Referendum ed elezioni regionali. Il Parlamento borghese ha aperto il M5S come una scatola di tonno

23 Settembre 2020
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Pubblichiamo un interessante articolo dei compagni del PCL sui risultati elettorali dello scorso fine settimana.

Il voto del 20 e 21 settembre registra come ogni voto le dinamiche politiche e sociali ad esso sottese, inclusa la rappresentazione che di queste si fanno milioni di lavoratori e di lavoratrici.


IL LORO NO, IL NOSTRO NO

Il referendum confermativo sul cosiddetto taglio delle poltrone ha raccolto il 70% di consensi contro il 30% di No. La partecipazione al voto referendario è stata relativamente alta, sicuramente trascinata al rialzo dal voto parallelo in sette regioni, e anche dall’assenza di quorum. Tuttavia la differenziazione delle percentuali tra il Sì e il No si è rivelata insensibile al voto regionale. Lo rivela il fatto che il principale promotore della vittoria del Sì ha subìto negli stessi giorni un autentico tracollo elettorale. La differenziazione delle percentuali del Sì e del No è invece molto legata al territorio. Il Sì conosce il successo maggiore nelle regioni del Sud e nei quartieri popolari delle metropoli, il No registra le percentuali più elevate nelle regioni del Nord e nei centro città.
Al tempo stesso, la distribuzione politica del voto ha visto schierato sul No una parte rilevante dell’elettorato del PD e della sinistra. Questa geografia politica e sociale del voto referendario è significativa. La maggioranza della popolazione povera e degli stessi salariati ha votato come il 97% del Parlamento, pensando di votare “contro la casta”, in realtà abboccando all’amo di un’operazione populista promossa prima dal governo Di Maio-Salvini, poi dal governo M5S-PD con la subordinazione di Liberi e Uguali: un’operazione unicamente mirata a dirottare il malcontento sociale verso “i politici” per evitare che si indirizzi contro i padroni. Una minoranza consistente e composita, assai concentrata fra i giovani, ha espresso col No il proprio rigetto del populismo reazionario. Ma lo ha fatto con motivazioni e da angolazioni diverse, in un quadro di grande confusione.

Col No si è schierata una parte significativa dell’establishment, a partire dalla grande stampa borghese, da sempre diffidente verso ogni forza politica che non sia filtrata dai propri salotti. Un establishment già antiberlusconiano, anche se usò Berlusconi. Antirenziano, anche se usò il randello di Renzi contro l’articolo 18. Antisalviniano, anche se usa i decreti di Salvini contro i diritti dei lavoratori. Antigrillino, anche se intasca a mani basse la pioggia di miliardi che il governo riserva ai capitalisti. Questa ipocrita borghesia liberale ha egemonizzato la campagna del No con gli argomenti peggiori: o la difesa della Costituzione borghese, elevata a feticcio; o la rivendicazione della “funzionalità” del Parlamento borghese che il taglio avrebbe intaccato. O addirittura la richiesta di una riforma istituzionale più organica, come quella di Renzi del 2016. In ogni caso la conservazione dell’ordine esistente, di cui il PD è il principale custode e garante.

Il guaio è che le sinistre politiche e sindacali si sono messe a rimorchio di questa impostazione liberale, portandovi il bagaglio di tutte le proprie illusioni sulla “democrazia” dei capitalisti. La “difesa delle istituzioni rappresentative del Paese”, la retorica sulla “Costituzione più bella del mondo” sono state il vessillo non solo dei gruppi dirigenti dell’ANPI, dell’ARCI, dell’attuale sinistra di governo, ma anche della quasi totalità della sinistra di opposizione (riformista o centrista), in ambito politico e sindacale. Il risultato è stato ancora una volta quello di consegnare al populismo reazionario la bandiera del cambiamento agli occhi di milioni di sfruttati, come in tutta la storia della seconda repubblica.

