di Gianni Sartori

Si dice che in genere le guerre – e quelle “civili” in particolare – si combattono due volte. La prima armi alla mano, l’altra dopo. Scrivendo, riflettendo, polemizzando… e naturalmente anche mistificando o stravolgendo.
Quella di Spagna (da1 1936 al 1939, ma solo ufficialmente: sappiamo come sia durata molto più a lungo) non fa certo eccezione…

QUANDO LA MEMORIA LASCIA I SUOI SEGNI (E I SUOI SEMI)

Da dove comincio? Forse dalla telefonata con cui Claudio Venza mi preannunciava la pubblicazione nella Biblioteca di “Spagna contemporanea” del volume Segni della memoria – Disegnare la guerra civile spagnola (a cura di Felice Gambin, edizioni dell’Orso) suscitando il mio interessamento. Duplice. In quanto ho sempre seguito sia la scena fumettistica – in maniera discontinua, come quasi tutto del resto (nel CV anche una breve collaborazione con “Puzz”) – sia le vicende della Guerra di Spagna; anche quelle proseguite nel tempo, vedi in Euskal Herria e Paisos Catalans. Un invito a nozze quindi.
Però… c’era un però. L’attuale situazione, sia generale sia personale, non è delle più confortanti.
Evaporate le antiche speranze di cambiare lo stato di cose presente, prevale ormai un laico distanziamento sociale (in riferimento alle problematiche del genere, non al Covid-19).
Soltanto nella “Natura” (concetto alquanto ideologico, lo utilizzo tanto per intenderci) confido e ancora ripongo qualche residua speranza. Augurandomi e soprattutto augurandoLe di poter sopravvivere al petrolio, alle radiazioni, alle guerre umanitarie, al capitalismo, al “socialismo” da caserma, alla plastica in particolare e ai rifiuti in generale, agli allevamenti, ai droni, a google e a qualche variopinta amenità come “sviluppo sostenibile” e “green economy”…

Tuttavia – convinto che quella del ‘36-39 in terra di Spagna abbia rappresentato, almeno in Europa, l’ultima concreta occasione per un radicale cambio di percorso, l’estrema possibilità per classi subalterne e popoli oppressi di emanciparsi – avevo diligentemente recuperato tutto il materiale BD (bandes dessinées) sull’argomento in mio possesso, in vista di una eventuale recensione quando il volume fosse finalmente pervenuto, grazie all’interessamento di Claudio (bontà sua!). Avevo quindi ripescato in scaffali e scatoloni vecchie pubblicazioni, sia nostrane, sia di provenienza iberica (oltre ai comics donati da compagni catalani e baschi, quelli provenienti dalla fornita e rinomata Bilintx di Donosti e da una libreria militante di Girona di cui non ricordo il nome). Convinto, sia per ragioni anagrafiche, sia per vicende personali, di poter individuare anche storie non prese in considerazione dai curatori.
Invece, consultando poi il volume, scoprivo almeno due o tre cose.

Innanzitutto, come confermato da ricerche ulteriori, ho dovuto constatare che ormai siamo all’inflazione delle graphic novels sulla GC spagnola. Veramente tante, fin troppe, le storie narrate e disegnate, attingendo per lo più dalla memoria familiare (evidentemente Spiegelman con Maus ha fatto scuola, ma non sempre gli epigoni risultano all’altezza). Storie solo in parte adeguate e utili alla comprensione dell’epica tragedia che – nonostante la diversa opinione espressa ultimamente da vari addetti ai lavori – doveva spianare la strada al dilagare del nazifascismo e alle stragi della seconda guerra mondiale.

Addirittura, talvolta si intravede una subdola deriva, quella dell’improponibile “equidistanza” tra vittime e carnefici, tra oppressi e oppressori, tra repubblicani e franchisti (sull’onda della cantonata presa a suo tempo da Simon Weil). Ma almeno per ora non si sprofonda – magra consolazione – nel revisionismo autopunitivo di certa “sinistra” ieri leninista (o stalinista, almeno di fatto), oggi genericamente liberal. Tra le migliori opere commentate, il capolavoro di Vittorio Giardino No pasaran! (e la chicca preziosa di Dimenticare mai sulla riapertura delle fosse comuni dove finirono a centinaia di migliaia le vittime delle sacas) e il racconto Constancio y Manolo, una storia basca di José Muñoz e Carlos Sampayo dal grandioso, illuminante, liberatorio finale.

E poi, attingendo a piene mani nell’estesa produzione: Los surcos del azar di Paco Roca; El ala rota di Kim Antonio Altarriba; Paseo de los canadienses di Carlos Guijarro (vedi il medico internazionalista Norman Bethune); Todo los que nos contaron nuestros abuelos di Cachete Jack; Tristisima ceniza: un tebeo de Robert Capa en Bilbao 1) di Mikel Begona e Inaket (forse più noti per il loro Otzi); Modotti. Una mujer del siglo XX di Angel de la Calle; Las damas de la peste di Javier Cosnava e Rubén de Rincon; Jamas tendré 20 años di Jaime Martin; “Verdad” di Lorena Canottiere; “Cuerda de presas” di Fidel Martinez e Jorge Garcia; “El angel de la retirada” di Paco Roca e Serguei Dounovetz; “Winnipeg, el barco de Neruda” di Laura Martel e Antonia Santolaya; “Dias de rejones” di Laura Pérez Vernetti.

