Fra pochi giorni (esattamente il 18 marzo) cadrà il 150° anniversario della nascita della Comune di Parigi, il primo “governo” proletario della storia. Non si può dire che fosse la prima volta che “quelli di sotto” (schiavi, contadini, proletari) turbassero i sonni di “quelli di sopra”. Già nel 1789-94, o nel 1830, e ancora nel 1848 (per non parlare delle rivolte “plebee” dei secoli precedenti) il caldo vento della rivoluzione sociale aveva scompigliato i capelli delle classi possidenti. Ma era la prima volta che quegli impudenti, sfacciati “figli di nessuno” riuscivano non solo a spaventare, ma addirittura a cacciare dal potere “lor signori” ed a costruire, nel cuore dell’Europa borghese, anche se solo per una decina di settimane, un “potere” operaio, per qualcuno un vero e proprio “stato” operaio. Karl Marx, che aveva avvertito i limiti e i rischi di questa generosa “avventura rivoluzionaria”, ma che non per questo aveva rifiutato il suo appoggio, scriveva, come una sorta di omaggio postumo: ” Lo spirito borghese, imbevuto di pregiudizi polizieschi, si figura naturalmente che l’Associazione Internazionale dei Lavoratori funzioni al modo di una cospirazione segreta, con il suo organismo centrale che ordina, di quando in quando, esplosioni in diversi paesi. La nostra Associazione, in realtà, non è altro che il legame internazionale tra gli operai più avanzati dei differenti paesi del mondo civile […] Il terreno su cui sorge è la stessa società moderna. Essa non può venire sradicata da nessun massacro, per quanto grande. Per sradicarla, i governi dovrebbero sradicare il dispotismo del capitale sul lavoro, condizione della loro stessa esistenza di parassiti. Parigi operaia, con la sua Comune, sarà celebrata in eterno, come l’araldo glorioso di una nuova società. I suoi martiri hanno per urna il grande cuore della classe operaia. I suoi sterminatori, la storia li ha già inchiodati a quella gogna eterna dalla quale non riusciranno a riscattarli tutte le preghiere dei loro preti.

Pubblichiamo, traducendola dal francese, l’introduzione dello storico Henri Guillemin alla monumentale “Grande histoire de la Commune” (Parigi, 1970). Per la lunghezza dell’introduzione, saremo costretti a pubblicarla a puntate. Traduzione dal francese di Flavio Guidi

“La maggior parte dei nostri concittadini è abbassata dall’indigenza fino all’ultimo grado d’avvilimento quando l’uomo, assorbito interamente dal bisogno di conservare l’esistenza, è incapace di riflettere sulle cause della sua miseria e sui diritti che gli ha dato la natura”. Queste parole sono del 1788, firmate da un candidato alla deputazione per gli Stati Generali, un candidato chiamato Robespierre, e che pronuncia parole ancora più pericolose. Ma guarda un po’! Invitare la plebe ad aprire gli occhi sulle “cause della sua miseria” e sui “diritti che la natura le ha dato“, non si può andare oltre nel genere deleterio, criminale e sovversivo. E capisco che la figlia del banchiere Necker, più conosciuta come Madame de Stael, abbia dipinto Robespierre, nelle sue Considérations sur la Révolution française come “un mostro implacabile per la rovina della società“. Aveva ragione, la figlia di Necker. Robespierre voleva, in effetti, la rovina di una certa “società”, esattamente quella, mostruosa, della quale Voltaire aveva dato la definizione perfetta: “Un paese ben organizzato è quello dove una minoranza fa lavorare la maggioranza, è mantenuta da quest’ultima, e la governa“. I Costituenti, volterriani in gran maggioranza, e guidati da eccellenti manovratori come Sieyès e Mirabeau, avevano dotato la Francia d’un regime che distingueva i “cittadini attivi” dai “cittadini passivi”, questi ultimi col solo diritto al mutismo e all’obbedienza. E la trovata di Sieyès era consistita nel battezzare i “passivi”: chi, dunque? Precisamente i lavoratori, operai dei campi o delle manifatture, privi di quelle risorse finanziarie che permettevano ai soli “attivi” di votare. Silenzio per i poveri. La loro unica funzione era di “nutrire” i mantenuti. Il “movimento del 1789”, che precipita Michelet in una transe lirica e sublime, è, innanzi tutto, la spinta, la rivendicazione della ricchezza mobiliare, rappresentata da una potente borghesia d’affari (industriali alla Périer, alla Dietrich, alla Cambon, banchieri alla Perrégaux, agenti di cambio alla Boscary), contro la ricchezza immobiliare, rappresentata dall’aristocrazia e dal clero. La ricchezza mobiliare che, nel corso del XVIII secolo, ha preso coscienza della sua forza, esige il controllo degli affari nazionali; ne vuole la gestione. È ciò che esprime, in termini chiari, uno dei suoi clienti e ausiliari, l’avvocato Barnave, strumento dei Périer: “Una nuova distribuzione della ricchezza esige una nuova distribuzione del potere”. La scossa dell’89 non è nient’altro che una rissa tra possidenti, un litigio tra benestanti, sulle spalle della “cariatide” (immagine di Victor Hugo), la cariatide popolare. Nulla è cambiato per le condizioni dei lavoratori dal “movimento dell’89”. Mi sbaglio. Qualcosa è cambiato. La plebe, che abbiam visto agitarsi a causa della carestia, e di cui la borghesia [….] si è servita come d’un ariete (98 morti plebei per prendere la Bastiglia), la plebe è più sorvegliata che mai. È proibito, sotto pena di prigione, agli operai “coalizzarsi” per far “rincarare il loro lavoro”, in altre parole difendere il loro salario;

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