a cura di Beppe Moretti

Riprendiamo e pubblichiamo volentieri questa inchiesta con documenti inediti apparsa sul blog “The Intercept Brasil” nel 2019 in lingua portoghese e successivamente ripresa da vari organi di stampa nazionali e esteri. Un lavoro di ricerca e documentazione storico-giornalistica, durato un anno, circa le pratiche di spionaggio e repressione attive nello stabilimento FIAT in Brasile alla fine degli anni Settanta e realizzato da Alessia Cerantola, Leandro Demori, Pedro Grassi e Janaina Cesar corrispondente brasiliana in Italia per varie testate giornalistiche. Le fotografie dell’epoca invece sono di Mana Coelho.

Pratiche simili a quelle della Volkswagen Brasil e di varie altre imprese all’epoca dei fatti, che portarono negli anni successivi a denunce sulla base delle testimonianze emerse nella Commissione Nazionale della Verità istituita nel 2012 sulle gravi violazioni dei diritti umani occorse nel Paese dal 1946 al 1988. Pur senza evidenziare nuovi fondamentali elementi circa le pratiche di controllo e di schedatura usate dalla FIAT, questo appassionato e documentato contributo e attuale nell’analisi delle dinamiche di delocalizzazione produttiva.

– operazioni della Rotam, unità speciale della polizia ai cancelli della fabbrica nel 1981 –

Nell’ottobre 1978, la “Fiat do Brasil” era alla vigilia del suo primo sciopero e gli operai si organizzarono in segreto per paura della repressione militare. I dirigenti aziendali italiani e brasiliani capirono la crescente tensione nei reparti della nuova fabbrica e si chiedevano cosa fosse andato storto, infatti, solo pochi anni prima e già in piena dittatura (instaurata nel paese dal 1964 ndr), il governo militare brasiliano aveva garantito all’azienda in fase di installazione delle proprie produzioni nello Stato del Minas Gerais che non avrebbe avuto problemi con scioperi o fermate della produzione, contrastando e reprimendo ogni tipo di organizzazione operaia anche con la violenza.

Sei giorni prima, il delegato di polizia Airton Reis de Carvalho inviò un dispaccio al comando della Polizia Militare della città di Betim nell’area industriale di Belo Horizonte, capitale del Minas Gerais, dove la compagnia aveva installato la propria unità produttiva. Sapeva già cosa si stava muovendo nei reparti e dell’imminente sollevazione operaia. Nelle comunicazioni ai superiori Reis avvertiva che lavoratori dell’azienda (nei documenti fa riferimento ad uno in particolare) controllavano la stazione di polizia nel tentativo di ritrovare e fare pressioni per il rilascio di un prigioniero, un leader di fabbrica, che avrebbe potuto rafforzare lo sciopero. “In realtà abbiamo elementi della Fiat detenuti”, spiegava Reis nel dispaccio e concludeva: “…tutte le misure prese da questa stazione di polizia per il caso

specifico sono in accordo con il signor colonnello Joffre, della Dipartimento di Sicurezza interno della Fiat Automóveis S/A”.

Reis si riferiva a Joffre Mario Klein, un colonnello della riserva dell’esercito (ovvero elementi in stato di riposo ma a disposizione ed attivabili a semplice richiesta ndr) il quale aderì all’operazione brasiliana della Fiat fin dai primi giorni. Sotto l’attenta vigilanza di Klein, la Fiat spiava gli operai brasiliani in collaborazione agli apparati militari. Queste operazioni di sorveglianza e repressione emergono dal lavoro negli archivi italiani e brasiliani e reso possibile grazie ai documenti emersi e dalle interviste fatte ad ex lavoratori della Fiat, ex dirigenti sindacali e magistrati dei due paesi. La Fiat operava anche in collaborazione al Dipartimento brasiliano per l’ordine politico e sociale, una forza di polizia conosciuta con l’acronimo portoghese di DOPS, che agiva indisturbata all’interno della fabbrica tra i lavoratori nei reparti, organizzando il sistema di repressione del governo in cambio di informazioni sul movimento sindacale. Documenti inediti raccolti nell’Archivio Pubblico del Minas Gerais riportano le conversazioni tra l’apparato repressivo dello Stato e una gigantesca struttura di spionaggio segreta, comandata dal colonnello all’interno della casa automobilistica. Fu grazie a questa struttura parallela che la Fiat indebolì il movimento sindacale e mantenne per molti anni a seguire il controllo dello stabilimento della casa automobilistica italiana in Sud America, che sarebbe diventato negli anni successivi l’unità produttiva di maggior successo all’estero, ma circa 45 anni fa, quando l’azienda stava espandendo la propria attività al di fuori dell’Europa, le mobilitazioni operaie erano all’orizzonte.