Immancabilmente si percorre l’opera – e il vissuto, quello di un’infanzia negli anni del franchismo consolidato e apparentemente inamovibile – del meritevole Carlos Giménez (España, UnaEspaña, GrandeEspaña, Libre!BarrioParacuelosMalos tiempos, eccetera).**

PRATT, DURRUTI, SAINT-EXUPERY, ORWELL, BONVI, CORTO MALTESE…NONCHE’ GLI ALTRI

Dal Felice Gambin (vedi Immagini, parole e suoni della Guerra civile spagnola nel fumetto italiano, pag. 149 di Segni della memoria) viene evocato perfino l’incontro, immaginato da Hugo Pratt, tra Saint-Exupéry e Buenaventura Durruti (in Saint-Exupéry: l’ultimo volo già citato per la prefazione di Umberto Eco). Non viene tuttavia sottolineato il particolare, filologicamente esatto, di Buen che conversando con lo scrittore-pilota provvede a ricucirsi i calzini (come si legge in La breve estate dell’anarchia di Magnus Enzensberger).

Davo per scontata la pubblicazione della fucilazione – ipotetica – del gentiluomo di ventura Corto Maltese così come, con un riferimento a Garcia Lorca, l’aveva immaginata Giardino (pag. 125). Ma non pensavo di scoprire tre belle tavole del 1981 di Bonvi (per me inedite) dove Orwell incontra un probabile fratello (integrato nel battaglione Thalmann) del tenente di vascello Christian Slutter (quello fucilato per pirateria, sabotaggio e spionaggio in La ballata del mare salato). I due volontari internazionali discorrono di un “commissario politico russo coi capelli lunghi, sozzi e dall’aria spiritata che è morto due giorni fa” (Rasputin, ovviamente) e di un misterioso marinaio cieco che da solo sta rallentando l’avanzata dei fascisti con una “mitragliera Lewis-Kalashinkow bloccata a tiro fisso” (pagg. 128, 129, 130).

Una piccola citazione, in una nota, anche per Eloy uno entre muchos! di Antonio Hernandez Palacios. Confesso: avevo sperato di esibirlo come un tassello mancante. Di mio aggiungo che – oltre a esser stato pubblicato ancora nel 1979 a Gasteiz (Vitoria, in Alava, Hegoalde) da Ikusager Ediciones – tra collaboratori e coordinatori si coglie una netta prevalenza della componente basca. Del resto è basco anche Gorka, l’altro coprotagonista della serie (otra hormiga como él).

E il Durruti fa la sua comparsa anche qui, a pag. 52 nell’edizione del 1983, quella rustica. Così come, a pag. 49, il “camarada Gallo” alias Luigi Longo (il cui libro sulle brigate internazionali viene citato tra le referencias bibliograficas) e “Mario Nicoletti”, alias Giuseppe Di Vittorio (pagg. 49, 50, 51). ***

Stando alla prefazione, il nome Eloy veniva estratto non casualmente in memoria di un “jovencisimo teniente del Campesino conocido en plena batalla del Jarama” da Ernesto Santolaya, editore e ispiratore della vicenda narrata da PalaciosTutto da verificare. Non risulta infatti una partecipazione di Valentin Gonzalez alla famosa battaglia del febbraio 1937 (quella cantata sia da Woody Guthrie sia da Pete Seeger) mentre era – presumibilmente – sul campo a Toledo (vedi l’Alcazar, da dove prende il via la vicenda di Eloy) con il Quinto Regimiento, quello di Lister.

In seguito El Campesino partecipò – e venne anche ferito – alle battaglie di Guadalajara, Brunete e Belchite (nel corso del 1937) e a quella dell’Ebro (1938). Finendo poi come è noto in URSS e in un gulag da cui riuscì a fuggire riparando in Francia (ma questa è un’altra storia).

Vencidos sin sentirse vencidos”, Eloy e Gorka dovranno comunque assaporare fino in fondo il calice amaro della sconfitta repubblicana. Avranno poi modo di rifarsi partecipando alla resistenza francese come membri dell’AGE (Agrupacion de Guerrilleros Españoles). Entrando nella capitale francese liberata con la 2° divisione blindata del generale Leclerc quando Eloy cadrà combattendo la sua ultima battaglia.

Per la cronaca: i primi a entrare in Parigi nella notte tra il 24 e il 25 agosto 1944 furono maquisards spagnoli, in gran parte anarchici. Circa settemila membri dell’AGE parteciparono, insieme a qualche partigiano francese, al fallito tentativo insurrezionale antifranchista dell’ottobre 1944 in Val d’Aran. Poco simpaticamente vennero abbandonati alla loro sorte dagli anglo-americani nonostante la guerra contro il nazifascismo fosse ancora in pieno svolgimento.
Quanto a Gorka, disilluso, tornerà in Euskal Herria tra le montagne. E qui non possiamo escludere altri successivi scenari nella sua lotta contro il franchismo.