Il nostro No ha mosso da un’angolazione esattamente opposta, un’angolazione di classe e anticapitalista. Col No abbiamo cercato un canale di dialogo e un linguaggio comune con quel settore più avanzato di popolo della sinistra mosso da una sincera preoccupazione democratica e volontà di lotta. Ma non per adattarci alle sue illusioni, bensì per contrastarle. Un no al governo, alla truffa populista, al fronte parlamentare di unità nazionale dei partiti borghesi che l’ha imbastita, al trasformismo subalterno della sinistra di governo che pur di governare l’ha avallata. Non per difendere la Costituzione di De Gasperi e Togliatti. Non per difendere il parlamento borghese, quello che sotto ogni governo ha votato le peggiori misure antioperaie. Non per difendere la governabilità del capitale. Ma per rivendicare il diritto di rappresentanza delle ragioni operaie nel parlamento nemico, contro ogni sua ulteriore manomissione preventiva. Per rivendicare il principio democratico elementare di una rappresentanza interamente proporzionale, a ogni livello istituzionale, senza sbarramenti e distorsioni. Per avanzare la prospettiva di una democrazia dei lavoratori e delle lavoratrici, basata sulla loro organizzazione, la loro forza, il loro governo.

Il nostro No è stato il No dei comunisti, non dei liberali, dei riformisti o dei centristi. Un no legato alla battaglia per una egemonia alternativa nel movimento operaio e nella nuova generazione. Perché la subordinazione alla borghesia liberale, e dunque all’ordine sociale esistente, concima solamente il terreno della reazione. Solo una ripresa di lotta del movimento operaio attorno ai propri interessi indipendenti può contrastare la spinta reazionaria e aprire dal basso uno scenario politico nuovo, anche sul terreno della sensibilità democratica di massa.


IL SUCCESSO DEI GOVERNATORI E IL SUO PARADOSSO

Lo scenario scaturito dal 20-21 settembre conferma una relazione paradossale tra la realtà sociale e il suo riflesso elettorale.

La realtà incontestabile di questi mesi non è solo quella di una drammatica pandemia, è anche quella dello sfascio della sanità pubblica, di milioni di lavoratori costretti in produzione senza condizioni di sicurezza, di infermieri e medici ammazzati dal Covid perché privi di strumenti di protezione, di un governo che per compiacere Confindustria si è rifiutato di recintare i focolai della bergamasca contro il parere delle stesse autorità sanitarie, di una scuola pubblica disossata incapace di aprire in sicurezza con centinaia di migliaia di insegnanti cui viene negato il lavoro, di un milione di lavoratori e lavoratrici precari gettati in mezzo a una strada…
Nulla richiama di più il fallimento della società capitalista e le responsabilità criminali di chi la gestisce quanto l’esperienza di massa di questi mesi. Eppure il segno dominante del voto di settembre è quello della conservazione. Gli stessi governatori di centrodestra o centrosinistra che hanno tagliato e privatizzato la sanità sono i grandi vincitori della prova elettorale, al di sopra di ogni appartenenza e schieramento. Zaia incassa un autentico plebiscito. Toti sfonda in Liguria con percentuali inedite. De Luca stravince, combinando la postura di viceré con la mediazione clientelare democristiana. Emiliano recupera ampiamente, evitando con nettezza una sconfitta che appariva probabile. Una grande massa popolare impaurita dalla pandemia, scossa in ogni certezza, minacciata nella vita e nel lavoro, priva di un riferimento alternativo credibile, cerca nel potere costituito una sponda rassicurante cui appoggiarsi. In questo quadro bilanciato la destra reazionaria fallisce l’obiettivo di destabilizzare il governo, mancando il colpo in Toscana e in Puglia. Il governo Conte, primo responsabile del crimine di Nembro e Alzano, tira un sospiro di sollievo.

«L’esito elettorale ha implicazioni positive perché il rischio politico viene significativamente ridotto” si legge in una nota di Unicredit.» (Il Sole 24 Ore, 23 settembre). Il capitale finanziario saluta la stabilità politica come il quadro migliore per i propri affari, e attende fiducioso i 209 miliardi in arrivo.


