Di  Checchino Antonini

Processo Cucchi, la denuncia del pm Musarò: «Un Giuda», tra i carabinieri di Roma «passa gli atti a qualche imputato» inquinando le prove

Depistaggi nel processo per i depistaggi e Kafka fa irruzione nel nel processo Cucchi, il più famoso caso di malapolizia in Italia. «Il pm Giovanni Musarò si alza e denuncia depistaggi in atto e documenti in possesso all’imputato Testarmata che non poteva avere. “C’è un Giuda, dice il pm, un cavallo di Troia che speriamo di identificare che fornisce atti e documenti per una verità parziale e fuorviante». E’ con un post su fb che l’avvocato Fabio Anselmo, difensore della famiglia Cucchi, rivela le preoccupazioni del pm nell’ambito del processo a carico di 8 militari dell’Arma «Non abbiamo finito e non finiremo mai di subire interferenze illecite», scrive ancora il legale che, nell’udienza scorsa, si era molto arrabbiato per il modo di procedere della difesa Testarmata soprattutto «in possesso di documenti che non erano nel fascicolo. Mi ero opposto alla loro produzione ed utilizzo chiedendo esplicitamente lumi sulle modalità con le quali ne era venuto in possesso. Avevo ragione». «Abbiamo un Cucchi Quater – dice anche la sorella di Stefano Cucchi, Ilaria, commentando le parole del pm Giovanni Musarò – il lupo perde il pelo ma non il vizio».

«Un Giuda», all’interno dei carabinieri di Roma «passa gli atti a qualche imputato» proseguendo «l’inquinamento delle prove». Il nuovo, clamoroso, colpo di scena piomba in apertura dell’udienza ed è il preannuncio di nuovi accertamenti per individuare chi sta consegnando ad alcuni imputati atti di cui non c’è mai stata, da parte dei difensori, richiesta formale. Un’attività di depistaggio che starebbe proseguendo anche in questi mesi. «Ancora oggi, nel 2020, nel reparto operativo – ha detto Musarò – c’è qualcuno che passa gli atti a qualche imputato. Siamo stanchi di questi inquinamenti probatori che vanno avanti da 11 anni». Il riferimento è ad alcuni documenti depositati la scorsa udienza dal difensore di Tiziano Testarmata, all’epoca dei fatti in servizio presso il nucleo investigativo«. Il magistrato ha usato l’immagine del »Cavallo di Troia« e ha annunciato che lavoreranno per »identificarlo«. Potrebbe quindi esserci un quinto processo (oltre a quelli sull’omicidio e i depistaggi c’è stato anche quello sulla colpa medica) sulla vicenda del geometra romano ucciso dalle conseguenze di un pestaggio dopo l’arresto, secondo la sentenzia di I grado, nell’ottobre del 2009. 

Intanto in aula, il capitano dei carabinieri Nico Blanco, all’epoca dei fatti comandante della compagnia Montesacro, ha deposto che «ci rendemmo conto che c’erano due annotazioni di servizio diverse in merito alle condizioni di salute di Stefano Cucchi tra loro ancorché avessero la stessa data e protocollo». Blanco, inizialmente indagato e poi archiviato, ha detto che il suo collega Tiziano Testarmata, all’epoca dei fatti comandante della quarta sezione del nucleo investigativo dei Carabinieri, mise in evidenza la presenza di un falso aggiungendo che avrebbe riferito tutto agli inquirenti. Nel procedimento sui depistaggi compaiono come imputati, tra gli altri, anche il generale Alessandro Casarsa, attualmente in pensione, ex comandante dei Corazzieri e all’epoca dei fatti comandante del Gruppo Roma e il colonnello Lorenzo Sabatino, ex capo del nucleo operativo di Roma. Per l’accusa i depistaggi partirono proprio da Casarsa e a cascata furono messi in atto dagli altri secondo i vari ruoli di competenza. Per i pm sei indagati avrebbero attestato il falso in una annotazione di servizio, datata 26 ottobre 2009, relativamente alle condizioni di salute di Cucchi, arrestato dai carabinieri della stazione Appia e portato nelle celle di sicurezza di Tor Sapienza, tra il 15 e il 16 ottobre del 2009. Per i magistrati di piazzale Clodio il falso fu confezionato «con l’aggravante di volere procurare l’impunità dei carabinieri della stazione Appia responsabili di avere cagionato a Cucchi le lesioni che nei giorni successivi gli determinarono il decesso». In una seconda nota, con la data truccata del 26 ottobre, si attestava falsamente che Cucchi riferiva di essere dolorante per il freddo e la magrezza, secondo i carabinieri. Le accuse tirano in ballo anche il colonnello Sabatino il quale, pur avendo accertato che erano false le due annotazioni «omise di presentare una denuncia». Ora si profila una nuova inchiesta per altri depistaggi. 

Tutto ciò è accaduto in una giornata carica di significato, il quindicesimo anniversario dell’omicidio di Federico Aldrovandi da parte di quattro poliziotti condannati in tutti i gradi di giudizio. Erano le prime ore del 25 settembre 2005 e al parco dell’ippodromo di Ferrara un ragazzo non sopravvisse a un violentissimo controllo di Polizia. Dall’uccisione di Federico Aldrovandi sono trascorsi 15 anni, ma il suo ricordo è diventato sempre più potente. Sono finite le indagini e i processi, sono ormai passate le polemiche, resta una mobilitazione che non vuole dimenticare un 18enne diventato, morendo per mano delle forze dell’ordine, simbolo anche per altre tragedie. Prima fra tutti quella di Stefano Cucchi. È stato anche grazie alla spinta di vicende come quella di Aldro, della Diaz e Bolzaneto, che la politica non ha potuto evitare che fosse messa all’ordine del giorno una legge sul reato di tortura che il Pd e le lobby delle forze dell’ordine hanno preteso fosse assolutamente non consona alla Convenzione che l’Italia aveva firmato trent’anni prima. «Il 25 settembre di ogni anno, giunta l’alba, si ripete quello che per me rimarrà per sempre un incubo, o peggio, il ricordo orribile dell’uccisione di un figlio da parte di chi avrebbe dovuto proteggergli la vita», ha scritto nella notte sui social Lino Aldrovandi, il padre, mentre la madre, Patrizia Moretti, ha invitato a «non dimenticare» e ha postato un video-omaggio della curva ovest della Spal, la formazione di Ferrara, la squadra di Federico. Per la morte del 18enne furono condannati in via definitiva quattro poliziotti delle volanti: Monica Segatto, Paolo Forlani, Luca Pollastri ed Enzo Pontani. Il reato fu qualificato come eccesso colposo in omicidio colposo e la pena fu tre anni e sei mesi, divenuta sei mesi per l’indulto. Una parte fu scontata in carcere. Poi ci furono i processi sui depistaggi e altri per diffamazione. Scontri tra sindacati di polizia e la famiglia. Come quando il Coisp fece un presidio sotto il Comune di Ferrara dove la madre di Federico lavora, e lei scese mostrando l’immagine del figlio massacrato. O come quando, era l’aprile del 2014, i tre poliziotti condannati furono salutati da cinque minuti di applausi a un congresso del Sap, a Rimini, e l’allora premier Matteo Renzi chiamò Moretti per portarle la solidarietà dello Stato. Nel pomeriggio a Ospital Monacale, frazione di Argenta, ad Aldrovandi è stato intitolato un parco, un modo per onorare il giovane che proprio in un giardino pubblico si imbatté nella polizia. Che lo uccise.

Da popoffquotidiano.it