Verrebbe da cogliere qualche vaga analogia di Eloy con Tomka, il gitano di Guernica (nelle versioni precedenti: Amore e odio di un gitano a Guernica e L’ultimo treno) di Massimo Carlotto e Giuseppe Palumbo.

Anche qui non manca l’autoctono di Euskal Herria. Una miliziana basca, Amalur (“Madre Terra” in euskara), che viene uccisa dal fidanzato Tomka, un gitano scampato al bombardamento di Gernika dell’aprile 1937 e arruolatosi nel Quinto Regimiento (anche lui!). Fuggito in America latina, l’assassino verrà raggiunto dai fratelli della ragazza- due gudaris scampati alla repressione franchista rifugiandosi in Francia – che la vendicheranno a coltellate. Inquietante. ****

Parte della storia si trascina pervasa, impregnata (oltre che da qualche luogo comune: Guernica e Picasso, i baschi, il Quinto Regimiento…) da sentimenti primordiali, oscuri, misteriosi: l’odio di tutti contro tutti, gli odori di eros e thanatos, la violenza e la degradazione morale di entrambi i contendenti. Rischiando, soprattutto nelle prime versioni, di mettere la sordina agli insegnamenti di una guerra di classe rivoluzionaria attraversata da molteplici istanze di liberazione.
Nell’ultima versione si infittisce la folla di personaggi noti (da Olivier Law a Béla Frank, da Von Richtofen a Gerda Taro) e gli aspetti politico-sociali della vicenda acquistano maggior visibilità.


ROMANO IL LEGIONARIO COME TINTIN ?

Mi chiedo: perché mai individuare, scegliere un fumetto apertamente fascista come Romano il legionario per banalizzare – di fatto screditare – gli aspetti forse impropriamente definiti “ideologici” del conflitto in questione? Personalmente lo considero fuorviante (e a suo modo alquanto “ideologico”). Implica il voler proiettare un alone comunque di negatività su qualsivoglia presa di posizione politico-ideologica, comprese quelle di sinistra.

O almeno questo è quanto ho percepito nel confronto, nell’apparente contrapposizione tra Romano il legionario e la guerrigliera anarchica Verdad. In realtà si finisce col sovrapporli, confonderli, in una tardiva (inconsapevole?) riesumazione degli “opposti estremismi”.

Introdurre un imprecisato “giudizio storico che separa definitivamente la linea di demarcazione tra le parti in causa, creando le premesse per una narrazione pacifista e di gender fortemente consistente” (pag.107), oltre a non essere facilmente decifrabile, appare una mossa calcolata per mischiare le carte. Per squalificare in quanto “violenta” l’autodifesa organizzata contro il golpe del luglio 1936 dal proletariato iberico e dai popoli minorizzati (catalani e baschi). Sventolando una non meglio identificata posizione gender (femminile, femminista?) in contrapposizione al maschilismo, vero o presunto, dei combattenti repubblicani. Quando invece proprio con l’insurrezione antifascista si aprirono le possibilità per un nuovo protagonismo – per quanto parziale e tardivo – delle donne (ma solamente in campo repubblicano, ça va sans dire).

Si chiede Scarsella se sia “possibile concepire la Guerra Civile Spagnola esclusivamente [il corsivo è mio] come una storia di destini e persone?”. Ma il problema – almeno credo – sta proprio in quell’esclusivamente, riduttivo e fuorviante. Al fine di trasformare quella svolta (potenzialmente decisiva, magari irreversibile per i destini delle classi subalterne) in una sorta di tragica parodia. Rinunciando all’ideologia, comunque intesa, a vantaggio della “soggettività biografica e artistica del narratore”. Come se i diversi piani non potessero coesistere, sia cozzando sia convergendo o procedendo separatamente. Con l’intento (non dichiarato, ma comunque in sintonia con l’ideologia al momento dominante) di oscurare, inquinare, intossicare la memoria della ribellione consapevole degli insorti.
Immergendo tutto nel fango, nella nera notte di una generica “violenza”, senza distinzione tra quella difensiva degli oppressi, degli schiavi, e l’altra, quella istituzionalizzata delle classi dominanti. La stessa che nel cosiddetto “dopoguerra” riempirà le fosse comuni di quasi 200mila oppositori e dissidenti.

Non appare quindi casuale che venga citato in nota (pag. 107) un catalogo monografico su Kurt Caesar, autore di Romano il legionario, realizzato da Gianfranco De Turris, già segretario della Fondazione Julius Evola. Noto sia per la difesa a oltranza del discutibile filosofo (con un testo in cui spande insinuazioni sui movimenti di sinistra degli anni settanta), sia per le prefazioni ai libri di Gianluca Casseri (deceduto a Firenze nel dicembre 2011). Ma anche per un macabro, volgare commento sulla morte di Furio Jesi. Tra l’altro il Casseri era considerato un esperto di fumetti (con una predilezione per Tintin, ispirato notoriamente al fascista vallone Léon Degrelle, figlio “adottivo” di Hitler) su cui teneva conferenze al circolo di destra Sur Les Murs di Pistoia e, pare, a CasaPound. Intervenendo con i suoi scritti (su Romualdi, su Pound…) anche sull’Ideodromo.

