L’election day di ieri e l’altro ieri ha portato il sorriso sulle facce dei nostri “centro-sinistri”, come da un po’ di tempo non si vedeva. L’alleanza liberaldemocratica, con il PD come asse portante, può ben essere soddisfatta: porta a casa 2 seggi su 2 in Parlamento, 3 sindaci su 5 delle metropoli (con la concreta possibilità di fare l’en plein fra due settimane), e perde (ma era praticamente scontato) solo in Calabria (ed anche lì non si può certo parlare di un voto “plebiscitario” per la destra, poco più di 400 mila voti su quasi 2 milioni di elettori). Circa la metà degli elettori non è neppure andata alle urne, rendendo sempre meno rappresentativo e più “deformato” il famoso “specchio dei rapporti di forza”. Se il PD (e, in tono minore, i neofascisti della Meloni) possono essere soddisfatti, i grandi sconfitti sono gli altri partiti di destra (leghisti e berlusconidi) e i “grillini”. I secondi, quando si presentano da soli, raccolgono risultati molto inferiori non solo al grande exploit delle politiche del 2018, ma persino a quelle delle amministrative precedenti (e spesso anche molto peggio). I primi sono ormai spesso superati dai camerati-concorrenti meloniani (anche se questi ultimi si aspettavano qualcosa di più, visto il bombardamento dei sondaggi). Magari avranno bisogno di riflettere sul fatto che, in genere, una destra a trazione neofascista fatica ad imporsi elettoralmente. Infatti l’unica “vittoria”, quella calabrese, è stata guidata dai berlusconidi, non dai settori più estremisti dello schieramento reazionario. Ma questi ragionamenti in “politichese” non ci appassionano più di tanto. Come al solito, è più interessare interpretare i dati elettorali in termini di sondaggio d’opinione, cercando di capire gli umori delle grandi masse spoliticizzate, atomizzate e eterodirette. La cosa è complicata dal fatto che, essendo amministrative, si assiste all’abnorme proliferare di liste e listine prive di connotazioni politiche chiare, più spesso legate alle clientele e al malaffare che alla “nobile” ideologia politica. Inoltre, come ormai si va ripetendo da almeno un quarto di secolo, non siamo più in presenza di un voto serio, radicato, ideologico. L’imbarbarimento culturale che ha fatto del popolo italiano un esercito di sudditi semianalfabeti (per lo meno politicamente) rende il voto estremamente aleatorio. Fino agli inizi degli anni ’90, infatti, uno spostamento dell’1 o del 2% era ritenuto quasi un terremoto. Oggi vanno per la maggiore “partiti” (se ha senso nobilitarli con questo sostantivo) che passano dal 3 al 30% (e viceversa) in una stagione. Per cui i paragoni con elezioni di 5 anni fa sembrano molto azzardati, quasi si parlasse delle elezioni della cosiddetta Prima Repubblica, quando vigevano ancora leggi elettorali democratiche. Prima di parlare della sinistra, che è quello che ci interessa, diamo un’occhiata ad alcuni numeri dei “partiti” maggiori, sia liberali che reazionari. Cominciamo dal vincitore indiscusso, il PD. Se a Milano, Napoli e Bologna possiamo parlare quasi di un “trionfo” piddino (o meglio centro-sinistro), con una somma, nelle tre metropoli, di oltre 590 mila voti (oltre il 60%!) rispetto ai poco più di 350 mila di 5 anni fa (sotto al 30% in media!), a cui però bisognerebbe aggiungere i 72 mila voti che avevano preso i grillini a Napoli e Bologna nel 2016, a Roma e a Torino le cose non sono così rosee, ovviamente anche per la presenza della Raggi (oltre all’ineffabile Calenda) e dell’erede dell’Appendino. Il centro-sinistra romano ottiene oggi 298 mila voti (27%), di cui 165 mila al PD (16,4%). Nel 2019, alle europee, il PD da solo aveva preso 339 mila voti (30,6%) e nel 2016 il centro-sinistra, pur perdendo con la Raggi, portò a casa 414 mila voti (il 31,6%). La si può edulcorare finché si vuole, ma a Roma, anche se probabilmente Gualtieri vincerà contro la destra, il centro-sinistra non può certo ritenersi soddisfatto. A Torino le cose sono andate un po’ meglio che a Roma, col centrosinistra che ottiene 140 mila voti (quasi il 44%), un po’ meno che 5 anni fa (allora Fassino ne aveva ottenuti 160 mila, pari a poco meno del 42%). Il PD da solo, alle europee di due anni fa, ne aveva avuti 133 mila (oggi 86 mila), pari al 33,5% (oggi 28,6%). Siamo comunque ben lontani dagli ottimismi napoletani, bolognesi e, con qualche riserva in più, milanesi.