LA DINAMICA DEI BLOCCHI ELETTORALI

Interessante la lettura composita del dato elettorale, perché il bilanciamento delle forze (41,2% per il centrosinistra, 42% per il centrodestra, il 7,2% per il M5S) è tutt’altro che statico.

Il centrodestra ha una spalla lussata. Il suo blocco sociale regge complessivamente, il suo potere locale si arricchisce di una nuova regione (Marche), ma la Lega subisce in Toscana, come già in Emilia, l’effetto boomerang di una aspettativa delusa. Il progetto dello sfondamento al Sud conosce una brusca battuta d’arresto, con veri e propri rovesci rispetto al 2019 (dal 25% al 10% in Puglia, dal 19% al 5% in Campania), mentre il plebiscito per la lista Zaia, nel nome dell’autonomia differenziata del Veneto, rappresenta una mina per la Lega nazionale. Intanto l’avanzata di Fratelli d’Italia in tutta Italia, nonostante la sconfitta di Fitto, apre in prospettiva una contesa per la leadership del centrodestra.

Il PD liberale esce bene dalla prova del voto. In Toscana ha replicato il successo emiliano con una polarizzazione elettorale contro la destra che ha drenato il voto a sinistra e dall’elettorato grillino (il 45% del voto grillino a Firenze va a Giani, contro il 33% alla 5 Stelle Galletti). Ma nel Sud il successo del PD è in realtà quello di capibastone trasformisti che lavorano in proprio «al di là della destra e della sinistra» ( De Luca). Il PD ne è ostaggio, più che padrone. La segreteria Zingaretti ha rotto l’assedio delle componenti interne che ne chiedevano la testa (ex renziani) e risulta obiettivamente rafforzata, ma la strategia portante del blocco politico col M5S conosce in Liguria una sconfitta che replica quella dell’Umbria (solo il 56% dell’elettorato grillino ha votato Sansa). Nel mentre il sospirato alleato è travolto da una crisi interna che priva il PD di un interlocutore certo.

La crisi del M5S è l’epicentro dello scenario politico. È il principale ostacolo alla stabilizzazione politica e una incognita di portata sistemica. Dal punto di vista elettorale il tracollo va ben al di là dello scarto tradizionale tra voto amministrativo e voto politico. Il M5S perde sul 2019 i due terzi del proprio elettorato (da 1,9 milioni a 658.000), e dimezza persino il bottino delle elezioni regionali precedenti, del 2015. Due anni di (diverso) governo hanno privato il M5S di una identità riconoscibile presso la larga maggioranza dei propri elettori. Il tentativo di indossare last minute il vecchio abito anticasta non ha impedito la valanga, e difficilmente traccerà una via d’uscita.
Anche perché la crisi del M5S non è solo elettorale. La catena di comando Grillo- Casaleggio che lo guidava dalla nascita si è spezzata. Ne è scaturita «una guerra per bande» (Fico) che attraversa i gruppi parlamentari e i territori, senza che nessuno dei capibanda tenga il bandolo della matassa. Di Maio punta ad una politica di blocco col PD per le prossime elezioni comunali a supporto (provvisorio) del governo Conte per accumulare credito a futura memoria per la propria carriera politica. Intanto spinge per una legge proporzionale sul piano nazionale, riservandosi per l’evenienza la politica dei due forni. In sintesi cerca un ruolo centrale di governo per sé e per il suo partito, sul piano nazionale e locale. È il progetto di normalizzazione del M5S come partito organico del capitale.
Al polo opposto si muove Di Battista, anch’esso votato a tutto e al suo contrario, il cui unico obiettivo decifrabile è prendere la testa del M5S con l’appoggio della Casaleggio Associati. Ha il sostegno dei ministri uscenti del precedente governo con Salvini e della sindaca di Roma e del suo staff (Bugani), che per non essere disarcionata da un accordo tra M5S e PD ha affrettato la ricandidatura per il 2021, mettendo tutti di fronte al fatto compiuto. La rivendicazione dell’identità originaria del M5S (quale?) è solo lo strumento propagandistico dell’operazione.
Ognuna di queste bande è a sua volta attraversata da guerre interne di posizionamento e di ruolo. Parafrasando Grillo, il parlamento borghese ha aperto il M5S come una scatola di tonno. I ruoli ministeriali hanno fatto il resto.
Ora si attendono gli stati generali del M5S come magico evento risolutivo. Ma la loro convocazione viene rinviata ogni volta perché non si capisce chi dovrebbe gestirli, né si capisce chi avrebbe il diritto di voto e soprattutto chi dovrebbe deciderlo.