Sarebbe stato interessante poter approfondire di quale tenore fossero i suoi interventi sull’argomento (non solo su Tintin, ma anche su Romano il legionario).
Non meno discutibili… sempre a mio avviso, quello di un proletario auto-alfabetizzato estraneo a qualsivoglia accademia… i riferimenti (e la forzata ricerca di analogie) con un romanzo di Lucarelli (ancora Guernica, tanto per non cambiare) con spunti decisamente horror. L’ennesima fiction strumentale, commerciale in cui l’autore in questione si è ormai specializzato. Con un’operazione – quella di inserire nel racconto storico i licantropi – già condotta, ma con maggior stile e cognizione di causa, dall’ottimo Vangelisti. Se pur con altri intenti.

Vagamente surreale, o perlomeno azzardato, il confronto stabilito tra la mutilazione subita da Verdad e quella (anzi, quelle) della Venere di Milo. Oltretutto la giovane combattente aveva perso soltanto un braccio, non due. Anzi, colgo l’occasione per suggerire – gratuitamente – una possibile ulteriore divagazione sul tema. Ossia un confronto tra la Venere amputata e un personaggio storico: Bridie, la zia materna di Dolours Price, nota esponente repubblicana irlandese. Nel 1938, mentre trasportava un ordigno dell’IRA – in un incidente in parte simile a quello di Verdad – Bridie perse entrambe le mani (e rimase anche cieca).
Con buona pace di chi la pensa altrimenti, le vicende della GC spagnola (iberica) non si possono ridurre, salvo arbitrarie manipolazioni, a una “favola storica”, un pretesto per parlare d’altro. Per quanto legittima – questo sia chiaro – appare un’operazione volta a disinnescarla, annacquarne le potenzialità e la lezione di “catechismo rivoluzionario”.

E LA LOTTA DI CLASSE?


D’altra parte questa rivisitazione in chiave più esistenziale e antropologica che politica della Guerra Civile (con particolare attenzione per gli aspetti decadenti e degradanti) rischia di diventare una perversa costante. Mi spiego, o almeno ci provo. Ovviamente i tempi sono irreparabilmente cambiati. Non solo dagli anni trenta, ma anche dai settanta. Sarebbe quindi fuori luogo e tempo massimo interpretare l’attuale stato di miseria dei rapporti sociali (in un contesto socialmente disgregato, ideologicamente confuso e maturo per una mobilitazione reazionaria delle masse da manuale) con le categorie della Spagna degli anni trenta.
Ma ancor peggio sarebbe proiettare automaticamente su quella situazione storica l’ombra scura dell’odierna frantumazione sociale.

Restando alla Spagna della prima metà del secolo scorso, anche in Segni della memoria viene segnalata la presenza di consistenti comunità proletarie. Non solo la mano d’opera industriale di Barcellona e dintorni o i braccianti dell’Andalusia, ma anche, per esempio, quella dei minatori delle Asturie (e la loro rivolta del 1934, annegata nel sangue da un ufficiale ancora “lealista”, fedele alla Repubblica: Francisco Franco). Un tipo di realtà che come altre analoghe non esiste più: cancellata, annichilita. Così avvenne in tempi successivi per i cugini minatori gallesi (vedi le lotte contro la chiusura delle miniere del Regno Unito negli anni ottanta) e in genere per le concentrazioni operaie. Da Sesto San Giovanni a Torino, da Glasgow a Detroit, da Marghera ai cantieri navali in Euskal Herria. Tutto azzerato, de-industrializzato. Vuoi intenzionalmente, vuoi per lo scorrere inesorabile delle leggi di mercato.
Ma allora non era così. Non tutto almeno.

Esisteva appunto una grande, direi immensa comunità proletaria. Estesa, forte, determinata e soprattutto consapevole: in sé e per sé… mentre ora, se mi consentite la battuta, quello che rimane della vecchia working class appare talvolta semplicemente “fuori di sé”.

E da questo, o almeno anche da questo, bisognerebbe partire per comprendere quanto avvenne nel ‘36-39. Non dalle pulsioni, non dai sentimenti innervati nell’animo umano… che pur esistono e agiscono, ma non hanno né l’esclusiva, né la precedenza.

In particolare il Corto verano (che poi, a ben guardare, non era stato neanche tanto corto) fu un’aspra lotta sia contro il fascismo (espressione delle classi dominanti più retrive: latifondisti, Chiesa, militari), sia contro il capitalismo in genere. Una rivoluzione sociale, insomma.

Fermo restando che la causa determinante per la sconfitta – tanto della Repubblica quanto della rivoluzione sociale – fu la barbarie nazifascista grazie agli indispensabili aiuti forniti a Franco da Mussolini, contro questa rivoluzione si doveva scagliare la repressione stalinista a Barcellona nel maggio 1937 e in Aragona nell’agosto del medesimo anno (vedi Lister mandato a estirpare manu militari le collettivizzazioni).
In sostanza: Stalin agiva in difesa della proprietà privata contro le collettivizzazioni operate dalla FAI e dalla CNT. Non solo per raccogliere adesioni tra la piccola borghesia autonomista (vedi l’anomalia del PSUC unico caso di un partito comunista a base regionale riconosciuto dal Comintern alla pari con il PCE), ma anche per rassicurare gli Stati democratici (Francia, Gran Bretagna…), pensando così di coinvolgerli nella lotta contro il nazifascismo. Non riuscì nell’intento (anzi, Londra e Parigi pretesero e ottennero la smobilitazione delle brigate internazionali mentre Roma e Berlino continuarono impunemente a sostenere Franco) e forse fu anche per questo che in seguito si accordò direttamente con il pericoloso avversario. Illudendosi stavolta di poterlo tenere a bada (vedi l’infame patto Molotov-Ribbentrop). O almeno è possibile sia andata così. Detto, per inciso, da uno che ha passato la tarda adolescenza a litigare più del dovuto sia con gli stalinisti dichiarati che con quelli “mascherati”.

