una sconfitta che si inscrive nel nuovo ordine delle classi sociali.

– Il proletariato. La classe operaia nelle imprese statali resistette caparbiamente all’intensificazione dei carichi di lavoro richiesta dalle autorità, tanto che in ultima istanza esse decisero di ritirare gran parte maestranze dalla produzione, pur continuando a erogare loro reddito con vari espedienti. L’esodo dalle campagne permise la formazione di un nuovo proletariato, soprattutto nelle zone di libero scambio. A quel tempo si trattava di lavoratori cinesi, per il 70% donne, privi di documenti (in Cina era illegale cambiare residenza senza permesso ufficiale). La forza lavoro perfetta per il sovrasfruttamento che caratterizzò il periodo della primitiva accumulazione del capitale. La prima generazione di immigrati interni soffrì, in l’attesa del loro ritorno al villaggio, la seconda ingaggiò la lotta per la propria regolarizzazione con il sostegno di varie associazioni.

– L’ordine sociale e ideologico era stato capovolto. Le élite intellettuali, ieri in fondo alla gerarchia sociale, sono ora encomiate. Le donne della classe operaia sono rese invisibili. Deng Xiaoping decanta le virtù del “ruscellamento” (l’arricchimento di uno dovrebbe annunciare l’arricchimento di tutti). Il settore economico statale funziona ora in simbiosi con il capitale privato. La Cina conta un numero record di miliardari, piazzati negli organi dirigenti del PCC.

​​​​​​​GRANDI POTENZA, IMPERIALISMO E INTERDIPENDENZA

Non esiste grande potenza capitalista che non sia imperialista. La Cina non fa eccezione. Qualche esempio.

– La messa in riga della sua ‘periferia’. Grazie allo sviluppo di una rete di trasporti ad alta velocità, il Tibet è diventato oggetto di “colonizzazione di popolamento”*. Nel Turkestan orientale (Xinjiang), la popolazione uigura a maggioranza musulmana è sottoposta a una serie di misure che vanno dall’assimilazione forzata all’internamento di massa con l’obiettivo di un genocidio quantomeno culturale16. Il trattato che garantiva il rispetto dei diritti democratici del popolo di Hong Kong al rientro nella nazione della colonia (“un paese, due sistemi”) è stato revocato unilateralmente da Xi Jinping. Dopo anni di resistenza popolare, Pechino ha imposto il suo ordine repressivo, criminalizzando e costretto a sciogliersi le organizzazioni indipendenti e punendo brutalmente ogni ogni dissidenza17. Il diritto all’autodeterminazione, la libertà dei popoli di decidere il proprio destino, non è più in questione ai margini dell’Impero.

– Per proteggere i propri investimenti nell’era delle ‘nuove vie della seta’ e per garantire l’accesso all’Oceano Indiano (i famosi ‘corridoi’)18, Pechino non esita a sostenere le peggiori dittature, come ad esempio in Myanmar e a ingerirsi negli affari interni di un paese, come ad esempio in Pakistan).

– La paralisi temporanea degli Stati Uniti (bloccati in Medio Oriente) ha consentito a Xi Jinping di militarizzare l’intero Mar Cinese Meridionale e ottenere il controllo delle aree marittime appartenenti ai Paesi rivieraschi, dalle Filippine al Vietnam. Pechino giustamente denuncia la politica da grande potenza degli Stati Uniti nella regione, ma non esita a usare la schiacciante superiorità delle proprie forze navali contro i suoi vicini.

– Per mettere in sicurezza le sue rotte marittime (mercantili o militari), Pechino sta prendendo possesso dei porti in molti paesi, dallo Sri Lanka alla Grecia, usando l’arma del debito quando necessario. Se il rimborso non viene effettuato, può chiedere che un’area portuale diventi una concessione cinese per un periodo fino a 99 anni (questo era lo status coloniale di Hong Kong!).

– Proiettandosi a livello internazionale, ora la Cina partecipa alla spartizione delle zone di influenza nell’Oceano Pacifico meridionale, rivendicando un importante spazio marittimo19.