LA CRISI DEL M5S E LE INCOGNITE DELLO SCENARIO POLITICO

Il punto è che la crisi esplosiva del M5S è la crisi della principale forza parlamentare, quella su cui si appoggia il governo della seconda potenza industriale d’Europa.

I margini di maggioranza al Senato sono esigui, e soprattutto saranno messi alla prova di passaggi strategici per il capitale: il ricorso o meno al MES (con cui finanziare l’abolizione dell’IRAP a scapito della sanità pubblica; la contrattazione e l’uso dei Recovery Fund; la prossima definizione della nota di aggiornamento al DEF con cui avviare la riduzione del debito per gli anni 2022 e 2023 a fronte di una drammatica recessione in corso; la gestione politica e sociale del graduale ritiro degli ammortizzatori straordinari a partire dallo sblocco già avviato dei licenziamenti; la gestione di una politica estera chiamata ad affrontare la spartizione degli equilibri internazionali nel Mediterraneo… Nessun governo imperialista in Europa, con l’eccezione parziale della Spagna, poggia su equilibri parlamentari tanto labili e incerti.

Dunque il voto ha rafforzato nell’immediato la stabilità di governo ma non ha risolto la crisi politica borghese. Lo sfaldamento del vecchio bipolarismo tra centrodestra e centrosinistra, che per vent’anni aveva incardinato le politiche di austerità, non è stato rimpiazzato da un nuovo equilibrio politico. Il centrodestra ha cambiato direzione dopo il tramonto, irreversibile, del berlusconismo ma la nuova guida Salvini non si è stabilizzata e non dispone delle entrature internazionali richieste (assenza di rapporti col PPE, relazioni ambigue con l’imperialismo russo…). Il vecchio centrosinistra si è dissolto, e un nuovo asse tra PD e M5S è ancora un’araba fenice: smentito dalle sconfitte elettorali (Umbria e Liguria), appeso alle incognite interne dei 5 Stelle, osteggiato da larga parte dei salotti buoni del capitale finanziario (che però non vogliono un centrodestra salviniano né dispongono di un’alternativa).
Il nuovo tripolarismo nato nel 2018 cede vistosamente su una gamba, ma non riesce a camminare in equilibrio con le altre due.

La crisi politica borghese, sullo sfondo di una crisi capitalistica drammatica, aprirebbe un ampio spazio d’azione al movimento operaio, se solo le sue direzioni si assumessero le proprie responsabilità. Ma la burocrazia sindacale, a partire da Landini, si offre come scendiletto del governo, rifiutando ogni forma di mobilitazione generale. Il suo obiettivo “strategico” è quello di cogestire la crisi più profonda del dopoguerra a braccetto di Confindustria, la stessa che intanto si oppone al rinnovo dei contratti e chiede la libertà di licenziare. In queste condizioni la politica della CGIL è il principale fattore della passivizzazione di massa, ciò che sinora permette alla borghesia di affrontare la propria crisi al riparo dell’opposizione sociale.