Sentendosi ripetere in diverse occasioni: “Faremo come in Spagna” (ovvio riferimento alle giornate del maggio ‘37, alla Telefonica, eccetera).


NEGRAS TORMENTAS AGITAN LOS AIRES 

Strano ma vero. In Segni della memoria praticamente non viene nominato Alfonso Font, il disegnatore di Negras tormentas e altre storie (pubblicato in versione italiana da REM, testi di Juan Antonio de Blas e Victor Mora), uno dei lavori più significativi sull’argomento. Impreziosito, nella edizione italiana, dalle magistrale introduzione storico-politica di Claudio Venza.

La vicenda si svolge nei primi anni venti a Barcellona (la Manchester catalana, la Ciudad de los prodigios, la Rosa de foc), quando la città era attraversata dalle lotte sociali e dagli scontri armati tra i pistoleros al soldo della Patronal (la confindustria locale) e i militanti della CNT (con la nascita degli especificos che si confronteranno con i mercenari ad armi pari). Sono gli anni dell’assassinio del sindacalista libertario Salvador Segui e dell’avvocato democratico Francesc Layret. Ma anche del lungo sciopero alla Canadiense (1919), dell’uccisione del cardinale Juan Soldevilla (di Saragoza) e del generale Miguel Arlegui per mano del gruppo di Durruti. I due venivano accusati di aver, rispettivamente, benedetto e diretto la repressione antioperaia. Medesima sorte toccherà al capo del governo Eduardo Dato (accusato di aver dato mano libera nell’eliminazione di militanti sindacali e operai attraverso la ley de fuga). Fino al colpo di stato di Primo de Rivera.

Accurata la ricostruzione storica. Dal café punto d’incontro (“quartier generale”) degli anarchici di Barcellona (vedi a pag. 10: La Tranquilidad dove Arthur Lehning, segretario dell’AIT, ricordava di aver conosciuto Durruti) al tipo di arma preferita dagli stessi (vedi a pag. 17, la “Star” calibro nove).

E con un riferimento a qualche episodio storicamente documentato. Come quello dell’agosto 1923, una rapina da oltre mezzo milione di pesetas al Banco de Espana di Gijon (intesa come “esproprio proletario”, è storicamente accertato che i Solidarios usarono sempre il “bottino” solo per finanziare organizzazioni sindacali e librerie) in cui venne arrestato uno del gruppo di Durruti: Rafael Torres Escartin (vedi a pag.31).

La vicenda merita un approfondimento per i tragici risvolti successivi.

Era stato Escartin, insieme a Durruti, a lanciare proprio da Gijon l’appello per rimettere la CNT – rimasta disarticolata per la repressione – nella condizione di opporsi con lo sciopero generale ai progetti dittatoriali di Alfonso XIII (visto che la UGT non sembrava intenzionata a mobilitarsi contro il sempre più prevedibile colpo di Stato). Da parte loro i Solidarios intendevano fornire all’organizzazione operaia mezzi adeguati per l’autodifesa. Entrarono in azione in quattro (Suberville, Durruti, Escartin e Brau), ma durante la fuga – dopo aver liberato l’autista coinvolto suo malgrado, indicandogli dove avrebbe ritrovato l’auto – finirono accerchiati in un casolare. Fuggendo verso le montagne, due di loro – Escartin e Brau – si ritrovarono ormai senza munizioni. Brau venne freddato da una pallottola mentre Escartin, tramortito, rimase per qualche ora nelle mani della guardia civil guardia civil uscendone distrutto. Trasferito nel carcere di Oviedo, partecipò a un tentativo di evasione, ma – a causa delle sue precarie condizioni fisiche – non riuscì ad allontanarsi abbastanza. Denunciato da un prete che lo aveva scorto mentre si trascinava lungo i muri, venne riportato in prigione. Qui rimase fino al 1931 quando – a causa dei maltrattamenti e delle torture subiti – venne internato in un manicomio. “Ne uscì – raccontava Abel Paz (in Buenaventura Durruti – cronaca della vita – ed. La salamandra 1980, pag. 48) – solo nel 1939 per essere fucilato dalle truppe di Franco”.

