Prendiamo a prestito dai compagni del Centro F. Buonarroti questo interessante articolo su una pagina praticamente sconosciuta della Resistenza in Italia. Domani, quando saremo probabilmente sommersi dai tricolori, ricorderemo anche questi compagni tedeschi, che disertarono dall’esercito del Reich per combattere (e, purtroppo, quasi sempre morire) sotto le bandiere rosse dell’internazionalismo proletario. (FG)

La Resistenza armata dal 1943 al 1945 in Italia ha svolto un ruolo fondamentale nella
sconfitta tedesca e fascista. Ma, tra i protagonisti dimenticati o sottovalutati (le donne, gli
IMI, i renitenti alla leva, i Triangoli Rossi), c’è anche un capitolo che riguarda la presenza
nella Resistenza italiana di disertori tedeschi. Di seguito riportiamo alcune riflessioni del
Prof. Giancarlo Restelli, del Centro Filippo Buonarroti di Milano. L’intervento era più
ampio ma è stato “tagliato” per ragioni di spazio. Di questo ci scusiamo con Restelli.


[…] L’unico storico che finora ha parlato di questo fenomeno è stato Roberto Battaglia in un testo del 1960 scritto in tedesco e pubblicato in Austria e mai tradotto in Italia: Il titolo è “Deutsche partisanen in der italienischen Widerstands-bewegung” (“Partigiani tedeschi nella Resistenza italiana”).
In esso Battaglia sostiene che «la partecipazione di partigiani stranieri alla resistenza italiana, sia di singoli che di gruppi, è stata forte e significativa»: oltre ai prigionieri di guerra russi, jugoslavi, inglesi, francesi, austriaci, cecoslovacchi e di altre nazionalità – continua Battaglia – fuggiti dai campi di prigionia o dalla squadre di lavoratori forzati, c’erano anche quelli «che stavano dall’altra parte», nella Wehrmacht, ma che avevano disertato per passare con i partigiani italiani.
Continua Battaglia: «il passaggio di tedeschi nelle file del movimento di resistenza italiano non si è limitato a singoli casi ma ha raggiunto dimensioni considerevoli […] ed è chiaramente dimostrata in tutte le zone del Nord Italia, senza eccezione, la presenza di tedeschi nelle principali bande partigiane e nei luoghi degli scontri più duri».
Anche solo uno sguardo alla numerosa memorialistica conferma la presenza di tedeschi in molte formazioni partigiane. Si trovano infatti testimonianze anche in Toscana, Umbria, Trentino, Friuli, Lombardia, ma molti di loro sono rimasti senza nome, caduti o passati per le armi nel corso dei combattimenti.
Dopo Roberto Battaglia a narrare quest’altra espressione della resistenza tedesca sono stati alcuni anni fa due storici di Friburgo, Wolfram Wette e Detlef Vogel, “Das letzte tabu” (“L’ultimo tabù”).
Secondo i due studiosi durante la Seconda guerra mondiale sono stati ben centomila i soldati tedeschi disertori, ventimila dei quali sono stati condannati a morte e più della metà fucilati, impiccati, garrotati o ghigliottinati, e tra questi “disertori” ci sono anche quelli passati con la resistenza italiana. Dei centomila disertori molti erano comunisti,
socialisti, democratici e provenivano dalle file del proletariato. Secondo il settimanale “Der Spiegel”, il libro di Wette e Vogel è l’unico libro uscito finora in Germania sull’argomento, scoprendo un «tabù» che durava dalla fine della guerra. In Germania, infatti, dopo il ’45 nessuno aveva mai parlato dei disertori tedeschi. Solo nel 2002 il parlamento ha riabilitato una parte dei condannati per reati minori: non i kriegsverräter (traditori in guerra), tra i quali molti disertori passati dalla parte della resistenza nei vari paesi occupati. La presenza di partigiani tedeschi è visibile un po’ in tutti i movimenti di resistenza europei: in Grecia, Polonia, Russia, Italia, Cecoslovacchia, Jugoslavia, Francia, Norvegia, ecc. I due ricercatori parlano di 1.000 combattenti tedeschi in Francia, 600 in Jugoslavia, 600 in Grecia e 100 in Polonia.
Difficile calcolare il numero di disertori tedeschi nelle fila dei partigiani italiani.
Dal 1943 al 1945 l’esercito tedesco schierava in quel momento dai 10 ai 12 milioni di uomini in Europa. Assumendo quindi il dato ufficiale di 100.000 disertori tedeschi, si tratta grosso modo dell’1%. Dato che in Italia in quel momento erano schierate 27 divisioni, circa 330.000 soldati, se vale la regola dell’1% parliamo di almeno 3.000 persone, di cui una parte si rese disponibile a combattere con i partigiani italiani. Anche se fossero stati solo 1000 combattenti saremmo davanti a un fenomeno significativo e simbolicamente importante.
Tra le maggiori unità combattenti potremmo ricordare il Freies Deutschland Bataillon – composto da disertori tedeschi, austriaci, cecoslovacchi – formarono unità di guerriglia che combatterono contro le forze armate germaniche. Il Freies Deutchland Bataillon operò assieme ai garibaldini delle divisioni Carnia e Val But a ridosso del confine con l’ Austria, in Alto Adige e nel Bellunese.
Un altro esempio di presenza di disertori tedeschi in Italia è un rapporto della polizia segreta tedesca la quale segnala ad esempio che solo a Civitella, in provincia di Arezzo, si verifica nel luglio 1944 la diserzione di ben 721 soldati tedeschi. Probabilmente il motivo fu la strage degli abitanti di Civitella di pochi giorni prima (244 vittime).
Tra i singoli combattenti In Italia ricorderei due figure: Hans Schmidt e Rudolf Jacob.
Hans Schmidt era componente di una formazione politica comunista spazzata via da Hitler nel momento della presa del potere nel ‘33. Di professione impiegato durante la guerra è soldato nella Wehrmacht e impegnato in provincia di Reggio Emilia. Forma un gruppo clandestino di soldati tedeschi e prende contatto con partigiani italiani per catturare ufficiali del suo esercito. Viene scoperto e fucilato con altri quattro suoi compagni.
Rudolf Jacob è nato a Brema nel 1914 e per molti anni è ufficiale della marina mercantile. Chiamato sotto le armi, è capitano nella Marina tedesca dal 1938. Dall’autunno 1943 nell’Italia occupata dai nazifascisti, è impegnato, dai primi del ’44, a realizzare gli apprestamenti difensivi lungo la costa da La Spezia a Genova.
Prima ancora della diserzione sappiamo che Jacob fornì la popolazione della Spezia di viveri per aiutare molte persone che erano letteralmente affamate. A spingerlo più avanti alla diserzione sono probabilmente le efferatezze naziste in Italia che vede quotidianamente. Massacri e crudeltà ai danni della popolazione e dei partigiani. Entrò a far parte di una banda delle “Garibaldi”.
Morì il 3 novembre del ’44 in una sfortunata azione di liberazione di alcuni partigiani italiani. Fu ucciso da reparti repubblichini a Sarzana. […] Anche le storie di Schmidt e Jakob sono un’altra pagina nascosta della Resistenza
tedesca e dopo quasi ottant’anni queste vicende meritano di essere conosciute e divulgate.


Centro Filippo Buonarroti – Brescia – 2021