Seguito dell’articolo pubblicato il 2 marzo 2021

…E i nuovi padroni hanno creato ovunque […] una milizia aggiuntiva, detta “Guardia Nazionale”, alla quale possono iscriversi solo coloro che hanno i mezzi per pagarsi l’uniforme (80 libbre del 1789): si è sicuri di escluderne i proletari e di restare tra “persone oneste”, come dice il marchese de La Fayette. La famosa festa della Federazione, a Parigi, il 14 luglio 1790, questa grande cerimonia militare e clericale, è il congresso della borghesia armata per tenere a bada i “sanculotti”, altro termine dovuto a La Fayette; termine scherzoso un po’ grossolano e che divertiva i salotti; così sono definiti i “magots” che, incapaci di comprarsi degli indumenti di seta, sostituivano le “culottes” corte delle persone “per bene” con delle “culottes” lunghe, o pantaloni. Robespierre ha compreso, e descrive la situazione a voce alta: “Voi volete trasferire la potenza alle classi fortunate; voi volete dividere la nazione in due classi di cui l’una sarà armata solo per contenere l’altra.” Quanto questa analisi fosse corretta, se ne avrà la prova nella giornata del 17 luglio 1791. Il re ha tentato, in giugno, di raggiungere a Montmedy i reggimenti di mercenari raccolti dal marchese di Bouillé, per investire Parigi con un uragano di ferro e di fuoco al fine di ristabilire “l’ordine” antico. Per fortuna, il re spergiuro è stato bloccato per strada, Barnave e La Fayette hanno spiegato all’opinione pubblica che si trattava di un piccolo incidente, che il re era innocente, che era stato, suo malgrado, “sequestrato” da odiosi orditori di complotti. Una parte della plebe, poco convinta, domanda il licenimento di un funzionario sospetto. Sul Campo di Marte […] una manifestazione popolare ha luogo il 17 luglio 1791; la povera gente viene a firmare, “sull’altare della Patria”, una petizione che reclama dall’Assemblea la misura che s’impone. Di cosa si immischiano questi “passivi”? Non hanno il diritto di parola! Gli affari di Stato non sono affari loro. La Fayette, generale della Guardia Nazionale, glielo fa capire, e nel modo appropriato, tramite la mitraglia. Arriva il 10 agosto 1792. Il re è cacciato. Fine della monarchia. Robespierre e la [prima, ndt] Comune insurrezionale di Parigi aboliscono il sistema censitario; il denaro non avrà più valore discriminante; anche i poveri avranno voce in capitolo; è il suffragio universale. “Da quel momento”, dirà madame de Stael, “la Rivoluzione cambia obiettivo; le persone della classe operaia s’immaginarono che il giogo della disparità delle fortune avrebbe cessato di pesare su di loro.” Che follia, e che attentato all’ordine provvidenziale delle cose! Il segreto della pace sociale (è sempre la “banchiera” che parla…) non ha altra formula che “la rassegnazione della maggioranza”. Chateaubriand, da parte sua, sarà più concreto: “Gli zoccoli bussano alla porta della gente con le scrpe”. A partire da questo 10 agosto 1792, una parentesi odiosa è aperta nel gioioso movimento scatenato dalla convocazione degli Stati Generali e che aveva portato a quella Costituzione del 1791, salutata con trasporto da Barnave. “La rivoluzione”, annunciava allora, “è terminata”. Ed ecco che tutto è rimesso in questione per colpa di questi scellerati, del tipo Marat, Couthon, Saint-Just, Jean Bon Saint-André e Robespierre che, non contenti di importunare la gente per bene invitando gli sfruttati a riflettere un po’ sulle “cause della loro miseria”, pretendono addirittura di aggredire “le cause” stesse per distruggerle. Si rimetterà tutto in ordine; questo lavoro salutare occuperà due anni; il 27 luglio 1794, o 9 Termidoro, correggerà, riparerà il 10 agosto 1792. Si ghigliottinernno, in 48 ore, 105 accoliti di Robespierre, e il “mostro” in persona […]. Quante sofferenze e quanti allarmi avevano sopportato, per colpa sua, le brave persone per bene! Era stato sfrontato col suo “maximum” – inammissibile intervento dello Stato sul terreno economico; e la “libertà” allora? Questa libertà industriale e commerciale, idolo dei Girondini – di toccare, scandalosamente, i margini di profitto; il sacrilegio era così forte che Sieyés, nel mese di maggio del ’93 […] suggerisce una operazione energica: 20 mila uomini addestrati, ben armati, arrivando dalle province, preparando il loro colpo nell’ombra e, al momento dato, lanciati su Parigi per sterminare i “banditi” – quelli della Comune – e “fulminare i sobborghi”. Interessante, quest iniziativa di Sieyés. quei tremebondi Girondini, sfortunatamente, esitarono; non ebbero il fegato di prendere sul serio l’idea virile dell’abate; resta, ad “onore” di Sieyés, d’aver, già nel 1793, concepito questa anticipazione delle giornate di giugno 1848 e della settimana di sangue del 1871. La “società” ritrova le sue basi dopo il Termidoro, e Boissy d’Anglas, tra le acclamazioni del “Ventre” (o Palude, cioè la maggioranza della Convenzione, composta dagli stessi notabili della Costituente e della Legislativa), articola il sacro assioma: “Un pese governato dai proprietari è nell’ordine naturale”. La Repubblica sussiste, comunque, gravida di pericoli, ma rassicurante. Ecco perché Sieyés, sempre lui, aiutato da Talleyrand e da un gruppo bancario di cui Perrégaux è la vedette – i fondatori della Banca di Francia – combina una riedizione, perfezionata, del 9 Termidoro, e che sarà il 18 Brumaio. Al grido di “Viva la Repubblica!” si liquida la Repubblica. Inizia allora la “troppo breve età dell’oro”, quel “regime tonificante” celebrato a gara da MM. Bainville e Madelin, quei bei tempi del Consolato e dell’Impero quando le “persone oneste” hanno potuto, finalmente, respirare a proprio agio, con le elezioni sospese, il Codice Civile che aggravava ancor più la legge Le Chapelier del ’91 contro le “coalizioni” operaie, e i giovanotti pericolosi della plebe essendo, massicciamente e perpetuamente, vestiti da soldati per andare a razziare e morire lontano; d’altronde esaltati, spesso gridando a pieni polmoni “Viva l’imperatore!”; “carne da cannone” dira Hugo” innamorata del cannoniere”. Poi l’imperatore fa la sciocchezza col suo blocco continentale, che all’inizio disturba, poi costerna ed infine esaspera gli stessi che l’hanno portato al potere. “Io ho visto a Bonaparte, racconterà Roederer, uno dei complici del 18 Brumaio, il più potente degli ausiliari: il Denaro”; non poteva, nel 1799, non riuscire con un sostegno di questo tipo. Ma, come scriverà molto bene il suo tesoriere, Millien, tra Napoleone, per quanto fosse “imperatore”, e il Denaro “la partita era impari”, il Denaro si allontanava da lui, a partire dal 1812, ed era perduto. E La Fayette, fedele a se stesso, prenderà la testa della rivolta dei notabili.