Il personaggio principale di Negras tormentas (scontato il richiamo all’inno della CNT) è un giornalista dalla doppia vita (collabora sia con “La Vanguardia” che con “Solidaridad Obrera”), già combattente in Ucraina con Nestor Machno e in Messico con Pancho Villa. Un anarquista non propriamente ortodosso (un consiliare, un soviettista si direbbe), non senza qualche ambiguità. Amico personale di Buenaventura Durruti, ma anche di Lluis Companys (futuro presidente della Generalitat, fucilato da Franco nel 1940) e perfino di alcuni poliziotti honrados (onesti)Con l’aiuto dei quali riesce a impedire l’invio e la consegna di una grosso quantitativo di mitragliatrici alle SA (le camicie brune che avrebbero dovuto impiegarle nel putsch di Hitler del novembre 1923 a Monaco di Baviera).

Le altre due brevi storie sono, per certi aspetti, semplicemente agghiaccianti. Nella prima (La broma) si svela tutta la volgarità, la miseria, il degrado fisico e morale causati dalla guerra. Soprattutto quando questa riversa la propria brutalità sulla vita quotidiana dei bambini innocenti. E delle bambine in particolare. Nell’altra (Y tu, qué has hecho por la victoria?) sono i sentimenti, gli affetti a venir brutalmente lacerati dalla medesima logica. Sempre quella della guerra che pare non poter concedere alternative.
Del resto Buenaventura Durruti lo ripeteva sovente: “Alla guerra si diventa sciacalli”.
Anche per questo, forse, aveva – avevano – tanta fretta nel voler fare la rivoluzione e salvare, preservare la propria e altrui umanità.*****


LE FALANGI DELL’ORDINE NUOVO: UNA STORIA GIA’ VISTA 

Confesso di incontrare qualche difficoltà, quasi una sorta di soggezione, nel confrontarmi con il malinconico, struggente capolavoro di Christin e Bilal (Le falangi, in quattro puntate su “Pilot”, edizione italiana di “Pilote”, oppure sull’edizione spagnola “Vertigo”). Narra la vicenda di alcuni reduci delle Brigate Internazionali che combattono – in nome dell’antico ideale – contro un gruppo neofascista in gran parte formato da reduci del fronte opposto (falangisti, fascisti, membri della legione Azul, nazisti, collaborazionisti di Vichy, rexisti seguaci di Léon Degrelle…) responsabile di stragi e massacri indiscriminati (una versione a livello europeo della “strategia della tensione”).

Ancora legati da profonda amicizia, memori della passata militanza internazionalista riprenderanno le armi contro la nuova peste bruna. Si tratta di una compagnia varia e assortita, in cui ritroviamo l’eco di tante lotte di liberazione del secolo scorso: il giornalista inglese Pritchard (ricorda Orwell), il francese Barsac (già maquisard gollista, il quale pur essendo diventato un seguace della non violenza non si tirerà indietro), il sindacalista statunitense Donahue, il danese (ora ministro socialdemocratico) Avidsen, l’italiano Di Manno (giudice troppo indipendente per fare carriera), il comunista dissidente cecoslovacco Stransky, la scrittrice polacca e femminista Maria Wizniewska, l’ebreo Katz (forse un sionista deluso), il filosofo tedesco Kessler e Castejon, l’imprescindibile prete basco.
Mentre altri due compagni del loro stesso battaglione – il repubblicano irlandese O’Rourke, vittima di una pallottola vagante nella sua Belfast, e l’anarchico catalano Atadell, assassinato in un attentato delle falangi alla CNT di Barcellona – hanno esalato l’ultimo respiro prima di poter partecipare alla battaglia finale.
Un incipit superbo:

Tutto cominciò in una terribile sera di gennaio, da qualche parte ai piedi della Sierra di San-Just… da qualche parte sulle aspre terre della provincia d’Aragona, nel freddo mortale dell’inverno spagnolo degli altipiani… nella neve scricchiolante che ricopriva a perdite d’occhio i magri campi di segale e di grano… sì, tutto cominciò quando le macchine e l’autocarro arrivarono in un villaggio dal nome dimenticato da tutti gli uomini… da quasi tutti gli uomini…
Con l’amarissima conclusione dell’unico sopravvissuto (a parte Maria che se n’era andata prima della fine, per reagire alla tristezza, non soccombere al disincanto):

Vivo? A veces me lo pregunto. Sì, desde la casita de pescador de las Islas Hébridas donde escribo esta historia, frente a este mar gèlido, me pregunto si no estoy muerto también yo…o quizas es el mundo el que està muerto por mi: porque ya soy demasiado viejo para el. Yo, Jefferson B. Pritchard, que llevè a la muerte a mis amigos por una causa que en realidad no acierto a recordar…


NO PASARAN!


Torniamo alla recensione mancata e concludo.
Ero partito avvolto da sconforto, rassegnazione e spirito rinunciatario.

Tuttavia nel frattempo qualcosina è mutato. Man mano che la mia ricerca – lo scavo – proseguiva, avvertivo nel profondo, sotto la cenere, il calore di una piccola brace che andava ridestandosi. Minuscola, appena percettibile ma con i colori della bandiera repubblicana (rojo, amarillo e morado) e di quelle curde (rosso, verde, bianco e giallo). E ripensavo a quei volontari delle Brigate Internazionali che andarono a combattere – senza nulla chiedere in cambio – una guerra impari, una guerra non loro (almeno apparentemente), in un’altra terra dove si parlavano altre lingue. A ognuno di essi dobbiamo la consapevolezza che l’umanità è – può essere – altro da un’orda di scimmie assassine che negli ultimi diecimila anni hanno trasformato il pianeta in un mattatoio ben organizzato. C’è stato (potrà esserci ancora?) anche altro.