I “grillini” ottengono risultati non del tutto disastrosi a Roma (210 mila voti, 19%, meglio che alle europee di due anni fa, ma erano stati 461 mila, 35,3%, nel 2016), Napoli (32 mila, 9,7%, ma 118 mila e 40% 2 anni fa) e Torino (29 mila voti, 9%, ma 118 mila e 30,9% 5 anni fa e ancora 53 mila, 13,3%, due anni fa alle europee, mentre a Milano e Bologna si aggirano ormai intorno al 3%. Probabilmente è meglio evitare di vendere la pelle dell’orso prima di averlo catturato, ma indubbiamente il M5S continua la sua parabola discendente, iniziata col governo Conte 1. Ormai resta primo partito (se non si considera l’ectoplasma Calenda) solo a Roma, e di poco, secondo a Napoli, mentre scende al quarto posto a Torino, al quinto a Bologna, al sesto a Milano.

La destra reazionaria esce sconfitta un po’ in tutte le grandi città (come al solito), ma con performance piuttosto diversificate. Cominciando dalle belle notizie: i leghisti escono molto malconci. La Lega passa a Torino dai 107 mila voti (26,9%) del 2019 ai 30 mila (9,8%) di oggi, anche se va un po’ meglio dei pessimi risultati di 5 anni fa (21 mila voti, 5,8%). A Milano fa ancor peggio: i 48 mila voti (10,7%) di oggi sono meno di un terzo dei 157 mila (27,4%) del 2019, ma sono persino inferiori al già scarso risultato (60 mila voti, 11,8%) di 5 anni fa. E ancor peggio a Bologna: i 40 mila voti (21,8%) del 2019 si riducono a circa un quarto (11 mila voti, 7,7%) oggi, poco più della metà dei già relativamente scarsi 17 mila (quasi 11%) del 2016. A Roma il “capitano” torna quasi ai vecchi tempi in cui la Lega era solo “nordista”: i 285 mila voti (25,8%) di due anni fa sono ridotti ad un quinto o poco più (60 mila voti, 5,9%), ed è una ben magra soddisfazione vedere che sono quasi il doppio di 5 anni fa (32 mila, 2,7%), quando non era ancora “scesa al Sud”. Napoli si conferma città ostica per Salvini: manco ha avuto la forza di presentarsi in proprio. La listina comprendente anche i leghisti ottiene 8 mila voti (2,6%), poco più di un quinto dei 37 mila voti (12,4%) di due anni fa. Se Atene (non si offendano gli illustri cittadini ateniesi) piange, Sparta non ride. Nonostante l’effetto calabrese, ciò che resta dei berlusconidi è ridotto al lumicino. Solo nell’ex capitale “da bere” Forza Italia mantiene un minimo di rappresentanza: 32 mila voti (7%), ormai ben lontana dagli allori del ventennio, ma anche dal pessimo risultato delle europee (58 mila voti, 10%) e dal mediocre del 2016 (102 mila voti, 20,2%). A Torino dimezza i voti del 2019 (16 mila, 5,3%, rispetto ai 31 mila, 8%), e perde qualche voto persino al disastroso risultato del 2016 (17 mila voti, 4,7%). Roma, Napoli e Bologna erano già città storicamente “tirchie” con i polli d’allevamento della Fininvest: a Roma ottengono 36 mila voti (3,6%), contro i 62 mila (5,6%) di due anni fa; a Napoli 22 mila (6,6%) contro i 36 mila (9,6%), a Bologna meno di 6 mila voti (3,8%) contro gli 11 mila (5,8%). L’unica, magra, consolazione per l’anziano ex leader della destra, è essere rimasto primo partito in Calabria, grazie ovviamente ai disinteressati appoggi raccolti tra le masse popolari calabre. Ma veniamo alla parte meno bella delle notizie provenienti da destra. Il partito neofascista, erede del MSI e di AN, guidato dalla sguaiata Meloni, cresce quasi ovunque. Non riesce, per fortuna, a recuperare tutto ciò che perdono Lega e Forza Italia, ma quasi ovunque diventa il primo partito della destra. A Roma lo era già da tempo, se escludiamo l’episodico exploit leghista di due anni fa: passa dai 146 mila voti (12,3%) del 2016 (e 96 mila, 8,7%, nel 2019) ai 176 mila voti (17,4%) di oggi. A Milano quasi quadruplica i voti di 5 anni fa (è vero che erano proprio pochini!): oggi 44 mila voti (9,8%), rispetto ai 30 mila (5,2%) del 2019 e ai 12 mila (2,4%) del 2016. A Torino, con 31 mila voti (10,5%) riesce per un soffio a diventare primo partito della destra, aumentando del 50% i voti ottenuti nel ’19 (22 mila, 5,5%) e uscendo dalla marginalità a cui era abituata (5 mila voti, 1,5% nel 2016). Anche nella “rossa” (?) Bologna i neofascisti diventano il primo partito di destra, con oltre 18 mila voti (12,6%), più del doppio di 2 anni fa (meno di 9 mila voti, 4,7%) e il quadruplo del 2016 (4 mila voti, 2,4%). Solo a Napoli (fino agli anni ’80 punto di forza dei seguaci di Almirante) i “fratellini” stagnano (14 mila voti, 4,4%, più o meno come due anni fa), anche se riemergono dal disastro di 5 anni fa (5 mila voti, 1,3%), mentre perdono 18 mila voti nelle regionali calabresi, finiti a Forza Italia. Sono comunque cifre abbastanza lontane dalle previsioni auspicate dai sondaggi (che parlavano addirittura di percentuali vicine al 20%). Se a Roma, punto di forza nazionale, si arriva poco sopra il 17, sembra difficile, stando così le cose, per la Meloni poter pensare a cifre più alte nel resto d’Italia. E questo in un quadro di arretramento complessivo delle forze di destra.