La Fiat utilizzò il DOPS, responsabile della tortura e dell’assassinio di attivisti politici fin dagli anni Cinquanta, per monitorare i lavoratori anche fuori dalla fabbrica e, secondo i documenti emersi, consentì l’infiltrazione in azienda e nelle assemblee sindacali di elementi dell’Agenzia di prevenzione e repressione contro le organizzazioni sindacali e ogni attività che la dittatura considerava crimini politico-sociali. La casa automobilistica, recentemente contattata, ha detto di non avere memoria dei fatti ed ha preferito non commentare.

– relazione di polizia ai superiori circa gli arresti degli operai concordati con il Capo della sicurezza interna Fiat –

Nel Minas Gerais lo sciopero scoppiò il 23 ottobre 1978 e fu uno scontro con forti conseguenze a livello nazionale. Per i lavoratori di tutto il Paese quello che accadeva alla Fiat, che aveva investito ingenti risorse e stretto alleanze politiche con la dittatura per costruire la propria presenza in Brasile, dimostrava che era comunque possibile resistere e successivamente seguirono nuovi scioperi in altre fabbriche automobilistiche.

– lavoratori Fiat in assemblea durante uno sciopero del 1979 –

Il colonnello spia. Lo sciopero fu un primo serio banco di prova anche per i dirigenti dello stabilimento e per le autorità ed il movimento sindacale dimostrò che il controllo di oltre 5.000 lavoratori non sarebbe stato così semplice come promesso dall’allora governatore dello Stato del Minas Gerais, Rondon Pacheco. Durante le trattative per attrarre e favorire il marchio italiano ad insediarsi nel Paese, Pacheco aveva garantito una forza lavoro tranquilla e “giovani spoliticizzati”, con bassa scolarizzazione, nessuna cultura sindacale e provenienti in gran parte da aree rurali. L’azienda ed i dirigenti italiani sbarcarono in Brasile con l’aiuto dei militari due anni prima dello sciopero. La Fiat aveva garanzia di super incentivi fiscali, un terreno di 2 milioni di metri quadrati dal governo, che finanziò anche la rete elettrica, le asfaltature delle aree, le linee fognarie, le linee telefoniche, il telex ed i collegamenti viari alla strada di collegamento tra Belo Horizonte e São Paulo, oltre ad ogni azione repressiva si fosse resa necessaria. Il contratto prevedeva una società mista: la Fiat avrebbe avuto il 50,1% della proprietà, mentre il governo dello Stato di Minas controllato dai militari il restante 49,9%, ma avrebbe nominato il presidente della costituenda società. Il giorno della firma dell’accordo, il presidente mondiale della Fiat, Giovanni Agnelli, dichiarò in conferenza stampa di aver scelto il Brasile per la “tranquillità sociale e politica che il Paese stava vivendo in quel momento” e la Fiat giudicava il colpo di stato del 1964 fu una “vera rivoluzione”.

– documento con parti del contratto tra la Fiat e lo Stato brasiliano del Minas Gerais –

In una relazione interna del 25 luglio 1974, la casa automobilistica indicava la questione politica e la disuguaglianza sociale quali possibili ostacoli all’economia, tuttavia, se non ci fossero stati cambiamenti violenti negli equilibri politici, il Paese avrebbe continuato a crescere.

– documento interno Fiat di analisi della fase economica e politico-sociale in Brasile –

Per mettere in funzione la fabbrica con il suo ambizioso obiettivo di produrre 190mila veicoli all’anno, la Fiat dovette anche ricercare e assumere operai specializzati (italiani e oriundi ndr), attrezzisti, tecnici ecc. dagli Stati già più industrializzati di Santa Catarina e São Paulo, aree dove il movimento sindacale era maggiormente attivo, così come il livello di sindacalizzazione.

I nuovi arrivati furono la scintilla dello sciopero del 1978, chiedendo non solo salari più alti, ma anche il permesso di creare una commissione di rappresentanti dei lavoratori e, soprattutto, una riduzione della velocità delle linee di produzione in quanto la Fiat ne accelerava progressivamente la velocità nel corso della giornata lavorativa, portandola a ritmi insostenibili per i lavoratori fino allo sfinimento al termine del turno di lavoro.