E comunque, come Giardino, “Io non li ho dimenticati”.

Gianni Sartori

* nota 1) Toma Ortega (in Viñetas de la mujer en la Guerra civil española) lamenta il ruolo di comprimaria qui attribuito a Gerda Taro. A parziale rimedio, ricordo il fumetto Gerda Taro di Sara Vivan (pubblicato nel 2019 da “Contrasto” sulla fotografa antifascista caduta a Madrid nel 1937). Ricordata anche in Tomka, il gitano di Guernica dove fotografa i miliziani Amalur e Tomka poco prima di morire.

** nota 2) Sinceramente avrei gradito almeno una citazione per Descolonizacion e per Images para ante de una guerra (rispettivamente a pag. 36 e 37 e pag. 44 e 45 nell’edizione del 1978 di España, Una). Senz’altro preferibili a La hora de la verdà (pag. 30 e 31 della stessa edizione). Sia per il toro – l’oppresso qui simbolicamente confuso con l’oppressore – sia per una visione della ribellione come una “coazione a ripetere” che rasenta il fatalismo. Così come è peccato mortale non aver ricordato il sempre attuale Vasco (vedi pag. 42 e 43 di España, Grande, 4a edizione, 1982).  


*** nota 3) Ma anche: Dolores Ibarruri, Rafael Alberti, Emilio Kleber, Asensio Torrado, Enrique Lister, Hans Khale

**** nota 4)
Ma parlando di gitani nella Guerra Civile spagnola il pensiero corre anche ad altro.
Per esempio ai “gitani di Somorrostro” che parteciparono – a Barcellona nel luglio 1936 – a quello che forse è stato l’ultimo grandioso “assalto al cielo” del proletariato europeo.
Fianco a fianco di ferrovieri della linea del Nord; metallurgici delle officine Vulkan, dell’Escorsa, della Siemens e della Lampade a incandescenza Z; sottoproletari del Monte Carmelo e ortolani di Gracia; tessili della España Industrial e operai della Fabra y Coats y Rottier; meccanici della Hispano-Suiza e dello stabilimento El Maquinista; lavoratori di Clot, Provençals, Llacuna e Poble Nou…e centinaia di anonimi manovali, braccianti, disoccupati che affrontarono, insieme ai miliziani della FAI, del POUM, della CNT e delle altre organizzazioni di sinistra, il volto ghignante del fascismo.
E poi alla “strada degli zingari” ricordata in “La breve estate dell’anarchia – Vita e morte di Buenaventura Durruti” di Hans Magnus Enzensberger (Feltrinelli, ottobre 1973).
L’autore ne riporta due versioni. Quella più benevola di Ricardo Sanz secondo cui Durruti avrebbe convinto i gitani di un accampamento nel prendere parte al lavoro volontario per la costruzione di una strada da Pina de Ebro (uno sbocco sull’arteria principale Lérida-Saragozza), necessario collegamento per un villaggio isolato in cui era stata realizzata una collettività contadina.
Invece, secondo Gaston Leval, da parte di Durruti ci sarebbe stata, se non imposizione, perlomeno una certa forzatura. Comunque – dopo l’iniziale diffidenza – i rapporti tra miliziani, contadini e gitani rimasero improntati ad una benevola, reciproca amicizia.

Ma soprattutto vien da pensare alla tragedia del gitano Ceferino Jimenez Malla (1861-1936), una vicenda relativamente nota (ne venne tratto anche un film) in quanto “el Pelé” era destinato a diventare il primo “zingaro” proclamato beato (su iniziativa di don Mario Riboldi e per volontà di Giovanni Paolo II il 4 maggio 1997).

Nato a Benavent de Segrié in una famiglia di gitani che si spostavano tra i Paisos Catalans e l’Aragona,non andò mai a scuola rimanendo sempre analfabeta. Apprese il mestiere di commerciante di cavalli, asini e muli e a 18 anni si sposò – con rito gitano e solo nel 1912 in chiesa – con Teresa Jimenez Castro. Con i familiari trascorreva gli inverni, durante la sosta forzata per la mancanza di fiere, a Barbastro nell’Alta Aragona. Quando il padre abbandonò la famiglia si trovò, in quanto figlio maggiore, nella necessita di occuparsi dell’intera famiglia. Con la moglie aveva adottato una bambina – Pepita – che mandarono a scuola dalle suore di San Vincenzo de Paoli. El Pelé partecipava alla messa e faceva la comunione ogni mattina prima di iniziare a lavorare. Quando era libero da impegni radunava i ragazzi, gitani e non, nei pressi della chiesetta di san Ramon raccontando episodi della Bibbia e insegnando anche a rispettare gli animali (in un contesto culturale dove, oltre alle corride, permanevano “tradizioni” e rituali come quelle di lapidare – letteralmente – asinelli e vitellini nelle feste). Un episodio – uno dei tanti – è rivelatore della sua profonda umanità. Nel 1918 – mentre abbeverava alcuni cavalli in piazza San Francesco a Barbastro – vide delle persone fuggire allontanandosi da un malato di tubercolosi che, caduto a terra, perdeva vistosamente sangue. Nonostante il legittimo timore di contagiarsi, corse a lavare il viso del disgraziato e lo sorresse fino a casa. Rimasto vedovo nel 1922, oltre a occuparsi amorevolmente dei nipotini, entrò a far parte di alcune associazioni cattoliche come quelle dei giovani eucaristici, dell’adorazione notturna mensile, dei terziari francescani e delle Conferenze di S. Vincenzo de Paoli.
Un uomo retto, profondamente buono che purtroppo venne tragicamente e ingiustamente coinvolto negli eventi del luglio 1936.