Ma veniamo a ciò che resta della sinistra. Come si sa, praticamente in nessuna realtà si è riusciti a presentare liste comuni di quella che i giornalisti chiamano la “sinistra radicale”. Persino a Torino, dove abbiamo avuto il tentativo più “serio” (con la candidatura del compagno D’Orsi, che univa quasi tutto ciò che si muove a sinistra), erano presenti altre tre liste, di cui due con la dicitura “comunista” (PCL e PC di Rizzo). In totale 18 mila voti (quasi le metà sulle liste per D’Orsi), pari al 5,6%. Se a questi vogliamo aggiungere le “sinistre” interne al centro-sinistra (poco più di 13 mila voti, pari al 4,4%), si arriva a poco più di 31 mila voti (10%), un risultato decisamente migliore di quello di 5 anni fa (14 mila voti, 3,7%, alla sinistra “radicale” e 7 mila voti, 2%, alla “sinistra del centro-sinistra) e di due anni fa (14 mila voti, 3,6%). Per la Torino proletaria che è nei nostri cuori (e nel nostro immaginario storico) non è certo il massimo, anche se probabilmente resta la situazione meno deludente. Una percentuale analoga (5,6%, 19 mila voti) si è avuta a Napoli, dove la lista di cui faceva parte anche Potere al Popolo ha presentato una candidata proveniente dall’esperienza di De Magistris. Anche la sinistra moderata interna alla coalizione liberaldemocratica ha avuto a Napoli risultati non insignificanti (23 mila voti, 7,1%), il che farebbe della metropoli partenopea la più “spostata a sinistra”. Ma non dimentichiamo che 5 anni fa la coalizione intorno a De Magistris (definita “di sinistra” dai mass media) aveva ottenuto 173 mila voti (42,8%), dei quali 49 mila (12,9%) su liste apertamente di sinistra. Quindi, se non di un arretramento, si può parlare di una stagnazione. Comunque c’è stato un certo recupero rispetto alle europee (18 mila voti tra Sinistra, Verdi e PC di Rizzo, pari al 6,2%). Ben più disastroso il quadro di Roma, dove le 5 liste “comuniste” (compreso il PC di Rizzo, che agli occhi degli elettori appare come di sinistra “radicale”) ottengono meno di 19 mila voti, pari ad uno striminzito 1,7%. Anche volendo aggiungere i 29 mila voti (2,9%) della sinistra moderata interna al CSX, si arriva al di sotto del 5%, rispetto al 6% (67 mila voti) di Sinistra, Verdi e PC di due anni fa, cifra simile ai voti raccolti nel 2016 da Fassina e cespugli vari (68 mila, 5,3%). A Milano il quadro è analogo: 5 liste esterne al centro-sinistra (meno di 14 mila voti, 2,9%), una lista di sinistra interna alla coalizione Sala (7 mila voti, 1,6%), oltre al mini-boom dei Verdi (23 mila voti, 5,1%) che qui però risentono dell’adesione del candidato sindaco, che rende problematico il considerarli di sinistra. Rispetto alle europee c’è una stagnazione della sinistra (15 mila voti, 2,7%) e una crescita dei Verdi (+5 mila voti, +2%), mentre c’è un calo rispetto a 5 anni fa (21 mila voti, 4%, a cui va aggiunto il 3,8%, pari a 19 mila voti) della lista di sinistra interna alla coalizione di allora. Anche a Bologna la sinistra appare divisa e stagnante (meno di 7 mila voti, 4,5%, poco meno di 2 e 5 anni fa). Anche volendo aggiungere i Verdi, interni alla coalizione di centro-sinistra (4 mila voti, 2,8%, la metà di due anni fa, anche se il doppio che nel 2016), si arriva a malapena a 11 mila voti (7,5%). Come si vede, c’è poco da stare allegri. Continua ad esistere uno spazio, tra il 5 e il 10% dell’elettorato, che ostinatamente (verrebbe quasi da dire “stoicamente”) continua a votare a sinistra, quasi sempre con scarsi o nulli risultati (in termini di eletti), nonostante tutte le delusioni, le litigiosità, l’autereferenzialità quasi suicida di molti soggetti. Fino a quando?

Flavio Guidi