Un primo sciopero si concluse dopo cinque giorni, con un accordo firmato dal sindacato in un’assemblea a cui parteciparono solo alcune decine di lavoratori. L’azienda avrebbe rispettato solo una parte dell’accordo e questo manteneva alte le tensioni che avrebbero portato allo sciopero dell’anno successivo. Per impedire altre fermate, la Fiat decise di attuare la “linea dura” ed il funzionario-colonnello Joffre Mario Klein acquisì un’importanza che sarebbe durata per molti anni.

Il militare, entrato nello stabilimento fin dalla sua messa in funzione, aveva la missione di comandare l’apparato repressivo interno, una struttura creata e mantenuta dalla stessa Fiat, di cui i dipendenti della fabbrica non sapevano nulla, chiamata Sicurezza e Informazione. L’obiettivo della divisione, che operava clandestinamente, era schedare i dipendenti e negoziare il loro destino con la dittatura.

Indicato dal Servizio Informativo Nazionale, il SNI, nucleo centrale dello spionaggio del governo federale, Klein divenne sodale e amico personale di Adolfo Martins da Costa, primo presidente della Fiat in Brasile. “Nessuno è stato assunto senza che mio marito lo sapesse”, dice Maria Antonieta Klein, vedova di Joffre, morto nel 2008. La vedova ha parlato con la giornalista in due occasioni, la prima nel Giugno 2017, a casa sua, e un’altra ad Ottobre dello stesso anno, per telefono.

La descrizione che la vedova dà di Klein era di uomo “serio e meticoloso”. Per gli ex operai della Fiat sentiti dalla giornalista, era “duro come una pietra! Teneva baffi ben curati, capelli grigi pettinati all’indietro, magro e sempre in abiti impeccabili. Non sapevamo chi fosse, ma sembrava un militare di alto grado. Era temuto dagli operai, con cui parlava raramente”, ricorda Edmundo Vieira, presidente del sindacato dei metalmeccanici negli anni ’80. Maria Antonietta ricorda di almeno un viaggio del marito alla sede di Torino, in Italia. Una ex dipendente dell’Ufficio del Personale ha confermato “vari viaggi di Klein a Torino”.

Il colonnello venne in Europa per imparare. L’unità brasiliana della casa automobilistica avrebbe dovuto seguire lo schema di spionaggio adottato presso la sede centrale italiana, secondo le informazioni dei documenti analizzati durante le ricerche negli archivi ufficiali della sede della società a Torino e presso il Tribunale di Napoli. La missione di Klein era capire come funzionava la macchina di spionaggio e repressione della Fiat e replicare le stesse tecniche in Brasile. Lo spionaggio sul territorio italiano è stato denunciato negli anni ’70 ed ha portato a condanne nei tribunali italiani, ma in Brasile i dettagli dell’apparato di sorveglianza sono rimasti nascosti fino ad ora.

– reparti PM della polizia militare nella fabbrica durante uno sciopero del 1979 –

L’azienda intercettava le conversazioni telefoniche dei dipendenti.La Fiat spiava da molti anni i suoi dipendenti in Italia, paese dove il Partito Comunista e il movimento sindacale erano molto più forti. Per controllare le scelte operaie l’azienda predispose dei dossier personali. All’inizio degli anni ’70, Raffaele Guariniello, ex procuratore di Torino, indagò su un archivio occupante un intero piano con 354mila dossier personali, tutti conservati nell’ex edificio aziendale nel centro di Torino. “Uno schema di spionaggio, corruzione e collaborazione che ha coinvolto polizia, magistrati ed ex militari, organizzato da un ex appartenente ai servizi segreti italiani, uomo di fiducia di Agnelli”, ha spiegato Guariniello in un’intervista rilasciata presso la biblioteca del Senato a Roma.

Dopo essere tornato dall’Italia, Klein applicò il metodo in Brasile. Il colonnello fece installare, tra le altre cose, un apparato per l’ascolto delle conversazioni dall’unico telefono pubblico installato nel piazzale dell’azienda. Adriano Sandri, un italiano che ha lavorato alla Fiat in Brasile, scriveva in una lettera all’amico e sindacalista italiano Antonio Buzzigoli, che i telefoni erano controllati e che la funzionaria della sorveglianza teneva registro di tutte le chiamate del sindacato per identificare i leader e impedirne le azioni. L’ex dipendente dell’ufficio personale della Fiat che ha confermato alla giornalista che le conversazioni erano monitorate. Il destino delle bobine registrate è sconosciuto.