LA CRISI DELLA SINISTRA POLITICA. LA RISPOSTA DEI RIVOLUZIONARI

E la sinistra? Le elezioni amministrative di settembre confermano la sua crisi profonda. Il suicidio compiuto di Rifondazione Comunista tra le braccia del governo Prodi (2006/2008) e lo smarrimento successivo della stessa centralità di classe, con una giostra interminabile di accrocchi elettorali sempre diversi (Arcobaleno, lista Ingroia, il blocco a sostegno di Barbara Spinelli, La Sinistra…) ha prodotto un’onda lunga di delusione e confusione, che si è sovrapposta a sua volta alla crisi capitalista dell’ultimo decennio e al profondo arretramento della classe operaia, dei suoi livelli di mobilitazione, di organizzazione, di coscienza politica. La risultante d’insieme è stata lo sfondamento del populismo reazionario in ampi settori di salariati e la crisi di riconoscibilità e di senso della sinistra politica.

I dati elettorali delle regionali sono emblematici, a partire dalla Toscana (la lista Fattori passa dal 6% al 2,9; il PC di Rizzo dall’1,68% all’1%, il PCI riporta l’1%). Complessivamente un’area elettorale non trascurabile del 3/4% che cerca a suo modo un riferimento politico alternativo ai liberali e ai populisti, e che per metà è attratta da un riferimento comunista, ma a cui si offre ogni volta o un amalgama di natura civico-progressista o un’identità “comunista” ideologica, come quella che si richiama all’eredità di Berlinguer (PCI), come se il compromesso storico non vi fosse mai stato; o peggio quella che scimmiotta lo stalinismo del 1929/1933 (PC), che come allora prova a contendere “il popolo” ai reazionari facendo propri i pregiudizi dei reazionari. La lista PC-PCI nelle Marche ha riscosso l’1,4%; un suo manifesto che contrappone apertamente i diritti sociali ai diritti civili avrebbe potuto essere firmato da CasaPound, senza alcuna esagerazione (1).

Non si esce dalla crisi della sinistra politica, men che meno del campo comunista, con invenzioni o alchimie elettorali, o ripescando i richiami ideologici di tradizioni burocratiche che distrussero il comunismo rivoluzionario magari nel nome dell’unità dei comunisti. Se ne esce combinando l’unità d’azione nelle lotte per ritrovare un radicamento di classe, con un bilancio della storia del movimento operaio e comunista che sappia recuperare le sue radici. Un bilancio su cui formare una nuova generazione di militanti rivoluzionari, da organizzare in partito.

Questa è la nostra politica. Siamo e siamo stati nell’ultimo anno al crocevia di tutti i percorsi unitari della sinistra, dall’assemblea del 7 dicembre, al coordinamento delle sinistre di opposizione, al patto d’azione per il fronte unico anticapitalista. Sempre contrastando ogni visione settaria e autocentrata di chi contrappone la costruzione del partito allo sviluppo unitario del movimento reale. Non a caso l’assemblea dei lavoratori e delle lavoratrici combattivi/e che si riunirà a Bologna il 27 settembre vede la piena partecipazione e copromozione dei nostri militanti sindacali ovunque collocati, per una prospettiva di allargamento del fronte di classe dell’avanguardia e della sua azione di massa, al di là di ogni confine e divisione.

Ma al tempo stesso non riduciamo la nostra azione al richiamo e alla pratica, pur importante, del fronte unico di lotta. Poniamo il problema dell’organizzazione politica dei militanti rivoluzionari, che è inseparabile da una memoria storica e da una collocazione internazionale conseguente.
Interessati ad aprire un confronto onesto su basi di chiarezza con ogni compagno od organizzazione che voglia unire i rivoluzionari su basi di principio, indipendentemente dai diversi percorsi e provenienze. Perché il PCL non vive per autoconservarsi, ma per costruire il partito della rivoluzione.





(1) Il testo del manifesto è il seguente: «Prova ad interessarti alle minoranze culturali quando sei disoccupato o non arrivi a fine mese. Prova ad interessarti alla libertà di stampa e alla controinformazione quando hai solo la terza media. Prova ad interessarti ai diritti LGBT quando sei costretto a dormire in strada. Prova ad interessarti ai cambiamenti climatici quando sei un disabile che non può lavorare e che ha perso il sussidio che gli spettava. Prima vengono i diritti sociali poi quelli civili».

Partito Comunista dei Lavoratori