Cara Antonella [Poli, presidenza del Comitato direttivo], care compagne e cari compagni.

Un contratto secondo me si valuta nel merito e nel contesto politico. Nel merito, in quanto bisogna valutare se quel contratto ci permette di garantire e di difendere diritti e condizioni di lavoro. Se è, rispetto queste variabili, un arretramento o un avanzamento. In ogni caso, è necessario anche valutare il contesto politico, gli effetti che quel contratto determina nel settore, nelle relazioni sindacali, nella categoria e nelle dinamiche sociali più complessive.

Il punto è che secondo me questo CCNI è negativo su entrambi questi punti, da entrambi questi punti di vista, da entrambi questi vertici osservazionali.

Lo è nel merito, in primo luogo. Cioè è negativo il testo del CCNI che ci ha illustrato prima Raffaele [Miglietta, responsabile Struttura di settore scuola FLC]. Perché in diversi punti e su diversi elementi ci sono ambiguità o ci sono assenze. Di più, perché quel contratto disegna e traccia una nuova modalità di lavoro agile che esattamente in una fase di emergenza non garantisce e non difende le condizioni di lavoro. Elementi di ambiguità che sono confermati, ed esplicitati nella sua interpretazione datoriali, dalla nota di Bruschi, ma che sono presenti nella lettera di quel testo e di quegli articoli.

Innanzi tutto, e dentro tutta la discussione è risultato evidente, l’assenza di una copertura dei costi da parte del datore di lavoro. Guardate, non è semplicemente il problema che i costi sono a carico di lavoratori e lavoratrici, in termini materiali e immediati (a loro carico connessioni, pc, software per lavorare). E’ soprattutto che in una situazione in cui ci sono oggi due forme di lavoro non in presenza, nella codificazione normativa ed in quella contrattuale: il telelavoro e lo smartworking. Noi in questi mesi nelle scuole e nelle università abbiamo fatto altro [un lavoro domiciliare emergenziale, con orario di servizio e nel contempo sulla base di dispositivi personali] e oggi andiamo a definire contrattualmente questa forma ibrida e bastarda: affermiamo cioè che può esistere (contrattualmente) un lavoro a distanza, una didattica a distanza con orario di servizio, i cui costi però sia in termini di dispositivi sia in termini di connessione sono totalmente a carico di lavoratori e lavoratrici. Ed è a carico loro anche la possibilità, e l’obbligo, di connettersi: il CCNI prevede infatti che loro devono connettersi e punto. Come, in che condizioni, se ne hanno le possibilità oppure no, su tutto questo il contratto tace, perché a quel punto diventa appunto solo e semplicemente un dovere del singolo lavoratore o lavoratrice. Nel telelavoro non è così, nel telelavoro è il datore di lavoro che è responsabile di verificare e garantire le connessioni. Nello smartworking non c’è questo dovere, però il lavoratore o la lavoratrice non ha un carico [un orario] preciso di lavoro. Questo crea, di fatto, una forma di lavoro nuovo, in cui appunto i costi e gli obblighi sono semplicemente scaricati sul lavoro.

La seconda questione è sull’orario. Il contratto nazionale integrativo stabilisce che un’ora di didattica a distanza è uguale ad un’ora in presenza. Guardate, in altri settori, come l’università, quando si codificano queste diverse forme di didattica [non nel pieno dell’emergenza, ma quando si regolano i rapporti di lavoro in regolamenti e documenti], lo sono in maniera differente. Il loro rapporto è previsto 1 a 2 o in alcune situazione anche 1 a 3 (cioè, un’ora di didattica a distanza è contata come due ore, o anche tre, di didattica in presenza). Perché si sa che diversi sono gli impegni, il carico di lavoro docente, necessario per realizzare un ora di didattica a distanza o un ora di didattica in presenza. Invece qui, nel CCNI, è posta un’invarianza dell’orario di servizio (18, 22 o 25 ore). Ed inoltre, nella settimana, le ore che eventualmente avanzano perché non si eroga direttamente una didattica a distanza, in quanto si riduce per le Linee guida l’offerta formativa digitale per le classi, potranno/dovranno esser recuperate con altre attività, a complemento (asincrone, registrate, PEI, gruppi, vedremo). Si stabilisce cioè una sorta di banca ore settimanale, per cui si riduce l’offerta formativa, si eroga in questa offerta ridotta una DID che comporta un maggior carico di lavoro, ma l’orario didattico settimanale ed i relativi impegni per i docenti non cambiano, quindi aumentando di fatto il loro carico lavorativo settimanale.

Terza questione, si inglobano nel CCNI non solo le linee guida, cioè quell’atto ministeriale di agosto che noi avevamo contestato in quanto unilaterale, ma anche i piani che sono stati scritti scuola per scuola che stabiliscono disposizioni e modalità che diventano sic et simpliciter obbligo contrattuale (essendo esattamente scritto nel CCNI che si fa proprio quanto scritto in quei piani): per esempio le videoregistrazioni, su cui non si dice nulla nel CCNI, ma su cui a questo punto vige liberamente quanto detto nei piani di scuola (ed in molte scuole questo è detto).