– lettera di Adriano Sandri ad Antonio Buzzigoli dove lo informa delle intercettazioni telefoniche operate dalla Fiat –

La struttura del colonnello Klein era prevista tra le cariche e le funzioni aziendali, con lo specifico ruolo alle “investigazioni”, come indicato nel documento “Statistiche, incarichi e stipendi”, del Novembre 1980 rinvenuto nell’archivio storico della casa automobilistica di Torino.

L’organigramma indica che quattro persone erano sotto il comando diretto di Klein. Lo stesso documento mostra l’impressionante estensione dell’apparato: 141 persone rispondevano al capo della sorveglianza della Fiat, Mauricio Neves, numero due nella gerarchia della sicurezza e braccio destro di Klein. C’erano 145 spie.

Un’altra tattica usata della dirigenza fu quella di dare ai dipendenti la possibilità di “raccomandare” persone aspiranti all’assunzione in Fiat, diventando così corresponsabili della loro condotta. Una sorta di sorveglianza condivisa con il pretesto di rendere più famigliare l’ambiente. Ovviamente, la sindacalizzazione del soggetto sarebbe stata la fine di ogni possibilità d’avanzamento professionale.

– organigramma aziendale, statistiche, posizioni e salari dell’Area di vigilanza trovato nell’archivio Fiat a Torino; gli investigatori erano a libro paga con specifico ruolo, funzione e risorse disponibili –

Le ritorsioni contro i lavoratori seguivano uno schema collaudato. Quelli identificati come pericolosi venivano arrestati con ogni pretesto, generalmente accusati del furto di materiali e strumenti e poi licenziati per giusta causa (senza indennizzo ndr). Un caso emblematico fu la persecuzione subita da Ézio Sena Cardoso. Quando entrò in Fiat nell’ottobre del 1976, Cardoso aveva già 14 anni di esperienza come tecnico elettricista in altre aziende. In Fiat entrò come manutentore elettricista di macchine.

Attivista politico, Cardoso era già stato arrestato quattro volte, la prima a 17 anni durante una manifestazione ai cancelli della Mannesmann, azienda per la quale non lavorava. Alla Fiat operò nella mobilitazione, anche se, per divergenze politiche, riferisce, non ha mai fatto parte del direttivo sindacale.

Lui fu uno dei dipendenti che passarono dall’ufficio del colonnello Klein. L’ex lavoratore ci ha descritto la scena in cui Klein gli fece la proposta di trascorrere un anno di “interscambio professionale” in Germania in cambio di “dimenticare questa faccenda del sindacato”. Lui rifiutò.

Giorni dopo fu nuovamente chiamato nella sala della sicurezza e licenziato per giusta causa con l’accusa di essere l’autore di manifesti apocrifi contro l’azienda. Cardoso negò il fatto fino a quando riuscì a convincere il suo legale ed ottenere dal giudice una perizia calligrafica per certificare la sua estraneità. Il risultato fu che gli scritti non erano i suoi: “Qualcuno all’interno della Fiat falsificò la sua grafia sui manifesti”, afferma l’avvocato Márcio Augusto Santiago. Cardoso non fu reintegrato ma ottenne un indennizzo.

L’inferno di Lagoinha. Michel Le Ven è un religioso francese che vive nell’area metropolitana di Belo Horizonte, uno dei tre del suo paese imprigionati durante la dittatura brasiliana nel 1968, anni prima degli scioperi alla Fiat. I militari tenevano d’occhio Le Ven a causa del suo interesse per il movimento operaio.

Anni dopo essere stato scarcerato, Le Ven indagò sulla condizione negli ambienti di lavoro durante la dittatura militare. Nella sua ricerca ha curato una tesi di dottorato nel 1988 all’Università di São Paulo, ma mai pubblicata, nella quale ha raccolto molte testimonianze di lavoratori della Fiat dell’epoca. Intercept ha studiato il lavoro inedito: – “È un sistema militare con gerarchia e tutto il resto, comandato da un colonnello e un tenente. È completamente repressivo. All’uscita dalla fabbrica, l’operaio viene perquisito in modo umiliante come se fosse un criminale della peggior specie. Se protesta, viene minacciato e schedato dalla sicurezza” come riferito da fonti del ricercatore.