Gli Stati Uniti erano e restano la principale potenza imperialista, la principale fonte di militarizzazione, guerre e instabilità nel mondo. È bene sottolinearlo. L’argomento dell’imperialismo statunitense è affrontato in un altro articolo di questo numero della rivista “L’Anticapitaliste” . Non ci tornerò qui, se non per notare che Joseph Biden è riuscito a rideterminare, aggiornandone gli obbiettivi, la strategia degli Stati Uniti nella vasta area delle operazioni indo-pacifiche. Obama voleva farlo, ma non c’è riuscito20, essendo bloccato in Medio Oriente21. C’è una certa continuità tra le politiche di Donald Trump e quelle di Joe Biden22, tuttavia le politiche di quest’ultimo sembrano essere più coerenti23.

Di fronte alla minaccia degli Stati Uniti, il regime maoista aveva sviluppato una strategia difensiva il cui cardine era costituito dall’esercito di terra, dalla mobilitazione popolare e dalle dimensioni del paese: un invasore si sarebbe perso. Per contro, una grande potenza deve affermarsi negli oceani (e oggigiorno anche nello spazio e nel campo dell’intelligenza artificiale). La marina e l’aeronautica costituiscono il fulcro militare della politica di Xi Jingping, che mobilita le risorse del Paese per realizzare rapidi progressi in nuove aree d’influenza.

Così facendo, l’attuale regime cinese partecipa alle dinamiche di militarizzazione del mondo (e quindi all’aggravarsi della crisi climatica). Qualcuno a sinistra invoca il ‘diritto’ della Cina a rivendicare il suo posto sotto il sole, ma da quando è diventato nostro compito difendere i ‘diritti’ di una potenza e non quelli dei popoli?

La tensione tra Washington e Pechino sulla questione Taiwan è oggi al suo culmine24. Due logiche opposte si confrontano. Quella degli stati impegnati in una feroce competizione di lungo periodo e quella della globalizzazione capitalista dove l’interdipendenza in termini di tecnologie, filiere produttive (le ‘catene del valore’), commercio e finanza è di primaria importanza. C’è concorrenza in tutte i settori e nuovi “campi” appaiono in un mercato e una finanza globalizzati. Qualunque siano le contraddizioni che la globalizzazione deve affrontare oggi, la “deglobalizzazione” capitalista dell’economia appare un azzardo. L’interdipendenza è tale che nessuno può pensare che una guerra sia nell’interesse delle classi borghesi Cinesi né di quelle statunitensi, ma la tensione è tale che non si può escludere un deragliamento con conseguenze esplosive.

La situazione è tanto più instabile in quanto sia il presidente Biden che il presidente Xi affrontano una situazione interna fragile.

Dove va la Cina? Mi guarderò bene dal rispondere a questa domanda che lascerò a qualcuno più esperto di me. Se fosse ancora il PCC a dirigere il paese (sarebbe più facile), ma non è più così. Ora è la cricca di Xi Jinping a governare. Quest’ultimo ha imposto un cambio di regime politico25. In passato, una direzione collegiale consentiva la preparazione della successione delle generazioni a capo del partito ed era fattore di stabilità. Oggi, la fazione di Xi Jinping ha il monopolio del potere. Dopo sanguinose purghe e modifiche costituzionali, può pretendere di governare a vita.

Anche in Cina la selezione del personale politico sta diventando irrazionale rispetto agli stessi interessi collettivi delle classi dirigenti.

*È una colonia nella quale uno Stato invia la sua popolazione (uomini, donne e bambini) ad abitarla in modo significativo, al fine di stabilirvi una presenza duratura e autonoma. n.d.t.

1 Il termine imperialismo può essere utilizzato in vari contesti storici. In questo caso significa una grande potenza capitalista.

2 Pierre Rousset, 4 giugno 2017, ” La crisi coréenne et la géopolitique en Asia du Nord-Est: du passé au présent “, ESSF . http://www.europe-solidaire.org/spip.php?article41214

3Philip S. Golub, ‘Contre Washington, Pékin mise sur la finance’, Le Monde diplomatique , novembre 2021, p.13.