A Barbastro i repubblicani avevano vittoriosamente contrastato la ribellione fascista e il 25 luglio El Pelé si trovò ad assistere alla cattura di un prete da parte di alcuni miliziani, presumibilmente comunisti.
Generosamente intervenne esclamando: “Maria Vergine! Tanti uomini contro uno, e anche innocente!”. Fermato e perquisito, in tasca gli trovarono un coltellino (pretesto per l’arresto) e una corona di rosario. Tradotto in prigione vi rimase per una quindicina di giorni. La figlia adottiva, Pepita, si rivolse a un vicino di casa, un noto anarchico, chiedendogli di intervenire per salvarlo.
Ben consapevole dell’intrinseca onestà del gitano, l’uomo si prodigò per farlo uscire dalla prigione. Cercando anche di toglierli il rosario che poteva costituire un elemento a suo sfavore in quei giorni convulsi. Niente da fare! Pur ringraziando per l’aiuto, Ceferino si rifiutò di cederlo continuando a pregare. 
Alla fine, nella notte tra l’8 e il 9 agosto 1936, venne caricato su un autocarro con altri prigionieri, tra cui alcuni sacerdoti, per essere condotto nei pressi del cimitero dove vennero fucilati.

***** nota 5) Tra le mancate segnalazioni in Segni della memoria, oltre al già citato Gerda Taro di Sara Vivan, ho ripescato un riferimento alla GC in una vecchia storia di Will Eisner (vedi Una voce uguale in Spirit, un detective creduto morto, Eureka Pocket n. 9, Editoriale Corno, 1972) . Qui – siamo nel 1936 – due avventurieri senza scrupoli si confondono con le milizie repubblicane (chiamate i lealisti) approfittando della situazione per saccheggiare e arricchirsi (vedi pag. 196). La storia prosegue nella seconda guerra mondiale con risvolti misteriosi. Tra maledizioni, ricomparsa di presunti defunti, collaborazionismo e voci dall’oltretomba. Con un finale inaspettato.

In L’uomo del Sud di Alarico Gattia (“Un uomo un’avventura” n. 15, edizioni CEPIM, 1978) è inserita un’immagine a pag. 53 in cui i bersaglieri costringono alla resa quanto rimane del raffazzonato esercito di briganti di don Juan Borjes, un carlista al servizio dei Borboni (nel 1861). Rimanda esplicitamente a una foto (presumibilmente risalente al 1934, anno di rivolte proletarie) in cui alcuni anarcosindacalisti catalani fronteggiano la polizia. Stessi volti, posizioni e atteggiamenti. Cambiano solo le divise.

Forse era lecito aspettarsi di più dal 15° volume (D’une guerre à l’autre) di Histoire de France en bandes dessinées (Larousse-Le Monde, ristampa del 2008) dove solo un paio di vignette a pag. 1077 ricordano il sollevamento di Franco e la discutibile scelta di non intervento del governo popolare francese.

In Storia d’Italia a fumetti di Enzo Biagi (Arnoldo Mondadori Editore, 1980), tra i disegnatori ritroviamo Alarico Gattia insieme a Paolo Ongaro. Autore quest’ultimo di ben due versioni a fumetti del bombardamento di Guernica (aprile 1937). Rispettivamente su “Il Messaggero dei ragazzi” (1987) e su “Il Giornalino” (2010). Ma qui, in Storia d’Italia, per la Guerra Civile spagnola solo qualche accenno (pochino direi visto il fondamentale ruolo svolto dall’Italia).
Due vignette a pag. 164, ricavate da altrettante foto storiche (quella di Franco che sfila circondato dai suoi complici e quella famosa del miliziano colpito a morte, di Robert Capa). Altre due a pag. 165 con il canonico bombardamento della città basca e il quadro di Picasso che troneggia sulla lunga teoria di profughi in fuga verso la Francia. Didascalie striminzite che, appunto, non rendono la reale portata – e la responsabilità – dell’intervento tricolore a sostegno del fascismo iberico.

Si parva licet, ai “dimenticati” aggiungerei le quattro puntate di Storia dei Paesi Baschi a fumetti (in rete). La grafica lascia alquanto a desiderare, ma forse i testi hanno ancora qualcosa da dire sulla tragica, irrisolta questione basca. Vedi in particolare la morte misteriosa di Pertur (1976) e le vicende della guerra sucia condotta dalle squadre della morte parastatali (BVE, GAL…) contro i militanti della sinistra indipendentista.
Sia in epoca franchista che in quella successiva.