Un’altra testimonianza parla della sala di sorveglianza: “Alla Fiat c’era un posto dove arrestavano le persone dentro la fabbrica. Proprio come se fossero per strada. Arrivava una guardia, ti fermava e intimava – Sei in arresto! – e caricava il ​​tizio dentro una macchina portandolo nella sala di sorveglianza, dove incontravi quel tal colonnello. Era un carnefice”.

Le informazioni arrivavano al servizio di sicurezza della Fiat in due modi: oltre agli infiltrati, c’erano anche i doppi agenti. Erano quei dipendenti che convocati nella sala di sorveglianza perchè sospettati o accusati ingiustamente di sovversione ne uscivano con una promessa di promozione o stabilità professionale, purché tradissero i colleghi. Si fingevano alleati degli attivisti sindacali e trasmettevano loro informazioni irrilevanti, ma in realtà spiavano per conto del colonnello. I più temuti, però, erano quelli con la “tuta da lavoro impeccabile, non avevano amici, non si relazionavano con i dipendenti

comuni. I loro abiti da lavoro non avevano nemmeno una macchia d’olio, era come se non avessero mai lavorato in vita loro. Erano agenti del Dops vestiti da operai. Giravano per l’azienda mimetizzandosi, cercando informazioni dentro e fuori la fabbrica. In un primo momento passarono inosservati poi, poco a poco, iniziarono ad essere scoperti. Camminavano in coppia, indossando l’uniforme verde del controllo qualità, che aveva libero accesso all’intera fabbrica, ma gli stessi addetti al controllo qualità non sapevano chi fossero…”, racconta Antônio Luiz Vasco, entrato in Fiat nel 1978.

Vasco racconta anche che con il collega José Onofre de Souza si trovava nel piazzale della fabbrica quando furono convocati nella sala della sicurezza per testimoniare in merito a fatti che li vedevano coinvolti: – “Era una normale stanza d’ufficio, hanno scattato le nostre foto e preso la nostra testimonianza, come se fosse una stazione di polizia, in seguito mi portarono a Lagoinha” – racconta Onofre, un uomo alto, forte, dal tono sicuro, che vive in una casa mai terminata a Nova Lima ospite da una sorella.

Nel quartiere di Lagoinha dagli anni Cinquanta c’era un carcere per detenuti “temporanei”. Durante la dittatura molti furono imprigionati per giorni senza essere registrati. Il luogo era conosciuto come “Deposito dei prigionieri” e “Inferno di Lagoinha”. – “Sono rimasto lì per due o tre giorni. Non mi hanno interrogato, non mi hanno registrato, non mi hanno picchiato, ma neanche mi hanno trattato bene” – ricorda Onofre.

La direzione infiltrava agenti anche nelle riunioni interne al sindacato. Nell’inchiesta è emerso un documento su carta aziendale intestata Fiat dell’Aprile del “79 che conferma lo spionaggio di una riunione sindacale chiusa tra lavoratori di varie categorie tenutosi fuori dalla fabbrica al Colégio Santa Maria Rita a Belo Horizonte. La relazione è il resoconto della riunione tra i circa 50 presenti, rinvenuta tra le carte microfilmate attualmente conservate negli archivi pubblici di Minas Gerais. Il materiale fa parte delle 97 bobine di microfilm inviati dal Dops al Coordinamento Generale della Sicurezza, Coseg, l’estinto corpo di Polizia Civile del Minas Gerais.

Dopo anni di funzionamento, il sistema di Sicurezza e Informazione della Fiat do Brasil ha soddisfatto la sede centrale ed il presidente mondiale, Giovanni Agnelli, tornò in Brasile spendendo elogi per il colonnello Joffre Mario Klein.

L’operaio modello. In Brasile lo spionaggio della Fiat fu nascosto e silenziato e non fece notizia sulla stampa nazionale, ma fu commentato da alcuni giornali italiani. Nel suo appartamento a Torino ci ha ricevuto l’ex sindacalista Antonio Buzzigoli che seguì il caso negli anni ’70: – ” Tra il 26 Settembre e il 4 Ottobre 1979 mi trovavo tra Rio de Janeiro e Betim per monitorare lo sciopero e le condizioni con cui operava la Fiat in Brasile”, ha detto l’ex rappresentante della Federazione dei metalmeccanici.