Sono tanti i punti contestabili del CCNI. Ma questi punti, sull’orario e sulla forma del lavoro, tutto questo non rappresenta una tutela, rappresenta un arretramento pesante, una breccia nei rapporti di lavoro a favore dell’amministrazione. La nota congiunta di cui siamo in attesa, vedremo poi il testo definitivo ma dando fede a quello che è stato detto dai compagni (dando fede che il Ministero rispetti quanto concordato), interviene sulla sede di lavoro, sulle quarantene, sul recupero delle pause, ma conferma questo impianto del CCNI e le sue criticità, a partire appunto dalla banca ore settimanale.

L’intesa poi non risolve questi problemi. Non li risolve nella forma (un’intesa è una promessa politica, poco esigibile, basti pensare a quella del 24 aprile dello scorso anno, disattesa ripetutamente), ma anche il contenuto appare vago e generico (guardate, vi invito a leggere il testo, alcune frasi sembrano non avere senso alcuno), ma anche nella sostanza appare alquanto discutibile (si promette un futuro intervento con risorse per i precari, cioè penso fondamentalmente attraverso la card, ma al contempo quindi prevedendo che non ci sia nessun intervento particolare di sostegno per i lavoratori e le lavoratrici che precari non sono: per loro dall’intesa sembra che i costi come i problemi di connessione siano risolti, prevedendo solo risorse per le scuole e la loro connettività). C’è anche bisogno di dire che alcuni elementi di quel testo, dell’intesa, sono sindacalmente inopportuni o poco accettabili. Ad esempio, si afferma che si intende “dare continuità ad un sistema di relazioni stabili tra l’amministrazione scolastica e le organizzazioni sindacali”: vuol dire che noi abbiamo firmato un testo che dice che in questi ultimi sei mesi c’è stato un sistema di relazioni sindacali stabili, che deve esser semplicemente proseguito. A me pare assai diversa la vicenda degli ultimi sei mesi, a partire da un comportamento prettamente antisindacale del MI su diverse partite (dalla mobilità ai precari). Come, in un altro punto della nota, scrivere che c’è attraverso la nota una “interpretazione vincolante del CCNI sulla DDI per l’Amministrazione e per le OO.SS”: cioè, firmiamo un testo che ci vincola nel nostro comportamento sindacale ad una nota ministeriale? A me pare estremamente sbagliato [fosse pure un contratto, questo vincolo sarebbe sindacalmente preoccupante, ma una nota?].

Un CCNI non solo problematico sul merito, ma anche nel contesto politico. Questo contratto interviene nelle scuole e nella categoria ad anno oramai avanzato, quando da tempo sono stati approvati piani e modalità di intervento, nel pieno di un’emergenza che oramai coinvolge centinaia di migliaia di docenti nella dad, alcuni sin dall’inizio della scuola. Non solo non è chiaro oggetto e difesa di lavoratori e lavoratrici, non solo le risorse non si sa quando (e se) arriveranno, ma proprio i contenuti prima sottolineati rischiano di amplificare rotture e divisioni nella categoria.

Rotture e divisioni che agiscono in primo luogo nel quadro sindacale. Una rottura sindacale comunque presente, stante la scelta CISL (e Anief) di firmare subito questa CCNI. Una rottura che rischia di impallare completamente quella stagione di mobilitazione che abbiamo deciso alla nostra ultima Assemblea generale (un percorso che mi aveva visto critico proprio nei tempi, perché ritenevo invece importante innescarlo subito, prima che la pandemia avanzasse restringendo gli spazi della mobilitazione e soprattutto in diretta relazione con l’offensiva padronale in corso e la definizione delle relative decisioni, a partire dallo schema della legge di Bilancio). In questo quadro, sul piano politico siamo allora di fronte alla scelta tra firmarlo insieme a CISL e Anief (spaccando verticalmente la categoria, considerata la scelta delle altre organizzazioni sindacali, a partire da quelle rappresentative) o lasciare solo CISL e Anief, non firmarlo e cercare quindi di compattare la maggioranza della categoria (a partire dalla maggioranza delle sue rappresentanze sindacali), in un fronte di lotta unitario.

A me questa scelta, non firmarlo, pare veramente l’unica soluzione possibile, di merito e di contesto politicoRespingere il merito di questo CCNI e cercare di ribaltare la trattiva, isolando la CISL e ll’Anief e proseguire aprendo una stagione di mobilitazione e di conflitto sindacale, contro questo ministero, non in maniera astratta o preconcetta ma esattamente per le sue politiche. Per quello cioè che stanno facendo. Cercando quindi di connettere, nella mobilitazione e nel conflitto, l’iniziativa sindacale con i movimenti della scuola, a partire da priorità alla scuola. E spero che le assemblee dei lavoratori e delle lavoratrici che ci apprestiamo a tenere, al di là del voto di questo direttivo ci diano questo segnale e che l’organizzazione sappia coglierlo.

Luca Scacchi