La frase che ho scritto come titolo me la ripeto come un mantra da moltissimi anni, soprattutto dopo aver verificato di persona (Genova 2001, per esempio) o aver letto sui giornali (vedi l’ultima mattanza a S. Maria Capua Vetere) di quanta vile prepotenza sono capaci molti carabinieri, poliziotti, guardie carcerarie, militari, ecc. Già, perché sono nato in una famiglia operaia e comunista, e fin da piccolo mi sono abituato a vedere la gente in divisa come “sbirri”, spesso criminali, a volte assassini. Mio padre, che fin dal 1947-48 era abituato a scontrarsi con la Celere e i Carabinieri durante gli scioperi e le lotte operaie in genere (quando i “figli del popolo” in divisa manganellavano a destra e a manca, picchiavano coi calci dei fucili, sparavano candelotti ad altezza d’uomo, a volte sparavano pallottole vere, uccidendo operai, contadini, e, dopo il ’68, anche studenti), mi aveva abituato a considerarli con grande disprezzo, come fossero una sottospecie di esseri umani: quelli che sono sempre al servizio dei potenti (padroni, politici, ecc.) e contro “quelli come noi” (lavoratori in genere, studenti, ecc.). Crescendo, e partecipando alle lotte studentesche degli anni Settanta, ho continuato a vederli in questo modo. Non ho MAI avuto un amico “sbirro”, e l’unica poliziotta per bene che ho conosciuto un po’, (un’ispettrice della Questura di Brescia), pur non essendo un’amica, mi ha confermato (a modo suo, a fior di labbra) in questo pregiudizio “antipoliziesco”. Però, crescendo, e acquistando in “saggezza” dovuta all’esperienza, e trasformandomi da giovane studente capellone e arrabbiato in un maturo “marxista”, seppur ancora rivoluzionario, mi sono detto, via via che passavano gli anni: non possono essere tutte persone spregevoli, violente, ignoranti e prepotenti! Ci sarà pur qualcuno che, magari avendo creduto in buona fede che l’indossare la divisa era un modo per “combattere il crimine” (e forse il “Male” con la emme maiuscola), abbia mantenuto una certa coerenza con i suoi “ideali” giovanili. Infatti esulto quando leggo sui giornali (o in TV) del tal poliziotto, del tal carabiniere che denuncia i suoi colleghi colpevoli di aver torturato, picchiato, ammazzato (vedi il caso Cucchi), “tradendo” lo spirito “democratico e costituzionale” a cui lo “sbirro onesto” in questione è restato fedele. Esulto soprattutto perché vedo messo in discussione uno stereotipo a cui avevo aderito fin da ragazzino. Ed io odio gli stereotipi. Certo, il mio stereotipo è sempre stato, credo, minoritario, rispetto a quello opposto, veicolato da film e telefilm (soprattutto USA, ma, ahimé, non solo), da TV, da giornali, del “poliziotto buono”, onesto, virtuoso, che cerca di evitare la violenza, che difende i cosiddetti “deboli” dalla prepotenza dei potenti. Questo stereotipo è sicuramente molto più falso e di paccottiglia (tipo favola di Biancaneve e i 7 nani) di quello che “avevo” io. Ma sono comunque contento quando penso, mentre partecipo ad una manifestazione, che tra quelle centinaia di robocop armati e minacciosi che mi stanno intorno, forse non tutti vogliono riempirmi di botte perché sono un “rosso”, uno che sta con gli operai, gli sfruttati, i poveracci insomma. Magari preferirebbero menare i fascisti che fanno il saluto romano, che aggrediscono gli immigrati, che uccidono i ragazzini inermi mettendosi in due palestrati contro un mingherlino d’origine capoverdiana. Oppure irrompere in una riunione di finanzieri e speculatori d’assalto mentre tramano su come fregare ancora lo Stato (e soprattutto il popolo lavoratore, che paga il 94% delle tasse in Italia) e arrestare questi approfittatori fraudolenti. Ho persino chiesto scusa, dentro di me, a Pasolini, per quella famosa diatriba su Valle Giulia. Scusa Paolo, di aver pensato male di te, mi son detto. Certo, devo sforzarmi molto, devo ricorrere alla fantasia nella maggior parte dei casi. Perché faccio molta fatica a ricordare casi del tipo ricordato sopra. Mentre continuamente vi vengono in mente Modena, Reggio Emilia, Avola, Battipaglia, Serantini, Saltarelli, Franceschi, Zibecchi, Giuliani, Cucchi, Aldrovandi, ecc. Un elenco lunghissimo, che non accenna a finire. Non sarà che il mio vecchio aveva ragione quando, parlando del nostro vicino che aveva fatto una scorrettezza, mi diceva, scuotendo la testa, in dialetto “Pota, l’è en polisiotto!“? No, non voglio cedere agli stereotipi: ci sarà pure qualcuno con la divisa che non ama picchiare gente inerme, come i detenuti, no? Dai, speriamo che si faccia sentire. Siamo tutti in attesa.

Vittorio Sergi