di Gianni Sartori

Contraddizioni in seno al popolo (o “ai popoli”, come preferite) che fanno male.
Ma d’altra parte, chiunque abbia affrontato questioni come quella irlandese (vedi gli aspri contenziosi tra PIRA e OIRA, tra IRA e INLA…tanto per dirne qualcuno; ma anche tra le formazioni guerrigliere sudamericane non si scherzava…) ha dovuto confrontarsi con i contrasti interni tra organizzazioni che si richiamavano comunque al diritto dei popoli o alla lotta delle classi subalterne.

E che – pur avendo in genere lo stesso nemico principale (a seconda dei casi: lo Stato centrale, il capitalismo, l’imperialismo…in genere un mix di tutto ciò) rasentavano talvolta il fratricidio.

Fatte le debite proporzioni (qui siamo “solo” all’ostracismo, almeno per ora) mi sembra che qualcosa del genere stia avvenendo anche per Grup Yorum. Del gruppo musicale – ingiustamente criminalizzato dal regime turco – mi sono occupato spesso. Soprattutto nel 2020 per gli scioperi delle fame di alcuni suoi componenti finiti in galera con accuse perlomeno fantasiose. Scioperi che purtroppo in genere si erano conclusi con la morte del detenuto.
Il 27 aprile – con un comunicato su twitter – la formazione musicale turca (ma alcuni dei suoi membri, anche tra quelli deceduti in sciopero della fame, sono curdi, se pur – come dire -“assimilati”) si è scagliata contro Dilan Ekin. Accusandola di aver lasciato il gruppo invece di lasciarsi morire di fame in prigione come Helim Bolek, Ibrahim Gokcek, Mustafa Kocak, Ebru Timtik.
Per la cronaca, l’ex componente del gruppo veniva arrestata nell’ottobre 2020 proprio per aver partecipato ai funerali diIbrahim Gokcek.
In sostanza l’accusano di “aver tradito i suoi compagni di lotta” e – cosa ancor più grave – di fatto viene consegnata alla “vendetta popolare”.
Saranno d’accordo, presumo, i “campisti” nostrani. Gli stessi che vedono i curdi come il fumo negli occhi, senza rendersi conto che – a mio avviso naturalmente – senza i curdi la sinistra turca – ancora imbevuta di kemalismo, sia la riformista che la rivoluzionaria – non va da nessuna parte. O perlomeno non certo “a sinistra”.
Ora, con tutto il rispetto dovuto ai suoi membri morti nelle carceri di Erdogan, non si può ignorare che questa non è la prima “cantonata” (diciamo così per carità di patria) presa da Grup Yorum.
Durante quella che doveva passare alla Storia come la “Battaglia di Kobane” avevano dichiarato pubblicamente che non consideravano una rivoluzione quanto stava avvenendo in Rojava. 

Gianni Sartori