Un incontro con Yilmaz Orkan, responsabile UIKI-ONLUS (Ufficio di Informazione del Kurdistan in Italia)

(intervista a  cura di Gianni Sartori)

D. Una tua valutazione sulla questione – recentemente riesplosa – del Nagorno-Karabakh. Pensando anche a quanto è avvenuto – e sta avvenendo – in Francia; non solo per gli attacchi jihadisti, ma anche con le recenti aggressioni di “Lupi grigi” turchi contro cittadini francesi di origine armena. Qualche soidisant “antimperialista” nostrano ha criticato Macron per la sua difesa a oltranza della libertà di stampa (e anche delle vignette incriminate) e accusato la redazione di Charlie Hebdo nientemeno che di “razzismo”. Oppure veniva evocato lo scontro tra una “potenza imperialista” (la Francia) e una “potenza sub-imperialista” (la Turchia), mostrando in qualche modo comprensione per le presunte ragioni di Ankara.

Altri ancora, più semplicemente, hanno parlato di islamo-fascismo alimentato da Ankara…

Cosa pensi stia accadendo in realtà?

R.   Sul contenzioso Francia-Turchia consentimi di dire che una parte della sinistra europea non sempre ha le idee chiare. Non si tratta, a mio avviso, di “islamofobia” da parte della Francia, ma piuttosto di un conflitto tra due sovranità. Mi sembra evidente che dove la Turchia interviene, attacca, qui di solito ci sono interessi francesi. Il discorso vale non solo per la Libia, ma anche per il Nagorno-Kabakh visto e considerato che in Francia vivono oltre mezzo milione di armeni – in gran parte integrati, assimilati. Di conseguenza i francesi sentono di dover sostenere gli armeni, non solamente perché questi hanno già subito un genocidio.

Aggiungo che anche noi, i curdi, siamo vicini agli armeni. Tra l’altro nel Nagorno-Karabakh fino agli anni trenta del secolo scorso vivevano insieme sia armeni che azeri e curdi. Questi ultimi vennero deportati da Stalin (in Ucraina, in Uzbekistan, in Kazakistan, in Federazione Russia, in Kirghizistan…) in quanto, dato che vivevano sia al di qua che al di là delle frontiere dell’URSS, temeva che “importassero” in qualche modo il capitalismo.

Personalmente sono convinto che – se Ankara non si fosse intromessa nel Nagorno-Karabakh – questa regione poteva rimanere autonoma (anche se in qualche modo garantita, tutelata dall’Armenia). L’attuale conflitto è stato avviato e alimentato direttamente dalla Turchia che – oltre agli aerei e ai droni – vi ha inviato almeno duemila mercenari.

Quanto alle recenti prese di posizione di Parigi – vedi lo scioglimento dei Lupi grigi –  mi sembra si stia andando nelle giusta direzione (così come sta avvenendo anche per l’Austria)

D. Quello dei “Lupi grigi” che hai citato è uno spettro che si aggira da tempo anche in Europa, mi pare…

R. Appare chiaro che i “Lupi grigi”, almeno in Europa, non si muovono apertamente, ufficialmente, ma sotto l’ombrello protettivo di alcune moschee. Paradossalmente, talvolta finanziate direttamente dallo Stato che le ospita (e recentemente in Germania si è scoperto che parte di questi finanziamenti finivano poi in Turchia).

Attualmente AKP (Adalet ve Kalkinma PartisiPartito per la Giustizia e lo sviluppo, il partito di Erdogan)  e MHP (Milliyetci Hareket Partisi – Partito del Movimento Nazionalista, sostanzialmente la vetrina politica dei Lupi grigi) governano insieme.

Una curiosità: per nobilitare la loro origine hanno utilizzato, riciclandola, perfino la leggenda di Romolo e Remo raccontando di un mitico antenato del popolo turco allattato appunto da una lupa grigia. Ma io dico che per loro (vista l’affinità etnica con gli inuit) un simbolo più appropriato sarebbe forse il cane. Sono comunque sotto il diretto controllo dell’intelligence turca (il Mit -Milli Istihbarat Teskilati – Organizzazione di Informazione nazionale) che li utilizza per le operazioni di guerra sporca. Sia nell’esecuzione delle tre nostre compagne assassinate in rue La Fayette a Parigi nel 2013, sia contro gli armeni che vivono in Francia. In aprile è stata concessa un’ampia amnistia che ha portato alla liberazione di molti Lupi grigi detenuti nelle carceri turche in quanto si temeva che potessero rivelare segreti scomodi sui loro rapporti con i servizi segreti.

Costituiscono un’organizzazione molto pericolosa, con diverse “cellule dormienti”.

Per questo non credo sia giusto accusare il governo francese come “antidemocratico” per i provvedimenti recentemente adottati. Basta fare un confronto. Se attualmente in Francia ci sono circa undicimila chiese, vi sono anche 2800 moschee. Invece in Turchia, dove le chiese distrutte si contano a migliaia, attualmente di aperte ne esistono solo un centinaio.

Per non parlare di Santa Sofia che ora è diventata una moschea.

Io penso che la Sinistra europea dovrebbe comprendere che la politica francese è sostanzialmente rivolta contro l’islam politico (jihadismo),  non contro i musulmani. Anche noi curdi – ovviamente – siamo contro l’imperialismo, ma non per questo possiamo accettare passivamente l’operato della Turchia e dei seguaci dell’Isis in Europa.

D. In Turchia la repressione sta colpendo soprattutto il Partito democratico dei Popoli (HDP, un’alleanza tra movimenti curdi e della sinistra turca, ecologisti, femministe, libertari etc.) con sindaci, esponenti politici e semplici militanti incarcerati a migliaia.