Con il recupero del re, la gente perbene conosceva di nuovo la pace dell’anima – un re, soprattutto, accompagnato com’era da migliaia, centinaia di migliaia di baionette persuasive di cui lo circonda l’occupazione straniera. Bisognerebbe aver visto l’accoglienza, delirante di ebbrezza entusiastica, riservata, nel 1815, ai cosacchi da parte dell’alta società parigina. E l’estrema destra, in particolare con Vitrolles, non aveva nascosto la sua apprensione di fronte al ritiro, alla fine del contratto, degli occupanti. Tutto era andato, comunque, al meglio. La plebe non si muoveva, la cariatide continuava il suo mestiere di manutenzione, e M. de Beauséjour – uno stravagante, un disadattato – poteva deplorare senza rischi e tra le risate, in piena Camera censitaria di Luigi XVIII, il 25 luglio 1822, che l’organizzazione sociale in Francia, offriva un quadro, molto semplice ma deplorevole, di “trenta milioni di mangiati” in preda a “500 mila mangiatori”. Un passo avanti ancora, nel 1830. Si può dire che con Luigi Filippo sono esauditi, meravigliosamente esauditi, dopo 40 anni, i desideri degli “uomini dell’89”: questa volta sì, e non è troppo presto, “la Rivoluzione è finita”, la “Rivoluzione” come l’intendevano Barnave, e Sieyés, e La Fayette – un La Fayette settantenne nel 1830, ma sempre presente, e sempre attivo, appoggiato da una creatura-Stael, il sottile Benjamin Constant.

[continua]