Tornato in Italia, Buzzigoli pubblicò una relazione nella quale denunciava l’esistenza di una “polizia interna armata” in fabbrica. Il gruppo sarebbe composto da persone addestrate da “un italiano e successivamente un brasiliano”, la cui funzione era quella di esercitare pressione psicologica sui lavoratori. Questi agenti controllavano tutto: “i bagni, i gabinetti, la mensa e giravano tutto il giorno all’interno degli uffici”. Il documento menziona anche la regolarità con cui la Polizia Militare entrava in fabbrica. All’epoca Buzzigoli rilasciò interviste ai giornali italiani ma le denunce non ebbero ripercussione in Brasile.

– relazione di Buzzigoli sulla repressione nello stabilimento Fiat a Rio de Janeiro RJ –

In Italia la società fu portata in tribunale dopo l’indagine del pm Raffaele Guariniello. Nel tentativo di mettere a tacere la vicenda la Fiat riuscì a trasferire il caso a Napoli, nel sud del Paese, dove era notoriamente più facile “aggiustare” i procedimenti ed i tribunali erano frequentati da funzionari corrotti a causa delle infiltrazioni mafiose. Tuttavia tutte le persone coinvolte furono condannate per corruzione e violazione della riservatezza: trentasei persone, tra cui cinque dirigenti Fiat e un alto funzionario di polizia. Il presidente della società Agnelli non fu nemmeno denunciato e, quindi, non fu chiamato a rispondere di spionaggio della società che comandava. Nessuno dei condannati ha scontato la pena perché i reati caddero in prescrizione.

operai della meccanica, stabilimento Fiat do Brasil, 1987

A conclusione della chiusura del caso, l’archivio del Tribunale di Napoli dove erano conservati gli atti chiese alla Fiat di riprendersi i 150mila fascicoli personali utilizzati dall’accusa nel processo, circa la metà del totale. L’archivio del Tribunale riferiva con nota che non aveva spazio sufficiente per conservare tutti i documenti e non è chiaro che fine abbiano fatto, il che rende impossibile produrre nuove prove contro l’azienda per il suo operato nel mondo. Intercept Brasil ha esaminato quanto ancora rinvenibile in quell’archivio.

Le carte rivelano la profondità dello spionaggio dell’azienda nei confronti dei suoi dipendenti. Descritti come “note informative”, le schedature personali riportano informazioni circa la famiglia, la situazione economica, i precedenti penali e politici, l’orientamento politico e la reputazione pubblica, compresi i familiari direttamente legati agli schedati. Uno dei fascicoli ritrovati era quello di Salvatore B.: “celibe, apolitico, abita in affitto in un modesto appartamento con la sorella anche lei celibe, lavoratrice, apolitica, di buona condotta morale e civica”. Salvatore B. era considerato “adatto” a lavorare nello stabilimento di Torino.

La scheda dell’ing. Carlo C., invece, pur non avendo precedenti di polizia e “di buona condotta morale e civile”, era considerato “sovversivo” per i suoi trascorsi nel Partito Comunista Italiano. L’indagine su Carlo C. fu ampia, due pagine che descrivono la sua vita: dalla frequentazione della chiesa, agli anni degli studi universitari fino all’ingresso nel PCI. La nota descrive anche la partecipazione del padre alla Democrazia Cristiana, così come la madre e la sorella, iscritte all’Azione Cattolica.

schedatura di Carlo C.

I dossier sulle operaie rispecchiano la cultura maschilista italiana dell’epoca. Ad Angela O. gli spioni non hanno risparmiato offese e la sua vita è stata invasa dagli agenti Fiat che relazionano “essere stata sfrattata due volte per il mancato pagamento dell’affitto e attualmente vive in un piccolo appartamento con la madre e due figli, uno dei quali con un grave problema di salute”. La nota prosegue affermando che “l’interessata (Angela) ha una relazione da oltre un anno con un fallito ex detenuto e lascia molto a desiderare sulla questione morale, visto che i figli sono di uomini diversi e aveva avuto una relazione con un cittadino tedesco ricercato dall’Interpol”.

La nota prosegue dettagliando vari momenti della sua vita: “Ha lavorato come cassiera e per un periodo è stata vista per le strade di Milano per motivi poco chiari. Da tempo non lavora e conduce una vita dubbia, arrivando a casa tardi. Si sospetta lavori nella prostituzione”.

Durante la produzione di questa inchiesta, non siamo stati in grado di scoprire se la Fiat do Brasil ha schedato meticolosamente i lavoratori come ha fatto la sede centrale in Italia. Se così fosse, resta da scoprire il destino dei documenti dello spionaggio privato, se non distrutti come molti del periodo.