Per quale ragione Erdogan infierisce così sistematicamente su questo partito?

R. Una premessa. Esattamente quattro anni fa, il  4 novembre 2016, la Turchia ha messo in campo un colpo di Stato contro le scelte del popolo curdo arrestando alcuni deputati di HDP, tra cui il co-presidente Figen Yukseksag e Selahattin Demirtas. In nemmeno tre anni dalla sua costituzione il partito HDP era riuscito a superare la soglia del 10% entrando – nel 2015 – nel parlamento turco con diversi deputati. Questo evento costituiva una sconfitta evidente per il partito di Erdogan (AKP) che per la prima volta perdeva la maggioranza parlamentare. 

Parte da qui la vera e propria guerra, la sistematica criminalizzazione condotta da Erdogan contro HDP. Con migliaia di suoi esponenti (deputati, eletti nei municipi…) arrestati, sedi politiche assalite e manifestazioni impedite con la forza. Un contesto repressivo in cui andrebbero collocati anche alcuni sanguinosi attentati come quelli di Amed (Diyarbakir) e di Ankara nel 2015. 

E questo perché HDP ha indicato una via per il superamento di un sistema presidenziale senza alcun reale contropotere. Un sistema fondato su razzismo, sessismo e nazionalismo guerrafondaio. Apertamente incamminato sulla via del  pan-turchismo e del pan-islamismo. Un sistema in cui le minoranze etniche e religiose rischierebbero di scomparire (in quanto, di fatto, non sono riconosciute).

In qualità di unico valido rappresentante di una possibile alternativa democratica, dal 2015 il partito HDP ha visto più di 16mila suoi esponenti (tra cui 200 eletti e 7 deputati) venire arrestati.

Inoltre il governo rurco ha nominato una cinquantina di amministratori al posto di sindaci eletti con HDP nel 2019.

Altri sei sindaci che erano stati eletti si son visti togliere il mandato con pretesti vari.

Oltre una trentina di co-sindaci di HDP eletti nel 2019 sono stati imprigionati e una quindicina di loro sta ancora dietro le sbarre. Anche quelli rilasciati comunque rischiano di tornare in prigione dato che i processi sono tuttora  in corso.

Rimangono poi ancora in carcere oltre 20 degli ottanta sindaci curdi arrestati in precedenza (tra il 2014 e il 2019). Inoltre vengono arrestati anche molti semplici militanti che, dopo due-tre anni carcere, si vedono interdire per almeno cinque, spesso dieci anni ogni possibilità di attività politica. E’ evidente come Erdogan vorrebbe estromettere questo partito usando tutti gli strumenti a disposizione, istituzionali e non.

Ben sapendo che in Bakur altri partiti di una certa consistenza non esistono (compresi i kemalisti di CHP, teoricamente dei socialdemocratici, ma di fatto sciovinisti, schierati a sostegno di Erdogan in tutte le sue avventure militari, dal Rojava alla Libia, al Nagorno-Karabakh). 

Tutto questo spiega perché, circa ogni due mesi, Erdogan ordina indagini e sondaggi elettorali e – vedendo che HDP si mantiene al di sopra della soglia dello sbarramento al 10% – avvia immediate azioni repressive contro sindaci e deputati. In questi giorni sta portando in Parlamento una proposta di legge per togliere l’immunità a 25 deputati di HDP. Come del resto era già avvenuto per altri tre deputati: due curdi incarcerati – di cui uno ancora detenuto – e un altro di CHP, il partito kemalista (che però non era mai andato in prigione). La procedura è semplice. Per prima cosa la Procura stende un’accusa, poi questa va in Parlamento e viene votata.

D. Qualche considerazione sul ruolo – e sul comportamento – di Assad e Damasco nei confronti del Rojava e dell’autonomia.

A volte – come ho detto – si ha l’impressione che preferisca attendere e lasciare il “lavoro sporco” a Erdogan. E’ plausibile?

E cosa puoi dirci in merito i recenti incidenti scoppiati con alcune tribù arabe filo-Assad (almeno teoricamente)?

R. Ricordo che con Assad ci sono stati almeno cinque incontri ufficiali in cinque anni. In Rojava chiedevamo al regime di Damasco di riconoscerne l’autonomia per poi affrontare la questione di una Siria democratica. Noi non siamo separatisti, ci consideriamo siriani. Da questo punto di vista, diplomaticamente parlando, la porta per il regime è sempre aperta. Per discutere, per le trattative, per mandare via finalmente tutti gli stati stranieri – e in particolare i mercenari – per una reale convivenza che garantisca i diritti, la cultura, l’identità di tutti.

Quelli con gli arabi sono stati, a mio parere, incidenti provocati artificialmente, forse dall’intelligence siriana. In parte si sono risolti con la liberazione di 631 siriani appartenenti all’Isis (ma non colpevoli di fatti di sangue) e legati ad alcuni clan arabi che hanno garantito per loro. Ossia che non torneranno ad integrarsi con gli islamisti.

Quanto all’Isis, in Siria rimangono ancora alcune cellule dormienti e temiamo che la Turchia possa riattivarle. In varie occasione hanno tentato di riaprire le carceri dove sono rinchiusi i jihadisti. Così come con il campo di Hal-Hol.

Da parte nostra abbiamo contattato tutti i paesi (oltre una cinquantina) i cui cittadini – in precedenza arruolati con Daesh – sono attualmente detenuti nella regione autonoma. Affinché  intervengano (anche tecnicamente, inviando magistrati e funzionari) collaborando per organizzare tribunali  e processi. Da parte nostra in Rojava possiamo processare i siriani, non gli stranieri.

(intervista a cura di Gianni Sartori)