4Philip S. Golub, op. cit.

5Au Loong Yu, maggio 2014, ‘ Qual è la natura del capitalismo in Cina? – Sull’ascesa della Cina e le sue contraddizioni intrinseche ‘, ESSF . http://www.europe-solidaire.org/spip.php?article35764

6Vedi Romaric Godin, 9 settembre 2021, ” Chine: le géant de l’immobilier Evergrande au bord du gouffre – Les contraddizioni du modèle chinois “, ESSF . http://www.europe-solidaire.org/spip.php?article59659

7 Questo è riconosciuto da Paul Krugman sulle sue stesse previsioni sul New York Times del 22 ottobre 2021

8Naturalmente, il “soffitto di cristallo” e il patriarcato non erano per questo scomparsi dalla società.

9Nonostante il calvario della guerra di Corea che fu un vero e proprio scenario catastrofico per Pechino, la cui priorità sarebbe dovuta essere la ricostruzione del Paese.

10Pierre Rousset, ‘ L’expérience chinoise et la théorie de la révolution permanente ‘, l’ Anticapitaliste n°126 (maggio 2021). http://www.europe-solidaire.org/spip.php?article58489

11Per questo è preferibile non utilizzare la formula della società di transizione “al socialismo “.

12Correntemente viene chiamata “rivoluzione culturale” tutto il periodo che va dal 1966 al 1976, col risultato di confondere nella stessa periodizzazione i “tumulti” degli anni che precedono la repressione del 1968-1969 e l’instabile normalizzazione burocratica degli anni successivi.

13GRCP : Grande Rivoluzione Culturale Proletaria

14Pierre Rousset, ‘ La Chine du XXe siècle en révolutions – II – 1949-1969: crisi e trasformazioni sociali in République Populaire ‘, ESSF : http://www.europe-solidaire.org/spip.php?article13546

15Cfr. in particolare i due articoli di Jean-Philippe Béja, ESSF . http://www.europe-solidaire.org/spip.php?article46572

16Daniel Tanuro, « Retour sur l’histoire du Turkestan oriental », 28 avril 2021, Gauche anticapitaliste (Belgique)..

Disponible sur ESSF , http://www.europe-solidaire.org/spip.php?article57947

17Alain Baron, 27 août 2021, « Le mouvement de 2019 à Hong Kong, et son écrasement », Europe solidaire sans frontières ESSF, http://www.europe-solidaire.org/spip.php?article59294

18Per una visione d’insieme di questa questione, vedere Globalization Monitor, China’s overseas investments in the Belt and Road Era. A people’s and environmental perspective, agosto 2021.

19Vedere in particolare la carina che accompagna l’articolo di Nathalie Guibert su Le Monde del 10 et 11 ottobre 2021.

20Simon Tisdall, 25 settembre 2016, The Guardian : https://www.theguardian.com/commentisfree/2016/sep/25/obama-failed-asian-pivot-china-ascendan

21Biden si affida in particolare a Israele, Arabia Saudita o Egitto per “sorvegliare” questa regione del mondo.

22Dianne Feeley, Etats-Unis : la politique étrangère de l’administration Biden » : http://www.europe-solidaire.org/spip.php?article60146

23Dan La Botz « Etats-Unis – Biden concentre sa politique étrangère sur la Chine » : http://www.europe-solidaire.org/spip.php?article59821

24Brian Hioe, 4 novembre 2021 « Caught Between the Two Superpowers. Taiwan Amidst US-China Great Powers Rivalry”, Spectre : https://spectrejournal.com/caught-between-the-two-superpowers/

25Au Loongyu, Pierre Rousset, 22 octobre 2017 , « Le 19e congrès du Parti communiste chinois – La modernisation par une bureaucratie prémoderne », ESSF (article 42298) : http://www.europe-solidaire.org/spip.php?article42298